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Il vuoto è pieno di poesia, articolo di Donato Di Stasi
 

Ogni lettore, quando legge, legge se stesso. L'opera dello scrittore è soltanto una specie di strumento ottico che egli offre al lettore per permettergli di discernere quello che, senza libro, non avrebbe forse visto in se stesso. (da "Il tempo ritrovato" - Marcel Proust)

Ho incontrato un angelo

di Eliana Farotto
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Pubblicato il 02/04/2021 17:08:39

Con sguardo incredulo fissò il volto del ragazzo che aveva appena ripulito dalle tracce di vomito e unto: gli occhi erano di un azzurro sorprendente, le guance scarne creavano un insieme armonico con il mento ricoperto dalla barba bionda. C’era una bellezza particolare in tanta devastazione, quasi una forma di grazia: dove aveva già visto quella faccia?

Da una settimana Marco Evangelisti, nelle sue passeggiate serali da pensionato, aveva notato la presenza di quell’indigente paraplegico sotto il ponte: se ne stava isolato dagli altri, con lo sguardo nel vuoto, indifferente a chi passava poco distante da lui. Era di una magrezza impressionante, chissà come aveva fatto ad arrivare lì e quanto riusciva a mangiare.

Quel giorno, camminando lungo il fiume, Marco aveva visto il giovane scivolare dalla carrozzella: istintivamente era accorso a rimetterlo seduto e toccando quel corpo sporco e freddo, nonostante il sole autunnale ancora caldo, aveva avvertito un infinito senso di desolazione. Non aveva resistito al suo istinto paterno, fatto di conforto, presenza, attenzione e lo aveva portato a casa con sé: sapeva che se ne sarebbe pentito, ma era un medico, o meglio lo era stato fino a che gli avevano permesso di svolgere la professione.

“Perché non ho chiamato l’ambulanza?” si chiese, ma ormai il danno era fatto, il giovane era lì, nello scarno   bilocale dove Marco abitava.  Spogliò quel corpo macilento, lo lavò con cura, facendo attenzione alle vecchie e nuove cicatrici, lo rasò, tagliò a zero i radi capelli impiastricciati e lo rivestì con gli abiti del figlio, morto anni prima travolto da un ubriaco al volante di un’auto di grande cilindrata.

Il giovane pesava poco e non faceva resistenza, sembrava incosciente, nonostante tenesse lo sguardo azzurro fisso su di lui.

Terminato il lavoro Marco lo contemplò e si rese conto di chi avesse davanti: Gabriele Luce, famoso enfant prodige del cinema, diventato famoso da bambino per i suoi ruoli strappalacrime.

Da adolescente si era trasformato in un ragazzo di una bellezza indescrivibile, osannato da giovani e adulti di entrambi i sessi. Troppo bello per essere vero, aveva cominciato a vivere una vita oltre il limite.

L’incidente in moto aveva interrotto la magia, era rimasto vivo per miracolo ma aveva perso l’uso delle gambe.

La disgrazia e la successiva uscita dalle scene aveva fatto crollare il giovane attore, che aveva cominciato a far uso di droghe ed alcool, fino a scomparire nel nulla.

Adesso era lì di fronte a lui, magro, storpio, menomato nel fisico e nella mente, ma sempre bellissimo, che lo guardava con la sua fissità stupita.

Fu il suo sguardo rivolto all’infinito a convincerlo: Marco decise di prendersi cura di Gabriele.

Le sue giornate si trasformarono, seguendo i ritmi dell’infermo: curava che mangiasse, lo portava con sé nelle passeggiate lungo il fiume, si occupava di lui con delicatezza. Gabriele non parlava, in carrozzina la testa gli penzolava sulle magre spalle, le scapole emergevano come ali piegate dalla t-shirt spiegazzata. L’unico particolare, che ricordasse la sua vita precedente, era un tatuaggio sul collo, alla base della nuca, con la scritta “DO IT”, e di esperienze Gabriele ne aveva vissute!

Passarono i mesi e Marco si rese conto che i pochi soldi che aveva da parte stavano per terminare: vivere in due era oneroso, tutte le sue forze erano assorbite da Gabriele e non gli rimanevano le energie per fare i soliti lavoretti per arrotondare la pensione. Nonostante i problemi era contento: il suo “pupillo” aveva ripreso peso e sembrava apprezzare la sua compagnia, e Marco nutriva per lui un sentimento, un affetto, che pensava non essere più in grado di provare per nessuno.

L’idea emerse guardando in televisione una sfilata religiosa dove i figuranti erano attorniati da persone che li guardavano adoranti: bisognava attirare attenzione, per farsi aiutare dalla folla che prima osannava Gabriele. Fu così che Marco recuperò da un suo amico, che a tempo perso faceva il custode in un piccolo teatro di periferia, un paio di ali, imponenti, bianche, realizzate con piume vere.  

Arrivò finalmente il momento adatto, una domenica di sole, quando molte persone erano a passeggio lungo il fiume in cerca di qualche ora di svago. Marco preparò con cura Gabriele, vestendolo con jeans e maglietta bianca e adornandolo con le grandi ali che sporgevano candide oltre le spalle e al di fuori della carrozzella. L’anziano prese fiato, si fece forza, uscì in strada e cominciò a spingere il giovane amico che sembrava brillare di luce propria, con lo sguardo azzurro fisso nel vuoto e i biondi capelli e le piume delle ali mossi dal vento primaverile.

Marco e Gabriele avanzavano illuminati dal sole lungo l’alzaia e la giovane figura androgina alata risplendeva, attirando l’attenzione dei passanti, che si fermavano increduli a rimirare la strana coppia.

Le immagini fecero il giro dei social e molti riconobbero l’attore caduto in disgrazia, richiamando l’attenzione come Marco aveva sperato.

Il telefono squillò molte volte, fino a che un giornalista suonò alla porta.

“Buongiorno, cerco il signor Evangelisti”.

“Sono io, mi dica”.

“Le volevo proporre un servizio su Gabriele Luce e su dei lei, naturalmente possiamo concordare una cifra adeguata per l’esclusiva”

Marco fece entrare il giornalista, poi si girò verso Gabriele che lo fissava come se stesse sorridendo. Sembrava davvero un angelo e Marco ringraziò chi lo aveva messo sulla sua strada.

 

AA.VV, Guardami, Edizioni SENSOINVERSO, febbraio 2021

  


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