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BUONA ESTATE CON LE NOSTRE LETTURE CONSIGLIATE
Il vuoto è pieno di poesia, articolo di Donato Di Stasi
 

Ogni lettore, quando legge, legge se stesso. L'opera dello scrittore è soltanto una specie di strumento ottico che egli offre al lettore per permettergli di discernere quello che, senza libro, non avrebbe forse visto in se stesso. (da "Il tempo ritrovato" - Marcel Proust)

Sul far della sera

di Davide Stocovaz
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Pubblicato il 23/05/2021 22:58:49

22 giugno 2020.

Mi sta succedendo qualcosa. Qualcosa di strano…

Mentre stendo queste poche righe, sento un tremolio alle mani; la testa mi pulsa, un pulsare continuo, soprattutto alle tempie. Faccio non poca fatica a mantenere la concentrazione sul foglio, mentre la penna vibra sulla pagina, come fosse dotata di vita propria.

Il braccio destro è avvolto da un formicolio persistente, bruciante, come fosse attraversato da centinaia di tizzoni ardenti. Lì, nel punto del morso, la mia pelle presenta un’escoriazione circolare di un rossore vivo, dalle sfumature violacee. Mai visto nulla di simile.

Ripenso all’accaduto di stamattina. Stavo tornando a casa dal supermercato. Per me, doveva trattarsi di una giornata comune, uguale a tutte le altre. Me ne sarei tornato a casa, un pranzo frugale e mi sarei rimesso all’opera sul mio nuovo romanzo. Feci la solita strada, passando in un vicolo laterale che mi avrebbe, presto, condotto alla mia abitazione. E proprio lì, in quel vicolo, mi si parò davanti una ragazzina; aveva i capelli biondi gettati alla rinfusa sulla testa, appiccicati alla fronte; indossava un abitino di un celeste spento, sporco di fango; il suo corpo fremeva, come scosso da profondi singulti. Mi sembrò lampante che non stesse bene. Mi fermai a guardarla. Aveva occhi gonfi, arrossati, fissi in un’espressione stralunata. Spinto da preoccupazione, mi avvicinai a lei chiedendole se si sentisse male. Ma lei non rispose.

Si limitò a rivolgermi un’occhiata raggelante. Ricordo di aver posato a terra la borsa contenente la spesa e di aver allungato il braccio destro verso il suo volto; sì, volevo accertarmi non avesse febbre. E lei, fulminea, aprì la bocca e affondò i denti nella mia carne. Lanciai un grido, misto tra sorpresa e dolore. La ragazzina sembrava non voler mollare la presa. Spinto dal terrore, la colpii con l’altra mano. Ricordo di averle dato dei pugni piuttosto violenti, che di certo avrebbero steso un uomo adulto. Ma lei sembrava non accusarli; sembrava non sentire dolore. Così strattonai il braccio destro, le diedi un calcio al ventre. Solo allora si staccò da me. Cadde a terra. Ricordo di averla guardata con terrore. E un altro terrore, più profondo, mi colse quando la vidi rimettersi in piedi, folgorandomi con uno sguardo di sfida. Avevo già raccolto la borsa della spesa. Le mie gambe si mossero in modo autonomo. Fuggii, semplicemente.

In fondo al vicolo, mi girai a guardarla, temendo che mi stesse inseguendo. Ma lei, invece, stava avanzando dalla parte opposta, tremando sulle gambe esili, come se nulla fosse successo.

Ricordo di aver preso una boccata d’aria. Il braccio, nel punto del morso, aveva subito iniziato a dolermi. Corsi a casa. Ricordo di essermi fiondato in bagno, di aver preso il disinfettante e di essermi cosparso un’ingente dose.

Poi, venni colto da vertigine. Il salotto, la mia abitazione, il mondo intero, sembravano contorcersi, dilatarsi. Crollai sul divano, mentre la testa prese a ronzarmi. Ricordo di aver percepito il mio stesso cuore aumentare i battiti, come fosse una scimmia impazzita che cerca di uscire da una gabbia.

Lo stomaco si chiuse su se stesso. Provai un profondo senso di nausea. Iniziai a boccheggiare. La saliva si fece acidula. Mi alzai di scatto, arrancando verso la cucina. Arrivai appena in tempo.

Un conato di vomito mi scosse le viscere. Non so per quanto tempo rimasi chino sul lavandino. La sostanza che usciva dalle mie labbra contratte era densa, un misto di bile e sangue. E nonostante stessi vomitando anche l’anima, le viscere continuavano a contrarsi, come spire di un enorme serpente.

Poi, finalmente, tornai in salotto, lasciandomi cadere sul divano. E crollai in un sonno profondo.

Ora l’orologio batte le diciannove. E tutt’ora non mi sento bene. Guardandomi allo specchio, ho notato che la mia carnagione si è fatta più spenta, cinerea. Gli occhi mi si sono gonfiati: sento i bulbi oculari pulsare come due piccoli cuori.

Stendo queste righe perché, lo sento, mi sta succedendo qualcosa… qualcosa di terribile… e desidero lasciare traccia di quanto mi è capitato.

CARNE!…

Oddio! Perché ho scritto questa parola?! Cosa… mi sta succedendo?!

Sento… sento come qualcosa muoversi dentro di me… È come… come se ci fosse un’altra entità, che non chiede altro di uscire allo scoperto… di svelarsi, e di condurre una sua vita.

CARNE!

Oh, Dio ti prego, aiutami… CARNE! CARNE! CARNE!

Mi sto spegnendo! Il mio Io si sta spegnendo! Non riesco a resistere! Non ce la faccio!

CARNE!

Oh… ho fame. Una fame tremenda. Devo… devo trovare qualcosa da mangiare, subito!

CARNE! CARNE! CAR…!

 

FINE

 

 

 

Ringraziamenti:

Desidero ringraziare Francesco Carbone per i suoi preziosi consigli e suggerimenti.

 


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