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’Dialoghi della sedia’ un libro di Chiara Serani - Anterem 2

Argomento: Libri

di Giorgio Mancinelli
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Pubblicato il 07/10/2023 05:27:42

‘Dialoghi della sedia’ … per una teoria scrittoria radicale.

Un libro di Chiara Serani – Anterem 2023.

 

Quand’ecco al centro della scena aperta s’accende un occhio di bue a illuminare una Thonet Dijon in solitaria presenza, era già lì ma nessuno sembra se ne sia accorto. La sedia, non ha alcuna ragione di farsi notare, sì che può restarsene in silenzio immersa nel buio della propria esistenza e oltre, senza scomporsi, senza distinzione di sorta, per un tempo lungo capace di accogliere ogni variare generazionale di attori/attrici che s’avviluppano nelle parole, nell’affabulazione delle loro afflizioni. L’azione s’avvale di rumori, scalpiccii, uno sciame di parole confuse che improvvisamente tacciono per la presenza oggettivante di una di esse...

 

Sono seduta su una sedia. Sono completamente vestita: cappello, sciarpa, maglione, guanti, collant, stivaletti. Mi tiro su il maglione per mostrare il reggiseno. Poi tiro su la gonna per mostrare le mutande.

(Applausi del pubblico pagante.)

 

Non c’è che dire, già nel titolo e poi addentrandosi nelle pagine, viene spontaneo pensare a un copione scritto per uno spazio immaginario e/o immaginato, in cui l’autrice Chiara Serani, mette in scena ‘il tutto e il niente’ di un dialogo fluente con la ‘sedia’, identificazione neo-espressionista che attraversa il fenomeno generazionale dell’interdisciplinarietà, di grande attualità, tesa a mostrare collegamenti e rotture operate dal decostruzionismo …

 

Sono seduta su una sedia. Sono nuda. / Ho in grembo un libro scritto e illustrato dall’altra donna che è qui. Raccolgo (sul pavimento) le forbici e comincio a tagliare con molta cura, una a una, le belle pagine lucide. / quando ho finito riprendo le pagine, una a una, e me le attacco sul corpo col fissante per filettature. / Le attacco una a una, partendo dalla pelle più tenera, i seni, l’interno coscia… ovunque, finché non sono interamente rivestita di pagine. Poi le stacco, una a una. La pelle si scortica. L’avevo calcolato?

 

Si è detta una ‘teoria scrittoria radicale’ di un certo fare teatro ‘per opposti’, ma anche da punti di vista diversi, per così dire ‘altri’, improntati sulla visualizzazione onirica interattiva applicata a una ‘performance’ d’arte visiva inclusiva (body-art, tattoo, digital-art ecc.). Tuttavia, senza uscire dall’ambito letterario-teatrale, pensiamo ad Artaud, a Genet, alla neoavanguardia di Carmelo Bene, in cui la priorità individualistica dell’attore riempie il ‘vuoto’ scenografico…

 

Sono seduta su una sedia, leggermente di lato perché alla mia sinistra c’è un uovo. Sono nuda, ma ho una mitria papale sulla testa, in grembo un libro. Covo la schiusa.

 

Individualismo che ha riempito i teatri di mezzo mondo, dall’espressionismo astratto di Julian Beck e il Living Theatre, alla sperimentazione sonora di John Cage, alla Modern-dance portata sulla scena internazionale dall’inimitabile Pina Bausch, maestra della coreografia contemporanea. Più difficile è rintracciare una qualche priorità, o meglio un distinguo apotropaico che serva ad allontanare o ad annullare un qualche influsso malevolo e/o benevolo che sia, per tornare alla nudità ancestrale del corpo, in un certo senso per riappropriarsene, riassumere la propria espressività basata sull’improvvisazione dell’azione e sul coinvolgimento. Una forma conosciuta come “happening”, dal suo ideatore Allan Kaprow che nel 1956 immaginò un’arte nuova che contemplasse vista, suoni, movimento, persone, odori, ogni sorta di materiali e oggetti…

 

Sono seduta su una sedia. Sono nuda … Sul pavimento, una matassa di filo spinato. Provo a dipanarla, mi graffio le mani. Attacco a lavorare il filo. La matassa, ancora mezzo arrotolata, si dimena in ogni verso come una molla e mi scorre a fatica sulla coscia sinistra, … morde la carne, la unghia.”

 

Oggetti che ritroviamo in uso, fra tensione e distensione in questo “Dialoghi della sedia”, come esibizione di vita e inquietudine personale, dove la tipologia da ferramenteria s’intreccia con oggetti d’uso casalingo, (sedia, catino, forbici, coltelli, ferri da calza, chiodi, spille, piercing, ecc.), e quant’altri propri della macelleria (animali vivi e morti) che estendono il sopravvento prevalentemente sull’intenzionalità, contribuendo a rendere lo ‘spazio’ teatrale, una sorta di ambientazione speculare coreografica del corpo immerso nell’ambiente, in cui il tempo subisce a sua volta una sorta di dilatazione spaziale (immobilità, azione, lentezza, iterazione) che sottolinea il carattere rituale della scena…

 

Sono seduta su una sedia, la loro. Disposti tutt’intorno a me ci sono un bambolotto nudo di plastica rosa, un bisturi, dei rotolini di carta bianca su cui sono tracciati in oro caratteri e simboli che non conosco, colla a pronta presa, chicchi d’uva, unghie, vecchie monetine, cantucci di pane, un osso di agnello. Raccolgo il bambolotto, non ha i genitali ma ha la pancia sporgente e vuota. Afferro il bisturi tra pollice e indice e medio, procedo alla laparotomia. Prendo i rotoli le unghie, il pane, le monete, l’uva e l’osso, riempio la pancia. Suturo la ferita con la colla.

 

Al dunque, una ‘teoria scrittoria radicale’, intenta a costruire e decostruire, come per l’esperienza ‘fluxus’ in cui l’energia del fare accoglie elementi rivelatori di emozioni primarie proprie del disimpegno e/o della conflittualità interiore, in particolare della contaminazione, della collisione fra spettacolo (di se stessi) e mass-media (simulazione applicata), di quella che si direbbe in un certo senso la ‘naturalità’ di un fenomeno e l’ ‘artificialità’ del procedimento esteriore. Come di qualcosa che in effetti non c’è ma che la si può pensare e/o reinventare ogni volta (ad ogni pagina) come collaterale di un ‘fare teatro per opposti’, di un procedere a sbalzi fra azzeramenti e ritorni, ridurre cioè la narrazione a consonanze e dissonanze poetiche (?)…

 

Sono seduta su una sedia. Sono nuda. Ho un gomitolo di lana viola nella vagina, sostenuto dal pavimento pelvico. Scorgo il capo della fibra che spunta, lo tiro un po’. Per terra, davanti a me, è ammassato un cumulo di vecchi ferri da maglia … In questa posizione il gomitolo preme alle pareti. Alla fine, raggiungo i ferri e comincio a dipanare, lenta, il filo. Lo lavoro. Ne traggo un informe umido, finché la lana non è del tutto esaurita. Lo adagio a terra. Si spengono le luci.”

 

Da qui quel senso fra l’afflizione e l’inadeguatezza sul piano della definizione patologica del presente, in cui si ipotizza una qualche anticipazione e/o posticipazione del ‘tempo piano’ o ‘assenza di tempo’ all’interno di un ‘continuo’ che non prevede forme o schemi, cornici e impalcature, né arredi o scenografie teatrali; bensì una ricerca infinita (onirica) del proprio ‘io’ e/o di un ‘loro’, come modo di essere in consonanza e in discontinuità col reale. Nonostante la precarietà dell’approccio psicologico-identitario di occultamento e/o esposizione, quanto si addensa in queste pagine, per quanto si voglia cercarne il senso, esibisce indubbiamente un potere regressivo per definizione, le cui dicotomie fra l’una e l’altra parte del testo risultano fittizie…

 

Sono seduta. Sono di spalle, proprio come la sedia, la testa leggermente china in avanti, le gambe accavallate, le mani sul ginocchio destro. Sono nuda. A nude on a Coca-Cola chair.

 

Ancor più messi di fronte al ridimensionamento attoriale che approda al gender-queer di quanti non riconoscono in generale il concetto stesso di identità di genere...

 

È accovacciato carponi sotto la sedia, la sua. È nudo. Procede a quattro zampe girando intorno all’impazzata come un cane che rincorra la coda, la sedia ben salda sulla schiena.

 

Sebbene non sfugga la volontà autoriale di operare una liberalizzazione da un codice e da uno stile artato, sia sul piano del privato esistenziale che del confidenziale femminile, in quanto simboli e/o archetipi precostituiti, si assiste qui a un gioco combinatorio di reciproca contaminazione fra autrice-attrice, in cui si affabula soprattutto d’angosce esistenziali che si protraggono dalla prima all’ultima pagina (scena), in cui le “azioni a più voci” si incontrano, si sovrappongono, sospese infine sul proprio autoannullamento, seppure entro una credibilità ‘estetica’ e uno stile ‘identificabile’, in cui l’autrice dimostra la sua capacità di giocare col ‘vuoto’…

 

Quand’ecco sul finire l’occhio di bue torna a illuminare la sedia vuota, una Thonet Dijon di ottima fattura usurata dal tempo, unica e vera protagonista della messinscena...

 

(Applausi del pubblico pagante.)

 

L’autrice. Chiara Serani si occupa di ricerca in letterature straniere moderne, traduzione e teorie radicali e scrittura, con particolare interesse verso la poesia anglofona moderna e contemporanea. È autrice di alcune monografie critiche su diversi autori e di numerosi saggi. Attualmente è docente di Lettere e lavora come traduttrice freelance. “Dialoghi della sedia. Azioni a più voci” è la sua prima raccolta poetica.


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