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Ancora un altro sogno, Professore!

di Filippo Di Lella
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Pubblicato il 16/03/2019 16:52:04

Il silenzioso volo degli aquiloni si arrossava nel vento tiepido delle sette, sotto di essi la fragrante aria di margerite e non-ti-scordar-di-me contribuiva a colorare la discesa di morbido prato di una collina alla periferia del Trentino; le risa di alcuni bimbi cristallizzavano i momenti rendendo più chiaro il senso della vita.
Poco distante il fiume gorgheggiava i rimasugli del giorno mandando tenui riflessi a sbattere sui ciuffi di paretaria e sulle macchie di muschio di alcune rocce.
Il Professore ammirava quell'ora seduto sulla cima della collina, si chiedeva come potesse esistere tutta quella pace in tempi come i suoi, l'ultima staffetta riferiva di truppe naziste in avvicinamento dell'Austria e i rifornimenti iniziavano a scarseggiare; sedeva fumando da quel poco tabacco rimastogli e, distratto dal panorama, tentava di scribacchiare un'ode su un'agenda lisa con la copertina rossa.
La mente del Professore cercava le parole adatte, parole magnifiche, parole di grandiosa estasi fiammeggiante rivolta resistente, parole di pace, parole di vita, ma deviava di continuo sulle macerie della sua vecchia esistenza, sulla mano della moglie che spuntava dai resti della loro casa bombordata, sulla nostalgia di quella pace che, tuttavia, non lo abbandonava abbracciandolo con tutta la forza della sua illusione.

Quando calava la notte, il Professore si infilava nella sua branda grondante lacrime e sudori freddi; la mattina s'alzava di buon'ora nella grotta dove offriva asilo e teneva lezione a dei bambini così adulti da scordare i balocchi e il latte caldo delle madri seppellite non solo dai loro pianti; si svegliava mantenendo per pochi preziosi istanti le immagini di un mattino felice in una villeggiatura lontana sull'isola dei Sardi. Quella visione di mare, amore e profumi di mirto lo spronava ad un sorriso passeggero subito cancellato dalla sensazione aliena ed umida del suo vedovo riparo.
Quando arrivava il pomeriggio, tutta la comitiva si spostava a godere il sole e l'aria aperta ad eccezione della Vecchia Signora che rimaneva a preparare il solo pasto giornaliero presso la grotta; era in quei momenti che la morte aleggiava intorno alle montagne su ali invisibili e banali stringendo giorno dopo giorno il cerchio sempre più labile della vita, o almeno di una vita ragionevole fatta di scuola e aquiloni, innaffiata solo dal sangue rappreso sui ginocchi e quello di un sole che percepiva la rivolta silente d'una terra ingiusta e, alcune sere, da quel poco vino che ancora si trovava.

Non si sa come accadde, se uno dei bambini o la Vecchia Signora, fatto sta che qualcuno o qualcosa, forse il Destino o l'ala nera mietitrice, lasciò accesa l'unica lampada a cherosene fuori da quel rifugio durante il passaggio di alcuni aeroplani.
Tutto finì una notte in cui il Professore sognava una scuola vera per quei bambini camuffati da uomini con lo sguardo della fine tatuato nelle rètine, lontano dal fragore delle bombe che scaldavano la notte circostante col calore di lacrime rapprese, lontano dall'orrore di una finta pace fatta di miseria, lontano, molto lontano da tutti i fanstasmi dei non-ti-scordar-di-me e dei passati sorrisi caldi che ora tornavano ad accoglierlo nel buio di un nulla, tra un abbecedario distrutto e il ricordo sbiadito di un'estate al mare.

Il nuovo giorno scoprì una terra più leggera che ancora sperava nel ritorno dell'infanzia, sognando di elefanti e giraffe disegnati su lavagne intonse o nelle forme buffe delle nuvole di passaggio.

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