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Ogni lettore, quando legge, legge se stesso. L'opera dello scrittore è soltanto una specie di strumento ottico che egli offre al lettore per permettergli di discernere quello che, senza libro, non avrebbe forse visto in se stesso. (da "Il tempo ritrovato" - Marcel Proust)

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L’acchiappo

di Giampiero Di Marco
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Pubblicato il 02/02/2012 12:21:28

Perché vede signore oggi l’acchiappo non è affatto facile.
In verità facile non lo è stato mai, ma ora con l’età non più verde, occorre inventarsi sempre qualcosa.
Discute con garbo, seduto al tavolino d’angolo del bar di Subba, nella piazzetta che i cittadini di Lipari hanno voluto dedicare all’Arciduca d‘Austria, antico frequentatore delle Eolie ed estimatore, pare, delle selvagge bellezze locali.
Situazione logistica che gli consente uno sguardo strategico del corso, mentre lentamente inzuppa pezzi di brioche nella sicilianissima granita di caffé con panna.
E’ uno dei tanti naufraghi approdati in queste isole e qui restati.
Le isole da sempre attraggono un certo tipo di personaggi, deracinées, scampati a mille naufragi e fallimenti, alla ricerca dell’isola che non c’é.
Gesticola, muove le mani a sottolineare le parole. Dal modo con cui le usa, tradisce l’origine napoletana, veste di un casual colorito e sfoggia un’abbronzatura che sembra procurata da una lampada.
Maschio sciovinista, tipico rappresentante di una sinistra elitaria e decadente, come Rosencrantz o Guilderstern inviato in missioni sempre meno pericolose ha perduto l’orientamento.
Io ad esempio, continua, ho dovuto inventarmi, per sbarcare il lunario, l’acchiappo in libreria, una variante dell’acchiappo intellettuale.
La libreria di Belletti più che una libreria tradizionale è una miniera, entri e trovi cataste di libri tra le quali devi cercarti un passaggio per avanzare fino al bancone, dove sono esposti giornali e riviste.
Il locale è ampio e anche un po’ buio, un antro misterioso le cui pareti sono ricoperte da scaffali ricolmi di libri.
Una miniera perché a volte ti capita di trovare, dietro una pila di volumi, anche vecchie edizioni, ormai introvabili, ancora con il prezzo in lire, sopravvissute a tante stagioni.
In quello che appare un disordine, anche se forse un ordine (arcano per te) ci deve essere, sono ammucchiate le ultime edizioni, ma insieme ce ne sono anche di più vecchie, i titoli sono esposti in modo accattivante ma neanche Marco e Davide i giovani figli del proprietario potrebbero spiegarti perché il blu di Sellerio sta proprio lì e accanto magari un titolo di Feltrinelli o una nera Guida Chatwin.
Forse solo il vecchio Belletti potrebbe spiegarlo, l’ordine è il suo e obbedisce a un moto interno della sua sensibilità, mossa chissà dalla macchia di colore, dal formato, dal corpo tipografico, se non da un intervento ultraterreno del protettore dei librai e dei bibliofili, il buon Anatole France tramite l’accademico Bonnard.
Comunque nel caldo estivo la libreria e la sua penombra complice sono un rifugio sicuro. Avanzi cautamente nella ressa fino alla mattonella giusta, posta in un preciso punto di fronte al bancone, che tu sai ricevere il soffio gelido dell’aria condizionata.
Ti piazzi e scorri con fare distratto le pagine di un giornale, scambi qualche parola con Roberto, il non più verde giovane di bottega che sbriga con celerità lo scambio di giornali e riviste contro monete, di cui è fatto gran parte del suo lavoro quotidiano.
Ti guardi intorno, ecco la bella pensierosa, col ditino sulle labbra, eccola la scosciata abbronzatissima, un tantino stagionata ma ancora potabile, con gli occhiali da sole rialzati sui capelli, scorrere con fare smarrito una fila di volumi.
Che giornale ha comperato, quale rivista, anche se puoi andare sul sicuro, tanto quelle di destra non leggono.
Per quanto anche con la destra colta non mi sento a digiuno, posso sempre parlare di Xavier de Maistre e del suo Voyage, oppure sempre verde citare Il tramonto dell’occidente di Spengler, ho letto perfino Piccoli borghesi di Drieu La Rochelle e avrei molto da dire sulla Ubermenscheit. Forse con una di destra sarebbe anche più facile, al liceo eravamo un circolo chiuso nel quale non si poteva essere ammessi se non si era capaci di distinguere almeno tra Arriano, Appiano, Ammiano, Aviano, Oppiano e Avieno, basterebbe farla sentire entrata nel grande cerchio.
Posso aiutarla signora la vedo incerta, ha già un libro in testa o posso permettermi un suggerimento, ti lanci, cercava qualcosa di preciso?
E lì butti giù la prima citazione.
Io in genere parto con Bulgakov, le donne lo trovano irresistibile.
Sono il gatto di Woland, dico, ricorda Il maestro e Margherita?
Il gatto che riporta il manoscritto che lo scrittore aveva bruciato, i manoscritti, sa, non bruciano mai.
E via, ormai sei lanciato, la citazione ti permette di spaziare sugli scrittori russi, sulla letteratura sovietica, Zdanov, forse sul concetto di estetica nel marxismo, forse qualcuno conosce ancora Lukacs, forse qualcuno consoce ancora la biografia di Trotszkj di Isaac Deutscher, magari anche il Gramsci di Valentino Gerratana.
Puoi buttare lì con nonchalance il Griboedev di Che disgrazia l’ingegno. Arrischiare Solokov e Il placido Don e perché no, anche il dottor Zivago e il Pasternak poeta o Evtuschenko. Da quando ho cominciato a fare il book promoter ho preso l’abitudine di spingere la lettura di Cataluccio, forse di là è, o era meglio, sul serio. Con Cataluccio posso spaziare sul mondo slavo, ebreo ashkenazita, tra le lingue polacca ceca, yddish, russa e oltre.
Il gatto di Wooland poi mi permette anche di scivolare in una serie di citazioni dal povero come un gatto del Colosseo, al magro come un gatto d’agosto, e di qui passare magari al gaddiano Ingravallo, o alle strane dicerie che contristano i Bertoloni.
Oggi va di moda citare Zafon, naturalmente in lingua castigliana, La sombra del viento, e la libreria dei libri perduti e la Barcellona notturna cantata anche da Montalban, Valvidrera e le ramblas, la cucina catalana e gallega, le variazioni della paella, il vero fidelì alla catalana e il jamon serrano. Siviglia e Granada, il flamenco e il canto yonde, e la poesia di Garcia Lorca e il ristorante Il Vaquero, frequentato dal poeta e oggi dal giovane principe di Borbone.
No quiero ver el sangre de Ignacio, né a las cinco de la tarde e neanche a la maňana, Hemingway e Fiesta, la fiesta de San Firmino a Pamplona, me perdirè en el tu pais moreno e di lì passi con naturalezza alla letteratura sudamericana. Cominci blandamente con Macondo che non delude mai e el colonel Buendia no tien qui le escribe, e la storia della candida Herendira, da Marquez a Rolo Diez, a Paco Taibo uno y dos, a Fuentes Padura e la sua Cuba maneggiona e infida, Jorge Amado e doňa Flor e i suoi due mariti.
E’ una fatica, gliel’assicuro, gli italiani poi, con la loro cronica incapacità di scrivere storie senza sdrucciolare nel lacrimevole, con l’intemperanza di una scrittura che vuole essere sempre d’avanguardia, con la ricerca spasmodica di un titolo che sia un ossimoro magari, ma comunque tu devi conoscerli, apprezzarli, a volte, suggerirli, l’Agnello e la sua zia, la Maraini, e un po’ di nebbia danubiana di una Trieste di ritorno, e marioceani caramellosi e scuri e Schnitzler, questo è d’effetto, Doppio sogno, e le edizioni Adelphi, Sandor Marai e quanti mitteleuropei santi bevitori vuoi.
Ti devi tenere aggiornato sulle polemiche letterarie, Scurati, lo Strega ormai è diventato un Campiello, l’ultimo Arbasino, finalmente sessualmente esplicito, qua e là anche Manganelli e persino Citati va bene.
Perché devi parlare sempre e in continuazione senza fermarti mai, e poi magari lasciar cadere il discorso sopra il silenzio incantato di Salina e il tempo, il diverso scorrere del tempo nelle isole, un tempo diverso da quello del continente, ha notato che qui scorre più lentamente?
Nel silenzio di Salina ho letto finalmente i frammenti dei Presocratici con il testo greco a fronte, L’Orestea e una volta anche Finnegans wake, potresti,a questo punto dato che ci sei, anche consigliare di affrontare Wittgenstein for beginners.
No, Tre metri sopra il cielo, no, La solitudine dei numeri primi, meglio il libro della figlia di Toni Negri, sa bisogna diffidare del successo di pubblico troppo facile.
L’aggancio è fondamentale, perché al consiglio, specie se accettato, deve seguire l’invito per una granita con panna, o un cannolo da Subba o magari la sera incontrarsi a Marina corta dopo cena al chitarra bar da Nicola, per un drink nello sfondo complice e ruffiano di una luna tonda appesa sull’isola di Vulcano e l’accompagnamento di qualche motivetto facile e romantico, oppure jazz, o magari la chitarra di Giovanni Ullu che canta blues con la sua voce negra e la compagnia di bevitori engagés da Dora sulla Marina lunga alla Luna quinta. Le parole volano e si inseguono nella notte ovattata di fine estate e la luna ocheggia sopra monte Rosa. Il whisky scorre a fiumi, la musica in sottofondo ti culla, qualcuno balla, qualcuno abbracciato si coccola nella penombra ruffiana. In un angolo seduto su un divano Kurt, con la sua barba da saggio, beve e dispensa pillole di saggezza a donne sull’orlo della menopausa che lo ascoltano con l’occhio liquido delle ultime occasioni.
Sa qui abbiamo fondato un circolo per la lettura aperta di Goliarda Sapienza con i migliori margaritas del mondo.
Da Dora è tutto un altro mondo, un porto di mare, con gli equipaggi delle barche che approdano ai pontili, le lingue che si inseguono, francese, inglese, spagnolo, ed Helène che viene dalla Bretagna e da Brest per rinfrescare il suo italiano e intanto ci ha donato il suo charmant pommehelène, succo di mela verde e grappa.
Insomma come vede signore, un gran sacrificio, un gran dispendio di energie intellettuali, ora adesso la prego mi permetta di leggere il supplemento letterario del Corriere, arrivederci.

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