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Dialetti

Argomento: Letteratura

di Danilo Mar
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Pubblicato il 08/05/2011 21:58:05

Affrontiamo il discorso dei dialetti italiani.
Possiamo dividerli in gruppi:

1. dialetti galloitalici (Piemonte, Lombardia, Liguria, Emilia e Romagna);
2. dialetti veneti;
3. dialetti toscani:
4. dialetti romaneschi;
5. dialetti centromeridionali;
6. dialetti sardi;
7. dialetti ladini e friulani.

Sono 7 gruppi che a loro volta hanno dei sottogruppi e, in modo più marcato, i gruppi 1 – 5 – 7.

Partiamo dal gruppo numero 1, ovvero i dialetti galloitalici. Essi riguardano il nord Italia ed il confine lo possiamo immaginare come una linea che dalla punta più a levante della Liguria – dove confina con la Toscana - arriva fino al confine tra Romagna e Marche.

Questa linea di confine separa – idealmente – i dialetti del nord da quelli centromeridionali, escluse quelle regioni che fanno testo in proprio e che sappiamo essere Veneto, Toscana, Lazio e Sardegna.

Caratteristica dei dialetti del nord è la perdita di vocali e consonanti nel comune parlare. Al contrario, nei dialetti centromeridionali s’è portati di più al raddoppio delle stesse, più nel meridione che nel centro. Nel quale centro, nei dialetti, si è portati a confondere la “T” con la “D”, la “C” con la “G” e la “S” con la “Z”.
Tanto per capirci: Macerata diventa “Magerata”! Aranciata diventa “arangiata”! Senza diventa “sensa” e lavandino diventa “lavantino”.

Ma queste differenze sono solo fonetiche perché quando vanno a scrivere, tutto torna a posto.

Tornando ai dialetti del nord di influenza galloitalica, c’è da dire che questa influenza la ritroviamo nel Principato di Monaco, nel Cantone Ticino ed in alcune enclave meridionali situate in Sicilia e Basilicata. Anche in Sardegna – che pure ha un suo proprio gruppo di dialetti, troviamo enclave galloitaliche. Esse sono presenti nelle isole di San Pietro e Sant’Antioco. Vedremo in seguito come si sono formate.

Per quel che riguarda i dialetti veneti, li ritroviamo in Istria, questo perché l’Istria è stata italiana per molto tempo ed ha influenzato anche le regioni interne di Slovenia e Croazia – un tempo tutta Yugoslavia.

I dialetti centromeridionali hanno influenzato la Corsica. Soprattutto i dialetti umbri. Infatti c’è molta assonanza tra la fonetica corsa e quella umbra: “u populu corsu, anch’ellu ha dirittu a parlà” è un detto popolare per rivendicare l’indipendenza corsa dalla Francia. Ora se analizziamo il testo e lo confrontiamo con un testo umbro centro-meridionale, ovvero da Foligno a Terni, le somiglianze si notano: “piju nu turturu e te scocciu lu mellone”, (prendo un bastone e ti rompo la testa) le assonanze in “U” sono imbarazzanti! Poi, altra cosa che ci dice di un rapporto tra la Corsica e l’Umbria, sono le città. Ben due città corse, Bastia e Calvi, le ritroviamo in Umbria. Di Bastia abbiamo già accennato e si trova in provincia di Perugia. Di Calvi dico che il dialetto calvese risente dell’influenza romana e quindi oltre ad usare molto la lettera “U” per chiudere le parole, difetta della doppia “erre”, come i romani, quando parlano. Ecco allora che “RR” diventa “R”, terra diventa “tera”. Con una aggravante: la erre viene raddoppiata dove non serve. Ed allora “la famiglia Ferrante abita in via Taro”, foneticamente per i calvesi diventa “la famiglia Ferante abita in via Tarro”! E vi può capitare, come è capitato a me, di ascoltare una telefonata di questo genere: una signora da un telefono pubblico stava dettando un indirizzo e <esatto, famiglia Ferante, via Tarro. No, Ferante con due “ ere” e Tarro con una “ere”>. Mi posso immaginare la faccia del ricevente la telefonata!

Abbiamo accennato ai dialetti sardi e ladini, ma è sbagliato: bisogna parlare di due vere e proprie lingue.

La lingua sarda è divisa in due sottogruppi:

1. sardo settentrionale;
2. sardo centromeridionale.

La lingua ladina ha tre sottogruppi:

1. ladino dolomitico, che si parla a cavallo delle province di Trento, Bolzano e Belluno;
2. ladino friulano, in Friuli;
3. ladino romancio o grigionese che si parla nel Cantone dei Grigioni, in Svizzera.

Torniamo alla lingua sarda e ai suoi 2 sottogruppi. Quello settentrionale è anche detto logudorese ;
quello centromeridionale è detto campidanese.

È questa la divisione per così dire “storica” della lingua sarda. Ma oggi, per semplificare, s’è portati a dividere la lingua sarda in 5 sottogruppi:

1. nuorese, parlato nella parte centrale dell’isola;
2. gallurese, parlato nella parte nord orientale;
3. logudorese, parlato nel centor nord;
4. sassarese, nella città di Sassari e dintorni;
5. campidanese, parlato nel sud dell’isola.

Tra questi sottogruppi il logudorese è quello che meno di tutti ha risentito delle influenze esterne, ovvero continentali. Chi ne ha risentito di più è il campidanese e, in tono minore, il gallurese. Ciò è dovuto alla forte spinta turistica che porta sempre più gente continentale ad eleggere la Sardegna come seconda zona di residenza.

Ma la storia della lingua sarda viene da lontano ed ha subito diversi influssi. Nell’VIII secolo a.C. l’isola fu colonizzata dai Fenici per poi passare nel VI secolo a.C. ai Cartaginesi. L’influsso punico – non alterò una cultura sarda già radicata, tanto è vero che Cagliari mantenne il suo nome “Kalaris” e i Cartaginesi non fecero nulla per incidere sulla lingua. Resta il fatto di una occupazione e qualche riflesso ci sarà pure stato.

Abbiamo poi l’influsso greco-bizantino. Sicuramente Olbia fu colonia greca, così come Sant’Antioco dove le chiese denotano una spiccata architettura greco-bizantina.

Influsso germanico: quello che meno ha inciso nella lingua sarda. Il suo passaggio non fu avvertito dagli isolani e solo studiosi attenti ne vanno alla ricerca di tracce labili.

Influsso arabo: anche questo incide poco ma certamente più del teutonico. Gli Arabi fecero incursioni nell’isola intorno all’anno 1000 per l’esattezza nel 1015 e sicuramente è araba la città di Arbatax, che vuol dire “14”. La spiegazione di questo nome sta nel fatto che in quella zona era posizionata la 14esima torre nautica di avvistamento. Spiegazione che non mi convince ma che prendo per buona. Se qualche amico sardo ne ha una più plausibile e documentata, tanto meglio.

Influsso catalano: gli Spagnoli occuparono l’isola dal 1323 al 1478. l’influsso è molto forte perché gli occupanti imposero la loro lingua. Ciò comportò la traduzione di tutti gli atti amministrativi e tutti i decaloghi di legge. Gli Spagnoli fecero quello che sapevano fare: colonizzare! Ma lo facevano con la leggerezza latina e non con la determinazione inglese. Ma questo non c’entra un accidente.

Siamo all’influsso italico: già prima degli Spagnoli le Repubbliche marinare di Genova e Pisa erano sbarcate in Sardegna. E vi era tra l’isola e le due Repubbliche un forte scambio economico che portò maestranze pisane e toscane in genere ad insediarsi sull’isola radicando ed incidendo il toscano ed il sardo. Poi col Regno dei Savoia l’incidere fu quasi legislativo.


Da anni in Italia si dibatte a proposito dei dialetti: dialetti si o dialetti no? Io sono per il SI! Credo che essi siano ricchezza e che la nostra storia e cultura non può farne a meno.

Tra le varie forme dialettali, quella più fortunata è stata quella toscana e fiorentina specialmente. Il perché va ricercato nell’ampia produzione di quelli artisti e – in particolare – della triade inarrivabile: Dante, Boccaccio e Petrarca. Tre campioni di questa stazza e contemporaneamente, è cosa rara. Le fortune del dialetto toscano nascono da qui! E con l’affermarsi del modello Toscano, anche chi toscano non era, era portato ad andare in Toscana e scrivere con quel modello di scrittura. Un esempio è il Boiardo, Emiliano, che si trasferisce in Toscana per meglio capire questa nuova lingua.

Nel prossimo post tratteremo le minoranze etniche italiche, anch’esse coinvolte nel bailamme delle lingue e dei dialetti.

Sono d’obbligo i ringraziamenti a due persone più una che mi hanno fornito notizie utili a questo post. E rispettando la rigidità alfabetica dico grazie al Professor De Robertis che, quando non è invasato di politica – e quindi non litighiamo – sa essere persona splendida! Ma si sa: la perfezione non è di questo mondo!

E grazie anche al signor Marongiu, conosciuto occasionalmente. E ringrazio il Padreterno di averlo incontrato perché mai m’è capitato di conoscere una persona più attenta e precisa nelle sue ricerche. La mia post-fazione ad una sua dispensa ha gratificato più me che lui.

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