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L’orecchino

di Eliana Farotto
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Pubblicato il 21/12/2019 18:44:29

L’orecchino

Martedì era il giorno giusto. Guardò fuori dalla finestra: era una soleggiata giornata di novembre.  Portò a spasso Ruby, il suo cagnolino, e rimase fuori più a lungo del solito approfittando del tepore inaspettato.

Nel primo pomeriggio Luigi si preparò ad andare in stazione per prendere il Frecciarossa 9641 da Milano a Bologna, dove avrebbe potuto mettere in scena le sue abilità di narratore. Era un ex ferroviere in pensione e il viaggio su un treno ad alta velocità era per lui un piacere a basso prezzo, che si concedeva quando era pronto con una nuova storia.

Era importante scegliere il treno opportuno, non in orari in cui i viaggiatori erano di fretta o si preparavano per l’imminente impegno lavorativo guardando ansiosamente il portatile o parlando al telefono. Anche la scelta delle condizioni metereologiche era importante: una bella giornata metteva tutti di buon umore, nelle giornate uggiose, o ancora peggio in quelle di pioggia, i pendolari erano fradici e malinconici, non disponibili a parlare con il prossimo.   

Salì rapidamente le ripide scale in marmo della stazione illuminate dalla luce del giorno; indossava scarpe sportive comode, jeans attillati e una giacca leggera di piumino blu. Luigi assomigliava vagamente ad un noto cantante italiano e anche per questo suscitava fiducia negli interlocutori.

Passò i controlli salutando gli ex-colleghi e si avviò al binario: salì in classe economica e cominciò a percorrere i vagoni alla ricerca del suo pubblico. Cercava una donna, meglio se quarantenne, da sola e potenzialmente disponibile a chiacchierare.

Ne vide una, ma era impegnata a leggere un libro. Proseguì fino a che trovò quella che stava cercando: capelli neri lunghi, viso tondo, rossetto rosso vivo, golfino verde, un leggero profumo agrumato. Stava guardando fuori dal finestrino. Sul sedile grigio di fianco a lei c’era uno zainetto femminile e appoggiata sul tavolino una borsetta di plastica con disegni di gatti. Era proprio la persona giusta. Si infilò nel sedile lato corridoio di fronte alla donna, e sfilandosi la giacca la salutò e si sedette. 

Il treno partì e si ritrovarono a guardare entrambi le case della periferia milanese.

Quando il paesaggio si fece monotono, Luigi la fissò, accennò alla borsetta e chiese se anche lei aveva dei gatti.  La sconosciuta lo guardò con attenzione e rispose che ne aveva avuti a casa dei genitori, ma adesso viveva con un marito allergico e purtroppo non poteva avere animali.

Parlando muoveva le mani grassocce, facendo tintinnare un braccialetto d’argento al polso destro.

Luigi le sorrise e le chiese se era di Bologna.

-        Sì, abito nelle vicinanze, sono venuta a Milano per trovare un’amica che ha appena avuto un bambino, ho preso apposta un giorno libero dal lavoro.

-        Io invece vado a trovare mia figlia – riprese Luigi - devo farle avere un oggetto particolare, non le ho ancora detto nulla, chissà come reagirà…

Il treno procedeva veloce, una mamma con una bambina si alzarono e percorsero il corridoio per andare in bagno. Vedendo che la donna lo guardava incuriosito Luigi proseguì:

-        Mia moglie ed io abbiamo una gattina, magra, nervosa, dal pelo bianco e rossiccio che si chiama Minù. Adesso ha 12 anni, ha un miagolio insistente e sta sempre tra i piedi, sa come sono i gatti. Gioca con tutte le cose che trova in giro e dorme nel nostro letto. Passa molto tempo a leccarsi e purtroppo da qualche tempo ha una tossetta fastidiosa. Mia moglie era preoccupata, voleva portarla dalla veterinaria, ma la gatta non ama essere visitata. Ieri, dopo ripetuti accessi di tosse, ha fatto degli strani versi, ha vomitato sotto il divano e poi è scappata.

Fece una pausa ad effetto, guardò la donna che lo fissava e riprese:

-        Non si preoccupi, la gatta sta bene.  Quando ho pulito il pavimento, ho trovato delle palle di pelo cilindriche, bianche con una sfumatura rossiccia, come il suo pelo. Stavo per buttarle nella spazzatura quando ho visto un luccichio…

-        Un luccichio? - chiese la viaggiatrice.

-        Sì, qualcosa che brillava ha attirato la mia attenzione.  Ho guardato meglio e dai peli compatti spuntava un sottile filo dorato…era un orecchino!   

-        Un orecchino? Che strano! - ripeté la donna.

-        E non era un orecchino qualunque! - replicò con soddisfazione Luigi, vedendo che il suo racconto suscitava interesse.

-        Deve sapere che quell’orecchino era appartenuto a mia figlia Luisa, quella che adesso abita a Bologna. Era stato un regalo di un suo fidanzato di quando aveva 16-17 anni, una storia d’amore che sembrava dover durare per sempre, per questo lui le aveva regalato questi sottili orecchini d’oro, un regalo davvero importante tra ragazzi. Ma ad un certo punto un orecchino era sparito, mia figlia si era disperata, ma soprattutto non sapeva come dirlo al ragazzo. Aveva preferito non fargli sapere di averlo perso, ma lui aveva pensato che il suo regalo non fosse stato gradito. Giorno dopo giorno era diventato nervoso, le aveva rivolto frasi brusche, mia figlia aveva reagito in maniera stizzita, avevano litigato, insomma da cosa nasce cosa… e poi si erano lasciati. Mia figlia finito il liceo ha preferito andare a studiare a Bologna e lì è rimasta. Per ora vive sola, non ha un compagno fisso. Oggi le porto l’orecchino: chissà come reagirà…pensi, l’aveva ingoiato il gatto giocando!  Vuole vederlo? – Luigi si mosse chinandosi leggermente a sinistra per infilare la mano nella tasca destra dei jeans stretti.

Tirò fuori un sacchettino fiorato: con delicatezza sfilò un sottile orecchino d'oro facendolo vedere alla sua vicina. Era ornato con un pendente, un semplice filo ritorto con il fondo una perlina. Luigi commentò: - È ancora molto bello, nonostante tutto il tempo che è stato nella pancia della gatta.

Le porse l’orecchino con la mano tesa perché lo potesse vedere più da vicino. La donna lo guardava meravigliata, emettendo piccoli versi di sorpresa.  Il treno stava per entrare nel tunnel della nuova stazione di Bologna, mancava poco all’arrivo. Luigi ripose con cura nella tasca l’orecchino.

Si salutarono calorosamente e la donna augurò a Luigi di trascorrere una bella giornata con la figlia, entrambi si avviarono verso l’uscita. Arrivato vicino alla fermata dei taxi sulla piazza, Luigi si fermò e passato qualche minuto ritornò verso la stazione e si recò al bar a prendere un caffè. Un buon profumo di pane tostato aleggiava nel locale.

Doveva aspettare meno di mezzora e poi poteva tornare a Milano con il Frecciarossa 9536 delle 16.38 che arrivava da Roma.

Attraversò la stazione, scese le scale e si avviò al binario. C’era una piccola folla in attesa e Luigi cominciò a scrutare i visi in cerca di un’altra persona a cui raccontare nuovamente la storia: il debutto era stato soddisfacente, la viaggiatrice sembrava contenta del racconto, era riuscito nel suo intento di rendere particolare un viaggio che altrimenti sarebbe stato semplicemente uno spostamento da una città ad un’altra.

Forse per rendere il racconto ancora più verosimile doveva fare più pause o arricchire il ritrovamento del gioiello con più particolari. Decise di scegliere ancora una donna, magari gli avrebbe fatto qualche domanda e lui rispondendole avrebbe potuto improvvisare aggiungendo dettagli alla storia.

 Scorse un’altra quarant’enne che indossava un foulard blu brillante, jeans neri, stivaletti con brillantini, una grande borsa con la cerniera. Si guardava attorno invece di consultare il telefonino come la gran parte della gente in piedi. Era luminosa nonostante la falsa luce artificiale della fermata sotterranea.

Vide che saliva sulla carrozza 7, lui salì alla 8. Quando il treno si mosse Luigi percorse il corridoio: i sedili vicino alla sconosciuta erano vuoti e Luigi prese posto sorridendole.

Dal finestrino si vedevano i condomini della periferia di Bologna ed un cielo senza nuvole. Luigi le chiese se era di Milano e dopo i soliti convenevoli trovò il modo per iniziare la sua storia. Lei lo ascoltava con lo sguardo vivace, annuendo.  Questa volta usò il telefonino per farle vedere una foto di un gatto che poteva essere il ritratto della gattina bianca e rossa. La sconosciuta lo ascoltava con attenzione e sembrava divertita ma anche pensosa, ogni tanto si passava la mano tra i corti capelli biondi.

Alla fine del racconto, con in mano l’orecchino, la donna lo guardò con uno sguardo corrucciato e chiese: - Quanti anni dovrebbe avere adesso l’ex-fidanzato di sua figlia? Poco più di trenta, vero?

Luigi annuì, sorpreso dalla domanda.

La donna proseguì: - Sto andando a trovare mia sorella che abita a Milano da qualche anno, da quando si è sposata. Lui è un avvocato, all’inizio sembrava affettuoso e le faceva molti regali, ma poi si è dimostrato geloso e molto possessivo. Negli ultimi tempi sono volate anche sberle e mia sorella è molto preoccupata, è per questo che vado da lei.  Il marito le ha raccontato che il suo primo amore era stata una ragazza del liceo, erano stati insieme due anni, le aveva regalato degli orecchini d’oro ma lei ne aveva perso uno, non considerando quanto fosse importante per lui quel regalo. Si era sentito poco importante, non amato e per questo aveva deciso di lasciarla. Da allora diffidava delle donne, e se solo sua moglie, mia sorella, si azzarda a perdere un suo regalo...ci sarebbero sicuramente state conseguenze….

Guardò seriamente Luigi e aggiunse: - Che strana coincidenza. Un matrimonio infelice tutto per colpa di un gatto….

Luigi era rimasto senza parole e aveva abbassato gli occhi a disagio, combattuto se raccontare che l’orecchino era della moglie e che non aveva una figlia, bensì un figlio barbuto di nome Maurizio, e che il suo animale era un vecchio cagnolino. La gatta era della vicina, l’aveva vista sul terrazzo allungare il collo, divincolarsi, fare dei versi come se si stesse strozzando, strabuzzare gli occhi e poi espellere delle palle di pelo.

Il treno nel frattempo era entrato in stazione a Milano e la donna, ancora scuotendo la testa lo salutò e scese velocemente senza lasciargli il tempo di replicare. La vide camminare a passo svelto tra la folla e dirigersi verso la metropolitana.

Passato qualche minuto, Anna cominciò a rallentare e sorrise: aveva riconosciuto il “tipo racconta storie” già dalla banchina, l’aveva visto più volte sedersi vicino a viaggiatori solitari e raccontare storie incredibili, godendo della sorpresa incredula che suscitava. Lei lavorava in Università a Bologna, era una sorta di pendolare privilegiata, sicuramente l’uomo l’aveva già vista, ma di recente si era tagliata i lunghi capelli neri ed era passata ad un taglio corto e si era tinta di biondo. Questa volta era toccato a lei far da pubblico, ma non aveva resistito a cambiare il finale della storia, era stato troppo divertente vedere la faccia sorpresa e poi corrucciata dell’uomo.

Al prossimo viaggio gli avrebbe raccontato la verità. O forse no, avrebbe potuto continuare la storia, inserendo nuovi particolari sul matrimonio in crisi di una sorella che non aveva.

 

AA. VV, “I racconti di Cultora, Volume I”, Historica Edizioni, dicembre 2019, antologia della Sesta edizione del Concorso Letterario Cultora.

 

   


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