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Genio e carità: Maria Gaetana Agnesi

di Eliana Farotto
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Pubblicato il 12/06/2020 21:27:29

Aprì gli occhi e ringraziò Dio: Maria Gaetana non pensava di vivere così a lungo. Guardò la sua veste semplice e consunta appesa nella penombra della stanza monacale e ricordò come in un sogno gli abiti ricamati, abbelliti con pizzi e nastri, che indossava da giovane.

Una fioca luce entrava dalla finestra e lei, sdraiata nel letto, non aveva la forza per leggere. Guardò il soffitto, dove una sottile ragnatela si muoveva per il calore della lampada. 

Chiuse gli occhi e le apparvero vivide immagini della sua lunga vita.

Infante stava giocando con le domestiche e i fratelli nel giardino del palazzo milanese da poco adornato con le insegne asburgiche. Indossava un vestitino bianco e parlava, parlava, e gli altri la stavano ad ascoltare, stupiti da quella bambina dai riccioli dorati che faceva ragionamenti così articolati. Ricordava suo padre, austero e bonario, che la affidava ai maestri, scelti tra i dotti del tempo, e la governante austriaca dai capelli intrecciati sul capo con cui trascorreva i lunghi pomeriggi sui libri. Aveva passato lunghe ore a studiare e aveva appreso lingue dai suoni così diversi dall’italiano.  Il padre Pietro, che aveva accumulato ricchezze per merito della seta ed era diventato un famoso mecenate amante della scienza e delle arti, aveva trovato in lei una degna erede: aveva provato ad investire sui figli maschi, ma solo lei dimostrava di avere una vivida intelligenza, in cui lui potesse rispecchiarsi.

Si rivide quasi ventenne nel salotto del palazzo milanese, unica donna ammessa a discutere con intellettuali italiani e stranieri invitati da suo padre che la presentava con orgoglio. Le piacevano così tanto quegli incontri! Li attendeva con ansia e partecipava non da spettatrice, ma ogni volta con un saggio su un argomento a sua scelta.  I presenti prima la salutavano con la deferenza dovuta ai padroni di casa, ma dopo averla sentita parlare, la consideravano sotto un altro punto di vista, come una di loro. Qualcuno la giudicava un fenomeno vivente e la paragonava, un po' ironicamente, a Pico della Mirandola. Più volte, nei suoi ragionamenti, Maria Gaetana aveva espresso con convinzione che anche le donne dovessero essere istruite e ricordava che, mentre lo diceva, vedeva i presenti scuotere il capo e accennare sorrisi di scherno.

Le sorelle non erano invitate al salotto culturale e artistico e le chiedevano con curiosità dettagli sugli ospiti, sul loro aspetto e sulla loro avvenenza, ma lei sorrideva e scuoteva il capo, rispondendo che, nell’emozione del momento, non ci aveva fatto caso. L’unica sorella con cui aveva stretto un forte legame era Maria Teresa, poco più giovane di lei, che era una provetta clavicembalista e autrice di musiche. Maria Teresa era solita esibirsi per tutti gli illustri ospiti e studiosi che venivano invitati nel palazzo Agnesi, per poi allontanarsi quando cominciavano le dissertazioni. Maria Gaetana sospirò, quanto le mancava la sua cara sorella!

Quando era venuto il tempo di accasarsi, si erano fatti avanti diversi pretendenti, ma valutando i pro e i contro lei aveva deciso che non voleva lasciare i suoi studi per diventare moglie e madre. Non rimaneva che un’unica alternativa: farsi monaca. Aveva pensato più e più volte come dirlo a suo padre, senza mai trovare il coraggio. Era maggio, il profumo delle rose era inebriante e la luce inondava il cortile: lei si era decisa a chiedere udienza a suo padre che preoccupato la stava aspettando. Era entrata nel suo studio con il batticuore, e con una voce bassa e incerta aveva chiesto al padre il permesso di diventare una religiosa: lo aveva visto sbiancare, e la sua risposta era stata per lei una sorpresa. Con una voce che tradiva l’emozione il padre l’aveva pregata di non lasciarlo, perché, tra i numerosi figli ancora in vita, solo a lei era davvero affezionato.

Le aveva fatto una controproposta: se fosse rimasta, poteva continuare i suoi studi, e lui non l’avrebbe spinta a sposarsi. Aveva riflettuto e da giovane avveduta aveva deciso di rimanere nella casa paterna, rinunciando alla vita mondana e rifiutando le richieste dei pretendenti.

Aveva così tempo di studiare, dedicandosi all’algebra e alla geometria, quanto di più lontano dalle materie a cui solitamente si dedicavano le rare studiose del 1700. Era stato un bel periodo, passato sui libri e a scrivere a lume di candela.

E i risultati non erano mancati! Aveva confrontato le sue tesi con i saggi del tempo, per mezzo di intensi   contatti epistolari, e a trent’anni aveva dato alle stampe le “Instituzioni Analitiche ad uso della Gioventù Italiana “, due tomi voluminosi  che lei ebbe l’ardire di dedicare all’imperatrice.

Che emozione quando ricevette le risposte di plauso!  Ma non solo:  Maria Teresa d'Austria la ringraziò con un  cofanetto contenente un anello di brillanti,  il papa Benedetto XIV le inviò benedizioni e doni preziosi e anche il famoso Goldoni inserì una citazione delle “Instituzioni” in una delle sue commedie. Lei era stordita, pensava di vivere in un sogno.

Ma le soddisfazioni non finirono qui: nel 1750, poco dopo la pubblicazione delle sue ricerche, il Papa le propose l’incarico di lettrice onoraria di matematica all’Università di Bologna.  Lei ne fu onorata, ma rifiutò: aveva già trentacinque anni, era tempo di dedicarsi alle opere di carità e ringraziare il Signore per la vita fortunata che aveva avuto.

Morto il suo adorato padre, decise di fare un’altra scelta controcorrente: a Milano mancava un luogo dove curare i meno abbienti e le donne, e allora con coraggio decise di trasformare il grande palazzo signorile degli Agnesi in un ospizio, dove le inferme potessero trovare rifugio. I fratelli però non erano d’accordo e fecero di tutto per contrastare il suo operato.

Ma la fortuna non l’abbandonò neanche questa volta, permettendole di raggiungere il suo scopo: Antonio Tolomeo Trivulzio, che aveva stima di lei, decise di supportare la sua causa, lasciando in eredità il palazzo di famiglia per creare un nuovo grande ospedale. Alla morte del nobile furono eseguiti i lavori e lei divenne direttrice del reparto femminile, accogliendo le malate e le mendicanti.

Maria Gaetana viveva ormai lì, nel quartiere femminile del Pio Albergo Trivulzio, da molti anni… quanti? dieci? quindici? La sua infallibile memoria cominciava a tradirla.

Era difficile distinguerla dalle altre inferme, ma per tutti rimaneva una nobile, onorata e riverita come una santa, di età indefinibile, come indefinibile era il suo immenso sapere. Morì ottantenne, rivelandosi anche in questo una donna singolare.

Difficilmente le benefattrici vengono ricordate e anche Milano non fa eccezione, ma in centro, in via della Signora, dove una volta sorgeva il Pio Albergo, rimane una lapide a ricordare Maria Gaetana Agnesi e il suo impegno per il sociale. Riporta la targa commemorativa, dettata da Emilio de Marchi: “Maria Gaetana Agnesi delle scienze matematiche sapiente, gloria d’Italia e del secolo suo, nella scienza del bene sapientissima, in questo albergo dei vecchi poveri umile ancella di carità morì nel 1799”.

La sua fama di scienziata è però ricordata ben oltre i confini della sua città natale: nel 1991, a uno dei crateri del pianeta Venere venne assegnato il nome “Agnesi” in suo onore, un tributo spaziale al genio femminile italiano.

 

Bibliografia:

Dizionario biografico degli italiani, Roma, Istituto dell’enciclopedia italiana, Vol. I, 1960,

M. Mazzotti, Maria Gaetana Agnesi e il suo mondo. Una vita tra scienza e carità, Carrocci, 2019

C. Goldoni, Commedie scelte. Tomo terzo, Il medico olandese, Prato, Giachetti, 1827

Gazetteer of Planetary Nomenclature, International Astronomical Union (IAU) Working Group for Planetary System Nomenclature (WGPSN)

 

AA.VV Biografie di donne famose -tra realtà, mito e leggenda- Antologia, Apollo edizioni, maggio 2020.


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