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La scomparsa

di Eliana Farotto
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Pubblicato il 06/03/2021 12:11:09

Terminò il suo espresso sollevando la tazzina per gustare l’ultima goccia.

“Almeno ho la soddisfazione di godermi un vero caffè”, pensò Vincenzo e continuò a pulire il bancone con uno straccio. Vedeva la sua immagine riflessa nello specchio alla parete: un uomo ingrigito, spento, con profonde rughe sul viso.

Lavorava a mezzo tempo nel bar Sicilia Mia grazie alla raccomandazione del suo amico Peppino, che conosceva bene il proprietario Franco De Vito, siciliano pure lui, emigrato al Nord negli anni Settanta. Quando si erano incontrati gli aveva raccontato che cercava un lavoro per arrotondare la pensione, si era dovuto trasferire a Bolzano da Palermo per stare vicino al figlio. 

La realtà era che Vincenzo era nato a Palermo, si era trasferito vicino a Verona poco più che maggiorenne dove aveva messo su casa, e aveva passato gli ultimi vent’anni in prigione, per scontare una condanna per omicidio. Un figlio l’aveva, ma non lo vedeva da molti anni, sapeva che si era sposato, poi separato ed aveva due figlie, ma lui non le aveva mai viste.

Si era sempre dichiarato innocente, non aveva ammazzato sua moglie. Non era mai stato trovato il corpo di Karin e nessuna traccia che potesse provare la sua colpevolezza.  

Lo aveva ammesso, era sempre stato geloso della sua bionda moglie, alta, slanciata, troppo indipendente, così diversa dalle donne del suo paese di origine. Era stato colpito dalla sua bellezza e dopo i primi incontri avevano subito fatto l’amore, lei era spensierata e nell’atto amoroso gioiva con tutto il suo corpo così morbido e candido. Lui pensava fosse solo un’avventura, ma lei era diventata il suo chiodo fisso, non faceva che pensare a lei, non poteva stare senza di lei. Erano venuti i parenti dalla Sicilia per il matrimonio: avevano ammirato l’appartamento luminoso arredato con mobili chiari ed elettrodomestici costosi, ma avevano abbassato gli occhi davanti a quella femmina così bionda e sfacciata.

Lei lavorava nella birreria del piccolo centro abitato della pianura veneta e le piaceva mettere in risalto la scollatura procace e sorridere ammiccante agli avventori. Vincenzo ne soffriva e sperava che, alla nascita del figlio, Karin si sarebbe trasformata in una madre a tempo pieno. Nacque Salvatore, ma Karin era insofferente ai lavori domestici e alla vita confinata nelle mura di casa: volle subito tornare al lavoro e al suo pubblico di ammiratori.

Erano ormai sposati da più di dieci anni e le liti aumentavano, lei tornava a casa sempre più tardi e a volte c’era qualcuno che la accompagnava. Vincenzo le faceva scenate anche in pubblico, non voleva fare la figura del cornuto, lei la doveva smettere di fare la civetta con tutti gli avventori.

Anche quel sabato mattina del luglio 1995, mentre lei era al volante, le aveva urlato dietro che l’avrebbe ammazzata se avesse osato tradirlo.  La macchina era diretta verso nord: Karin stava andando al matrimonio di una sua amica che si sposava dalle parti di Monaco.  Era stata invitata anche la sua amica Angela che però si era ammalata di morbillo, contagiata dal figlio della sorella. Quando Vincenzo aveva scoperto che la moglie sarebbe partita da sola le aveva chiesto di non andare, ma lei aveva riso e gli aveva risposto che per nulla al mondo avrebbe rinunciato a sfoggiare il suo abito blu acquistato per l’occasione.

Era uscita chiudendo con calma il cancello, indossava scarpe comode ed un abito corto che lasciava scoperte le gambe chiare. Lui non aveva ricambiato il suo saluto, ma dopo poco non aveva resistito e le era corso dietro urlando: lei seduta in auto si era girata, con un sorriso di sfida. Vincenzo non ricordava cosa avesse fatto dopo, come avesse trascorso la giornata, era troppo arrabbiato con lei.

Karin non era più tornata a casa e non era neanche arrivata a Monaco. Quando Vincenzo era andato alla polizia a denunciare la scomparsa della moglie, l’avevano subito guardato con sospetto: lui non capiva quegli sguardi, sicuramente lei era scappata con qualcuno, che la trovassero subito, lui l’avrebbe punita, ma poi l’avrebbe perdonata, era ancora innamorato e la rivoleva a casa con lui. I giorni passavano e di Karin nessuna traccia. Dalle indagini emersero le liti e le minacce di Vincenzo, che era l’unica persona in tutto il paese ad avere un movente per uccidere la moglie.

Lo interrogarono più volte e lui stremato dalla preoccupazione e dal dubbio ammise che a volte non ragionava, la gelosia lo accecava, forse un raptus…ma non sapeva, non ricordava e piangeva, voleva la sua Karin, non poteva vivere senza di lei. La polizia cercò il corpo nei boschi, scavò nella cava abbandonata, ma non trovò nulla, anche dell’auto si erano perse le tracce. Vincenzo rimaneva l’unico indiziato e lo arrestarono. In carcere non dormiva e, divorato dal dubbio, tentò il suicidio, e questo valse come prova della sua colpevolezza. Fu condannato a 30 anni di carcere, rilasciato dopo 20 per buona condotta.

Adesso rimaneva solo l’ombra dell’uomo forte di un tempo, un vecchio vivo per metà, innocente ma forse colpevole, inconsapevole se il desiderio male espresso di vederla morta si fosse trasformato in un efferato omicidio.

Vincenzo si sedette a guardare il telegiornale della notte sul maxischermo del bar, in attesa che gli ultimi avventori terminassero di bere le loro birre. Tra le ultime notizie riportarono l’intervista di un tredicenne che aveva scandagliato il fondo di un laghetto con la sua microtelecamera, mettendo in risalto quanti rifiuti si nascondessero vicino a casa, in un luogo dedicato alla pesca e al tempo libero.  Non solo, nel bacino artificiale del Sud della Germania, il giovane Mark aveva individuato i resti di un’auto, probabilmente una Golf parcheggiata incautamente sul bordo ghiacciato del bacino e scivolata in acqua un inverno di qualche anno prima. Gli abitanti della cittadina, preoccupati dal possibile inquinamento causato dalla batteria e dalla benzina della vettura, pretendevano che venisse prontamente rimossa. Il giovane era stato premiato, appariva in televisione con un cappellino nero con la visiera calcato sui lunghi capelli castani e sorrideva all’intervistatore che concludeva dicendo: “I giovani sanno usare le nuove tecnologie anche per salvaguardare l’ambiente, non solo per chattare”.

Vincenzo annoiato cambiò canale, e subito dopo qualcuno segnò un gol all’insaputa dei vecchi ubriaconi presenti nel locale. Radunando i bicchieri sporchi l’anziano rifletteva sul suo destino: nessuno, a parte il suo amico Peppino, sapeva dei suoi trascorsi e lui viveva una vita anonima, era infelice, spesso aveva degli incubi, sognava Karin, che lo accusava di averla brutalmente ammazzata e di aver nascosto il suo corpo.

Fu per lui un duro colpo quando, un sabato mattina, vide due poliziotti fuori dalla sua porta: pensò immediatamente che fosse successo qualcosa al figlio o ancora peggio, che fosse avvenuto un furto o una morte violenta nei dintorni e sospettassero di lui in quanto ex carcerato.

Aprì la porta con le mani che gli tremavano:

- “Lei è Vincenzo La Mantia?”

- “Sì, sono io”. 

I poliziotti gli chiesero di entrare in casa, dovevano parlargli.

Vincenzo li fece accomodare e si sedette a sua volta nella poltrona sfondata del salotto; incrociò le mani, abbassò la testa e socchiuse gli occhi, pronto ad incassare questa nuova sfida del destino.

“Karin Mann era sua moglie?”

Vincenzo squadrò i due uomini, sorpreso dalla domanda.

“Sì, era mia moglie”.

“Vede, è stata recuperata un’auto dal fondo di un lago vicino a Kassel, ne hanno parlato anche in televisione, è stato un ragazzino a filmare il relitto. L’auto era una Polo Nera targata   AB321BY”.

“Una Polo Nera...la macchina di Karin!”

“Dentro l’abitacolo c’erano dei resti umani, stiamo facendo gli accertamenti, pensiamo che il corpo sia quello di sua moglie”.

Vincenzo, rimase senza parole, guardò attonito i poliziotti. Sentiva solo delle voci in lontananza:

“…pensiamo abbia perso il controllo dell’auto, un malore o un guasto…”.

Avvertì un forte dolore al petto, le orecchie fischiavano, sentiva che stava per perdere conoscenza.

Arrivò l’ambulanza, gli fecero il massaggio cardiaco nel tentativo di mantenerlo in vita. Vincenzo aprì gli occhi e parlò al medico, gli occhi lucidi per lo sforzo.

“Non sono stato io, non sono stato io” ripeteva, con voce sempre più flebile, negli occhi l’immagine di Karin che lo salutava con il sorriso sulle labbra.

 

 AA.VV, I signori in giallo, Rudis Edizioni, 2021  

 


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