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Austerity e Shoah

di Antonino Cervettini
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Pubblicato il 30/12/2014 23:01:50

La faccia dell’omino che arringava timidamente la nazione infagottato nel vestito impiegatizio era schiacciata dalla prospettiva del bianco e nero d’antan. Una certa fissità dello sguardo e il linguaggio ermetico contribuivano a rendere la recita mediatica particolarmente stucchevole.

Ora di cena, silenzio quasi religioso. Appuntamento canonico con la massima espressione di autorità costituita conosciuta a quel tempo: il telegiornale.

Per mio padre questo era l’unico momento di contatto con il mondo che stava oltre l’orizzonte della nostra faticosa vita marginale di sottoproletari. Riflettendoci adesso, penso che ogni minima interruzione causata dalle mie intemperanze adolescenziali dovesse irritarlo parecchio e mio padre quando gli giravano era brutto, ma brutto assai. Io però ero animato da una sana incoscienza giovanile  o amavo il pericolo  –  non ho mai avuto il tempo e la voglia di approfondire la cosa –  e quindi ero spesso portato a rischiare grosso.

“Papà, che cos’è un ministro?” un grugnito per tutta risposta. I miei dodici anni mi garantivano, almeno per il momento, una certa tolleranza.

“Che vuol dire choc petrolifero?” il sopracciglio destro repentinamente contratto in un arco innaturale significava che la franchigia andava paurosamente assottigliandosi.

“Ma perché fanno la guerra dello Yom Kippur?” ora un tic nervoso aveva fatto  la sua comparsa all’occhio sinistro.

“E che significa austerity?” avrei voluto concludere, quasi per esorcizzare quell’incomprensibile profluvio di espressioni sconnesse che il tubo catodico ci rovesciava addosso senza freni, ma non feci in tempo.

Per mio padre la misura era colma.

Con la mano, che il mestiere di muratore aveva trasformato in micidiale maglio, minacciò semplicemente una timpulata ai miei danni. Tanto bastò a suggerirmi all’istante un balzo in camera da letto a mettere in salvo la faccia per l’interrogazione di storia dell’indomani.

Il fatto era che quand’anche avesse avuto una natura più incline al dialogo mai avrebbe saputo dirmi cosa catinazzo fosse lo Yom Kippur né per quale oscuro motivo Egitto e Siria stessero battagliando con gli israeliani. Così, sebbene nessuno di noi in famiglia conoscesse l’inglese, l’austerity era entrata prepotentemente a far parte della nostra vita.

Era il 2 dicembre 1973.

 

Diciamolo subito: per noi fu una vera pacchia. Una indimenticabile vacanza senza l’assillo della partenza. Il blocco totale del traffico automobilistico privato di domenica – sì, perché qualcuno, alla fine, ci aveva spiegato che austerity si traduceva  “domeniche a piedi” – non ci spostò di un solo millimetro tanto noi andavamo a piedi tutti i santissimi giorni feriali della settimana e quindi la domenica eravamo già allenati perfino per la mezza maratona.

Camminare, prendere l’autobus o al limite andare in bici era la norma e non solamente per me e la mia famiglia che non aveva mai posseduto l’automobile, ma per buona parte del vicinato.

Nel mio quartiere, tanto per dire, il parco automezzi constava a quell’epoca di una Fiat 850 Special e una Autobianchi A112 Elegant bicolore più un camion generalmente usato per il trasporto di sabbia e pietrisco che veniva parcheggiato, a pomeriggio inoltrato, nello spiazzo che si apriva subito a destra dell’imbocco della traversa impedendoci lo svolgimento dei nostri partecipatissimi giochi.

 

Nella tarda mattinata della seconda o terza domenica di blocco si affacciò alla porta d’ingresso del quartiere un vecchio che non si era mai visto prima dalle nostre parti. Era esile e macilento, piuttosto male in arnese, il vestito logoro, un berretto che aveva visto giorni migliori e scarpe delle quali era difficile decifrare il colore originario. Camminava curvo e lento appoggiandosi a un bastone sottile che per lo sforzo ripetuto si arcuava pericolosamente a ogni passo. Noi ragazzi eravamo radunati al centro del crocevia, alcuni per scambiarsi le figurine dei calciatori, altri a giocare a scialletta. Il fatto che le strade fossero rimaste orfane di macchine era per noi una manna.

“Tu ce l’hai Busatta?” … “A me mancano pure Viola e Superchi!” … e tutti a dannarsi appresso all’introvabile Manservisi che pur con il suo esile fisico da uccellino faceva benissimo la parte del Feroce Saladino.

Contrariamente a quanto succedeva di solito con gli altri adulti che dovevano buttare il sangue per ottenere qualcosa dalle nostre zucche irrequiete, fummo subito conquistati dalla soave grazia del nuovo arrivato.

In un fiat ci radunammo tutt’intorno e lui cominciò a raccontare storie di guerra – non di quella dello Yom Kippur ma di casa nostra di trent’anni prima – e di prigionia come stesse riallacciando il filo di un discorso precedentemente interrotto.

Parlava di soldati, di battaglie, di nascondigli, di bombardamenti, di campi di concentramento, di fame, di violenza cieca e di una fottuta paura della fine del mondo. Tutti realizzammo quanto eravamo fortunati a vivere un mondo e un tempo liberi da certe afflizioni.

La narrazione non seguiva una sua logica ma procedeva a strappi, animata dalla memoria e dalle forze altalenanti del poveretto. Nonostante le frequenti pause nessuno osava interrompere il solenne fluire delle parole per fare delle domande.

 

Venimmo così a sapere che era stato deportato con tutta la famiglia a San Sabba nel maggio del 1944. Margherita, la figlia più grande, si era ammalata di tifo esantematico ed era morta durante il trasferimento alla risiera mentre la moglie Edda e la figlia minore Anna, di appena tredici anni, erano state gassate subito all’arrivo con gli scarichi dei camion appositamente trasformati per la bisogna dalle solerti S.S. di Odilo Globocnik e poi incenerite insieme ad altri mucchi di cadaveri nell’essiccatoio. Lui si era salvato perché ancora abile al lavoro. Era stato perciò destinato alla riparazione di stivali e divise delle truppe germaniche di stanza nella zona ma il senso di colpa lo avrebbe perseguitato per il resto della sua vita.

Raccontò con gli occhi umidi che, ogni tanto, alzando gli occhi al cielo aveva l’impressione che certe nuvole basse assumessero sembianze a lui care. Si era convinto che non fosse un caso fortuito ma che invece si trattasse senza alcun dubbio delle sue donne che, volatilizzate attraverso il camino del campo, si erano fermate nell’ascesa perché non avevano cuore di lasciarlo solo al mondo con quel tormento dentro l’animo.

 

Man mano che il vecchio andava avanti il peso dei ricordi sembrava alleggerirsi lasciandogli in faccia un’espressione di serena rassegnazione e uno spossamento nella tempra come chi abbia a lungo travagliato prima di procedere a un doloroso parto. Nella dimensione sospesa che le parole creavano sembrava trapassare con lo sguardo cose e persone, prigioniero di immagini incancellabili fissate da tempo nella retina.

All’improvviso tacque, si alzò e se ne andò così com’era venuto.

Ricomparve qualche domenica dopo e riprese il racconto dal punto dove l’aveva interrotto come se noi nel frattempo fossimo stati lì ad aspettare che lui tornasse per proseguire la storia. In realtà, almeno idealmente, era proprio così.

La cosa continuò fino in primavera inoltrata quando il telegiornale annunciò con moderata soddisfazione la possibilità di circolazione a targhe alterne prima e con grande enfasi l’abolizione di qualsiasi restrizione al traffico privato, subito dopo.

Era finito lo spasso.

Del vecchietto si persero le tracce e nessuno di noialtri lo rivide mai più.

Solo molto tempo dopo si seppe che era morto,  investito da un giovane tamarro lanciato a tutta velocità sul rettifilo di un’esistenza insensatamente accelerata.

Sono sempre stato convinto che quell’anziano, minuscolo, disgraziato ebreo inquieto in cuor suo non avrebbe serbato rancore al giovane pirata della strada che in un sol colpo aveva posto fine al tormento dei ricordi e gli aveva consentito di ricongiungersi con i suoi affetti, travolti anch’essi dalla furia bestiale dell’umanità più abbietta.

Che almeno l’aldilà gli sia lieve.


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