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Ogni lettore, quando legge, legge se stesso. L'opera dello scrittore è soltanto una specie di strumento ottico che egli offre al lettore per permettergli di discernere quello che, senza libro, non avrebbe forse visto in se stesso. (da "Il tempo ritrovato" - Marcel Proust)

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di Teresa Cassani
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Pubblicato il 12/05/2020 21:18:20

INELUTTABILE

Erano poche le cose che riuscivano ad entusiasmare Galvano. Se usciva in passeggiata con i conoscenti, gli toccava di sorbire conversazioni noiose che spesso riguardavano il cibo di qualche ristorante oppure le foto di un matrimonio: c’era stata addirittura una sposa che aveva pensato di inviare a tutti gli invitati un mini album. Per Galvano coreografie scenografiche e foto erano orpelli destinati forse a colmare vuoti di coppia.
Al lavoro le mansioni affidategli richiedevano molta precisione, di cui in qualche misura difettava, ma poca creatività, della quale invece avrebbe voluto dare manifestazione.
-Hai spedito l’ordine con tutte le indicazioni?- Che data hai messo?- Puoi controllare i dati, per favore?. Questi richiami scandivano sistematicamente le ore della giornata. Era giunto a considerarsi uno sbriga carte.
Aveva partecipato a viaggi organizzati visitando posti suggestivi del mondo, dai templi buddisti a quelli andini, dalle città scavate nella roccia alle foreste di grattacieli, ma spesso si era trovato a dover sopportare le fisime e le assurdità dei compagni di comitiva o anche soltanto le divergenze di gusti e di pensieri.
Così, siccome era un buon lettore, si era accorto che l’unico sollievo o rifugio per lui avrebbe potuto essere la scrittura. Aveva trovato un comodo sito, sul quale poter pubblicare, e lì consegnava i suoi prodotti in prosa che spaziavano dalle riflessioni di tipo esistenziale ai racconti storici e a quelli autobiografici.
Ai conoscenti, che avevano notato le sue defezioni a compleanni o ad uscite di routine per qualche aperitivo, aveva timidamente accennato alla sua nuova vocazione, ricevendo a commento un lapidario: -Ah…
Non aveva resistito a informare gli amici d’infanzia. Con quelli c’era un legame più stretto, di più lunga durata e sicuramente si sarebbero interessati. Si ricordava ancora di quel compagno del liceo che aveva pubblicato un libro di poesie in dialetto locale e tutti allora, in quegli anni, erano scesi in piazza per omaggiarlo. Ma ne aveva ricavato soltanto un: –Ah sì?
Aveva attribuito la reazione a imbarazzo, a frettolosità legata ad urgenze personali, però si sarebbe aspettato che in seguito qualcuno, almeno uno, tra le tante persone che conosceva, gli dicesse un giorno: -Sai, ho letto quel tuo racconto, intitolato…, io penso che….- Invece , con sua meraviglia, aveva dovuto constatare che a nessuno veniva in mente di osservare qualcosa. Come se quelle cose scritte non servissero nemmeno a pretesto per riannodare rapporti, per esprimere o rinnovare anche solo semplice affetto che col tempo poteva essersi affievolito.
Galvano aveva fatto della compagnia dei propri pensieri il miglior filtro alle invadenze del mondo, però non aveva perso la spinta a lanciare dal suo vivere appartato la fune che lo collegasse all’altrui andare. Adesso, prossimo alla terza fase della vita, gli si risvegliavano sopite tenerezze e ricordi adolescenziali che immaginava condivisi.
Galvano constatava che il mondo per lui era inconoscibile, ma non c’era legame tra la scoperta vocazione ignorata e l’idea che col mistero si doveva convivere e che il destino d’angoscia non andava respinto perché solo in esso consisteva l’esistere, come illusoriamente egli avrebbe voluto credere.
Infatti, la pratica di esprimere se stesso, tramite lo scritto, rappresentava una modesta contingenza, destinata dalla necessità dei tempi e del reale a occupare uno spazio marginale.



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