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di Eliana Farotto
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Pubblicato il 05/12/2020 17:08:02

Sono stato adottato a quattro anni e mezzo. Dell’orfanatrofio mi ricordo il cortile: era luminoso, faceva caldo, giocavo a calcio con un pallone sgonfio con le infradito. Una mattina sono arrivati loro, mamma e papà, pallidi, agitati, che mi rivolgevano parole incomprensibili: dopo un mese insieme ho capito cosa vuol dire avere dei genitori. Ho scelto un pallone da regalare agli amici che stavo per lasciare, poi siamo partiti per l’Italia. Un lungo viaggio in aereo e poi in auto: mi sono trovato in mezzo a boschi e montagne ed ho visto per la prima volta la neve.

Casa mia è in un piccolo paese in Valle d’Aosta, dove oltre l’italiano si parla uno strano dialetto che sembra francese. Il primo inverno è stato duro, avevo sempre freddo, mi si screpolavano le mani e la faccia, era buio e poi improvvisamente il sole colpiva la neve e si rimaneva accecati.

Quando ho cominciato a frequentare le elementari ho conosciuto i miei “coscritti”, quelli che sarebbero diventati i miei amici del cuore.  Ho imparato in fretta a parlare l’italiano e il “patois”, mischiando parole e verbi in un borbottio che faceva ridere le amiche della mamma quando venivano per un caffè o a giocare a carte il pomeriggio del sabato.

In giugno con l’arrivo del caldo potevo giocare a pallone nella piccola piazza davanti alla chiesa e andare in bicicletta stando attento alle macchine, in paese mi conoscevano tutti. Ero magro, molto più basso di Lino e Carlo che abitavano nella casa di fronte alla nostra: bastava salire la scala, bussare alla porta, il loro cagnolino si affacciava e cominciava ad abbaiare e loro uscivano a giocare con me.

Nel mio paese a otto anni i bambini entrano a far parte del coro locale, che ripropone balle e canti della tradizione popolare e si esibisce in tutta la Valle d’Aosta. Possono partecipare al gruppo folkloristico solo i figli di chi fa parte da generazioni della piccola comunità: i costumi, molto elaborati, vengono tramandati di padre in figlio, come pure le calzature in cuoio e legno e il cappello con le piume vere.

La mamma ha tirato fuori dal baule il costume che era di papà e lo ha sistemato per me, visto che ero molto più magro di quanto fosse lui alla mia età: mi sono sentito molto elegante quando l’ho provato di fronte allo specchio. Un sabato mattina i miei genitori mi hanno accompagnato emozionati al primo incontro con il maestro del coro, un po’ agitati per questo mio debutto in società. Il maestro quando mi ha visto sembrava perplesso, ma i bambini vedendomi hanno battuto le mani, i più grandi mi hanno sollevato e fatto il solletico. Dato che ero piccolino mi sono trovato in prima fila a cantare a squarciagola, mi piaceva davvero tanto marciare, ballare e cantare. Il gruppo “enfant” ogni tanto provava anche con gli adulti ed era bello toccare i tamburi con i nastri, le fisarmoniche, ed io ero innamorato delle ragazze con i colletti di pizzo e le collane di perline.

La mia prima esibizione è stata in chiesa, il giorno di Natale: siamo usciti dalla sala del comune ed abbiamo percorso la strada acciottolata che attraversa il paese, io camminavo dietro a Luigi che portava lo stendardo e tenevo per mano Fanny che aveva la cuffia, la gonna lunga e gli zoccoli, sentivo il rumore del legno sul selciato. Lungo le strade addobbate a festa molte persone aspettavano per vederci passare, eravamo una macchia colorata e pittoresca tra le vecchie case con il tetto imbiancato. L’aria era gelida, ero emozionato e sorpreso da tutte le persone che ci guardavano e sorridevano, molti mi additavano ed io mi sentivo felice. Dopo questa prima esibizione ne sono seguite molte altre, cantavamo di solito il sabato sera nella sala del cinema, i turisti battevano le mani e noi facevamo l’inchino.

In maggio i cori delle diverse valli si riunivano nel capoluogo per un’esibizione nell’auditorium, dove una giuria regionale assegnava i premi ai migliori gruppi folkloristici e le foto scattate nella manifestazione  venivano utilizzate per il programma degli eventi estivi.

Quell’anno siamo saliti emozionati sul palco e ci siamo schierati come al solito con i più piccoli davanti: il direttore dell’evento ci ha guardati e additandomi ha chiesto se potessi essere spostato in terza fila. “Forse mi ha sentito stonare”, ho pensato, e con gli occhi bassi sono arretrato di posizione. Fanny si è girata a guardarmi e senza esitare è venuta a mettersi al mio fianco, dicendo che quello era il suo posto. Anche Lino e Carlo si sono mossi, e poco dopo tutti i bambini erano nascosti dagli adolescenti. Si è alzata una voce in platea chiedendo cosa stesse succedendo, perché non cantavamo.

Il maestro del coro del mio paese ha annunciato che non era possibile esibirsi, ed ha fatto cenno al gruppo di ritirarsi: a quel punto il responsabile lo ha bloccato ed ha pregato di proseguire come da programma. Tutti gli “enfants” sono tornati in fretta in prima fila ed il coro ha cantato con tutto l’entusiasmo di cui era capace.

Le foto della serata sono appese nella sala dei miei genitori da circa vent’anni: in una si vede il coro che canta, con i vestiti tipici tirati a lucido, con me in prima fila con il cappello ed il panciotto, un bimbo magrolino di pelle scura, con i tratti afro, che spicca tra tutti. Nella seconda si vede il maestro che ritira la coppa e noi sul palco che saltiamo e urliamo dalla gioia.

È passato molto tempo da allora, ho studiato in città ma sono tornato in paese ed insieme agli altri giovani sto investendo per il futuro della nostra comunità. Non faccio più parte del coro, indosso il costume solo quando ce n’è bisogno per gli eventi che organizziamo per i turisti. Fanny ed io ci siamo sposati l’anno scorso: in cantina c’è il baule con i costumi di quando eravamo bambini, ben conservati in attesa di essere indossati dai nostri figli.

 

Racconto classificato al 7° posto nel Concorso Letterario Nazionale “Sabrina Savino” II Edizione

AA.VV, Sentieri 2, Narrativa Contemporanea italiana, 2020 SaMa Edizioni


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