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Morte in vacanza

di Eliana Farotto
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Pubblicato il 11/12/2020 12:37:57

“In every life we have some trouble

When you worry you make it double
Don't worry, be happy
Don't worry, be happy now”.

 

Martedì 11 giugno 1989

Era stata una giornata davvero faticosa.

John Middlesack si asciugò la fronte, seduto sul letto matrimoniale della stanza arredata con mobili finto antichi. La visita di Lucca con il gruppo culturale di Brighton, di cui faceva parte da anni, era iniziata alla mattina alle 9, subito dopo colazione: il giro delle mura, l’anfiteatro, la cattedrale, i palazzi storici e poi il pranzo in trattoria, dove aveva mangiato e bevuto con troppa abbondanza. Subito dopo erano partiti per Pisa, per vedere la torre pendente e Piazza dei Miracoli. Era rientrato in albergo da un’ora e una doccia fresca non era bastata a ridargli energia. Forse 75 anni erano troppi, o forse era l’Italia che era troppo calda e troppo ricca di chiese e monumenti. Si infilò a fatica le scarpe per via della pancia, si controllò allo specchio e uscì dalla stanza, chiudendo la porta a chiave. Sbuffò, ricordandosi che non c’era l’ascensore: aveva richiesto una stanza con vista e gli era stata assegnata una camera al terzo piano in un palazzo storico, pittoresco certo, ma con scale strette e ripide.

Cominciò a scendere lentamente posando i piedi con attenzione sugli stretti gradini in pietra. Avvertì una spinta alla schiena, cercò di rimanere in piedi stringendo il corrimano in legno con più forza, ma cominciò a rotolare fino a sbattere contro la finestra che si frantumò facendolo piombare nel buio.

Davide, un pisano di 24 anni, aveva iniziato il turno alla reception alla mattina alle 7. “Questi inglesi sono davvero difficili da gestire”, stava pensando. Chi altro poteva pretendere un tè caldo a metà giugno prima di cena? I partecipanti del gruppo arrivati il giorno prima sembravano più istruiti della media, con una guida locale che li aveva intrattenuti la sera prima sulla storia della città, anche se ne aveva visti diversi sonnecchiare nonostante le sedie scomode. Il ragazzo doveva rispondere alle telefonate, verificare la programmazione delle stanze, soddisfare i desideri dei clienti e mai che ci fosse qualcuno a servire al bar quando ce n’era bisogno! Troppo lavoro per il poco stipendio che percepiva, a fine estate avrebbe cercato un altro posto, voleva provare a lavorare in un hotel più prestigioso, con più personale per soddisfare le varie incombenze. Mentre stava chiamando un taxi per la coppia dei tedeschi, avvertì un trambusto per le scale: dopo pochi minuti sentì urlare e si affrettò a verificare cos’era successo. Sulla rampa delle scale, tra il secondo e terzo piano, un uomo era incastrato nella finestra: la testa aveva sfondato il vetro e il sangue scendeva copioso fino al pavimento in cotto.

All’ombra del cortile Michela stava controllando la cartina: la settimana in Toscana si stava rivelando piena di piacevoli scoperte. Michela Rossini era una milanese cinquantenne dal fisico sportivo, con i capelli castani tagliati corti e gli occhi chiari e curiosi. Stava fischiettando il motivetto che l’aveva spinta a partire, “Don’t worry be happy”: il lavoro ed il rapporto con il marito erano in stallo, tutto sembrava non girare per il verso giusto, fino a che la canzone ripetuta ossessivamente alla radio non l’aveva spinta a riflettere. Perché preoccuparsi invece di essere felice? Si era così decisa per una pausa in solitaria, per affrontare la vita con più leggerezza almeno per qualche giorno.

La tomba di Ilaria l’aveva affascinata, se fosse stata una scrittrice le sarebbe piaciuto raccontare la storia d’amore e morte della giovane così mirabilmente ritratta nella pietra, ma il suo lavoro non era così artistico, era una microbiologa e passava le sue giornate in laboratorio. Stava sorseggiando una bevanda fresca seduta nel cortile del piccolo hotel a Lucca, aspettando che arrivasse un’ora decente per andare a cena. Tra poco sarebbe andata in stanza, si sarebbe cambiata per poi andare a piedi verso piazza dell’Anfiteatro. Sentì provenire dall’interno dell’edificio delle grida, delle porte sbattere, voci che gridavano aiuto. Fu tentata di alzarsi, ma diverse persone si stavano accalcando sulla porta.

Dopo 10 minuti, arrivò un’autoambulanza a sirene spiegate e vide un medico e gli infermieri correre all’interno. Uscirono poco dopo trasportando un uomo in barella che sembrava incosciente, il telo era sporco di sangue. Avrebbe appreso il giorno dopo che l’uomo, un turista inglese, non avrebbe passato la notte.

 

Mercoledì 12 giugno 1989

La Gazzetta di Lucca riportava in prima pagina: Forse un malore, forse un passo falso, hanno segnato il destino di un uomo. Secondo gli accertamenti eseguiti dai carabinieri della stazione di Lucca guidati dal comandante Graziano Summa, l’uomo, un professore inglese in pensione, sarebbe morto cadendo sulle scale dell’Hotel Lucca Antica.  L'anziano, nel tentativo di scendere alcuni scalini, avrebbe perso l'equilibrio sfondando la finestra alla base delle scale. Si indaga per capire se ci sono eventuali negligenze da parte dei responsabili della struttura alberghiera.”

“Che cavolo di incidente!”, pensò Davide alla reception, “non capisco che ci faccia qui la polizia, quello è caduto ed ha infilato la finestra con la testa. Che svolgano pure le loro indagini, cosa c’è da scoprire? Era vecchio, stanco, forse aveva bevuto”.

Michela aveva pianificato un giro a Viareggio ma dovette attendere in albergo per testimoniare. Nella piccola sala altri turisti aspettavano, tra cui anche alcuni del gruppo di Brighton. Da loro scoprì che il malcapitato si chiamava John Middlesack ed era un professore di musica, vedovo benestante, con due figli che sarebbero presto arrivati.

 

Rientrando in albergo prima di cena, Michela apprese che la Procura aveva disposto un'autopsia, per fugare ogni dubbio: non sembrava chiara, infatti, la dinamica della caduta e i carabinieri, che al momento parlavano di un fatale incidente, volevano battere ogni pista.

 

“Effettivamente serve molta energia per sfondare la finestra”, pensò Michela, “strano che un turista di quell’età, a fine giornata, scenda le scale correndo”. Aveva in mano una mela che stava portando in camera, la fissò per un attimo e la lasciò cadere lungo gli scalini del secondo piano: il frutto si arrestò quasi subito, ben distante dal pianerottolo che collegava le due rampe di scale.

 

Il terzo piano era stato isolato per permettere le indagini e nell’hotel erano rimasti solo i turisti che occupavano le stanze ai piani più bassi. Il proprietario, Luigi Fontana, un corpulento toscano sui cinquant’anni, era comparso nel pomeriggio, disperandosi per la sfortuna che gli era capitata: gli era stato ingiunto di chiudere l’hotel nell’arco di pochi giorni e attivare tutte le misure per mettere in sicurezza le scale e le finestre. E pensare che solo qualche mese prima l’albergo di fianco gli aveva proposto un’offerta vantaggiosa, potevano mettersi in società ma lui aveva rifiutato sdegnosamente.  Mannaggia a lui e al suo orgoglio! Dove avrebbe trovato i soldi per i lavori? Se non avesse buttato i soldi giocando ai cavalli adesso non si sarebbe trovato nei casini, la voce era girata e nessuno gli faceva più credito.

 

Giovedì 13 giugno 1989

 

Davide stava parlando con Maria, la donna di origine albanese che riordinava le stanze. Maria continuava a piangere, sembrava molto scossa dall’incidente. “Era grasso, sarà stato il cuore” diceva Davide, “certa gente dovrebbe starsene a casa, invece di andare in giro a bere e mangiare”. Maria si asciugava gli occhi con il fazzoletto e annuiva.

Michela, seduta nell’atrio, vide arrivare un taxi e scendere un uomo che si presentò alla reception come Andrew Middlesack. L’inglese era agitato, accaldato e dall’aspetto stropicciato: chiese subito a Davide dov’era l’obitorio e con chi dovesse parlare. Appoggiandosi sul bancone dell’ingresso per riprendere fiato, domandò se sua sorella Ruth fosse già arrivata. Sobbalzò vedendo una donna anziana che stava avanzando verso di lui e le si rivolse in inglese con fare sgarbato: “Helen, come mai sei qui? Papà aveva detto che avevate smesso di frequentarvi!”. Helen si ritrasse come se fosse stata punta da una vespa e gli rispose che anche lei faceva parte del gruppo in visita in Toscana. “La mia relazione con tuo padre è terminata da tempo, cosa c’è di male nel fare le vacanze insieme ai comuni amici?”.

“Sei sempre stata una bugiarda, anche la mamma lo diceva”.

“Lascia stare Andrew, sei sconvolto, stai parlando a vanvera”, Helen si girò e si allontanò in gran fretta.

Nel pomeriggio arrivò Ruth Middlesack con un volo dalla Germania, dove si era trasferita molti anni prima, così disse a Davide che l’accolse in hotel. Rifiutò le condoglianze rispondendo che suo padre sarebbe dovuto morire molti anni prima, al posto della madre. Davide rimase senza parole, e con sollievo sentì il telefono che squillava. La radio in sottofondo continuava a trasmettere la solita canzoncina scaccia pensieri (Don’t worry,be happy!): il fischiettio e lo schioccare delle dita risuonavano nella via.

 

Venerdì 14 giugno 1989

 

Luigi Fontana accolse con palese nervosismo Graziano Summa, venuto per un nuovo sopralluogo in hotel. “Comandante, è stata una disgrazia, più chiaro di così, cosa c’è ancora da capire?”.

 “E’ la prassi, signor Fontana, non si preoccupi”. Il comandante aveva appena ricevuto i risultati dell'esame autoptico, eseguito il giorno precedente dal perito nominato dal Tribunale: erano state rinvenute tracce di legno del corrimano sotto le unghie della mano sinistra e dei segni nella parte bassa della schiena rivelatrici di una pressione, come se John Middlesack fosse stato spinto.  

Elementi che mettevano in dubbio l’episodio accidentale e che rendevano la vita complicata al comandante Graziano Summa che non voleva grane: passi un incidente, ma un omicidio ad inizio estate, a Lucca, non ci voleva proprio.

Summa aveva incontrato il giorno prima i figli del defunto, solo l’uomo sembrava sconvolto, mentre la figlia non aveva versato una lacrima. Andrew Middlesack aveva fretta di rientrare con la salma, ma con i dubbi in sospeso bisognava verificare ogni possibile indizio.

 

Michela stava sorseggiando il suo cappuccino e dal suo tavolo scorgeva il proprietario dell’hotel e un poliziotto discutere nell’ingresso.  Nella sala della colazione apparve Ruth, con indosso un camicione, scarpe basse ed un cappello a larghe falde calato sui lunghi capelli rossicci. Tutti i tavoli erano occupati e Michela, che era seduta da sola, le fece cenno di accomodarsi. Ruth ringraziò, si tolse il cappello e prese posto, mentre nei tavoli vicini alcuni turisti di Brighton si azzittirono.

“Sono una massa di ipocriti” disse Ruth a Michela, con un tono che potesse essere sentito in tutta la sala, “Falsi amici pronti a sputare sentenze”. 

“Perché dice questo?”, chiese Michela.

“Hanno sempre fatto finta di niente quando mio padre aveva delle avventure, mentre hanno attaccato ferocemente mia madre quando finalmente si è ribellata a mio padre. La sua depressione è stata causata da come l’hanno trattata, poi è seguita la malattia, e lei si è lasciata morire. Non mi stupirei se anche questa volta ci fosse lo zampino di qualcuno di loro nella morte di papà”. Così dicendo si alzò bruscamente e lasciò la stanza, lasciando cadere la sedia con un rumore che rimbombò nella sala.

Terminata la colazione Michela si avviò verso la vicina chiesa di San Michele in Foro con in mano la guida tascabile. Dopo il bianco abbagliante della facciata, l’interno risultava più scuro di quanto fosse in realtà. Aspettò, seduta nei banchi dell’ultima fila, che gli occhi si abituassero alla poca luce e nei primi banchi vide una figura inginocchiata che piangeva e pregava con in mano un rosario. Passati alcuni minuti la persona si alzò, si fece il segno della croce e percorse la navata laterale per uscire, passandole di fianco.

Michela riconobbe nella figura affranta Maria, la cameriera dell’hotel.

 

 

Sabato 15 giugno 1989

 

Graziano Summa, affiancato dai suoi collaboratori della polizia giudiziaria, aveva già sentito tutti i turisti presenti nell’hotel al momento della caduta di John Middlesack e si stava chiedendo che altro potesse fare. L’indagine non aveva rivelato aspetti particolari e non poteva trattenere oltre il gruppo di inglesi in hotel. Tutto sembrava confermare che si trattasse di una fatale tragedia.  A parte vecchie storie, non sembrava esserci un movente per un omicidio. Si era intrattenuto più a lungo con Helen Moarty, una vecchia signora piacente che aveva avuto una relazione con il defunto negli anni passati, così aveva appreso dal figlio Andrew che aveva fatto allusioni ad un movente economico e passionale. La donna divideva la stanza 106, al primo piano, con un’amica, Beth Russy, ed erano entrambe in camera quando era avvenuta la tragedia, per cui era da escludere dalla lista degli indiziati. A dir la verità non c’era nessun altro nome in quella lista, pensò Summa, si era trattato di un malcapitato incidente.

 

Michela stava preparando la borsa, dopo colazione avrebbe lasciato la stanza. Controllò di aver preso creme e spazzolino e mentre esaminava il suo viso allo specchio sentì una voce provenire dal cavedio su cui si affacciavano le finestre dei bagni. Incuriosita si avvicinò al pozzo di aerazione e sentì una voce femminile che stava parlando al telefono. “Non è vero, non volevo, non puoi trattarmi così, ho bisogno di quei soldi, Dio mi punirà per quello che ho fatto”.

Rimase in silenzio e quando sentì la porta della stanza di fianco aprirsi, uscì nel corridoio, andando quasi a sbatte contro Maria con in mano una scopa ed uno straccio. Maria sussultò e salutò abbassando gli occhi. Michela fissò il suo viso sciupato, con occhiaie scure. “Maria, sta bene?” Maria annuì, tirando su con il naso, mentre una lacrima le scendeva dall’occhio destro.

“Maria, se sa qualcosa sulla morte dell’inglese lo deve dire, non può vivere così, l’accompagno io in commissariato”.

Maria si riscosse stupita, la fissò e svenne.

Circa un’ora dopo Michela e Maria entrarono nella stazione dei carabinieri e chiesero di parlare con il responsabile; dopo una breve attesa entrarono nell’angusto ufficio e presero posto davanti alla scrivania.

La prima a parlare fu Michela:

“Commissario, Maria ha qualcosa di importante da dire” e guardò la donna facendole cenno di continuare.

“Io non volevo, è stata una disgrazia!” Maria si interruppe cominciando a singhiozzare.

Summa le fece portare un bicchiere d’acqua e la invitò a proseguire.

Maria riprese a parlare tra i singulti: “Madre Santa, aiutami tu! Il signor Giacomo, il padrone dell’hotel San Michele - lo conosce? - mi ha chiesto di far cadere qualcuno dalle scale. “Perché?” non capivo cosa diceva! “Per creare problemi” mi ha risposto, “Fontana è pieno di debiti, lo sanno tutti, e con un incidente deve chiudere, deve pagare i lavori e senza soldi non può”. Il signor Giacomo vuole prendere l’hotel con pochi soldi, non gli basta quello che ha.” Ti pago”, mi ha detto, “50 euro subito e 200 dopo l’incidente”. Non volevo, a me non servono i soldi, faccio un lavoro onesto, ma mio figlio in Albania, continua a chiedere, “Mamma, mandami soldi, mamma ho bisogno”. Ho pensato, è solo una caduta, non è un peccato grave”.

La donna fece una pausa e si asciugò gli occhi con il fazzoletto che teneva appallottolato nel pugno.

“Ho messo la cera, ho lasciato bagnato, ma nessuno si è fatto male. Martedì ero al terzo piano, nella 302, ho sentito una porta che si apriva, qualcuno stava uscendo; ho fatto piano, ed ho spinto il signore grasso, così lui cade.  Non pensavo di aver fatto forte, non volevo far male, che Dio mi perdoni. Ho visto il sangue e mi sono spaventata, ho urlato, con tutto il rumore mi sono trovata sulle scale senza capire più niente. È da allora che non dormo e prego la Madonna, sono senza pace!”.

Michela appoggiò la mano sulla spalla di Maria, e sospirò. Guardò Summa con fare interrogativo e il comandante le fece un cenno come per ringraziarla.

Era tempo di tornare, le vacanze per lei erano finite.

 

 

AA.VV, Un giallo per l’autunno, Volume I, Apollo Edizioni 2020


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