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Riflessioni di uno scrittore con le scarpe rotte24

di Stefano Saccinto
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Pubblicato il 02/12/2011 09:08:27

Nell’arco degli stessi mesi, la seconda causa della mia rovina fu aver accompagnato la ragazza che amavo troppo assai a Milano per permetterle di testimoniare in tribunale a favore di una sua amica, quotidianamente stuprata, da bambina, dal nonno materno. Il processo si svolse con una raccolta di forti indizi a favore della deposizione dell’ex bambina quotidianamente stuprata, ma tra tutti gli elementi raccolti, non esisteva una sola, concreta, prova che incastrasse il nonno pedofilo, al punto che la ragazza che amavo troppo assai non era citata in qualità di testimone diretta di episodi di violenza o di intimità tra l’amica e il nonno, ma in quanto testimone delle crisi che l’ex bambina quotidianamente stuprata aveva avuto nel periodo dell’adolescenza, negli anni in cui le violenze erano ormai cessate da parecchio. A favore della ragazza testimoniarono anche uno fratello del nonno pedofilo e il pediatra che l’aveva avuta in cura quand’era bambina, nonché lo psichiatra che aveva seguito il suo caso. Il fratello del nonno pedofilo puntò la sua deposizione su una serie di episodi che denunciavano l’assoluta mancanza di pudore del soggetto, il medico curante espose le analisi condotte a seguito di una strana forma persistente di mal di pancia dalla quale era affetta l’ex bambina, di cui all’epoca degli stupri non si era trovata causa, e lo psichiatra delineò l’ossessione maniacale che l’ex bambina aveva nei confronti della pulizia, per cui arrivava a farsi un numero immane di docce al giorno e a lavarsi le mani di continuo, e tutta una serie di comportamenti inspiegabili in un soggetto con forme di disturbi diverse da quelle derivanti da un abuso subito nell’infanzia. In poche parole la dichiarò fortemente compatibile con il profilo di un’ex bambina quotidianamente stuprata.
I giorni del processo li passammo a Milano, a casa della famiglia della ragazza. Al tribunale, in occasione della deposizione della ragazza che amavo troppo assai, conobbi il pediatra dell’ex bambina e intravidi da lontano il pedofilo. Lo rimossi immediatamente dai miei ricordi, al punto che non avrei saputo riconoscerlo un minuto dopo. Ma rimase purtroppo impresso nei miei pensieri contro la mia volontà, quando l’ex bambina, fortemente insicura dell’esito che avrebbe avuto il processo, mi mise in mano tutte le deposizioni di cui era in possesso e mi costrinse a leggerle una ad una per convincermi che la sua storia era vera.
Cazzo, che nottata agghiacciante, passata sul divano in stoffa della cucina lontano centinaia di chilometri dalla voglia di dormire, a divorare le righe nella ricostruzione mentale di squallide stanze e viscide scene sepolte dal tempo, umanamente deplorevoli, in cui si erano consumate tragedie infinite. Stando alla deposizione di lei, l’ex bambina era stata usata come puttana personale dall’ignobile nonno che non si fermava di fronte a niente. Si affermava infatti che la moglie fosse a conoscenza dell’innominabile cosa e che episodi di violenza fossero stati praticati anche mentre la nonna dormiva accanto ai due. Mi veniva il vomito, ma di più era la rabbia. Ogni volta che raggiungevo un passo spaventoso mi mettevo una mano sugli occhi. Poi mi dicevo che non dovevo temere di guardare l’orrore. Era la vita, la parte più schifosa, ma temerla significava restarne soggiogati. E leggevo chiedendo alla mia mente di non immaginare. E poi mi costrinsi a non censurare niente perché la verità era la verità e andava guardata senza riserve. E così immaginavo l’ex bambina nella vasca da bagno e il nonno che faceva scivolare una mano dentro l’acqua. Non la lasciava in pace un momento. Mi chiedevo che gusto di merda potesse mai esserci, che godimento, che soddisfazione si poteva ottenere da una cosa simile. Mettere un dito nel culo di una bambina… se a me fosse capitato anche per un caso estremamente fortuito, me lo sarei staccato a morsi senza pensarci due volte. E poi tutto il resto.
Terminai la nottata con la testa tra le mani, le mani tra i capelli e le maledette lacrime che sgorgavano senza freno. Mi chiesi cosa avrei potuto mai fare io per l’ex bambina quotidianamente stuprata. Che ormai era diventata una ragazza. E che ragazza. Se non fosse stato per le cose fuori di testa che faceva per quello che le era successo da piccola, se la sarebbe voluta sposare qualsiasi principe.
Le letture su quel divano però non mi rovinarono solamente quella nottata. Si impressero nella mente come prova ormai certa dell’ingovernabile dannazione umana, della vacuità di fondo che potesse avere anche una mente apparentemente razionale. Il pedofilo, ad esempio, come faceva a rapportarsi agli altri? Come facevano a non accorgersi che fosse pedofilo? Non guardava in modo particolare i bambini, non era tentato di fare loro avances? E se lo faceva perché non lo scoprivano? E se non lo faceva allora sapeva quanto fosse orrendo quello che faceva e se lo sapeva perché non si uccideva o perché aveva superato il confine tra immaginarlo e farlo? E tutte queste cose.
Non ne venivo a capo. Passavo momenti interminabili a pensarci e poi smettevo. Poi riprendevo ancora e non capivo. Allora smettevo. La piccola scimmia delirante cadeva a terra accanto a me e io guardavo il suo piccolo corpo indifeso. Che cosa poteva spingere un essere senziente ad avvicinarsi ad un corpo del genere con delle intenzioni? Riprendevo a pensarci e il circolo di domande diventava sempre più assillante. Non c’era una spiegazione, ma le cose senza spiegazione erano sempre state la mia ossessione. A furia di farmi domande finì che non smettevo più di pensarci. Diciamo che mi occupai della cosa a tempo pieno perché aveva la sua cazzo di gravità. E quando mi accorsi che erano ormai giorni e giorni che ci pensavo ripetutamente, mi vennero i brividi e capii che avevo un problema: la mente si era bloccata sull’episodio e non progrediva di un solo passo, mi chiedevo perché mi avesse sconvolto così tanto quella storia, se di storie del genere era pieno il mondo. Forse fu la debolezza della mia mente in quel periodo, ma se un uomo del genere l’aveva passata liscia per tutto quel tempo, allora dietro il volto apparentemente innocente di chiunque, poteva nascondersi un pedofilo. Anche dietro il mio. E cominciai ad accusarmi. Per i continui pensieri sulla cosa, per aver immaginato le scene, quella notte, per aver avuto in dotazione un organo genitale e per essere stato un maschio. Mi accusavo perché sapevo cos’era il sesso, perché avevo normalissimi istinti sessuali nei confronti delle donne e perché avevo fatto sesso con la ragazza che amavo troppo assai quando lei aveva quindici anni. Ehi, ma io ne avevo diciassette. Non importava, ero colpevole di pedofilia precoce. La presenza della piccola scimmia delirante divenne un atroce tormento di cui non potevo liberarmi, come se respirassi veleno ma fosse l’unica cosa che si potesse respirare e dovevo respirarlo per forza. Il suo sopraggiungere divenne simile al grondare sangue delle pareti dell’infanzia: sapevo che stava per iniziare un incubo e che nessuno avrebbe potuto proteggermi. Soltanto io potevo salvarmi, ma non sapevo come.
Arrivai all’esasperazione quando compresi che la cosa non andava via per niente. Che era presente quando mi addormentavo e che si ripresentava immediatamente al primo battito di ciglia. All’inizio. Poi cominciai a passare le notti cercando di scavare con lo sguardo nel soffitto per trovare una via di fuga dalla mia mente. Decisi di parlarne con la ragazza che amavo troppo assai. Era una cosa estremamente difficile da delineare. Ci provai e lei capì subito: ero entrato nel panico. Mi ero immedesimato nel nonno pedofilo per capire cosa aveva potuto spingerlo a vivere quella vita disgustosa, ma non ero stato capace di mantenere le distanze emotive e così la mia sensibilità si era frantumata definitivamente.
Ero in preda ad una grave crisi di identità, ad una crisi letteraria, alle paranoie, all’insonnia, ad un esaurimento nervoso e a potentissimi sbalzi di umore che cominciarono a portarmi dal piangere per la disperazione più estrema al piangere per la commozione più sincera quando arrivavo a rendermi conto di non essere io il pedofilo della storia dell’ex bambina quotidianamente abusata. Una cosa da ridere. Se non fosse che stava capitando a me. Naturalmente imposi alla ragazza che amavo troppo assai di non lasciarmi assolutamente mai, nella vita, da solo con la piccola scimmia delirante, neanche quando avrebbe avuto trentacinque anni. Pensarci era troppo orrendo, che cosa cazzo accadeva ad una mente umana deviata, nel chiuso di quattro pareti. E mi tornavano in mente tutte le scene che mi ero costretto ad immaginare per andare incontro alla fottuta verità. Era necessario scoprirla tutta quella notte e tutta insieme? Piangevo in risposta alle mie domande. Ventitre anni e piangevo. Davanti a mia madre, davanti a mio padre, davanti a mio fratello e mia sorella più piccoli. E loro ridevano.
Quanto è fragile la mente umana e quanto ci si possa complicare l’esistenza io lo scoprii in quel periodo in cui affrontai due psicologhe e una neurologa, Mialin come tentativo di terapia in pillole e Tavor come terapia definitiva. Ero convinto che non sarebbero servite a niente. O furono loro o fu la mia stessa mente, ma poco per volta cominciai a dimenticarmi le risposte che avevo dato alle mie domande. Poi dimenticai le domande. Poi il motivo per cui me le ero fatte e alla fine tornai al punto di partenza ed ebbi solo quello che avevo cercato quella notte: la verità di quella assurda storia in cui il nonno fu dichiarato infine innocente dal tribunale di Milano. Ecco che cosa avevo fatto per l’ex bambina: avevo rischiato di impazzire. Poteva bastare per convincerla che le avevo creduto?
Da quella notte era passato più di un anno. In quell’anno dimenticai me stesso.

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