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Breve la vita felice di un capo brigante

di Giampiero Di Marco
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Pubblicato il 04/03/2012 08:13:40

Breve la vita felice di un capo brigante
All’alba vennero a prenderlo. Damiano era già sveglio, non aveva chiuso occhio quella notte. Due guardie accompagnate da un frate, aprirono la cella ed entrarono, gli misero i chiavettoni ai polsi e lo fecero uscire nel lungo corridoio dei locali del carcere della fortezza di Gaeta. Lui davanti, le guardie appena dietro e il frate che chiudeva la piccola fila che continuava a recitare preghiere in suffragio della sua anima. Lo condussero su e poi fuori sugli spalti, fino a una larga piazzola dove già era schierata la piccola fila di sei soldati con il fucile, pronti per l’esecuzione. Un tenente della guarnigione lo aspettava per comandare il plotone. Damiano aveva in testa il suo berretto del corpo dei Cacciatori minturnesi, respirò a pieni polmoni l’aria salsa del mattino, si riempì gli occhi del mare che cominciava ad intravedersi nel chiarore dell’alba. Ebbe solo la possibilità di chiedere per favore di fucilarlo avendo di fronte a se monte Fammera e monte Redentore ma non gli venne accordata questa grazia. Lo fecero sedere su una sedia con le spalle rivolte verso il plotone e lo legarono. La cerimonia molto sbrigativa si concluse in brevissimo tempo. Plotone Caricate. Puntate, Fuoco. Cadde a terra colpito da almeno cinque delle sei pallottole, quasi tutti avevano mirato giusto. Il tenente si avvicinò e con calma estrasse la sua pistola e gli esplose un colpo alla nuca. Il corpo slegato dalla sedia da due inservienti del carcere, venne avvolto in un lenzuolo e condotto via, fino ad una fossa nel piccolo cimitero dei senza nome all’interno della fortezza. Aveva soltanto 28 anni.
Era il 7 ottobre del 1863. Uno dei primi ad essere giustiziato come voleva la legge Pica, emanata dal governo Minghetti appena il 15 agosto di quello stesso anno. Non che prima di questa legge non fucilassero egualmente i briganti come li chiamavano loro, i napoletani che ancora resistevano. Ma ora la legge giustificava in pieno i comportamenti dell’esercito italiano. Damiano Vellucci era stato un soldato di una guerra perduta e che lui aveva iniziato controvoglia. Era nato a SS. Cosma e Damiano piccola frazione di Traetto il 22 marzo 1835. Figlio di braccianti agricoli il padre si chiamava Giuseppe e la madre Rosalia Ionta, la casa della sua famiglia si trovava nella via detta della Cuparella. Si era presentato volontario, si volontario, però spinto a farlo da tutte le persone che contavano al paese a cominciare dall’arciprete a finire al sindaco e al notaio. Insieme a lui si arruolò anche il suo inseparabile compagno Angelo Mallozzi. Questo avvenne nel mese di settembre del 1860, quando già Garibaldi era giunto in Terra di Lavoro e furono inquadrati nella Brigata Lagrange costituita proprio in quel mese il giorno 15. La brigata doveva portare la sollevazione realista delle popolazioni contadine in Abruzzo. Questa strategia era molto cara a Francesco II, ma non ebbe molto seguito negli alti gradi del suo esercito e venne abbandonata quasi subito l’idea della guerra di guerriglia. Ecco perché i due amici si ritrovarono poi alla difesa del Garigliano nel secondo battaglione di Cacciatori.
Vieni, qui compare, disse Damiano, vieni a riposarti accanto a questo fuoco. E con questo fece posto ad Angelo Mallozzi, attorno al fuoco di bivacco presso il quale un gruppo di soldati cercava di riscaldarsi e di asciugare l’umido del fiume che impregnava e appesantiva le divise e il pastrano. Oggi gli ufficiali ci hanno fatto un culo quadrato, si lamentò Angelo, lasciandosi cadere sfinito accanto all’amico. Tieni mangia qualcosa, gli fece Damiano, cavando dal tascapane un pezzo di pane raffermo e un formaggio di pecora che lui aveva avuto da uno zappitto, un pastore del suo paese, durante il servizio di perlustrazione del giorno. Un altro soldato tirò fuori un fiasco di vino rosso che fece girare tra i commilitoni. La notte avanzava velocemente sul posto di bivacco dei Cacciatori del secondo battaglione, situato a poca distanza dalla torre di Pandolfo Capodiferro e dalla osteria del Garigliano, ormai chiusa e abbandonata. Il fiume ingrossato dalle piogge faceva sentire in sottofondo la sua presenza, con la forza della corrente che trasportava verso la foce e il mare ogni sorta di cose che aveva incontrato lungo il suo cammino, tronchi d’albero e materiale di risulta, travi di legno, assi, fascine. Il livello del fiume si era alzato e ormai era quasi all’altezza degli argini, se il tempo avesse continuato a peggiorare di sicuro ci sarebbe stata un’esondazione. Come tutti gli anni del resto. Il Garigliano è un fiume cattivo e insidioso, ricco di acque che vengono giù dalle montagne attorno a San Germano, un anno si e un altro pure provocava inondazioni e disastri nei terreni posti sulle due sponde, specialmente verso la foce dove ora erano acquartierati i soldati dei due eserciti contrapposti. L’armata napoletana, dopo la battaglia del Volturno e la resa di Capua, si era ritirata sul Garigliano ed aveva scavato trincee, allestito fortificazioni e postazioni d’artiglieria e aveva anche distrutto tutti i ponti e le scafe sul fiume, dalla foce fino a Pontecorvo. Non si erano sentiti di distruggere però il ponte sospeso di ferro alla foce. Questo, che era sempre un vanto dell’ingegneria napoletana, venne solo privato della pavimentazione di legno. Il giorno prima, il 27 ottobre Francesco II, insieme al comandante dell’armata il generale Salzano, aveva passato in rassegna le truppe schierate a difesa del Garigliano sulla sponda meridionale, dal lato della piana di Sessa. Lo schieramento vedeva posizionati in prima linea il secondo battaglione dei cacciatori comandato dal maggiore Castellano, il terzo del maggiore Petrone e il quarto del maggiore Barbera. Inoltre erano schierate quattro compagnie scelte del terzo Reggimento di linea del colonnello Cortada, tre squadroni di lancieri e uno del primo reggimento di ussari. Infine vi erano quattro batterie di trentadue cannoni e ancora quel che restava del 14° Reggimento di linea del colonnello Zattera, tenuto come riserva. Il comando dell’avamposto era stato affidato ad un sessantunenne veterano dell’esercito muratiano, il maresciallo Filippo Colonna. Il resto dell’esercito si trovava acquartierato dietro l’altra sponda del fiume, in territorio di Traetto, appostati tra le rovine dell’acquedotto romano e del teatro dell’antica Minturno. Un aiutante a cavallo raggiunge il bivacco, si ferma, spronando brevemente i soldati a stare pronti e alle sentinelle di porre grande attenzione nei loro turni di guardia. Subito dopo riparte per visitare e sorvegliare tutto il fronte. Nella notte si vedevano in lontananza i fuochi dell’accampamento piemontese nella pianura di Sessa. Il grosso dell’esercito piemontese si era accampato all’altezza della chiesa di S. Maria della piana e il Quartier Generale era stato posto nell’osteria della piana. I piemontesi se ne stanno all’asciutto, disse Damiano, avvolgendosi nel pastrano per calmare i brividi che nonostante il vino l’umido del fiume gli provocava. Chissà se è meglio affrontare questi piemontesi, piuttosto che quei rotti in culo dei calibardini con le camicie rosse. Garibaldi suscitava quasi una forma di timore superstizioso, si diceva che fosse protetto in modo soprannaturale e i suoi soldati fossero dei diavoli e anche fortunati. In effetti c’era stato il cambio e adesso il fronte era tenuto in maggioranza dall’esercito regolare. I garibaldini avevano ormai terminato il loro compito e lo stesso Vittorio Emanuele, che alloggiava nel casino Struffi a Sessa sulla via consolare, aveva detto al Generale che adesso finire la guerra era compito suo, specialmente dopo il voto di annessione delle regioni meridinali al regno di Sardegna. Voleva anche lui conquistarsi un po’ di gloria.
La notte passò e all’alba del 29 ottobre tre forti colonne di fanteria piemontesi, protette da cinque squadroni di cavalleria avanzano nella pianura di Sessa, dirigendosi verso il fiume. Il secondo battaglione di Cacciatori napoletano è costituito da buoni tiratori, armati anche di moderne carabine a canna rigata e riescono, con un fitto fuoco di fucileria per un poco a contenere l’assalto nemico. Per più di un’ora reggono il fronte poi in ordine si ritirano al di là del ponte, togliendo le ultime tavole della pavimentazione. Resta solo lo scheletro in ferro con la catenaria sospesa alle colonne egizie. L’assalto al ponte viene tentato dai bersaglieri che con grande coraggio si avventano, sotto il preciso fuoco nemico, sulle assi di ferro del ponte. Tre volte attaccano e tre volte sono respinti, anche perché il generale Barbalonga sposta le batterie di cannoni del tredicesimo e quattrodicesimo battaglione di cacciatori in un’ansa del fiume, riuscendo a fare fuoco sul fianco del ponte. I bersaglieri subiscono così il fuoco incrociato napoletano e sono costretti a ritirarsi, lasciando anche quaranta prigionieri ai cacciatori che hanno di nuovo superato il ponte e ora li incalzano inseguendoli. Sul campo sono restati un centinaio di bersaglieri, una decina di napoletani e varie decine di feriti. Tra i caduti napoletani purtroppo è da mettere Matteo Negri il migliore ufficiale di artiglieria dell’esercito borbonico, che nel giro di due mesi si è guadagnato sul campo i gradi, passando da quello di maggiore a quello di generale. E’ lui ad organizzare la collocazione delle batterie sul Garigliano e a dirigere il tiro dei cannoni, finchè durante un attacco, mentre è appostato a cavallo dietro una batteria per incoraggiare i suoi uomini, viene colpito prima al piede sinistro e poi all’addome. Trasportato lontano dal fronte in una casa della campagna di Scauri, muore al tramonto di quella giornata. Intanto la prima giornata di battaglia si conclude con un nulla di fatto, la difesa del Garigliano si è dimostrata all’altezza, l’esercito napoletano si è battuto con determinazione. Dopo tante pagine ingloriose, tanti voltafaccia, tradimenti, intese con il nemico, un esercito schierato in campo aperto ha resistito combattendo, rispondendo colpo su colpo. La notte, organizzate le sentinelle di guardia, permette finalmente ai soldati stanchi e affamati, infreddoliti per il tempo rigido anzitempo di rinfrancarsi e prendere un meritato riposo. Il campo napoletano è abbastanza contento, persino il re e la bella regina Maria Sofia hanno fatto sentire il loro incoraggiamento, ordinando rancio abbondante e vino per la truppa. Al quartier generale piemontese Cialdini è infuriato. Si rende conto che sarà difficile e dispendioso di vite umane oltrepassare il Garigliano, così com’è difeso da truppe agguerrite e, problema ancora maggiore, protetto a mare dalla presenza della flotta francese, comandata dall’ammiraglio Barbier de Tinan, che impedisce l’intervento di quella piemontese di Persano. Capisce Cialdini che ha di fronte un ostacolo durissimo che rischia di prolungare per molto tempo la guerra, che poi è proprio quello che Vitttorio Emanuele non vuole, sia per il confronto con le imprese lampo di Garibaldi, sia perché una guerra lunga può rinfocolare a Napoli il partito borbonico. Sotto la pressione di Torino e di Londra, Napoleone III fa arretrare la flotta, limitando la sua azione alla protezione di Gaeta. Così nella notte fra il primo e il 2 di novembre la squadra navale di Persano avanza verso la foce del Garigliano e inizia un nutrito bombardamento cogliendo di sorpresa le truppe napoletane.
Francesco II sperava in una lunga difesa del fiume ma ora di fronte alla nuova situazione la posizione sul fiume diventa indifendibile, sottoposta al cannoneggiamento sul fianco delle batterie e delle truppe. Il 2 novembre il re ordina la ritirata verso Mola, lasciando a copertura del ponte soltanto due compagnie del sesto battaglione di cacciatori al comando del capitano Domenico Bozzelli. La sera dello stesso giorno i bersaglieri piemontesi attraversano il fiume. La prima Divisione di Granatieri di Sardegna del generale De Sonnaz allestisce un ponte di barche ed ha facilmente ragione delle due compagnie di cacciatori. Quella sera si riunisce un Consiglio di Guerra al quartier generale napoletano. Con Salzano ci sono De Ruggiero, Sanchez de Luna, Polizzy, Bartolini, Barbalonga. Si decide che se anche Mola sarà attaccata dal mare, non sarà difesa e le truppe si sarebbero ritirate all’interno della fortezza di Gaeta. Francesco e il suo ministro Ulloa a questo punto vorrebbero che l’esercito si spostasse in Abruzzo. Alla fine alcuni reparti vengono spediti a rinforzare la guarnigione di Gaeta, mentre il grosso si dirige verso Itri. Persano naturalmente il 4 novembre attacca violentemente Mola con 14 navi cannoneggiando e distruggendo case e strade. La popolazione nel panico fugge cercando riparo in campagna e nelle grotte. I napoletani avevano piazzato cinque cannoni sulla spiaggia che ben presto vengono colpiti e distrutti. Alle tre del pomeriggio avanzano i granatieri di De Sonnaz, una colonna si dirige verso la collina di Maranola e un’altra all’ingresso della Terra. Là sono schierate in prima linea la Brigata Estera, ora al comando del colonnello De Mortillet, dopo che Meckel malato si era ritirato, e la brigata Polizzy in seconda. Sotto il fuoco incessante della flotta i napoletani ripiegano. La brigata Estera, quella a contatto con i granatieri di Sardegna, dopo aver frapposto una scarsa resistenza si sbanda. La ritirata avviene in una confusione enorme. Sotto il fuoco nemico e lo scoppio delle granate, nelle strette vie che da Mola portano a Gaeta, fuggono soldati, carri, ambulanze che trasportano feriti, treni d’artiglieria trainati da muli. In mezzo a loro la popolazione civile che si trascina dietro masserizie e tutto quanto può trasportare. Pigiati, urtandosi l’un l’altro, si procede a stento, tra pianti, urla e bestemmie. De Sonnaz avanza con prudenza, superando la breve seppur tenace resistenza apposta da alcune compagnie del decimo battaglione di cacciatori, comandate dal capitano Ferdinando de Filippis e dagli svizzeri della batteria numero 15, dei quali cade in battaglia il comandante capitano Enrico Fevot. In breve tempo davanti alla fortezza di Gaeta, nel piccolo istmo di Montesecco, si ammassano quasi 12.000 uomini dei reparti che non si erano portati verso Itri. Farli entrare nella fortezza è impensabile, avrebbero ridotto la possibilità di resistenza della guarnigione in caso di assedio, facendo terminare i viveri. Salzano tenta di trattare la resa, proponendo di congedarli. Il generale piemontese Fanti comprende benissimo che questa massa di soldati costituisce una zavorra per i napoletani e contropropone la resa di tutta la guarnigione di Gaeta.
Alla fine si giunge ad un accordo che prevede solo uno scambio di prigionieri. I napoletani si schierano a difesa dell’istmo di Montesecco. Sulla destra nel borgo marinaro il 15° battaglione di cacciatori del tenente colonnello Pianell. Al centro sui colli dei Cappuccini e del Lombone il 14° ed il 3° cacciatori, sulla sinistra nei pressi della Torre Viola, bagnata dal mare, quattro compagnie del 3° battaglione carabinieri cacciatori esteri comandati dal capitano Johann Rudolph Hess. In seconda linea il 4° cacciatori nel cimitero ed il 6° tra il cimitero e il colle Atratino. Nella piana di Montesecco tra la seconda linea e le mura della fortezza sono ammassati il 2°, 7°, 8°, 9° e 10° cacciatori, mentre i cacciatori a cavallo si distribuiscono su tutto il fronte. Le batterie di cannoni 11 e 13 sono fatte rientrare nella fortezza, mentre la 10 è divisa tra il colle dei Cappuccini ed il borgo con due cannoni per postazione. Ma la storia della conquista del sud è una storia di tradimenti e defezioni. L’11 di novembre si dimette il comandante in capo Salzano e con lui se ne vanno Colonna, Barbalonga e Polizzy. Il comando viene allora affidato a Vincenzo Sanchez de Luna e allo svizzero Alosio Migy. La sera i piemontesi attaccano il colle Lombone. Il quattordicesimo cacciatori oppone una forte resistenza, ma è costretto a ritirarsi. Il mattino seguente il capitano napoletano Sinibaldo Orlandi ordina ai suoi di riprendere la posizione. L’assalto disperato al colle riesce e per questa azione il capitano ottiene il grado di maggiore. Viene richiesta e contrattata una tregua per i feriti e lo scambio di prigionieri, ma i piemontesi attaccano comunque il centro e l’ala sinistra. Sulla destra Pianell provoca una falla sulla prima linea consegnando in pratica il suo 15° cacciatori nelle mani del nemico. Con il fianco destro scoperto, il 3° cacciatori è costretto ad abbandonare il colle dei Cappuccini, ritirandosi nell’istmo di Montesecco. Sanchez de Luna ordina di riprendere a tutti i costi il colle al 3° Cacciatori. I soldati si lanciano con foga su per la salita, riescono per un po’ nell’impresa ma alla fine sono costretti a ripiegare. Rimangono prigioniere tre intere compagnie del 3° per lo scarso coraggio dimostrato dal capitano Guglielmo Santacroce. Alla Torre Viola vengono attaccate le quattro compagnie estere, le quali, non avendo copertura di artiglieria, sono decimate. Su 400 soldati soltanto 130 ne entrano a sera nel forte di Gaeta, anche il comandante Hess viene fatto prigioniero. Sanchez de Luna tenta di contenere i pressanti attacchi sul colle Lombone e al cimitero, ma dopo nove ore di combattimento, i napoletani sfiniti e distrutti, digiuni tra l’altro, sono autorizzati dal re a entrare nelle mura. La battaglia e la guerra è praticamente finita. Resta il forte assediato, ma gli assedi prima o poi hanno ragione degli assediati.
Tecnicamente l’assedio vero e proprio inizia il 13 novembre. Qual è l’assetto e le forze in campo dall’una e dall’altra parte? L’antica fortezza aragonese di Gaeta possiede 300 cannoni, dei quali solo 4 sono a canna rigata. I cannoni sono distribuiti in otto batterie, ognuna delle quali ha un suo proprio nome come la Transilvana, la Torre d’Orlando, Regina, Trinita, Philippstadt, Santa Maria, S. Giacomo, Malpasso, poi ci sono altre batterie del borgo quella di Guastaferri, del Torrione francese, Cittadella, Addolorata, Annunziata, Trabacco. Le munizioni per i cannoni sono scarse, mentre abbondano quelle per i fucili. I camminamenti sugli spalti del forte dai quali i soldati possono sparare sono vulnerabili perché poco protetti. Le scorte di viveri non sono sufficienti. In tutto nella fortezza vi sono 16.700 soldati e 994 ufficiali con un migliaio di cavalli e di muli da trasporto. Inoltre nel porto di Gaeta vi sono cinque legni da guerra napoletani rimasti fedeli alla corona: il Partenone, il Delfino, il Messaggero, Saetta e l’Etna. Stazionano nel porto quattro navi spagnole, il Vulcan, il Colon, il Villa de Bilbao, il Generale Alava, una nave prussiana, la Loreley e sette navi da guerra francesi: Bretagne, Fontenoy, Saint Louis, Imperial, Alexandre, Prony e Descartes al comando dell’ammiraglio Barbier de Tinan. La Francia è contraria all’allargamento dei piemontesi e alla nascita di un regno d’Italia così grande. L’esercito piemontese a sua volta è composto da 18.000 soldati, con 1600 cavalli, 66 cannoni a canna rigata e 180 a gittata lunga. Vengono organizzate dai piemontesi cinque batterie d’artiglieria dette Castellone, Conzatora, Montecristo, Monte Lombone e Valle Calegna dal nome della posizione in cui si trovano.
L’assedio di una posizione è fatto di attesa, appostamenti di cecchini e resistenza fisica e morale da parte degli assediati e cannoneggiamenti soprattutto da parte degli assedianti. C’è poco da fare altro, tanto prima o poi, a meno di provvidenziali interventi esterni, il forte cadrà, quando non si sa, dipende dalle scorte e anche dalla fortuna. Le giornate trascorrono eguali. Le batterie piemontesi martellano il forte sia a mitraglia, se ci sono soldati sui camminamenti, sia a palla per abbattere le mura. Dal forte si risponde ogni tanto con qualche colpo di cannone, tentando di colpire le batterie nemiche. Si tende a risparmiare. Il 28 novembre, dopo due settimane di assedio, quattrocento uomini al comando del generale Bosco, tentano una sortita sul colle dei Cappuccini, riescono anche a mettere in fuga i piemontesi, pagando però un altissimo prezzo. In questa circostanza muore anche lo svizzero Aloisio Migy. Alla fine decimato il contingente napoletano rientra nella fortezza. Ancora una nuova sortita viene tentata il 4 dicembre. Sotto una pioggia fitta e gelida, 120 cacciatori riescono a far saltare con una mina alcune case che ostruivano la vista di una batteria piemontese. Il mese di dicembre vede comparire il nemico più terribile. Il tifo petecchiale, micidiale negli affollamenti e qui specialmente nei sovraffolati cameroni dove migliaia di soldati dormono uno sull’altro su luridi giacigli di paglia. Il tifo comincia a fare le sue vittime sia nelle fila dell’esercito, che tra la popolazione civile del borgo marinaro di Gaeta. Il tifo costa la vita dell’aiutante del re Caracciolo di Sanvito. Francesco l’otto dicembre lancia il suo proclama alle nazioni, chiedendo aiuto e protezione da un’aggressione subita senza motivo, da parte di una nazione amica alla quale è legato anche da vincoli di sangue. Nello stesso giorno Vittorio Emanuele visita Mola. Intanto la politica è in azione. Cavour fa sospendere i bombardamenti per permettere a Cialdini di far giungere un messaggio di Napoleone III all’ammiraglio francese de Tinan. L’ammiraglio dovrebbe promuovere la resa dei borbonici, ma questi non è d’accordo e prende tempo, riuscendo a portare avanti la tregua per qualche giorno, finchè nella notte tra il 12 e il 13 dicembre, alcuni soldati, usciti dal forte vengono interpretati dagli avamposti piemontesi come un atto ostile e si ricomincia a sparare. Il 14 dicembre Francesco scioglie due Reggimenti della Guardia Reale e 50 soldati per ogni battaglione di cacciatori per alleviare la condizione degli assediati, rispetto anche alle scorte di viveri. 4500 uomini vengono imbarcati su due navi francesi con viveri per tre giorni e paga per otto giorni, partono alla volta di Terracina. Il 15 dicembre Cialdini fa bombardare Gaeta anche su obiettivi civili, case, chiese, ospedale, seminando il terrore tra la popolazione. Così trascorre la fine del 1860 e l’inizio del nuovo anno, poco o nulla di nuovo, bombardamenti incessanti, risposta fiacca a tratti. Il 19 gennaio però qualcosa cambia, improvvisamente la flotta straniera salpa le ancore dal porto di Gaeta e se ne va. E’ successo che, come poi il trattato del 2 febbraio stabilirà, il Piemonte ha ceduto alla Francia i comuni di Mentone e di Roccabruna. I francesi ritengono che ciò basta per accettare lo stato di fatto. Lo stesso giorno l’ammiraglio Persano butta l’ancora a Mola di Gaeta. Sono dieci navi da guerra. Maria Adelaide, Costituzione, Ardita, Veloce, Carlo Alberto, Confienza, Vittorio Emanuele I, Monzambano, Garibaldi che è una nave borbonica ribattezzata, Vinzaglio. Il 20 di gennaio una nave francese il Dahomey evacua da Gaeta 600 persone tra civili e malati. Il 22 gennaio anche la flotta comincia il bombardamento da mare. Ormai siamo alla fine. Il 4 febbraio un colpo di cannone ben diretto centra la polveriera Cappelletti, dove sono 180 chili di esplosivo. Soltanto la disperata azione dei soldati riesce a dominare l’incendio ed evitare che si propaghi giungendo fino alla batteria Transilvana. Il giorno 5 febbraio alle ore 16.00 salta in aria il magazzino munizioni della batteria S. Antonio. L’esplosione crea una breccia di 30-40 metri nelle mura, sono perdute sette tonnellate di polvere e 42.000 cartucce di fucile. Nel crollo muoiono 316 soldati e un centinaio di civili. Si parla di sabotaggio, certo una palla così ben indirizztata. Fortuna, precisione di tiro? Di sicuro i piemontesi erano informati delle posizioni dei punti delicati da parte di ufficiali e soldati che avevano cambiato campo e che conoscevano bene il forte di Gaeta. A fare il colpo fortunato sono gli addetti alla batteria Madonna di Conca. Quando ci fu il tremendo scoppio e col diradare del fumo ci si accorse del danno grave riportato dalla struttura, le grida di giubilo dei piemontesi che vedevano ormai vicina la fine dell’assedio, si alzarono da tutto il fronte. Si tenta di andare all’attacco di questa breccia ma un’intensa fucileria dei borbonici impedisce ulteriori danni. Il giorno seguente il comando concede una tregua di 48 ore per assicurare l’evacuazione di altri 200 soldati feriti e malati. Il comandante di Gaeta generale Ritucci convoca un Consiglio di difesa. Finalmente il giorno 11 Francesco per evitare ulteriore spargimento di sangue consente di trattare la resa. Una delegazione composta dal generale Antonelli, dal Brigadiere Pasca e dal tenente colonnello Delli Franci esce dal forte per recarsi a Mola dove si trova il quartiere generale avversario. Cialdini intanto continua a bombardare giustificandosi con il dire che lui continuerà finchè non ci sarà la capitolazione. Alle ore 15.00 esplode la santabarbara della batteria Philippstadt e alle 16.00 anche quella della Transilvana. Il tiro continuo impedisce il soccorso dei feriti. Il massacro continua fino al giorno 13 quando il cessate il fuoco è fissato alle 18.15. Il giorno 14 alle ore 8.00 Francesco e Maria Sofia, salutati dalle truppe borboniche schierate sul molo di Gaeta e da numerosa popolazione, si imbarcano sulla Mouette un legno francese alla volta di Roma. Mentre la nave lascia il porto una salve di 20 colpi di cannoni porta l’estremo saluto al re e da terra si innalza per l’ultima volta da parte di soldati e popolani il grido: Viv’o rre! La guarnigione esce dal forte con l’onore delle armi, sfila e depone spade e fucili e poi viene imbarcata per il nord. Moltissimi saranno tenuti prigionieri nelle fortezze dell’Alta Italia e non torneranno mai più, anzi sulla loro sorte non si avranno mai più notizie certe.
Damiano Vellucci e Angelo Mallozzi furono congedati a Cisterna nel mese di gennaio 1861. Riuscirono a tornare al loro paese, insieme ai molti compaesani che avevano militato nel corpo dei cacciatori. A Traetto i liberali avevano innalzato la bandiera tricolore sul Municipio. I pochi liberali che esistevano qui prima della guerra avevano visto infittire le loro fila, specialmente da quella massa di persone che si erano tenute con prudenza defilate dal prendere una qualsiasi posizione nel momento del pericolo e che ora che le cose erano chiare e netti i vincitori, erano diventati ferventi patrioti della nuova Italia. Magari erano quegli stessi che avevano approvato la partenza dei giovani alla difesa della corona borbonica. Damiano ci provò a ritornare alla vita di prima spinto anche dalla sua promessa sposa che aveva lasciato al momento della partenza come soldato e che ora scorrazzava con lui, spesso fuggendo dalla casa colonica in cui abitava, giocando a nascondersi tra i boschi sulla riva del Garigliano. Si faceva raggiungere però e ancora ansante per la corsa, si aggrappava disperatamente a lui mentre il giovane copriva di baci il suo collo e la sua faccia. Le già difficili occasioni di lavoro per Damiano però diventavano chimere irraggiungibili, in qualche modo la sua partecipazione alla difesa di Gaeta gli veniva imputata come una colpa. Erano continue piccole questioni, continui motteggi fino a veri e propri soprusi compiuti nei riguardi dei reduci sconfitti di un esercito senza onore. Da poco era nata la Guardia Nazionale ed erano questi i più assidui nei motteggi. Nella Guardia c’era anche un lontano cugino di Damiano e questo, anziché procurargli vantaggi, contribuiva, come spesso capita nei piccoli paesi, a ingigantire piccole questioni di cortile. Da queste parti si dice. Tu vuo’ vede’ nu strunzo? Miettece na coppola n’capa. Mettigli una divisa! Niente come una divisa esalta le peggiori qualità di un uomo. Così pian piano Damiano comincia a pensare che le cose non vanno bene, non è giusto come lui ed altri vengono trattati in paese dalle guardie. Insieme ad altri sbandati come lui comincia a battere le campagne e le colline.
Una costante di tutti i tempi quella degli eserciti di rendersi invasori di un paese senza capire nulla della sua cultura, magari anche con le migliori intenzioni, come quella di portare la “libbertà” senza che questa parola abbia un significato univoco vantaggioso per il popolo e comprensibile innanzitutto. I visi pallidi scesi dal nord non comprendevano la lingua che quei neri delle province meridionali parlavano, né facevano alcuno sforzo per comprenderla. Per loro era come avere a che fare con gli africani e come africani appunto trattavano i meridionali. L’improntitudine caratteristica degli eserciti e l’ignoranza delle usanze locali, provoca tutta una serie di incomprensioni che si tramutano piano piano in veri atti di guerra. Un esercito numeroso come quello napoletano sciolto senza paga, senza pensioni di invalidità per i numerosi feriti e invalidi. Non solo ma anche sottoposto a continue vessazioni e sfottimenti, come quella dei giornali satirici che paragonavano il soldato napoletano rappresentandolo con una testa di leone, gli ufficiali li rappresentavano con la testa d’asino e i generali senza testa. Grosso modo era vero, perché i soldati in qualche modo il loro dovere lo avevano fatto, i gradi superiori a volte invece sembrava che lavorassero per l’avversario e magari era proprio vero, perché la massoneria era d’accordo tutta nel favorire la sconfitta della dinastia borbonica. Il primo grande errore che fece l’esercito settentrionale fu quello di mandare a casa senza paga i soldati che però avessero accettassero il nuovo assetto delle cose. Quelli che non volevano giurare fedeltà, invece, li deportavano e ne deportarono a migliaia, costretti dopo a tenerli per anni nei loro carceri senza possibilità di rilascio fino alla morte. Questa notizia delle deportazioni trasformò decine di migliaia di reduci in potenziali insorti, o briganti come preferivano chiamarli. Errore fu quello di permettere solo agli ufficiali dell’esercito borbonico di mantenere grado e paga entrando nell’esercito piemontese. Errore perché agli occhi dei soldati che non avevano avuto lo stesso trattamento questi apparvero come dei traditori e ne aumentarono la voglia di vendetta. Inoltre quasi tutte le innovazioni che si videro furono causa di malumore e di crisi. L’abolizione delle dogane mandò in malora la nascente piccola industria del sud, con conseguente fallimento e aumento della disoccupazione. L’abolizione dei conventi e l’incameramento delle terre favorì il latifondo che comperò i terreni a poco prezzo, senza che si potesse attuare un minimo di riforma agraria. La svendita ai capitali inglesi delle privative per la costruzione di strade ferrate, per la compagnia del gas nelle città, strangolò ancora di più la società meridionale. Tutte queste cose erano giustificate dal forte debito del nuovo stato che aveva dovuto programmare una guerra e un armamento conseguente, partendo all’inizio dal piccolo Piemonte. Ora però doveva ancora affrontare il compito della costruzione di un’amministrazione centrale unica, di un solo esercito, di una marina e queste cose avevano un prezzo che pagarono le nuove province meridionali.
Nel mese di giugno del 1861 mentre si trovavano al lavoro nelle campagne, una volta tanto che avevano trovato da lavorare per qualche giorno nelle campagne di Cellole, dalla parte del pantano di Sessa, Damiano ebbe un diverbio acceso che poi degenerò in uno scontro a fuoco con la Guardia Nazionale di Sessa. Questo episodio lo costrinse alla fuga dal paese e a riparare nello stato del papa. Accompagnato come sempre dal suo amico e compagno di sventura Angelo Mallozzi, Damiano si porta a Roma dove viene ricevuto da Francesco II, al quale giura fedeltà, prendendo l’impegno di combattere per il ritorno sul trono del legittimo sovrano. Se ne tornano i due verso il confine del regno, con loro hanno due bei fucili Enfield P53 a canna rigata modernissimi e molte pallottole. L’Enfield il miglior fucile del mondo, usato dalla fanteria inglese, era anche stato usato dai garibaldini e con la sua capacità di tiro fino a circa 2 km era l’arma ideale per un cecchino. Avevano anche un bel sacchetto pieno dei dieci tornesi falsi coniati a Roma da Francesco. Falsi, proprio falsi non erano dato che Ulloa il ministro di Francesco aveva portato con se i veri conii della moneta, l’unica differenza era che erano coniati a Roma e non a Napoli ma per il resto sono perfetti. Sono eguali. Dovevano servire a finanziare qualche impresa, dato che ancora avevano corso nell’ex regno di Napoli, ora Regno d’Italia. Era in corso la complessa opera di conversione del denaro e per questo ci volle del tempo. Anche questa operazione perfettamente logica assunse il valore della vera e propria truffa, perché il nuovo stato cambiava la vecchia piastra di dodici carlini, quelle belle piastre d’argento che pesavano 27, 53 grammi, con una moneta da cinque lire che ne pesava 25. Era chiaro che molti contadini preferivano conservare le loro piastre per tempi migliori e non le consegnavano al cambiatore. Figuratevi! Nel regno di Napoli molti avevano conservato le piastre della repubblica Napoletana del 1799 e anche le piastre di Gioacchino Murat soltanto per affetto verso quei regimi, ora che avevano visto l’imbroglio che si voleva fare a loro danno, tanto più si tennero le piastre. Ne fecero magari quadri e quadretti con le piastre in bella vista, ne fecero collane per le loro donne, ne fecero tesoretti che conservarono in buche nel giardino, nei pozzi e nelle travi di soffitta, dove ogni tanto ancora oggi vengon fuori, ma non le consegnarono. Ma che ci fai con dieci tornesi, è comunque una moneta di rame, qui l’argento e l’oro ci vuole per fare delle cose. Va bene ci penseremo, poi a finanziarci, qualcosa troveremo. Damiano dobbiamo organizzare dei rapimenti, dei sequestri di persona, magari di qualche facoltoso borghese liberale, lo teniamo nascosto nei boschi e ci facciamo pagare il riscatto dai parenti. Si questa è l’unica strada. Ci penseremo. Intanto ci serve anche una banda di una certa importanza. Dobbiamo raccogliere tutti gli sbandati che conosciamo delle nostre parti e così armarli e iniziare a dare conto della nostra presenza. Questo non è difficile farlo perché erano molti i reduci sbandati e tanta la disoccupazione, le monete poi che i due usarono con larghezza stavano a dimostrare che non tutto era perduto e che ancora si poteva ribaltare una situazione nel regno. Ben presto attorno ai due si aduna una piccola combriccola tutta di minturnesi e comunque dei paesi vicini. Non tutti avevano abbandonato la vita normale, non tutti erano se si può dire entrati in clandestinità, partecipavano a qualche piccola azione la sera magari tornavano alle loro case. Del resto questa tecnica era stata già sperimentata molti anni addietro al tempo della venuta dei francesi e i giovani avevano ascoltato molte volte il racconto delle gesta dei loro nonni raccontate attorno al fuoco nelle sere d’inverno. Così organizzarono le prime gesta seguendo gli esempi antichi, andavano all’appostamento sulla via consolare, assaltando il procaccia, derubando qualche viaggiatore, sparando e uccidendo qualche soldato se una pattuglia isolata faceva per caso il cammino reale. Piccoli obiettivi, ma efficaci nel creare panico tra la popolazione civile e al tempo stesso preoccupazione nella forza militare. Gli eserciti in tutte le parti del mondo e in qualsiasi latitudine hanno sempre avuto grande difficoltà nell’affrontare la guerra di guerriglia, dove non hai da affrontare un nemico in campo aperto ma un avversario che sfugge e che si mimetizza perfettamente in un ambiente a lui congeniale. Il raggio di azione della piccola banda si trova tra il confine del regno pontificio e i monti aurunci.
Come brillantemente esposto da Damiano, la banda organizza alcuni sequestri di persona che riescono perfettamente allo scopo di finanziare le azioni. Non è facile organizzare un sequestro di persona. Occorre prima di tutto un’azione di intelligence, di infromazione. Bisogna scegliere il soggetto adatto che sia immediatamente solvibile, che sia ricco insomma e che questa ricchezza sia reale, non supposta come di tanti che fanno una vita dispendiosa al di sopra delle loro reali possibilità perché sono degli scialacquatori e che magari anche se avevano un patrimonio lo hanno sperperato in breve tempo ed ora sopravvivono con l’allure. Quindi una volta scelto il soggetto e anche due o tre, bisogna organizzare il pedinamento per capire le sue abitudini, come vive, chi frequenta, come insomma poterlo prendere senza eccessiva fatica e spargimento di sangue. Per questo sono utili quei componenti della banda che non sono fuorilegge e che vivono una vita normale nei loro paesei. A loro è demandato il compito di fare da basisti, da informatori. Dopo infine bisogna provvedere al rifugio dove tenere il sequestrato, che sia lontano da occhi indiscreti, ma che sia possibile raggiungerlo per recapitare viveri e quanto altro possa essere utile al mantenimento in vita del sequestrato. Si perche il sequestrato non deve morire, oddio questo può capitare, ma in teoria no. Deve poter tornare a casa, spaventato ma sano, contento di aver pagato il riscatto. Così può esser da monito per gli altri futuri sequestrati, se pagheranno senza ritardi la somma pattuita, non ci saranno problemi. La somma del riscatto deve essere ponderata bene perché se è troppo forte, metteranno la famiglia nelle condizioni di non poter pagare, costringendo loro ad adottare dei metodi brutali come tagliare un orecchio al sequestrato, o anche alla fine a ucciderlo. Tutto questo era nella testa di Damiano che si accingeva a iniziare la sua carriera nel campo dei sequestri. Ne portò a termine felicemente tre nel corso della sua attività. Il primo ad esser sequestrato fu Francesco Minutillo, che abitava nel piccolo borgo di Maranola, sulla collina che si erge alle spalle di Mola di Gaeta. Lo avevano studiato bene il suo percorso giornaliero e lo sorpresero che tornava di sera da un suo campo nei pressi di Maranola. Lo fecero scendere dal calesse su cui viaggiava e si presero anche il cavallo. Minutillo era un ricco borghese di campagna e la somma di mille ducati che venne chiesta alla sua famiglia era perfettamente nelle sue possibilità, ma dovettero prima strapazzarlo un poco perché non voleva sentire ragioni e rifiutava di scrivere alla sua famiglia di propria mano dando le istruzioni su come trovare la somma. Quando finalmente si convise che la banda faceva sul serio e che lo avrebbe certamente ucciso allora scrisse alla moglie, raccomandandole di prendere i denari dove lui li aveva messi e di consegnarli al latore della lettera. Il sequestrato era stato tenuto soltanto pochi giorni in una grotta sulla montagna. Non ci fu molto lavoro da fare per assicurare il vitto giornaliero e le consegne ai due componenti della banda che lo tennero in custodia. Mille ducati, Damiano non aveva mai neanche visto una somma simile e quando se li vide davanti in belle monete d’argento, quasi mille piastre, quasi quasi non ci credeva. Mille ducati che lui divise equamente, quasi cento ducati a testa, suo padre bracciante a tre carlini la giornata avrebbe dovuto lavorare almeno per due anni, per circa 180 giornate, ma quando le trovava 180 giornate di lavoro, diciamo almeno tre o quattro anni, per mettere insieme una somma simile. Mettere insieme ma quando mai, per metterla insieme cioè per risparmiarla non sarebbe bastata una vita. I primi cento ducati di suo guadagno, Damiano li divise tra la sua sposa Gemmetella e la sua famiglia. Poi ci fu il sequestro di don Francesco Cinquanta, speziale della terra di Castelforte, un buon uomo ma l’obiettivo era facile e sicuro. E ancora quello del loro concittadino Dionisio Sparagna di SS. Cosma e Damiano. In tutti i casi il rapimento ottiene un buon riscatto e si conclude senza spargimento di sangue. Il nome di Damiano comincia a incutere terrore nella zona, il suo carattere taciturno e la sua spietatezza gli guadagna presto il soprannome di Inferno. Con i soldi la vita diventa facile, si moltiplicano gli amici e si ritrovano i parenti, nei boschi si organizzano festini e gozzoviglie con vino e spiedi con maialini e cinghialetti. Non mancano le donne e anche la sua Gemmetella che l’arciprete della collegiata gli aveva fatto sposare segretamente, veniva periodicamente a trovarlo. Ogni tanto quando la caccia al cinghiale come aveva denominato la grassazione a spese di qualche viaggiatore straniero fermato e derubato, o costretto gentilmente a contribuire alla confraternita dei Santi Cosma e Damiano, nella carrozza che faceva servizio di posta sulla strada che da Portella, all’ingresso dell’ex regno porta fino a Napoli, aveva buon frutto, allora si spingeva magari fino all’osteria di S. Maria la piana a mangiare il famoso ragù del suo oste con i maccheroni fatti in casa dalla moglie. L’omertà era sovrana, come anche la paura di subire la vendetta della banda nel caso qualcuno avesse parlato. Si presentavano i due amici accompagnati dai alcuni dei loro sgherri, Piazzavano uno all’entrata di guardia e un altro sul retro a guardia anche dei cavalli ed entravano nella locanda. Regola vuole che il tavolo cui sedere abbia buona vista sulla porta d’ingresso e poi a quel tavolo è bene sedere con le spalle al muro in modo da avere almeno le spalle al sicuro. Una volta seduti i due ecco arrivare l’oste servizievole ad acconciare la tavole in meno di un attimo e a presentare la lista delle vivande da lui preparate. Siamo venuti soltanto per i tuoi maccheroni al ragù gli dice quasi affettuosamente Damiano e intanto ha già lanciato uno sguardo alla comitiva di viaggiatori che siede ad un tavolo nella locanda. Oste dice, mandami qualcuno a tagliare la più bella rosa del tuo giardino e falla portare in omaggio a quella signora che siede a quel tavolo. Il fiore posato davanti alla bella signora inglese, suscita un movimento di reazione da parte del suo accompagnatore che viene subito represso dall’espressione del cameriere e anche dallo sguardo che l’uomo ha lanciato d’attorno, realizzando subito di che pasta sia il galante. Del resto non è difficile capirlo, sia dalla atmosfera di timore che aleggia nell’aria, che dalle armi che spuntano dalla cintola dei due avventori. Accenna allora la bella signora con il suo capo biondo un ringraziamento ed un sorriso verso la testa ricciuta e la faccia impunita e scanzonata di Damiano. Non sembra affatto un brigante quel bel ragazzone, non assomiglia ai terribili figuri descritti sui giornali di viaggio dell’Inghilterra, con tanto di tromboni e stivali, la cui lettura faceva dolcemente rabbrividire e anche sognare di un loro incontro tutte le testoline bionde d’Oltremanica nei loro avventurosi (molto poco ormai) viaggi nel sud della penisola. Del resto la figura avvenente di Damiano gli aveva permesso una volta, travestito da pacchiana di andare in paese fino alla casa della sua donna e di non essere riconsociunto da nessuno. Comunque anche se qualcuno lo avesse incontrato e riconosciuto difficilmente avrebbe parlato. Gemmetella in paese era riverita e ossequiata quando usciva per il paese, nel suo bel vestito di pacchiana. carica di cannacchi e scioccagli come la statua della Madonna delle Grazie che si porta in processione. Il 14 agosto del 1861 l’esercito italiano reagisce ad un attentato da parte di una banda di briganti con la messa a ferro e fuoco di un intero paese, è quello che sarà chiamato poi l’eccidio di Casalduni con centinaia di vittime. Questa vera e propria azione di guerra provocò una reazione molto forte facendo incrudelire la lotta delle bande.
Nel mese di gennaio 1862 la banda di Damiano partecipa ad un’azione di appostamento nei pressi del ponte borbonico di Sessa, all’ingresso della città, contro un plotone di lancieri a cavallo. L’agguato ben disposto e meglio eseguito provoca l’uccisione di sedici lancieri senza nessuna vittima nei ranghi degli insorti. La banda si era appostata dietro il muretto del semicerchio e aveva sparato a colpo sicuro sul plotone che scendeva da Sessa verso la consolare. Subito dopo l’attentato si erano dispersi nei boschi del rio Travata, dandosi appuntamento in luogo sicuro. Più che altro Damiano preferiva agire da solo, in piccole azioni di disturbo, che facevano danni ed erano relativamente sicure per se ed i suoi. Non gli piaceva concentrare le sue forze con quelle di altri capi banda per tentare azioni più clamorose. Soltanto in un caso contravvenne a questa sua regola, quando si aggregò temporaneamente alla banda di Francesco Piazza di Ittri, il famoso Curcitto. Con questo combatte contro i regolari dell’esercito italiano la battaglia detta di Fossa della Neve sulle montagne che si ergono tra Mola e Itri, il primo di luglio 1862. Ma l’esperienza di dover stare alle dipendenze di un altro capo non gli piacque e se ne tornò alle azioni solitarie. Del resto lui che era stato soldato conosceva la potenza di uno schieramento regolare in campo aperto e sapeva di non poter competere. Il suo raggio di azione era limitato alla piana di Sessa e di Traetto, in questa zona conosceva a perfezione come mimetizzarsi e come scappare, attraverso i sentieri di montagna fino ad un sicuro rifugio. Le montagne e i boschi di questa zona sembravano fatti apposta per permettere dei rapidi ed efficaci colpi di mano. I monti aurunci erano dominati dal massiccio di monte Petrella, il monte più alto della piccola catena con i suoi 1500 metri, da qui attraverso rupi scoscese e veri e propri precipizi si giungeva alla valle dell’Ausente e si poteva anche proseguire, montagna montagna, fino al Garigliano, attraversando i monti Vescini, più bassi certo e con pendii meno aspri, come monte Maio e monte Fuga, ma che intanto offrivano protezione. Damiano aveva fatto di Campo di Venza il suo rifugio preferito. Attraverso un antico sentiero da Roccaguglielma si poteva raggiungere una spianata, dove c’erano ancora uliveti ricavati sulle terrazze costruite dalla paziente opera dei contadini nel corso dei secoli nei canaloni del versante orientale di monte Finitizia. Poi iniziavano boschi di castagni secolari, con piante enormi che a volte avevano un diametro anche di quattro metri, boschi comodi per ripararsi dagli sguardi indiscreti. Di qui attraverso una faggeta si saliva ancora fino a una seconda spianata detta di Guado del Faggeto sulle pendici di monte Forte e monte Cavecce a una quota di mille metri. Qui c’è la Fossa Juanna detta anche delle streghe, che secondo il popolino ogni anno si riuniscono nella faggeta. E poi ancora salendo si giunge ad un altopiano che è chiamato Campo di Venza, il più alto di tutti. Il pianoro termina nella sella incassata di Serra di Campo che si apre tra il monte Belvedere e il monte Coculo. Da qui si domina la valle di Polleca, mentre sullo sfondo si vedono monte Petrella e monte Revole. Alcune capanne di pastori, le mannere, costruite con pareti di pietra e un tetto di paglia servivano come ricovero di pastori che portavano capre e anche vacche ai pascoli estivi. Questo sua segreto rifugio servì per i sequestri di persona fatti da Damiano che usava le molte grotte carsiche esistenti nella zona per nascondere il sequestrato. Per molto tempo il suo rifugio venne tenuto segreto ma poi alla fine l’esercito riusci a capire dove si nascondesse e con un’azione coordinata di accerchiamento riuscì nell’estate del 1863 a respingere la banda dalle campagne di Traetto sempre più in alto, mentre contemporaneamente vari contingenti di soldati convergevano sul Campo di Venza salendo da Maranola, da Itri e da Roccaguglielma, chiudendo in pratica tutti gli accessi e impedendo la fuga.


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