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La scrivania vuota

di Eliana Farotto
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Pubblicato il 12/06/2020 21:23:27

Chissà dov’era Enrico.

L’ufficio era illuminato dalla luce che filtrava dalla finestra con vista sui tetti della vecchia Milano.

L’aria era viziata, era da molti giorni che la stanza non veniva arieggiata.

Dal corridoio proveniva un rumore ritmico di tacchi, forse era Arianna, sempre di corsa, sempre affannata.

Qualcuno stava prendendo il caffè alla macchinetta, delle voci maschili stavano commentando le partite.

Nessuno sedeva alla scrivania vicino a lui, anche oggi Enrico non si era fatto vedere. I documenti sul piano erano ordinati come al solito, i post-it colorati davano un tono di colore al monitor spento. Il telefono squillò, poi tacque, poi riprese con una certa insistenza. Avrebbe voluto rispondere alle chiamate, ma sicuramente il collega non avrebbe gradito.

La giornata si preannunciava lunga senza compagnia. Dalla strada provenivano rumori di macchine, si sentì una frenata brusca che per un attimo coprì i suoni degli uffici di fianco.

La porta a vetri si aprì e Marco gli sorrise fissando la finestra oltre le sue spalle. Fece passare lo sguardo sulla scrivania: si avvicinò per prendere la pinzatrice dicendo ad alta voce che gli era sempre piaciuta quella rossa, sicuramente Enrico gliela avrebbe prestata.

La mattina era trascorsa, mancava poco alla pausa pranzo, e pensò a tutte le volte che Enrico aveva mangiato un panino battendo sui tasti, lo sguardo fisso al monitor, sorseggiando il caffè da un bicchierino di plastica.

Fuori c’era un bel sole: Enrico gli aveva lasciato il posto vicino alla finestra, forse faceva un po’ troppo caldo d’estate, ma sapeva che la luce lo metteva di buon umore.

Dal corridoio provenivano voci concitate, qualcuno stava litigando. Sentì qualcosa cadere, poi una porta sbattere.

Chissà cosa avrebbe detto Enrico tornando in ufficio, lui sempre così pacato e sorridente. Era fortunato ad avere un collega come lui, sempre attento ai suoi bisogni, mai irruento, dalla voce calma che lo accompagnava per ore quando parlava al telefono. Non era mai stato scortese con lui, nonostante che con il passare del tempo avesse occupato sempre più spazio nell’ufficio che condividevano.

Un cellulare squillò nel corridoio, qualcuno rispose a voce molto alta. Ancora un’ora e poi tutti sarebbero usciti, a parte il collega che era solito attardarsi per finire un immancabile lavoro urgente. Forse poi sarebbe passato nel suo ufficio, pensando di trovare Enrico con cui scambiare due chiacchiere prima di andare a casa.

Oltre le finestre il cielo si era fatto più scuro e le luci al neon si accesero automaticamente nell’ufficio e nel corridoio.

Kristina entrò nell’ufficio facendo scorrere la porta: fece entrare il carrello con i sacchetti ed i detergenti spingendolo con una mano sola, con l’altra reggeva il cellulare. Stava parlando con sua sorella Nina che aveva problemi con i figli che erano un disastro a scuola.

Terminò la telefonata e si guardò attorno: si ricordò che c’era poco da pulire in quell’ufficio. La settimana precedente, o forse prima, il dirigente che lo occupava era stato licenziato e se ne era andato lasciando sulla scrivania tutte le sue carte. Era un cinquantenne stempiato, con gli occhiali, era il responsabile amministrativo, così aveva capito. Gliel’aveva detto Miguel che lavorava in portineria, il Dottor Enrico Raimondi se n’era andato senza fare scene, era sempre stato educato, non come il Dottor Magni che lasciava l’ufficio in uno stato pietoso e si lamentava sempre con lei.

Miguel le aveva anche detto che lo pagavano per svuotare l’ufficio nel prossimo fine settimana, lo spazio era grande, avrebbero messo tre scrivanie per far lavorare più persone nei metri quadri occupati fino ad ora da un dirigente.

Chissà che fine avrebbe fatto il ficus che occupava l’angolo a destra, non molto distante dalla scrivania. Il dirigente, gran brava persona, aveva curato il grande vaso bagnandolo ogni settimana e adesso più che una pianta sembrava un albero, con i rami che si allargavano verso la finestra e verso la scrivania. Tante piccole foglioline verde chiaro che sembravano vive.

Da otto anni Kristina puliva gli uffici in quel palazzo e ricordava che il vaso fosse sempre stato lì. Il ficus sembrava fremere quando lei si avvicinava, come se volesse salutarla. Raccolse dal pavimento molte foglioline gialle, alcune già secche e arrotolate, la pianta sembrava giù di tono, controllò il livello dell’acqua ma era tutto a posto.

Forse la pianta, dopo tanti anni insieme, sentiva la mancanza del Dottor Raimondi….

Rise, leggere romanzi la rendevano sciocca e sentimentale, aveva ragione suo marito.

Terminò di pulire il pavimento, spense la luce e fece scorrere la porta, lasciando il ficus nell’oscurità, i rami leggermente rischiarati dalle luci della strada e del palazzo di fronte.

 

AA.VV. Il libro delle storie finite- di amore e di distacco,  FusibiliaLibri, maggio 2020.


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