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Ogni lettore, quando legge, legge se stesso. L'opera dello scrittore è soltanto una specie di strumento ottico che egli offre al lettore per permettergli di discernere quello che, senza libro, non avrebbe forse visto in se stesso. (da "Il tempo ritrovato" - Marcel Proust)

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Strani effetti di un plenilunio nella notte di san Giovanni

di Saverio Maccagnani
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Pubblicato il 18/04/2021 14:37:05

Ancora quel segnale! Era il secondo dall’inizio della serata!

Il brivido mi scese rapido dalle spalle alle caviglie. Subito faticai a controllarmi, poi le fibre del mio corpo si rilassarono. Era sopraggiunta un’altra stasi. Mi ricomposi. Impegnati a divorare tartine e stuzzichini ai buffet, gli invitati non si erano accorti del mio disagio. Fu una fortuna, perché né il momento né il luogo erano appropriati per un simile imbarazzo.

Anche questa volta tutto durò pochissimo. Avevo provato un incontenibile bisogno di danzare, tip-tap-tip-tap, tanto che dovetti premere le mani sulle cosce per controllarmi. Trascorsero non più di dieci minuti e, come un’onda che cresceva dentro di me, sentii che il fenomeno si ripresentava. Eccolo! Ancora quel brivido!

Dovetti faticare molto a reprimere uno strano impulso che adesso mi suggeriva di sollevare di scatto le braccia verso il soffitto rococò e di liberare un urlo capace di zittire il brusio del salone. Per fortuna ancora una volta tutto passò presto.

Spaventato per il timore di avere fatto trapelare qualcosa di sconveniente, girai lo sguardo intorno, ma mi tranquillizzai. Nessuno dei presenti appariva particolarmente sconcertato. In realtà ognuno era occupatissimo a rastrellare gli antipasti schierati sui generosi vassoi di portata. Neppure un minimo imbarazzo impediva agli invitati di pressare i vicini per riempirsi i piatti con i diversi assaggi nel timore che altri approfittassero di quel ben di dio. Eppure sussiegosi valletti sostituivano in continuazione le guantiere ormai ripulite con altrettanti cabarè sempre ben equipaggiati di appetitose leccornie.

Poi conquistato un copioso bottino di antipasti, gli ospiti si accomodarono al posto contrassegnato da una targhetta. Nelle pause della masticazione tutti dondolavano come metronomi le posate, ora sovraccariche ora spolpate, condividendo i mugolii di piacere di chi stava degustando le medesime prelibatezze.

Adesso i presenti si aprivano alla conversazione. Si scambiavano arguzie e fatuità, lazzi e parole d’ordine che si meritavano da anni le medesime risposte, ormai gergo per iniziati, linguaggio esoterico per adepti. Ma ai commensali sembrava naturale che succedesse sempre così.

Intanto i camerieri scodellavano i primi potages Parmentier. Era l’avviso che iniziava la cena vera e propria. Adesso molti si concedevano un bicchiere in più. Proprio per offrire un tale conforto agli ospiti, i sommelier piroettavano tra i tavoli rabboccando in continuazione i calici appena prosciugati.

Così tra una chiacchiera e l’altra finivano spruzzate oltre gli incisivi le vocali e le consonanti, soprattutto le sibilanti, insieme a schizzi di saliva e a briciole di crackers dietetici. Intere allusioni maligne venivano rimangiate pudicamente già sul ciglio delle labbra con un esperto colpo di lingua e risucchiate come linguine al pesto.

«…e non mi faccia dire altro!».

I motti più mordaci incastrati tra i denti erano rimossi con l’aiuto di uno stecchino nascosto dietro una mano a far da paravento. Poi la deglutizione di quel bolo greve di cibo e irto di lettere bodoniane era accompagnata da un altro generoso sorso di un vino d’annata.

«Cin, cin!», tintinnava il cristallo delle coppe.

Il rigurgito atteso era abilmente domato a labbra serrate e a guance rigonfie, anche se un leggero sobbalzo delle spalle palesava la trattenuta eruzione di un importante riflusso gastroesofageo. Ma gli ospiti erano persone di qualità e sapevano come comportarsi in ogni situazione.

Non mancava l’augurio corale di una buona peristalsi al rettore emerito (in un clergyman sobrio anche se di ottima sartoria) il cui viso congestionato era ormai intonato alla tinta della poltroncina cremisi sulla quale era insediato e ormai eguagliava il colore di quella porpora a cui tanto aspirava.

«Prosit!»

«Deo gratias vobis quoque!» ringraziava ogni volta costui con unzione, premendo il tovagliolo sulle fauci inumidite dal Brunello.

Finivano sotto alle mense mucchietti di idee immangiabili, complimenti sbrodolati, insipidi corteggiamenti, affari bruciacchiati. E riassunti di best sellers riscaldati e di fiction mal cucinate; storie di mogli, mariti e amanti andate a male; moda, sesso, sport e politica ai quattro formaggi rancidi; motti di spirito scotti; allusioni rapprese; esibizioni di patrimoni annacquati, di carriere mal lievitate; ricordi bisunti, amicizie scondite e passioni senza sugo; confidenze rafferme, rigaglie di vanterie, timballi di sorrisi strinati, soufflè sgonfi di «vediamoci, ma non domani che ho già un impegno»; occhiate in agro-dolce, crudités di maldicenze; polpette stantie di chiacchiere, bignè di aria fritta, fricandò di bugie. E parlar grasso a far da condimento.

La spazzatura della corteccia cerebrale, i trucioli e la limatura delle frizioni sociali, i liquami del vivere comune e del comune buon senso, lì, a montagne sotto quelle mense, come le ossa avanzate da un banchetto di nibelunghi. Per me che ne avevo una chiara percezione era la visione disgustosa dei resti di quel menù. Era mai possibile che solo io mi accorgessi di quell’indecenza?

Ma ancora una volta il segnale! Mi drizzai contro lo schienale della sedia, la spina dorsale a piombo. Mi preparai a controllarmi. Non potevo permettere al mio corpo di andare alla deriva.

Di fronte a me sedeva un’implacabile studiosa euroasiatica. Ci stava intrattenendo in uno slang anglo-italiano sugli sforzi umani per sfruttare le risorse naturali a beneficio del progresso della nostra specie. Negava che il clima del pianeta fosse influenzato dalle emissioni incontrollate.

«Sono tutte panzane. Bullshit, miei cari friends!»

A tale proposito citava gli studi di non so quale scienziato che l’astiosa Reale Accademia delle Scienze –diceva- mai avrebbe proposto per il Nobel. Non riuscii a intendere il nome di quel sapiente a causa del brusio incessante della sala che mi impedì di godere di quella rivelazione. Però i miei vicini assentivano convinti delle buone ragioni del suddetto. Così lei continuò a concionare.

«…e i complottisti delle scie chimiche? e i terrapiattisti? e i novax? Tutti in mala fede? Ma davvero spacciano fake news o le loro convinzioni andrebbero vagliate con più attenzione? Parliamone!». E lei parlava, parlava…

«…in verità siamo tutti manipolati dalle lobbies economiche, politiche e militari. Prendiamo il caso degli alieni! E se da sempre fossero tra noi? Il nome Roswell non vi dice nulla?». E con quest’ultima frecciata concluse la sua dissertazione.

Infatti un convitato ad un tavolo vicino aveva attirato la sua attenzione. Lei si alzò per raggiungerlo. Ma prima ci passò il suo biglietto da visita. Per porgerlo anche a me, che non avevo detto una parola, si sporse al di sopra della siepe dell’elegante centro tavola dietro il quale avevo cercato di ripararmi.

«Dr. Mei Li Fo Newman, graduated in ethology and influencer - The Chinese University of Hong Kong», recitava il cartoncino. Lo riposi nel taschino dello smoking. La ringraziai con un mezzo sorriso e un cenno della mano che voleva apparire disinvolto.

La sentii salutare il nuovo interlocutore.

«Oh, Igor! How do you do?»

Ci furono le presentazioni e un giro di baci. Le fecero posto per il dolce.

Più in là mia moglie intratteneva un gruppo delle più promettenti matricole, alcune in piedi dietro la sua seggiola. Naturalmente solo di genere femminile. Vidi che parlava sempre lei. Naturalmente. Anche se per la distanza non potevo distinguere le sue parole, ero certo che si occupasse del suo argomento preferito:

«…la liberazione della donna sarà possibile eliminando la necessità del corpo femminile come agente della riproduzione della specie…». Oppure: «…la subordinazione delle donne precede il capitalismo e continua con il socialismo …». O a piacere: «…il fallo, dice Lacan, è il significante centrale dell’oppressione sessuale. Quindi… abbasso il fallo!». Già.

Forse dissertava proprio su quest’ultimo argomento a giudicare dalle risatine e dagli applausi festosi che ricevette dal suo adorante pubblico.

 

Dopo i saluti e le allocuzioni, i convenuti al banchetto annuale della Facoltà di Etologia Umana (l’antica e prestigiosa F.E.U.) si erano concessi un meritato ristoro.

Com’era tradizione la F.E.U., oltre che agli insegnanti e ai loro accompagnatori, accordava anche agli alunni che si erano distinti di partecipare a quella tediosissima cena. Nonostante da anni mia moglie mi proponesse di accompagnarla, avevo sempre declinato l’invito per non ridurmi a fare da comparsa muta in quel consesso di insopportabili pedanti. Ma quella volta lei aveva particolarmente insistito. Nell’occasione si festeggiava la sua recente nomina a chairwoman della sezione femminile. Ci teneva ad esibirmi il suo trionfo, anticamera del rettorato. Quindi non potevo mancare. Ovviamente per i signori era gradito l’abito scuro. Avrei anche dovuto mettermi in ghingheri!

I rinnovati «evviva!» e i battimani dopo i brindisi ricomponevano l’attenzione dei convitati. Poi un irritante parlottio a me estraneo si frazionava tra le tavolate. Però a un certo punto della cena non ne potei più.

Quando giunsi ad augurarmi che una calamità naturale ponesse fine al simposio o almeno che un malore avesse il potere di portarmi via da lì; quando con l’angoscia di un naufrago nella tempesta mi resi conto che nessuno sarebbe venuto in mio soccorso, fui attraversato da un brivido più forte degli altri. Una scossa. Benedetto il terremoto, pensai.

Invece levitai.

 

Dapprima la mia seggiola si sgranchì con un secco scricchiolio. Si spostò in avanti e all’indietro come per sradicarsi meglio dal parquet. Poi si alzò solo di pochi centimetri, ma tornò subito al suolo. Fin qui nessuno se ne accorse. Infine si assestò in equilibrio a due dita dal pavimento, quasi per darmi il tempo di sistemarmi. O di mettermi in salvo, possibilità che, data l’occasione che mi era offerta, naturalmente non volli considerare. Allora riprese a salire con me sopra.

Quando le grida di alcuni commensali attirarono l’attenzione di mia moglie, lei si zittì all’improvviso. Poi non seppe dirmi di meglio che «dove vai?». Lo urlò tra il terrore di tutti mentre mi trovavo già sulla verticale degli arrosti.

«Vieni giù! Non fare il cretino!» mi fulminò.

Un po’ imbarazzato le feci osservare che avrei voluto ubbidirle, ma in quella circostanza proprio…

Allora rivolta all’emerito rettore, noto esorcista, lei gli intimò: «Faccia qualcosa!». E lui, inebetito, trovò solo la forza di borbottare un formale «Vade retro!» e si aggrappò alla sua croce pettorale.

Provai a lanciare alla seggiola un comando mentale. Mi concentrai con impegno. Davvero ci provai! Davvero! Confesso, però, che non le chiesi di scendere. Volli solo controllare se era possibile guidarla con il pensiero. Mi illudevo che la mia volontà potesse tanto. Macché! Non avevo alcun potere su di lei, me ne accorsi subito. Dovevo sottostare ai capricci di quell’ippogrifo acefalo che chissà come avevo evocato.

Infrangendo la legge di gravità sorvolai le lagune dei potages in una lenta ricognizione e dall’alto dei tre o quattro metri che avevo raggiunto ammirai i colori dei giardini delle insalate e i vulcanetti delle terrine traboccanti di fettuccine e le tonde collinette dei timballi di maccheroni e le pendici terrazzate delle forme di parmigiano in quel paese di Bengodi. Ma almeno da quella posizione favorevole potei contemplare anche le generose scollature ingioiellate di alcune signore.

Orbitai attorno ai lampadari di cristallo facendo le mie più deferenti scuse a tutti gli ospiti, sia che scendendo di quota rischiassi di sfiorare spalle nude ed elaborate acconciature o che rasentassi con le suole elegantissimi smoking. Ma capissero, non potevo farci nulla. Era più forte di me. Mi auguravo che comprendessero la situazione, che credessero al mio rincrescimento.

Ad ogni passaggio in picchiata sulle mense osservavo la precauzione di sollevare i piedi, attento a non decapitare quei deliziosi calici o a non rovesciare preziosi cuvées. Invece ad ogni impennata abbassavo il capo con trepidazione per non far precipitare sulle tovaglie i ninnoli tintinnanti dei lampadari.

 

Veleggiavo a spirali sempre più ampie ben oltre quelle bocche aperte come buche di un bigliardo, quando un cameriere del Circolo che ci ospitava, in piedi su uno sgabello, si esibì nel tentativo di afferrarmi con un ampio gesto del braccio, quasi fossi stato una fastidiosa falena. Allora il mio velivolo salì ancora più in alto in cerca di asilo nell’Olimpo affrescato sul soffitto. Lassù giovinette assai scollacciate e dalla palese natura leggera, sorrette da amorini ruffiani e viziosi che si sbaciucchiavano tra loro, volavano ad offrirsi a padre Giove che, chissà perché corrucciato, le attendeva assiso su nembi temporaleschi. Ma avendo l’occasione di osservarle così da vicino, mi accorsi che una di loro, quella più grassottella rimasta indietro perché impigliata in una nuvola, sembrava ammiccarmi di sottecchi con sfrontata complicità.

E quando comparve una pertica armata di un uncino per impedirmi di profanare un tale empireo, la mia navicella decise di porre termine alle sue evoluzioni e puntò decisamente in direzione della grande vetrata rimasta aperta. Così beccheggiando leggermente la infilò anticipando chi stava correndo a chiuderla, incalzato dalle urla di mia moglie. E fui risucchiato al di là della porta finestra che dava sul giardino all’italiana.

La sera era tiepida. Le spalliere delle rose regalavano una dolce fragranza. I getti d’acqua delle fontane si frantumavano nelle vasche in nebulizzi. I boschetti, generosi di ombreggiate promesse per chi vi si fosse appartato, fremevano a contatto della brezza. Tutto lì fuori era così perfetto! Finalmente!

Era la notte di san Giovanni, tradizionalmente scelta dalla prestigiosa F.E.U. per il simposio annuale a conclusione dell’anno accademico. In più in quell’occasione il cielo era illuminato da una stupefacente luna piena che tendeva al colore rosso e oscurava la luce delle stelle.

Si dice che la notte del solstizio d’estate sia considerata magica dalla tradizione popolare. Se poi capita in coincidenza con uno splendido plenilunio non c’è da meravigliarsi che produca incanti, magie e sortilegi per chi ha bisogno di credere a tutto questo. O strani effetti per quelli come me che soffrono di qualche afflizione nell’animo. Non ne parla anche Shakespeare in una sua commedia?

 

Mi frugai nelle tasche. Trovai subito la pipa e la piccola borsa del trinciato che portavo sempre con me. Tanto valeva mettermi comodo. E con il vento in poppa me ne andai pipando come un vapore sul Mississippi.

Sulla terrazza mia moglie adesso gemeva: «Perché hai voluto rovinarmi la serata!». E mi lanciò l’ultimo «dove vai?». Dove vai, dove credi di andare, stupido Olandese Volante sul Mar delle Tegole!

Ma mentre affidavo al vento i coriandoli dell’insulso biglietto da visita della dottoressa Fo, il faccione della luna rossa - ah! - come magnetizzava la mia rotta!

 

[ Opera seconda classificata al Premio Babuk - Proust en Italie, VII edizione 2021, Sezione B ]

 


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