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Musica Etnica: Fiabe e danze della tradizione popolare Russa

Argomento: Musica

di Giorgio Mancinelli
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Pubblicato il 25/10/2021 11:51:37



MUSICA ETNICA: FIABE E DANZE DELLA TRADIZIONE POPOLARE RUSSA.

La Grande Madre Russia di cui molto in passato si è apprezzata la straordinaria attività letteraria e artistica è una sterminata area geografica di grande interesse musicologico da riscoprire. Lo facciamo andando alla ricerca di alcune ‘opere’ folkloristiche che accolgono nella cornice della ‘fiaba russa’, le ‘melodie’ e le ‘voci’ della tradizione popolare, le ‘danze’ tipiche delle diverse realtà regionali e i ‘racconti del focolare’.
Il nostro itinerario inizia proprio da quei ‘racconti del focolare’ domestico, centro della vita quotidiana della famiglia che rintracciamo negli usi e nei costumi di numerose comunità, custodi delle antiche tradizioni contadine. Il focolare domestico è quindi all’origine delle ‘fiabe russe’ che attraverso la trasmissione orale sono giunte fino a noi, mantenendo inalterata la loro forma originale e tutta la loro bellezza.
Quanto avvenuto è, in sostanza, un passaggio dai miti (ancestrali) alla religione di base (credo popolare) copto-ortodosso e, come effetto di ritorno, entrato nella fiaba in quanto insieme leggendario di tradizioni, assunte come bagaglio letterario. Ne deriva che la fiaba altro non è che una ‘teoria’ legata alla mitologia più antica che risponde ‘in vero’ a una funzione sociale e culturale di una vasta popolazione eterogenea. Ciò potrebbe sembrare una contraddizione in termini, ma non lo è, poiché va considerato che la fiaba scaturita dalla insita creatività del sentire popolare, è qui filtrata attraverso le credenze e le convinzioni d’una tradizione millenaria, tramutata in ‘immagini poetiche’ straordinariamente vive dal popolo stesso che ne è il primo fruitore.
Secondo Alexander Nikolaev Afanasiev, la fiaba è stata ‘in primis’ ad aver assunto le caratteristiche tipiche della ‘poesia epica’ russa, in quanto forma straordinariamente viva perché filtrata attraverso le credenze e i costumi popolari in cui si riscontrano: «..lo stesso tono luminoso e sereno, la stessa inimitabile arte di dipingere ogni oggetto ed ogni avvenimento, tenendo presente l’impressione da esse suscitata nell’animo umano.»


Nel mondo favolistico russo troviamo infatti fiabe dal carattere magico e meraviglioso legate a remote credenze pagane, affollate da esseri demoniaci e folletti allegri, che popolano i boschi, i monti e i mari; assieme ad altre di carattere satirico, per lo più improntate sul quotidiano, che si offrono come chiavi di lettura degli avvenimenti che hanno contrassegnato la storia delle diverse anime religiose ma, e soprattutto, hanno permesso l’addensarsi nella ‘coscienza popolare’ di quella tenerezza struggente in cui perdersi, così autentica che sia possibile conoscere.
Coscienza che in occasione del lungo inverno russo, poteva ritrovarsi nei più giovani in età ‘amorosa’ durante le ‘veglie’ all’interno delle ‘isbe’ in cui era in uso fare giochi di gruppo, danzare e cantare con l’ausilio di strumenti quali la balalaika e la fisarmonica. Un gioco molto in uso era detto ‘della quaglia’, in cui a turno, mentre tutti cantavano in coro, un giovane si avvicinava ad una ragazza, gli dava un colpetto sulla spalla e se gradito la ragazza prescelta scambiava a sua volta un inchino con il ragazzo. Un altro gioco era detto ‘dell’ochetta’ in cui le ragazze cantando una canzone appropriata al gusto del tempo, si presentavano in fila e richiamavano l’attenzione dei ragazzi preferiti con i quali eseguivano alcuni passi di danza tradizionali.
E già il suono di una balalaika ci invita all’ascolto di una canzone tradizionale, tradizionalmente eseguita dal coro di sole voci femminili che ha per titolo “Sorba degli Urali”:

“Mio bel verde boschetto / perché non metti fior? / Mio giovane usignol / perché non canti ancor? / - Canterei se potessi / ma voce oimè non ho! / Beccar potrei un seme / ma voglia oimè non ho! / Tuba la colombella / se già il colombo non ha. / Soffre la giovincella / che il suo moroso non ha!”

Siamo qui proiettati nel bel mezzo del rapporto che il popolo russo ha da sempre con la natura circostante, con la quale misura ogni suo attimo di vita e ci ha lasciato una vasta letteratura, e che sia l’arrivo della primavera o il gelido freddo dell’inverno, ogni occasione è buona per dipingerla dei colori più adeguati, non di meno di liricità nei versi di una poesia d’amore, così come di una canzone. Del resto si sa: “…quando l’amore è ricambiato la melodia si accende di toni gai e briosi”. È allora che si mette mano alle corde (degli strumenti tipici), si dà fiato (alle canne dei flauti), si levano le gambe in una danza e le voci nei ‘cori’, divenuti insieme alle danze popolari emblema della cultura di questo paese.
Così oltre agli eroi, ai maghi, alle fate, agli sciocchi e ai cattivi che per necessità narrativa non mancano mai, e tutti ugualmente dotati di poteri soprannaturali, troviamo leggende, favole e canzoni tipiche della tradizione orale che ancor oggi costituiscono il ceppo più autentico della cultura russa, copiosa di superstizioni e magia, di favolistica e profonda religiosità. Trattasi per lo più di canzoni ricche di commovente sapore umano, scaturite dalla spontaneità contadina che verosimilmente le ha tramandate durante le lunghe e fredde ‘veglie’ invernali, così dette: “besedy” e “posidelki”, che si protraevano da Ottobre fino a Carnevale, durante tutto il lungo inverno russo.
Prestabilite dall’uso e dalle convenzioni stagionali le ‘veglie’ si svolgevano solitamente nelle ‘isbe’, granai ampi e puliti sulla cui parete centrale si apriva una finestra, comunemente chiamata ‘finestra bella’ per il semplice motivo che era l’unico spazio lasciato aperto che dava verso il cielo, onde poter scrutare il tempo e il passaggio delle nuvole, aspettando l’arrivo della bella stagione. Oltre ai canti e ai balli le ‘veglie’ erano allietate da racconti di fiabe per i più piccini, da indovinelli e motti in rima in cui spesso si prendevano di mira i presenti.

Come in questa deliziosa “Venditori ambulanti” – raccolta dal Coro Popolare Russo di Pyatnytzky:

“Monotona rintocca la campanella. Il canto malinconico del cocchiere che si stende sulle aride pianure risveglia una profonda nostalgia. Altre notti vengono alla mente, campi e foreste della propria terra, riscaldano il cuore del mio freddo petto. Le lacrime sgorgano dai miei occhi che non sanno piangere. Monotona suona la campanella. Il cocchiere è silenzioso ...”

Oltre agli eroi, ai maghi, alle fate, agli sciocchi e ai cattivi che per necessità narrativa non mancano mai, e tutti ugualmente dotati di poteri soprannaturali, troviamo leggende, favole e canzoni tipiche della tradizione orale che ancor oggi costituiscono il ceppo più autentico della cultura russa, copiosa di superstizioni e magia, di favolistica e profonda religiosità. Spesso gli anziani intonavano canzoni malinconiche che si richiamavano alle fatiche contadine, al lavoro di semina e di raccolta, di sudore e di lontananza dal focolare domestico. In alcune in particolare si fa riferimento al Burlak, il contadino che nella buona stagione veniva ingaggiato con mansioni di manovalanza, al quale, almeno stando al nome, erano attribuite ‘burle’ e/o ‘beffe’ ricevute o rivolte ai nobili e ai proprietari terrieri, che scaturivano in risate e lazzi d’ogni conto. Appartengono al patrimonio legato al Burlak alcune bellissime melodie dedicate al fiume Volga e le canzoni di profondo rancore, a volte perfino esasperate, in cui era palesemente espressa l’ideologia delle rivolte contadine.

Fra le danze occupava un posto d’onore la ‘quadriglia’ per la sua compostezza d’insieme a cui tutti i presenti potevano partecipare. Ma un'altra danza teneva occupati soprattutto i più giovani che l’aspettavano con ansia, la cosiddetta “Attorno alla Città” in cui i danzatori formano un cerchio, al centro del quale stava una fanciulla. Da fuori un giovane doveva cercare di introdursi all’interno di esso per conquistarla che di sovente veniva respinto dall’allaccio stretto dei corpi degli altri componenti. Quando infine riusciva nel suo intento egli poteva dare un bacio alla fanciulla prescelta.
Molti erano i ‘cori’ maschili rivolti alle gesta degli eroi e dei condottieri in cui predominava l’elemento epico-nazionalistico di fondo e che più spesso animavano gli animi degli adulti, in genere più anziani che avevano partecipato a guerre e/o avevano combattuto per riportare l’ordine nel cuore della Grande Madre Russia.

Ne è una testimonianza di grande levatura lirica il “Canto attorno ad Alexander” dall’opera “Alexander Newsij” di Sergei Prokofiev (1938).
In esso si narra del Principe Newsky, il quale molto si adoperò nel contrastare l’avanzata dei popoli Teutoni verso Novgorod. Allorché le città minacciate si rivolsero all'uomo considerato il maggior guerriero di Russia: il principe Aleksandr, detto Nevskij, del Granducato dì Suzdalia. Questi dopo aver raccolto attorno a sé un'armata molto composita di cavalieri e contadini la guidò verso le frontiere occidentali, respingendo i Teutoni e salvando Novgorod dal saccheggio. Dando egli prova inoltre della sua sapienza strategica, sospinse i nemici sul lago ghiacciato di Ciudi che, cedendo sotto il peso delle pesanti armature, li inghiottì nelle sue gelide acque:
“Canto attorno ad Aleksandr Nevskij” (Coro)

“Sì, fu sul fiume che ciò avvenne,
sulla corrente della Neva, sulle acque profonde,
là trucidammo i migliori combattenti dei nostri nemici,
il fior fiore dei combattenti, l'esercito degli svedesi.
Ah, come ci battemmo, come li mettemmo in fuga!
Riducemmo le loro navi da guerra in legna da ardere.
Nella lotta il nostro sangue rosso fu liberamente sparso
per la nostra grande terra, la nostra Russia natale. Evviva!
Ove vibrava la larga scure, c'era una strada aperta.
Nelle loro file si aprì un sentiero dove si inoltrò la lancia.
Sconfiggemmo gli svedesi, gli eserciti invasori,
come un prato di steppa, cresciuto sul suolo del deserto.
Noi non cederemo mai la nostra natia Russia,
chi marcerà contro la Russia sarà sterminato.
Levati contro il nemico, terra russa, levati!
Levati in armi, sorgi, grande città di Novgorod!”

Al passo con gli eventi il Cristianesimo assunse in Russia una forma rilevante soprattutto fra i tradizionalisti, i quali reclamavano il ritorno al sistema liturgico bizantino, introdotto nel X° secolo. Periodo in cui il canto liturgico vide ‘maestri di cappella’ e ‘cantori lirici’ fornire quegli elementi musico-canori che servirono alla tradizione ortodossa, il cui stile ben si conciliava con le antiche melodie e il canto popolare. Acciò molti compositori ‘classici’ si espressero in seguito in questa ‘forma liturgica’ lasciandoci pagine di estrema bellezza compositiva.
Alla tradizione sacra appartengono i “Vespri” (in russo: Вечерня) intonati durante “La Veglia per tutta la notte”, Op. 37 (in russo: Всенощное бдѣніе, traslitterato: Vsenoščnoe bděnie), una composizione di musica sacra di Sergej Vasil'evič Rachmaninov (1915), che fece propri gli elementi della musica sacra russa, ricca di sonorità puramente vocali senza alcun sostegno strumentale, risalente agli inizi del X secolo, con la diffusione da Bisanzio, attraverso la Bulgaria, allora considerata la culla del Cristianesimo nel mondo slavo, dei sacri libri dell'antica liturgia religiosa. Anche se alcuni di questi testi, risalenti in gran parte al XIII e al XIV secolo, sono giunti sino all'epoca moderna, bisogna dire che la forma ‘znamennyi’che sta ad indicare i segni di notazione posti sopra le parole del testo secondo una linea melodica ben precisa e senza troppi abbellimenti, a tutt'oggi non è stata completamente interpretata.

Dai “Vespri” di Sergej Vasil'evič Rachmaninov (Coro)

N. 3
“Beato l'uomo che non segue il consiglio degli empi, non indulge nelle vie dei peccatori... Il Signore veglia sul cammino dei giusti, ma la via degli empi cadrà in rovina... Gloria al Padre, al Figliolo ed allo Spirito Santo, ora e sempre e nei secoli dei secoli, amen... Alleluia...”
N.5
“Ora, o Signore, lascia che il Tuo servo se ne vada in pace, secondo la Tua parola. Perché i miei occhi hanno visto la Tua salvezza, che Tu hai preparato dinanzi a tutti i popoli, luce che illumina il giorno, e gloria del Tuo popolo, Israele...”
N. 9
“Benedetto sei Tu, Signore, fammi capire i tuoi comandamenti...”

Mentre dal loro angolo più vicino alla grande stufa, nelle già citate ‘veglie’, le donne più anziane erano intente a filare e a ricamare, gli uomini sposati e gli anziani osservavano un poco nostalgici e un po’ divertiti i giochi messi in atto dalla gioventù. E solo qualcuno di loro gettava, di tanto in tanto, uno sguardo fuori dalla ‘finestra bella’ tirando un sospiro, cercando di scorgere fra il gelo e i mucchi di neve un segno dell’annunciata primavera. Ai primi segni di disgelo, quando i venti tiepidi incominciavano a sciogliere le nevi e si giungeva all’equinozio di primavera si dava inizio alle ‘opere’ della terra.

L’agricoltore primitivo, al quale sfuggivano alcune leggi che regolavano i fenomeni naturali, credeva fosse necessario invocala per richiamarla a nuova vita ed aiutarla a presentarsi mediante l’uso di alcune formule propedeutiche che recitava nel modo di cantilena. Come si sa a primavera arrivano a volo gli uccelli al cui apparire, si pensava, la conducessero sulle loro ali. Ma anche se certe rappresentazioni sono per lo più dimenticate, qualcosa ancora resta nel semplice gioco infantile di cuocere biscotti a ‘forma di uccello’ e lanciarli nell’aria, o legarli alle pertiche dell’orto al grido: “sono arrivate le gracchie!”.

È ancora in uso chiamare certe canzoni “vesnjanki” (da vesna= primavera), in cui si rispecchia la preoccupazione e l’aspirazione del contadino, sebbene in alcune di esse è espressa la giocondità della buona stagione che viene cantata e/o recitata in forma poetica. Una di queste, fra le più diffuse, è quella della semina del lino; colei che la esegue si pone nel mezzo di un circolo e con l’aiuto della mimica riproduce i gesti ad essa connessi: all’occorrenza mostra come lo si bagna, lo si scioglie, lo si stende e così via, fino alla sua filatura.

Recita un grazioso ritornello:
“Riesci bene, mio bel lino / riesci tutto biancolino / per favore mio carino...”

Al mondo ‘nascosto’ del sottosuolo e a quello ‘soprannaturale’ è attestata la presenza nelle fiabe russe di molte maschere caratteristiche che rivestono ruoli della massima importanza, entrate in seguito nel teatro popolare. Tra queste assume grande rilevanza “Baba-Jaga” una creatura leggendaria della mitologia russa, divenuta in epoca contemporanea un personaggio fiabesco. Anche se in molti hanno sentito parlare della ‘strega cattiva’ pochi conoscono le sue origini di donna selvaggia che possiede oggetti incantati ed è dotata di poteri magici. Una figura immaginaria della mitologia slava, in particolare di quella russa, che talvolta agisce in qualità di aiutante del/la protagonista.

In “Vassilissa la Bella” (*) era veramente orrenda, viveva in una casa nel bosco: “La casa era fatta di ossa, di teschi e di occhi, ed era provvista di zampe che le permettevano di spostarsi anche fuori dal bosco. Le maniglie delle porte e delle finestre erano fatte con dita e piedi umani, e il chiavistello da un grugno con denti appuntiti. Un giorno bussarono alla sua porta tre Cavalieri: erano il Cavaliere bianco che rappresentava ‘il giorno’; il Cavaliere rosso, che rappresentava il sole; il Cavaliere nero, che rappresentava la notte. Quando Vassilissa chiese alla strega chi essi fossero, Baba Yaga rispose: "la mia alba luminosa, il mio sole e la mia notte scura”; ma quando Vassilissa volle sapere di più sui tre Cavalieri, la strega rispose: "non tutte le domande portano buon pro, “molto saprai, più presto invecchierai”.

Secondo Vladimir Propp, la “Baba Yaga” non faceva altro che ribadire un principio sacro a livello iniziatico in base al quale l’anziano della comunità trasferiva tutto il suo sapere agli iniziati solo in punto di morte, lasciando le proprie conoscenze in eredità: "raccontare tutto" voleva dire, quindi "accingersi a morire". Ecco perché la Baba Yaga non vuole rispondere a tutte le domande di Vassilissa, dicendole di non farne troppe. Baba Yaga si identifica con la natura selvaggia, ne conosce i segreti e sembra che la natura possa sottostare ai suoi voleri e alle sue magie.

In alcune versioni a Baba Yaga sono affidate delle fanciulle (da una matrigna o dal padre spinto a tale gesto dalla nuova moglie) che lei sottopone a pesanti lavori, minacciando di mangiarle se ogni compito non venisse svolto nel modo migliore. Ad aiutare le fanciulle troviamo, in una prima fiaba, i servitori della Baba Yaga (un cane, una betulla, un aiutante e un gatto, quest’ultimo di solito compagno fedele delle streghe) che si ribellano alla strega, aiutando la fanciulla a fuggire. In una seconda fiaba troviamo dei topini che, in cambio di cibo, aiutano la fanciulla a compiere i suoi lavori senza troppa fatica; nella versione invece di Vassilissa la Bella, troviamo che, ad aiutare la ragazza, sarà la bambola donata dalla mamma in punto di morte.

Così viene raccontata la morte della madre, in realtà raccontata come la morte della moglie del padre, con cui si apre la fiaba:

“Sua moglie morì quando la piccola aveva otto anni. Sentendo la fine avvicinarsi, la madre chiamò a sé la bambina, e da sotto le coperte tirò fuori una bambolina che come Vassilissa indossava stivaletti rossi, grembiulino bianco, gonna nera e corsetto ricamato e le disse: “Ascolta le mie ultime parole, e ubbidisci alle mie ultime volontà. Prendi questa bambola, è il mio dono per te con la mia benedizione materna; conservala con cura, non mostrarla a nessuno, e nutrila quando ha fame. Se ti troverai in difficoltà, chiedile aiuto, essa ti dirà che cosa fare.”

Ancora Vladimir Propp ci dice che la bambola funge da sostituto della persona morta, depositaria dell’animo del defunto che così continua ad essere presente nella vita dei familiari. In effetti, però, la bambola indossa gli stessi indumenti di Vassilissa, ci viene cioè presentata come una piccola Vassilissa; è a lei che la bambina si rivolgerà per chiedere aiuto e sostegno come fosse una nuova madre ma anche come fosse la sua stessa coscienza. Vassilissa otterrà aiuto se riuscirà a guardare dentro se stessa ossia la bambola che la rappresenta. La bambola-feticcio con le sembianze di Vassilissa è il vero sostegno che rimane alla bambina dopo la morte della madre, potremmo dire che ricorda le matrioske.

“La matrioska è formata da una bambola, detta madre, che contiene un’altra bambola più giovane che a sua volta ne contiene un’altra più piccola e così fino ad arrivare all’ultima molto piccola, non si apre e non contiene nessuno, è detta: il seme. Il seme in realtà contiene il tutto poiché è destinato a diventare Madre. La bambola-fantoccio donata a Vassilissa è il seme, l’essenza della bambina che, alla fine della storia, ormai donna, sposerà lo Zar e quindi, probabilmente, sarà madre.”

Le fiabe, come si diceva, possono esser viste come il ritratto di un popolo; leggere le fiabe russe significa anche addentrarsi in un mondo in cui la natura ha una forza sovrannaturale e l’uomo civilizzato ancora combatte contro la sua parte selvaggia e oscura. Ma resta un mondo ricco di bellezza e poesia e colori sfavillanti, che può ancora incantare con il suo: “C’era una volta e una volta non c’era” sia i grandi sia i bambini.

Oltre che nelle fiabe russe, la ritroviamo anche in quelle polacche, slovacche e ceche, talvolta abbinata a figure di strani ‘diavoli’ che fanno la loro apparizione nelle ‘favole di vita’ con il precipuo scopo di tormentare i morti e in più di qualche occasione anche i vivi. Appartiene al cosiddetto periodo ‘russo-impressionista’ un felice balletto tratto da una fiaba “Petrouchka” (1911) musicato da Igor Stravinskij, che sembra sintetizzare quello che emerge come il tratto più essenziale e decisivo della cultura russa fra Otto e Novecento: l’affermazione dell’io come risposta al tentativo di annichilimento del potere.

Trama.
Vi si narra di un vecchio Ciarlatano che presenta al pubblico del suo teatro dei burattini, tre pupazzi animati: Petrouchka, la Ballerina e il Moro, ai quali ha infuso sentimenti umani. Petruchka, che ha maggiormente assorbito tali sentimenti, s’innamora della Ballerina che, a sua volta, è invece rapita dalla fatua bellezza del Moro. La vicenda si trasforma ben presto in tragedia, allorché Petrouchka, pazzo di gelosia ha una violenta lite con il moro e viene da questi decapitato con il fendente della sua sciabolata. Accade però che il pubblico del teatrino, verosimilmente preso dal realismo della vicenda, semplice e potente come sanno esserlo solo le favole, s’impressiona moltissimo. Nello stupore e nell’incredibilità di tutti, il Ciarlatano è costretto a riportare in equilibrio i sentimenti dei presenti, mostrando all’evidenza che il corpo del pupazzo ucciso, in realtà, altro non è che pieno di segatura e la sua testa mozzata nient’altro che un pezzo di legno. Sul finire, il Ciarlatano temporeggia nel far rivivere il fantasma di Petrouchka, il quale ammonisce chi pensa che egli sia effettivamente morto, senza aver prima considerato che la sua anima (il suo spirito) è immortale, e che vivrà per sempre, nell’eterno gioco dell’amore.

La musica di Igor Stravinskij dona alla semplice vicenda narrata una grande vitalità, grazie all’uso di ritmi estremamente incisivi, di allusioni folkloriche sapientemente dosate che ben rendono all’ “efficacia delle parti descrittive” l’atmosfera ricreata del teatrino delle marionette, della folla entusiasta nell’insieme entusiasmante della festa popolare.

“Ah! Ah! Petrushka” (Coro di bambini)
“In un tempo già lontan
era nato Petrushka
Ah! Ah! Petrushka
in un tempo già lontan.
Quando venne in città
s’incontrò con Marussia
Ah! Ah! Petrushka
in un tempo già lontan.
Marussia lo invitò
alla festa del doman
Ah! Ah! Petrushka
in un tempo già lontan.
Del buon vin gli preparò
bianco e nero e poi cognac
Ah! Ah! Petrushka
in un tempo già lontan.
Ma alla festa non andò
il perché non lo si sa
Ah! Ah! Petrushka
in un tempo già lontan.
Piange e implora Marussia
ma non l’ode Petrushka
Ah! Ah! Petrushka
in un tempo già lontan.”

Fanno inoltre la loro apparizione molti animali favolosi, ripresi poi nelle fiabe popolari e fonte di balletti più o meno famosi, opere di carattere folkloristico entrate nella produzione annuale di molte compagnie teatrali. Fra tutte, “Il pesciolino d’oro” e “La Favola dello Zar Saltan” messa in versi da Aleksandr Puskin; “La sagra della primavera” e “L’uccello di fuoco” musicate da Igor Stravinskij: “Lo schiaccianoci” di Petr Il’ic Tchaikovskij; “La Fiera di Sorocinsky” di Modest Mussorgsky ”, ed altre ancora entrate nella tradizione del folklore russo.

“L’uccello di fuoco” (…) musica di Igor Stravinskij
Trama.
“C’era una volta … un uccello dalle piume splendenti che caduto nelle mani del principe Ivan gli offre una delle sue penne meravigliose in cambio della propria libertà, che il principe gli concede. Successivamente il principe Ivan è a sua volta catturato dal perfido mago Katschei che ambisce pietrificarlo ma egli riesce a mettersi in salvo semplicemente brandendo la penna avuta in cambio dall’uccello di fuoco. Il quale al richiamo del principe Ivan, accorre in sua difesa e addormenta il mago, rompendo così l’incantesimo che lo teneva legato alla sua volontà. Dopo mille peripezie e servendosi dell’aiuto di uno strano lupo grigio, il principe Ivan, va alla ricerca della sua amata, la bella Zarevna, e dopo averla trovata la sposa … e insieme vissero felici e contenti.”

Tutta la musica russa, da quella popolare a quella colta sembra scaturire da una sola univoca sorgente. Si è detto del grande amore per la natura, la terra, le acque, le stagioni, i solstizi e gli equinozi, gli uccelli, i fiori, il miglio e ogni cosa ad essa relegata. Così come molti motivi popolari, sono poi sbocciati nella poesia e nel canto in forma di rievocazioni e suggestioni che hanno trovato un posto nella cultura letteraria, nei drammi teatrali e nei libretti d’opera, come nei romanzi classici di molti autori di tradizione popolare che hanno elaborato una visione del mondo sentimentale e fantastico.
Ed ecco già risuonano i campanellini di una slitta che attraversa il villaggio, e come per incanto, ai primi segni del disgelo, arriva il tempo detto di Carnevale, in cui hanno inizio le feste e i giochi intorno al fuoco acceso negli spazi all’aperto. I riti carnevaleschi russi sono ciò che rimane di antichi riti pagani del culto contadino. Il cui rito centrale consiste nell’accompagnare con canti e balli, allegre filastrocche e scherzi, un grande ‘pupazzo’ (eroe, mago, divinità, sovrano ecc.) fatto di paglia e stracci che, alla fine della settimana festosa, viene bruciato e le sue ceneri gettate in un campo, a significare che la sua messa a morte, è propedeutica al suo risorgere a nuova vita.

Come ha scritto uno dei migliori studiosi moderni D. S. Mirskij: “Fra la fine del ‘700 e l’inizio dell’800 nell’ambiente letterario russo l’amore per la fiaba assunse il carattere di una vera e propria infatuazione di massa, allorché svolse un ruolo decisivo nell’evoluzione delle lettere russe, in quanto fu una delle scuole principali di quel ‘realismo’ che divenne in seguito elemento fondamentale della letteratura successiva”.

Non mancano opere letterarie più vicine allo spirito moderno che si siano avvalse di tradizioni e figurazioni fantastiche appartenenti al mondo della fiaba, fra queste cito “Il Maestro e Margherita” (…) di Michael Bulgakov di gusto amaro e demoniaco.
La letteratura si è più volte espressa in tal senso, anche se in modo meno aggressivo, relativo al mondo dell’infanzia, caro alla coscienza popolare, in cui la ricchezza delle tradizioni si avvale dell’elemento poetico, come nel ‘racconto’ di anonimo popolare proposto qui di seguito:

“C’è una foresta, la più russa di tute le russie, nelle vicinanze di un piccolo paese chiamato Plakino, dove i bambini amano passare il tempo al gioco più antico del mondo: l’altalena. Alexis vi andava dopo la scuola a rincorrersi con gli altri fanciulli quando, un giorno fu colto di sorpresa da una voce che ripeteva le sue risa e le parole dei suoi compagni e si apprestò ad ascoltarla. Una foresta di voci – pensò. E si mise a cantare. Un coro di voci rispose al suo canto – come una musica che ripeteva l’eco.”

Una leggenda, forse, ma accadde così che nello scambiarsi di alcuni richiami e dal ripercuotersi in lontananza dell’eco – di albero in albero che in seguito, arricchito dai suoni degli strumenti naturali, come il vibrare delle foglie nel vento e il cinguettio degli uccelli canterini, ebbe inizio una delle forme musicali più belle che si conoscano: la polifonia, entrata a far parte del patrimonio musicale popolare russo e non solo: “un prezioso tesoro dell’arte poetico-musicale del mondo intero.
Come in molte leggende e fiabe anche le canzoni popolari di estrazione etnico-musicale di estrazione popolare e/o contadina, alcune in voga ancora oggi, sono state tramandate oralmente, sono fatte oggetto di recupero da parte di molti studiosi. Secondo Vladimir Propp queste favole vanno rapportate al ‘totemismo’ dei primordi, a quel culto dell’uomo cacciatore di animali ritenuti sacri o in qualche modo legati alla tradizione popolare da un vincolo soprannaturale, in cui scopriamo l’esistenza di un mondo per così dire ‘parallelo’ invisibile e indecidibile al quale abbiamo accesso solo attraverso il fantastico, dove l’Io si sdoppia nell’l’immaginale e/o il sogno, nell’altro che non è, ma che potrebbe anche essere, proprio grazie alle capacità di sdoppiamento che riusciamo a perpetrare.

In grande considerazione sono i riti di festeggiamento per il ‘rito nuziale’ che assume in Russia la forma di vera e propria ‘rappresentazione’ in onore del più antico rito bizantino consistente nel dare veste giuridica alla promessa al matrimonio, con la quale si eseguivano rituali magici che assicurassero la salute, una lunga vita e una sana figliolanza agli sposi. Per la felice ricorrenza si “recitavano poesie e si levavano canti che non avrebbero alcun significato al di fuori del rito”. (Propp)
“Canzone per le nozze”

Da V. Propp “I canti popolari russi” – Einaudi.
“Ha suonato la trombetta presto al mattino. / Ha pianto la fanciulla sul biondo treccino. / “Verranno oggi le amiche la treccia a intrecciare. / Domani la mezzana me la verrà a disfare. / Dividerà i capelli in due treccine / avvolgerà le trecce sul capino, / sul capolino la cuffia metterà. / Porta la bella, per l’eternità”.

“Le ragazze da marito portavano i capelli raccolti in una treccia che ricadeva sulla schiena. Le maritate invece due trecce avvolte attorno al capo”.

Gran parte delle espressioni musicali sono ovviamente legate alle danze popolari e molto si deve all’uso degli strumenti musicali tipici della terra russa, sebbene diversi tra loro e di diversa provenienza. In primo piano troviamo la ‘fisarmonica’ adatta per l’accompagnamento di canzoni e ballate. È uno strumento ad aria formato da un mantice e, nei modelli più vecchi (budeon), da una serie di bottoni disposti in file verticali corrispondenti ad altrettanti suoni, la cui diffusione è presente in tutti paesi dell’area europea in numerose varianti di costruzione.

Il ‘gusli’ a due corde, tipicamente russo, è invece uno strumento a pizzico utilizzato spesso nelle orchestre tradizionali in cui domina la ‘balalaika’ uno strumento ad arco di origine tartara, reminiscenza dell’invasione dei Mongoli di Gengis Kahn nel XIII secolo sul territorio. Il suo nome in russo sta a significare in origine “facezia” e/o “scherzo”, indicativo della mancanza della perfezione del suono. Si pensa che la ‘balalaika’ discenda dalla ‘domra’ asiatica, che a sua volta, ritrova le origini del primitivo ‘gusli’ in ragione che ha una corda in più (tre). La forma triangolare può essere di diverse dimensioni e arriva a misurare, in piedi, quanto un suonatore di statura media. Un altro strumento è la ‘bandura’ originaria dell’Ucraina, un grande liuto con le corde fissate a piroli sul manico ed altre dette di ‘bordone’ fissate a piroli sulla tavola.

Antiche cronache riportano che gli slavi dell’Est avevano i loro propri strumenti ad arco, a fiato e a percussione. L’artigiano che li costruiva lavorava su materiali facili da reperire come la corteccia di betulla, per ricavare la sua ‘zhaleyka’, una sorta di corno fornito di un’ampia imboccatura simile al moderno ‘clarinetto’. Una semplice canna per costruire lo ‘svirel’ un tipo di flauto di Pan; del comune legno per il ‘brekly’ simile all’odierno ‘oboe’; e almeno cinque canne di diversa lunghezza per il ‘kuvichki’ fornito anche di un fischietto. Tipiche ‘mazze di legno a cucchiaio’ dette ‘lozhki’ venivano utilizzate come percussioni nell’accompagnamento delle danze, spesso abbellite da piccoli campanellini suonati dagli stessi danzatori.

Ma lasciamoci guidare in una danza tradizionale caucasica dal biografo Gregorio Schncerson che ci ha fornito una vivida versione della danza “Lezghinka” inclusa nell’opera-ballet “Gayne” di Aram Kachaturian:

“Tutte le varianti vengono danzate in costume nazionale, ricco di colori, in modo da sottolineare, quasi all’enfasi, la vita sottile e gli agili movimenti dei ballerini. La donna volteggia lievemente in cerchio, simile a un aleggiante uccello, mentre i suoi gesti provocano gli slanci del suo partner. I ritmi veloci della musica ipnotizzano sia i ballerini che gli spettatori. Grida gutturali e battiti di mani della gente che li circonda accrescono l’agitazione dei ballerini che, ad ogni loro successivo giro di tempo, acquista un’accelerazione improvvisa. Quindi il ballerino si muove in cerchio attorno alla sua partener con grazia mista a confidenza e, tenendo ben stretti i lembi estremi delle sue ampie e svolazzanti maniche dell’abito, allarga al massimo le sue braccia pronto ad avvincerla nell’abbraccio. Dunque, quasi sfiorando la terra con la punta dei suoi morbidi stivali, esegue coi piedi una complessa figura ritmica. Dopo un volo quasi acrobatico in aria, cade sulle ginocchia per rimbalzare di nuovo in aria. La ballerina osservandolo con crescete eccitazione, ora s’avvicina tenendosi sempre più stretta lui, e sempre ballando se ne allontana di nuovo.”

Ancora dal “Gayne” è ripresa la “doira” una danza folkloristica dal carattere primitivo. Sembra che tutta la tavolozza timbrico-musicale dell’Armenia si riveli nel suo movimento rigoglioso in cui si possono ascoltare strumenti dal suono decisamente orientale, quali, ad esempio: il “tar” simile alla chitarra; il “duduk” un tipico strumento a fiato; la “komantcha” ad arco simile al violoncello e il “sas” simile all’italiano mandolino: “Quali che siano la sostanza originaria delle musiche strumentali inserite in “Gayne” è sempre rimasta fonte naturale della mia ispirazione” (Aram Kachaturian)
Si sarà notato come una delle maggiori difficoltà nel parlare della musica tradizionale stia nel gran numero di gruppi etnici che da sempre compongono la grande anima russa, ciascuno con tradizioni, strumenti e usi propri ma, soprattutto, con grande capacità estro e genialità. L’influenza della musica-popolare nella musica-colta ha permesso a compositori di un certo rilievo di attingere alle tradizioni di diverse culture, prendendo l’elemento popolare non solo come pretesto ma, ed anche, come stimolo creativo.

Molto è dovuto all’influenza dei cantori-girovaghi depositari delle antiche tradizioni religiose e culturali di popoli quali Uzbechi, Kirghisi, Calmucchi, Turkmeni, ancora oggi presenti sul territorio, che hanno consentito l’inserimento e la piena evoluzione nel contesto culturale che già verso la fine del IX secolo trovò il terreno fertile per affondare le proprie radici nazionali: uno degli agglomerati musico-testuali più imponenti del mondo. Per quanto sia impossibile tenere qui un più lungo discorso sull’influenza della musica popolare sulla musica colta, sul come ci si sia ispirati alla fantasia popolare o sui prestiti della storia e delle fiabe russe, mi è però possibile elencare alcuni esempi classici che invito il lettore ad ascoltare.

Il primo grande compositore di riferimento è Mikhail Ivanoviìc Glinka (1804-1857) nelle cui opere infatti si ritrova a sfruttare il patrimonio popolare russo, insieme ad una innata genialità. Tra le sue opere “Una vita per lo Zar” e ancor più in “Russlan e Liudimilla”, si rintracciano continui riferimenti a motivi tartari, finnici, persiani dal sapore arcaico di certe usanze rustico-contadine.

Si sa quale ruolo, spesso criticato ma indispensabile, il compositore abbia giocato nell’opera di altri suoi contemporanei come Borodin “Le danze del principe Igor” e “Nelle steppe dell’Asia Centrale”; Ippotitov-Ivanòv di “Schizzi caucasici”, Rimsky-Korsakov della “Favola dello Zar Saltan”; Modest Mussorsgky “La Fiera di Sorocinsky”, come qualcuno ha detto: “..sarebbero rimasti sempre incompiuti”. Si vuole, ad esempio, che i temi contenuti in “La grande Pasqua russa” di Rimsky-Korsakov, a volte severi al pari di una salmodia ecclesiastica, a tratti si rivestano di una liricità e danzante allegria sì da permettere di intendere lo spirito gaio divulgato da Glinka.

“C’era una volta …” si dice, ed ecco risuonano i campanellini dei ricordi, nella culla si addormentano i bambini che siamo stati, si tornano a riscaldare le isbe per un prossimo inverno che di sicuro arriverà, prima o poi, a intrecciare nuovi amori e, come nelle fiabe raccolte da Alexander Nikolevic Afanasiev si sciolgono le legature del grosso volume delle “Antiche Fiabe Russe”. E, come per incanto, tornano a vivere gli animali favolosi, il pesciolino d’oro, la principessa ranocchio; così come le fate, le streghe, gli eroi del tempo che fu. I canti e i balli, i giochi e le scommesse, la vodka e i samovar, gli intrecci amorosi, seppure raccontati e/o sostituiti con quelli più moderni, infine saranno quelli di sempre …

… e ancora una volta, dal soffitto di una isba russa, una ragazza guarderà fuori della ‘finestra bella’ e sognerà del suo “Principe Ivan”, mentre un ragazzo di “Vassilissa la Bella”, o di “Kalinka”, dalla più famosa canzone del repertorio popolare russo:
“Kalinka! Palla di neve / rosso fragola / bella fanciulla / quando dunque mi amerai?”

Note:
(*) Alexander Nikolevic Afanasiev, “Antiche Fiabe Russe”.
(*) Ida Accorsi Website: http://www.perlungavita.it/gli-autori-degli-articoli/1013-ida-accorsi / Nel 1968 dopo il matrimonio lascia volontariamente il lavoro per riprendere gli studi e ottiene il diploma di educatore per la prima infanzia, inizia il lavoro negli asili nido comunali modenesi per bambini da 0 a 3 anni . Ora in pensione e nonna a tempo pieno. Appassionata da sempre di Gianni Rodari (giornalista, scrittore e pedagogista premio Andersen nel 1970 - il Nobel della letteratura per l'infanzia) promuove e ricerca le tante fiabe, poesie, filastrocche e racconti dello scrittore per ragazzi che pubblica su una sua pagina Facebook "LA NONNA LEGGE RODARI". Questa attività di divulgazione l’ha messo in contatto con altri gruppi e associazioni, in Italia e all’estero dedicati allo scrittore. La sua ricerca è entrata nel materiale di studio e pubblicazione di un professore brasiliano, di Fortaleza, capitale dello Stato del Ceará, nella regione Nordest del Brasile, insegnante di italiano e ricercatore in materia, presso l’Università di quello Stato, estimatore di Rodari e impegnato nella divulgazione dei suoi scritti in quei paesi.
(*) Vladimir Jakovlevič Propp (in russo: Владимир Яковлевич Пропп?; San Pietroburgo, 29 aprile 1895, 17 aprile del calendario giuliano – Leningrado, 22 agosto 1970) è stato un linguista e antropologo russo, poi sovietico.
Vladimir Jakovlevič Propp è nato il 17 aprile 1895 a San Pietroburgo da una famiglia tedesca. Ha frequentato l'università della sua città natale dal 1913 al 1918, laureandosi in filologia russa e tedesca. Dopo la laurea, ha insegnato russo e tedesco in una scuola superiore, per poi diventare professore universitario di tedesco.
Il suo libro “Morfologia della fiaba“ è stato pubblicato in russo nel 1928. Sebbene esso abbia rappresentato un vero e proprio punto di svolta nello studio del folklore e della morfologia – influenzando Claude Lévi-Strauss e Roland Barthes in Occidente è rimasto per lo più sconosciuto fino alla sua traduzione nel 1958. Struttura narrativa, Vladimir Propp ha esteso l'approccio del formalismo russo allo studio della struttura narrativa: il primo orientamento, infatti, consisteva nello spezzettare le strutture delle frasi in una serie di elementi analizzabili chiamati morfemi; per analogia, Propp adotta questo metodo nell'analisi delle fiabe popolari russe. Smembrando un vasto numero di racconti popolari russi in unità narrative più piccole – denominate narratemi – Propp è stato in grado di estrarre da essi una tipologia, più o meno fissa, di struttura narrativa (lo Schema di Propp).
Nel 1932, Propp è diventato un membro della facoltà dell'Università di Leningrado (precedentemente conosciuta come San Pietroburgo). Dopo il 1938, egli ha cambiato il suo campo di interesse, sostituendo la linguistica con il folklore ed è stato a capo del Dipartimento Folkloristico fino a che non è entrato a far parte di quello relativo alla Letteratura Russa. Propp è rimasto un membro della facoltà sino alla sua morte nel 1970.




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