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Riflessioni di uno scrittore con le scarpe rotte27

di Stefano Saccinto
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Pubblicato il 05/12/2011 10:21:20

A rispondermi, prima fra tutte, fu la Palomar Edizioni. Di Bari. Bruciò tutti sul tempo. E forse anche sul resto, dato che non si fece sentire più nessuno. Ma, prima di loro, a chiamarmi fu una mia amica di Palese che non sentivo da almeno sette anni.
- Tu sei pazza - le dissi, soprattutto perché stavo dormendo ancora. Erano appena le undici del mattino. Non credevo neppure che avesse il mio numero, non la frequentavo già più quando ci fu l'avvento dei telefonini. Mi spiegò che le era arrivato il mio manoscritto. A lei? Dovevo aver sbagliato indirizzo. Mi chiese se l'avessi invitato alla Palomar. Le risposi di sì. Mi disse che in quel periodo stava lavorando lì, come segretaria. Mi vennero le lacrime agli occhi.
La mia amica di Palese l’avevo conosciuta nelle estati di dieci anni prima perché veniva ogni anno per quindici giorni a trovare un suo cugino che era il mio migliore amico di quei tempi. Andavamo insieme al mare, uscivamo la sera e la continua vicinanza me la fece diventare cara, al punto che non seppi più, verso i quindici anni, se fosse solo un’amica o cosa. Quello che mi piaceva di più di lei era che leggeva. E non scriveva. Era un genere raro di amico, dal momento che quasi tutti i miei scrivevano e non leggevano. E dato che leggeva, le avevo fatto leggere il mio primo libro inviandole un capitolo alla volta per posta. Mi disse che era bellissimo e non somigliava a nessuno di quelli che aveva mai letto e che sarei certamente diventato uno scrittore. Con il tempo avevamo smesso di scriverci e dall’epoca non ci vedevamo neanche più. Ogni tanto, presa dai ricordi, aveva riletto il mio libro e mi aveva inviato una lettera. Le avevo risposto per un po’ e poi non ci eravamo più sentiti.
Il fatto che adesso lavorasse alla Palomar e che la Palomar fosse una delle case editrici che avevo scelto per inviare L’era delle cavallette, mi sembrò una chiara dimostrazione che il caso, mio unico vero dio, si fosse finalmente deciso a imbastire la trama decisiva della mia storia. Gli elementi c’erano tutti: il testo più simile ad un romanzo che avessi mai steso, contenente per di più un solo errore, una casa editrice di Bari, di cui il mio paese era in provincia e la mia amica che poteva garantire sul fatto che fossi un grande scrittore.
Tutto sembrava come doveva essere. Ma non sapevo che influenza avesse lei sui grandi capi. Magari era fidanzata con il capo redattore. Mi disse che lei coi vertici c'entrava poco. Poteva provare a parlarci. Adesso vedeva cosa si poteva fare. Avrei voluto chiederle di entrare immediatamente più in intimità con qualche superiore, ma aveva già riagganciato. Con il testo nelle sue mani, mi sembrò di non avere più nulla da aspettare. Pensai che avrei rifiutato l'invito al Maurizio Costanzo Show e che non avrei accettato neppure le lauree ad onorem. Ero una persona seria, io. Lontana dalle televisioni e lontana dalle università. Peccato per quella maledetta laurea che ero stato costretto a prendere, fortuna volle che almeno non fosse in Lettere.
Parecchi giorni dopo mi chiamò un ragazzo. Era della Palomar. Avevano letto il testo. Erano rimasti entusiasti. Soprattutto per lo stile. L'avevo intuito io che era questione di stile, ah. Attaccò con una lunga trafila di parole che avrebbero commosso qualsiasi sensibile padre a vedersi così apprezzata la propria creatura. L'era delle cavallette. Accesi il computer, valutai il nome del file. L'avevo scritto io. Non c'erano dubbi. Mi annunciò che avrebbero pubblicato il testo. Bene. Bene, bene. Mi spiegò che però le case editrici, come io potevo già ben sapere, chiedevano un aiuto all'autore perché investire su un giovane era comunque rischioso. Ma qui si andava a colpo sicuro, eh. Beh, se si andava a colpo sicuro, l'aiuto a che gli serviva?
Sì, sì, vaffanculo, è il mio contributo che volete? E prendetevelo, qui si va a colpo sicuro. Il testo è... e attaccai a rievocare tutte le dolci parole che erano state pronunciate sullo stile con cui era stato articolato il testo. Come avremmo dovuto fare? Dovevo presentarmi lì. Al più presto. E il contributo? Dovevo portare assegni, il codice del mio conto in banca, lasciare la mia macchina come caparra? O vendermi direttamente momenti di deretano per la strada? Ne avremmo riparlato una volta lì.
Mi fiondai a Bari giusto il tempo di organizzarmi. Cioè quasi il giorno stesso. Salii nel bell'appartamento che erano gli uffici della Palomar. Uno scrittore stava appena uscendo con la sua bella copia rilegata in mano. Pareva soddisfatto. Lo salutai sorridente. Mi trascurò alquanto.
Ehi, coglione, sono uno scrittore anch'io, che cosa credi?
Guardai dentro. C'era un'enorme libreria sulla parete dietro al banco della segreteria. Due ragazze se ne stavano sedute dietro di esso. Qualcuno doveva aver loro parlato di me. Dovevano aver spiegato loro che quel giorno sarebbe passato dalla redazione il più grande scrittore vivente, nonché più affascinante. I polsi delicati presero a danzare nell'aria ravviando i capelli e il chiacchiericcio tra le due si fece concitato, mentre gli sguardi di sfuggita si succedevano a ripetizione, afflitti da un nervosismo teso alla ossessione di non fare brutte figure dinanzi ad un ospite così ammirato. Il più grande scrittore vivente, nonché più affascinante, ero io. Non c'erano dubbi. Puro talento selvaggio. Mi ero presentato come mi vestivo tutti i giorni. Con le scarpe rotte.
La mia amica di Palese non c'era. Non mi aveva più chiamato da quella volta. Qualcosa era andato storto. Forse si era lasciata col caporedattore con cui forse era fidanzata. Feci per chiedere di lei, ma il ragazzo che mi aveva telefonato giorni prima, accompagnato da una ragazza tutta sorrisi, mi venne incontro, allungando una mano.
- Tu devi essere... - mi strinse la mano calorosamente, tirandomi verso la porta aperta di una stanza - Abbiamo letto il tuo libro... - con la testa voltata nel vano tentativo di trovare quel volto conosciuto, mi lasciai trascinare.
- Devo farti i complimenti per bla bla bla, bla bla bla. Bla - forse lei era cambiata. Magari era una delle due che stavano dietro la scrivania. Certo che era cambiata parecchio, allora.
- Allora... - il ragazzo redattore attaccò con un discorso preso dalla genesi dei tempi su quanto fosse eccezionale lo stile con cui avevo steso il mio testo. Stava cominciando a convincermi.
Sulla scrivania campeggiava L'era delle cavallette. Era il mio. Non si erano sbagliati. Mi disse quello che potevamo farne. Ad esempio intrecciare i capitoli per confondere le idee ai lettori. Poi la mia sembrava proprio la sceneggiatura di un film. Magari potevamo proporlo ai registi baresi. Io pensai a uno di cui avevo visto un film. Glielo dissi. Mi dissero bravo. Naturalmente l'avrebbero presentato ai concorsi, alle riviste, alle librerie, al Papa, alla Madonna. Avremmo fatto una pubblicazione internazionale. Internazionale? Non mi sembrava vero. Ecco che cosa succedeva a scrivere qualcosa di genere e con un certo stile. Stavolta ci avevo visto giusto. Non come gli altri schifosi testi che non si capiva neanche di che genere fossero. A me non mi mancava saper scrivere. A me mi mancava che non avevo mai scritto una cosa ben delimitata in un genere definito. Dare una definizione precisa a tutto. Ecco. Scrivere qualcosa di definibile. Adesso l'avevo fatto. Ero uno scrittore.
Chissà se avevano trovato il mio errore. Chiesi se ne avessero rilevati. Mi risposero di no e attaccò a parlare la ragazza. Aveva uno sguardo ipnotico. Non era neanche bella, ma aveva un cazzo di sguardo per davvero strano. Non capii cosa disse, ma mi convinsi che dovesse necessariamente essere vero.
Nel frattempo si era aggiunto un terzo personaggio di mezza età con la barba bianca e un paio di occhiali da lettura sul naso. Un dottore. Forse avevano l'infermeria e ora stava senza fare niente ed era venuto a sentire di cosa parlavamo. Dal momento che aveva avuto la possibilità di stare a colloquio con il Tarantino della letteratura. Ero io.
- Bla bla bla, bla bla bla – la ragazza non si fermava mai. Quando si fermava e mi osservava, come se mi stesse concedendo la possibilità di dire qualcosa, interveniva il ragazzo. Spostavo lo sguardo su di lui e tutto ricominciava. Mi sembrava un racconto di Sclavi in cui le cose cominciavano a ripetersi senza tregua.
- Lo stile, lo stile – si esaltava il ragazzo.
- Lo stile, eh! - sospirava la ragazza.
Della storia non parlavano mai. Cominciai a strisciare le chiappe sulla sedia cercando di capire cosa fosse quella strana protuberanza che sembrava mi stesse solleticando l'ano.
- Lo stile - cominciò a cazzeggiare persino il dottore, vaneggiando con un fare alienato che mi ricordò il vecchio editore di quell'altra casa editrice di Bari che avevo incontrato anni prima, nella sua stanza piena di libri. Quello che aveva visto scritto cazzo, insomma. Questi almeno non mi facevano storie sulle parolacce.
Porca puttana troia! Mi piantai una mano sulle labbra. Non avevano trovato l'errore. Non facevano storie sulle parolacce. Non parlavano mai della storia. Guardai inorridito la faccia di ognuno. Potevano essere Visitors.
Chiesi se la scena in cui David McCarry litigava con il nonno a causa della ragazza non fosse fuori luogo. Si guardarono in faccia e restarono in silenzio per diversi attimi. Risposero che non era assolutamente fuori luogo, scuotendo contemporaneamente la testa. Bene. Mi portai la mano al petto. Sospirai. Sorrisi. Non era fuori luogo, anche se David McCarry non litigava con nessun nonno riguardo a nessuna ragazza. Non nell’era delle cavallette, almeno, ma in un Elanka Wwea che non avevo mai inviato alla Palomar. Loro non potevano saperne niente. Non avevano letto il libro. Annuii e pensai al da farsi. Una volta uscito avrei potuto tentare di rintracciare la mia amica. Per fare due chiacchiere sui vecchi tempi. Era un buon proposito.
Arrivammo al contributo. Lo chiesi. Mi sembrava come vagamente che stessimo perdendo tempo. La cifra si attestava intorno alla conveniente somma di cinquemila euro. Ne parlarono semplicemente come se ce l’avessero tutti. Come i denti, gli occhi, le unghie. Tossii. A me sì. Mancavano. Tossii ancora. Lo dissi più forte. Si zittirono improvvisamente. Poi buttarono le mani avanti. E ripresero. Stavolta a fargli forza si mise davvero d'impegno anche il dottore. Potevo fare un finanziamento, chiedere un prestito ai parenti oppure magari chiedere del denaro al mio comune che aveva fondi per la cultura inutilizzati e poteva fare un concorso ad personam per farmi ricevere quella cifra. A me già se li doveva fregare la nostra giunta, quei soldi. Ero proprio sfortunato.
Dissi che mi sarei organizzato. Lo promisi. Mi sarei fatto sentire al più presto, appena raccoglievo i soldi per la pubblicazione internazionale. E poi il film. La Palomar, le cose, o le faceva per bene o niente. Me ne andai contento come lo scrittore che era uscito quando io ero entrato. Le due ragazze pensarono: guarda quest'ennesimo decerebrato come si fa inchiappettare dalla donna dallo sguardo ipnotico.
- Fatti sentire, però... - mi aveva detto il ragazzo redattore con lo sguardo commosso, stringendomi le mani prima che andassi via.
O sto ancora raccogliendo i soldi oppure non ho più risposto alla Palomar.
- E tu fatti vedere, amico mio.

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