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Riflessioni di uno scrittore con le scarpe rotte23

di Stefano Saccinto
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Pubblicato il 01/12/2011 11:18:44

La prima volta che maturai la convinzione di essere speciale fu intorno ai cinque o sei anni. Dev’essere l’età in cui succede a tutti. Mi accadde guardando le stelle. Per tutta la vita mi posizionai controcorrente per raggiungere qualcosa di diverso rispetto a tutti gli altri e per vedere confermata la mia idea di essere speciale, sempre tenendo a mente la consapevolezza che mi illuminò l’infanzia. Adesso ero un uomo sposato, con figli, con problemi di lavoro, una laurea inutilizzabile presa per ripiego, residente in una casa prestata dai genitori e che stava ormai per diventare uno scrittore stitico che sapeva solo accatastare altra merda sulla propria condizione di infelice. La vita mi aveva devastato. Come aveva fatto con tutti quelli della mia generazione. Io non ero immune alla normalità, non ero un essere speciale. I posti che non avevo visto non li avrei visti mai, le persone che non avevo conosciuto non le avrei conosciute mai, i libri che non avevo letto, non li avrei letti mai più. Questa era la vita. Gli dei mi avevano ingannato. Io mi ero ingannato con l’intrico di miliardi di contraddizioni. Mi sottrassero definitivamente le fruste ed io sprofondai nel terrore più completo della realtà, sentendo la mente ogni giorno più fragile e più vicina a subire un collasso.
La prima causa della mia rovina fu l’omicidio, che avvenne in quel periodo, di mio cugino di Melito, ucciso dalla camorra a ventuno anni. Mio cugino di Melito era un bambino bello, quand’era piccolo, biondo e scuro di carnagione, con il muso in avanti rispetto alla fronte, e un sorriso spettacolare. Due anni lo mantenevano più piccolo rispetto a me, ma ogni volta che ci incontravamo, fin da bambini, aveva sempre qualcosa che io non avevo. La prima volta aveva una piscina gonfiabile enorme che aveva messo sotto un tavolo in cortile, dal quale si tuffava come fosse un trampolino. La seconda volta aveva una motoretta a benzina con cui girava per tutto il paese a velocità spregiudicata. E la terza volta, intorno ai quattordici anni, aveva un cellulare a cui stava appiccicato tutto il tempo anche se non lo chiamava nessuno perché erano davvero poche le persone ad averlo, a quei tempi. Per compensare la mancanza di chiamate, mandava a ripetizione le cinque o sei suonerie di cui l’apparecchio disponeva.
Mio cugino di Melito mi voleva bene e io gliene volevo, anche se litigavamo spesso. E litigammo l’ultima sera che stette da noi, quella volta a quattordici anni. Il motivo è così stupido che vorrei averlo dimenticato, ma purtroppo lo ricordo ancora. La ragazza che amavo troppo assai ci passò davanti mentre eravamo appoggiati alla ringhiera della villa e lui la chiamò con un’emissione vocale modulata sulla falsa riga di una gomma che si sta forando. Le fece – Pssssssss-. Non ci fu una discussione per gelosia e né un problema di mancanza di rispetto nei confronti della mia ragazza perché la ragazza che amavo troppo assai, quando lui forò verso di lei, quella sera, era stata la mia ragazza e non lo era più. Lo pregai quando la vedemmo da lontano e gliela feci vedere, dopo che gli avevo raccontato più o meno quello che era successo, di fare finta che fosse invisibile perché avevamo litigato e non ci salutavamo neppure. Non volevo che lei pensasse che volessi infastidirla, dal momento che aveva già allora il suo tipico contegno altezzoso quando era offesa e me l’aveva mostrato proprio la sera in cui ci eravamo lasciati. Non ci tenevo a rivederlo.
Per quel motivo io e mio cugino di Melito facemmo lite e per quel motivo non lo seguii a Melito per qualche giorno come gli avevo promesso e come avevo fatto altre volte in passato. In realtà non mi andava già da prima, ma il pretesto mi sembrò valido, anche se la mattina prima di partire ci mettemmo e piangere e facemmo pace. Lui mi pregò di andare a passare qualche giorno a casa sua, ma anch’io l’avevo pregato di non fischiare alla ragazza che amavo troppo assai. Non so se fui mai così testardo come quella volta, ma decisi di non andare a Melito, pensando che prima o poi ci sarebbe stata un’altra occasione per passare del tempo insieme.
Venne a trovarci qualche altra volta, ma ogni volta solo per un giorno e per un motivo o per un altro non ci parlammo più da quella mattina prima che partisse. Uno, finché si è vivi, è sempre convinto che prima o poi sistemerà le controversie con la gente a cui vuole bene e se ha un cugino con cui ha fatto lite, una volta, quando si era piccoli e stupidi, si aspetta che avrà l’occasione, un giorno, da grande, per dirgli – Ti ricordi, quella volta che facemmo lite per colpa della ragazza che amavo troppo assai? -. Si aspetta che potrà dirgli – Mi dispiace per non essere venuto a casa tua e averti lasciato andar via tutto triste e solo. So che cosa significa quando uno a cui vuoi bene ti abbandona -. E invece io non feci in tempo. Lui aveva ormai fatto le sue scelte peggiori, entrando a far parte del giro e prima che potessimo neppure immaginarlo, ce lo consegnarono morto, a voce, due carabinieri. Mia madre si premette una mano sulle labbra invocando la Madonna. Mio padre continuava a chiedere furioso – Cadavere? – come se fosse un’offesa pronunciata a danno suo dal carabiniere. Io avevo capito che era stato lui ad uccidere qualcuno. Pensai – Cazzo! –. Poi capii che, invece, era il contrario. E allora pensai – Cazzo! -. Avevano ucciso lui, il giorno della festa della mamma. Sua madre era venuta a trovarci e non ricevette neanche gli auguri. Provò a chiamarlo, ma lui non rispose per tutto il giorno. Mia zia sorrise, preoccupata – È strano, non se ne dimentica mai -. Non se n’era dimenticato.
Dapprima l’inquietudine che provammo, al di là del naturale dolore, riguardava il coinvolgimento della camorra. La lunga catena di vendette che la banda di Di Lauro aveva messo in atto in quegli anni, e di cui sembra che restò vittima anche mio cugino di Melito, era simile ad una guerra senza rispetto per il senso basilare di umanità. Le vittime erano spesso parenti innocenti dei nemici, subivano torture e morti orrende e sui corpi ammazzati venivano infine praticate ulteriori ingiurie. Una cosa vomitevole. Anche un boss mafioso potrebbe avere un minimo di dignità. Ma dimostrazioni in tale senso difficilmente si ottennero nella storia. E poi venne la rabbia per aver perso una persona a cui volevamo bene, per come l’avevamo conosciuta noi, che consideravamo nostra, nonostante tutto. Venne la vergogna per aver avuto paura quasi prima che dispiacere e tutta una serie di rimpianti e sensi di colpa. Fu un periodo di merda di quelli da definizione sulle enciclopedie.

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