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Ritornano i ‘frenetici’ anni ’50 / ’60.

Argomento: Musica

di Giorgio Mancinelli
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Pubblicato il 03/06/2022 16:28:22

Ritornano i ‘frenetici’ anni ’50 / ’60.

 

In attesa dell’uscita del film biografico “Elvis” (22 giugno 2022) sulla vita del Re del Rock and Roll Elvis Presley, una delle icone del panorama culturale americano che ha spazzato via quella parte della scena cinematografica e musicale propria dell’innocenza del tempo, eccoci a rivivere in questo articolo postdatato, quelli che furono definiti i ‘frenetici’ Anni ’50 / ’60 e che salutiamo come un ritorno in grande stile nello sterile panorama attuale, anche grazie alla firma del suo regista Baz Luhrmann che già dalla fine degli Anni ’80 ha iniziato a produrre e dirigere film Musicali adatti alle nuove generazioni di adolescenti, che un tempo, ricordiamolo, pur hanno fatto grande il cinema americano. A partire dagli anni ottanta infatti Baz Luhrmann inizia a produrre, allestire e dirigere spettacoli musicali e adattamenti di opere famose, tra i quali "La bohème" di Giacomo Puccini, riadattata e ambientata negli anni cinquanta. Nel 1992 esordisce dietro la macchina da presa; la pièce teatrale Strictly Ballroom, ideata nel 1987, diventa un film, "Ballroom - Gara di ballo", che offre una versione riveduta e corretta dell'idea di Luhrmann che vince diversi premi cinematografici . Il grande successo internazionale arriva nel 1996 grazie alla reinterpretazione in chiave postmoderna del classico "Romeo + Giulietta" di William Shakespeare, con Leonardo DiCaprio e Claire Danes, che riceve una candidatura all'Oscar alla migliore scenografia. Nel 2001 ottiene un nuovo grande successo, quel "Moulin Rouge!", con Nicole Kidman e Ewan McGregor, presentato in anteprima al Festival di Cannes 2001. Il film musicale, ambientato nella Parigi bohemien, si caratterizza, come tutte le opere di Luhrmann, da una forte componente visiva e visionaria, con delle scenografie particolari e surreali. La colonna sonora del film è formata da brani celebri come ‘All You Need Is Love’ dei Beatles, ‘Pride (In the Name of Love)’ degli U2, ‘Roxanne’ dei Police, ‘The Show Must Go On’ dei Queen, ‘Smells Like Teen Spirit’ dei Nirvana e ‘Your Song’ di Elton John, reinterpretate e riproposte, a legare lo sviluppo della trama. Il film vince due Oscar per la migliore scenografia e migliori costumi, e tre Golden Globe come miglior film commedia o musicale, migliore colonna sonora originale e miglior attrice a Nicole Kidman. Nel 2012 presenta una trasposizione cinematografica del romanzo "Il grande Gatsby" con protagonisti Leonardo DiCaprio, Carey Mulligan e Tobey Maguire. Nel 2022 torna nelle sale con un film biografico su Elvis Presley, abilmente interpretato dalla giovane rivelazione Austin Butler, che segna un ritorno sullo schermo del genere musicale, davvero molto atteso. Di particolare rilevanza sarà il rapporto con il suo manager, il colonnello Tom Parker, interpretato da Tom Hanks, con il quale Elvis intreccerà un sodalizio artistico della durata di circa vent'anni. Il film si concentra proprio su questo rapporto complesso, a partire dall'ascesa della prima rockstar della storia fino al raggiungimento della fama mondiale, fino a quel momento mai toccata da nessun'altra star con così tanta veemenza. Il tutto mentre l'America vive uno sconvolgimento socio-culturale, che la porterà a grandi cambiamenti. Nel cast troviamo anche Olivia DeJonge che interpreta Priscilla Presley, la moglie di Elvis con cui il divo è convolato a nozze nel 1967 e, nonostante le tante relazioni attribuitigli, l'unica donna che il Re abbia davvero sposato.

 

I ‘FRENETICI’ ANNI ‘50/’60”

(Recuperato dalle pagine di “Super Sound” magazine).

 

In quegli anni, il cinema di Hollywood ancora giovane andava sperimentando nuove alternative per interessare e sbalordire il pubblico sempre crescente. Sulla scia dei grandi successi teatrali di Broadway, di cui ormai si parlava sulle principali testate giornalistiche, le Major cinematografiche andavano riproponendo quelle che erano state le ‘commedie’ che avevano totalizzato la maggiore affluenza di pubblico e, ovviamente, riscosso i maggiori incassi della stagione. Il genere era preferibilmente la ‘commedia’, meglio se con l’aggiunta di musiche e canzoni in voga che potevano allietare il pubblico. Nel giro di qualche anno la ‘commedia musicale’ divenne materiale di largo consumo e al cinema si cominciarono a vedere solo ‘film musicali’. Sì, in passato vi erano già stati esempi clamorosi. Dopo che nel lontano 1927 Al Jolson aveva aperto, per così dire, la stagione del ‘sonoro’ con “Il cantante di Jazz”, dove lui ‘bianco’, appariva tinto di ‘nero’ in una celeberrima parodia dai toni ‘blues’ che lo rese molto famoso, la strada sembrò aperta ad ogni altra esperienza. Si pensi che le sei canzoni contenute nel film fecero il giro del mondo. Era stato quello l’inizio di una nuova corrente cinematografica sotto il segno della musica. Fred Astaire, Ginger Rogers, Bing Crosby, Judy Garland, solo per citarne alcune star dell’epoca, erano allora stelle di prima grandezza, le più luminose del firmamento cinematografico, e facevano brillare di lustrini e polvere dorata, l’atmosfera musicale del momento, divenendo in breve ‘miti’ del più grande successo commerciale mai conosciuto. Già negli anni ’40 la gente, risvegliatasi dal torpore ‘post war’, prese ad affluire nei teatri, ed accorreva in massa al cinema ogni qual volta si proiettava una ‘pellicola sonora’, per vedere e sentire la musica che l’accompagnava e cantare le canzoni dei suoi beniamini. Nelle sale da ballo dove infuriava la musica sudamericana, ci si scatenava con le orchestre di Xavier Cugat, Perez Prado, Celia Cruz e tanti altri fino allo sfinimento. Nel frattempo, lo swing, attraversato l’Oceano, portava ‘la voce’ di Frank Sinatra in tutta Europa. Il film musicale che aprì effettivamente il 1950 fu “Un americano a Parigi” diretto da Vincent Minnelli con Gene Kelly, un ballerino-cantante-acrobata che avrebbe fatto sognare le teen-ager di tutto il mondo. Le musiche erano del già famosissimo George Gershwin. Col successivo “Cantando sotto la pioggia”, il mondo ritrovò la gioia di vivere, trasformata in esuberante allegria ed entusiasmo; i problemi che aveva lasciato la guerra venivano ora affrontati dalla frenetica baldanza giovanile con la certezza data dal ‘new-deal’ economico, con la sicurezza di chi è vincente nella vita. Così in “Bulli e Pupe” (1955), in “Pal Joy” (1957) fino allo scontro generazionale di gruppo con “West Side Story” (1961) a completamento di quel panorama straordinario che erano stati gli anni ’50. Ma esaminiamo questi tre momenti e i diversi aspetti della vita americana che in essi venivano proposti. Con “Bulli e Pupe”, interpretato dall’allora debuttante Marlon Brando affiancato da ‘the voice’ Frank Sinatra, nonché da quell’attraente icona che era Jean Simmons, aveva inizio l’era del ‘ragazzo duro già visto in “Fronte del porto”, e che troverà più tardi un maggiore coinvolgimento con James Dean di “Gioventù bruciata”. Quello che venne dopo è tutta un’altra storia. La gioventù americana fu letteralmente scossa dagli accordi convulsi di un ‘nuovo sound’ e dagli scuotimenti di un ragazzo dinoccolato dal ciuffo ribelle e le basette lunghe fino a metà guancia, che indossava stivaletti da cow-boy e portava la chitarra a tracolla, che cantando gridava e singhiozzava Elvis Presley. “È il nuovo astro nascente che esalta le folle con la sua voce e le vibrazioni della sua chitarra, e scuoterà milioni di giovani in tutto il mondo”. Fin da subito nacquero i cosiddetti ‘fan-club’ che accoglieranno genti di tutte le razze e tutte le età sotto il segno della nuova musica nascente, il Rock’n’roll che riprendeva, con assonanze diverse, il vecchio Boogie-woogie. Inutile dire che tutta la musica ne fu condizionata, stravolta da un terremoto che spazzò via il vecchio e riempì i suoi spazi di elettrificazione e bombardamento percussivo. La musica ‘rock’ che usciva dai moderni Juke Box era travolgente, si era appropriata della canzone tradizionale, rendendola certamente più ‘grintosa’, ‘spingente’, volutamente ‘trasgressiva ’. Ecco, se c’è una parola che più rende il senso di quello che era diventata la musica in quegli anni non poteva che dirsi ‘liberatoria’, perché disubbidiente e, in un certo senso, ‘provocatoria’. Ma allo stesso tempo e per moltissimi aspetti era anche ‘straordinaria’. Basti qui ricordare che oltre al grande Elvis altri nomi si affacciarono alla ribalta: The Platters, Bill Haley, Little Richards, Pat Boone, Chuck Berry, Fats Domino, The Beach Boys, ed altri, tantissimi altri che sarebbe impossibile qui elencare, la cui eco delle loro voci e dei loro straordinari strumenti, giunge fino ai nostri giorni. Un film su tutti: “Il delinquente del Rock’n’roll” con Elvis Presley, scatena una vera e propria ‘rivoluzione’ in termini, dando il via al più colossale fenomeno sociale mai visto. Una generazione di giovani si riconosce in lui, si veste come lui, si atteggia come lui, porta i capelli come lui, si scatena nelle strade alla sua musica, entra per la prima volta nei bar, fonda club, dà luogo al più grande fenomeno commerciale e sociale che si fosse mai visto. Beniamini della canzone, e attori del cinema indossano blue-jeans e giubbotti di pelle, si lasciano crescer i capelli, masticano chewing-gum, bevono Coca-Cola, mangiano pop-corn, chiamano le loro coetanee ‘pupe’, si atteggiano al volante di auto, di moto di grossa cilindrata, affrontano la vita ‘on the road’ su imitazione del loro beniamino Jack Kerouac, scrittore, poeta e pittore considerato uno dei maggiori e più importanti scrittori statunitensi del XX secolo, nonché padre della cosiddetta “Beat Generation” che, nei suoi scritti, relativi a tutto un gruppo di poeti statunitensi, esplicitò le idee di liberazione, di approfondimento della propria coscienza e di realizzazione alternativa della propria personalità. Qualcosa di più di una semplice infatuazione, che diede luogo a un fenomeno collettivo che aprì le porte ai più giovani all’alcool e alle droghe che li porteranno alle nevrosi e alla depressione, ma anche all’esaltazione del ‘macho’, del ‘superman’ ed altro ancora e che raggiunse, in certi momenti, vertici impressionanti riversatisi poi sulle generazioni successive. L’ondata di ‘revival’ cui assistiamo oggi, nel processo del divenire storico, si ripresenta più come ‘nostagia’ di quegli anni che come moda a sé stante. Sembra più una fuga dalla storia che dovremmo scrivere, ma di cui ci manca la creatività e soprattutto il coraggio. Ma che è anche “un modo per riappropriarsene, uno stratagemma per vincere la consumazione del tempo” (Argan); un voler sottolineare che le stesse cose tornano solo in quanto diverse, nel momento in cui le difficoltà sembrano prevaricare su tutto, che accresce le perplessità sulle linee da seguire e che disorienta le nostre scelte, per riversarle in fattibili travestimenti del consumismo. In fondo il ‘rock’, pur osservato nelle sue differenziazioni, non è mai cessato di esistere, dal fatto che vi si riscontra per via della continuità ininterrotta del suo successo: si pensi al gruppo dei Rolling Stones ‘grandissimi’ che, proprio in questi giorni, celebra i 60 anni della sua formazione. Una serie di film e commedie musicali abbastanza recenti, inoltre, hanno riportato gli anni ‘50/’60 in auge e vale qui la pena di elencarli: “American Graffiti”, “Stardust”, “La febbre del sabato sera”, “Hair” “Grease”, “Godspell”, “Orfeo 9” (unico in Italia), “Jésus Christ Superstar”, “Cats”, che gli autori ci vanno riproponendo come di un ‘tempo’ ormai sospeso nell’aria, osservato nel riflesso del ricordo, pronto ad essere rivalutato da nuove esperienze; quasi lo si volesse riscattare, in un momento di vuoto creativo, per i suoi valori musicali e di costume, precocemente lasciati per la fretta ‘liquida’ di superare i tempi. Avrei voluto qui elencare i gruppi ‘rock’ che hanno fatto la storia del Rock in quanto fin troppo noti, e i tantissimi album ormai introvabili che si possono cercare su You-Tube. In fondo, va detto, che volente o no, mi sono proiettato nel pieno di un ‘revival’ nostalgico di certi anni passati un po’ polverosi, tuttavia ancora scintillanti di musica fortemente creativa che vi invito ad ascoltare e sono certo che ne rimarrete affascinati, per accorgervi poi che sono ancora quegli anni... “i frenetici anni ‘50/’60” che tutti noi, fanatici e non, non potremo mai dimenticare.

(continua)


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