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Il coraggio di volersi bene 1

di Amelia Parisi
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Pubblicato il 23/07/2021 20:22:02

 IL CORAGGIO DI VOLERSI BENE 1

 

 

“Non so cos’altro fare se non lasciare che la mia pena invada l’alba e il tramonto. Resto solo con milioni di ricordi che sono milioni di pugnali che mi lacerano il cuore e le ferite restano aperte.”

                                                                                                                                            Edvard Munch

 

  

                                                      Prologo

 

Ho sempre avuto un unico grande sogno nella mia vita.

Guarire.

E per me guarire significava né più né meno che poter fare la semplice e banale vita quotidiana delle persone normali e che potevo vedere continuamente in chi mi stava attorno.

All’inizio non sapevo nemmeno di essere malata, ma avvertivo ugualmente una sofferenza strana e inesprimibile nello stare al mondo. L'esistenza mi appariva come un ingarbugliato sistema di avvenimenti misteriosi dei quali non capivo nulla e che mi faceva sentire smarrita e disorientata.

Quando ero bambina credevo che tutto sommato fosse normale non capirci nulla del mondo e della vita, che fosse una condizione legata all'incapacità della mia mente troppo piccola che doveva ancora completare il suo sviluppo. Mi illudevo che crescendo la mia comprensione delle cose sarebbe via via aumentata, invece più passava il tempo più le cose si complicavano. Nell'adolescenza la mia malattia si era ormai conclamata.

Nessuno della mia famiglia si accorse della mia sofferenza, si preferì pensare che fossi semplicemente cattiva e svogliata perché anche solo ammettere che qualcuno di noi potesse avere delle emozioni o dei sentimenti, avrebbe causato un tale sconvolgimento da rendere necessaria un'assoluta e totale negazione della realtà.

  

Così rimasi sola con le mie paure, e il mondo in cui vivevano gli altri esseri umani un po’ alla volta si allontanava e sbiadiva finchè mi ritrovai in una specie di terra desolata e fredda da cui non sono riuscita a tornare.

Ora non ho più sogni e so che il miracolo di una banale vita normale, quella che per me sarebbe stata una vita magnifica, non è un dono concesso a tutti.

Certe persone non guariscono mai.

Non è facile, ora, raccontare come tutto è successo, come sono stata inghiottita dalle sabbie mobili, come sono sparita nel nulla. So che molte cose sembreranno impossibili da credere, e quando si passa attraverso certi territori oscuri si vorrebbe poter dimenticare tutto e pensare che sia stato solo un brutto sogno.

Ma non si può fare. La tua vita te la ritrovi sempre lì, nei tuoi ricordi, nei tuoi pensieri, nella faccia che ti guarda allo specchio ogni mattina e ti parla di chi sei e dove sei stato.

Allora si cerca almeno di dare un senso alle cose, ricostruire una storia che possa spiegare quello che ancora non sai capire e renda il terreno su cui si cammina meno sconnesso e friabile, anche se non ci sarà mai più niente di solido su cui appoggiarsi.

Vista dal di fuori la mia sembrava una famiglia normale, come tante, ma io non ci stavo bene e sapevo che c'era qualcosa che non andava per il verso giusto. Troppi segreti, troppi problemi negati che non si potevano affrontare e di cui si aveva persino paura di parlare. E' stato proprio il silenzio e l'impossibilità di dire quello che sentivamo dentro o chiedere il perché delle cose, a creare quella devastazione che ci ha travolto tutti.

La distruzione della mia vita è legata a doppio filo a quella della mia famiglia, la salvezza non è stata concessa a nessuno. Siamo stati distrutti da noi stessi e ci siamo sterminati a vicenda, come per essere sicuri che non restasse in piedi neanche un minimo brandello dei nostri sogni e dei nostri desideri. La felicità ci faceva talmente paura da non poter essere nemmeno desiderata, figuriamoci se qualcuno si fosse azzardato a realizzarla.

Eppure sarebbe bastato poco per fare della nostra storia una storia diversa. Forse solo un piccolo gesto d’apertura e d’affetto di cui non siamo stati capaci. Come trovare la forza di guardare in faccia la nostra sofferenza e avere il coraggio di volersi bene.

 

 

   

                                                   Capitolo I

 

Nella casa in cui vivevo con i miei genitori, c’era un armadio che veniva aperto solo di rado ed era stato trasformato in una sorta di discarica o dimenticatoio destinato a contenere cose inutili, vecchia roba che non serviva più e che nessuno si decideva a buttare via.

In uno dei cassetti, sotto una certa quantità di cartacce e documenti logori e consunti, c’erano alcune scatole piene zeppe di fotografie. Non le ho mai contate ma a occhio e croce potevano anche essere duecento. Erano foto di famiglia in bianco e nero, dall’aspetto un po’ sbiadito e lattiginoso, di piccolo formato e prive del negativo originale, ammucchiate insieme alla rinfusa senza la minima cura.

Di tanto in tanto mi capitava di darci un’occhiata e a volte riuscivo ad azzeccare l’identità dei soggetti ritratti, anche se la maggior parte delle persone mi erano del tutto sconosciute. Chiedevo informazioni a mia madre e lei si mostrava sempre riluttante e seccata: non voleva che m’impicciassi, come se il passato della mia famiglia non dovesse riguardarmi.

Sotto i miei occhi scorreva la narrazione silenziosa di un tempo misterioso e sconosciuto in cui le stanze della mia casa o il giardino apparivano talmente diverse da sembrare quasi provenire da un pianeta gemello, dove esistevano le stesse cose e le stesse persone, ma avevano seguito un destino diverso. Un destino migliore direi.

Riconoscevo alcuni parenti che i miei genitori evidentemente frequentavano spesso, ma che da quando ero nata io, a stento salutavano se li incontravano per strada. La mia casa era pulita, ordinata e ben curata, anche se in tutta la mia vita non l’avevo mai vista in quelle condizioni. C’erano fotografie scattate in occasione di viaggi, serate al ristorante, feste, compleanni, e tutti erano allegri e ben vestiti. Mia madre aveva i capelli cotonati, il trucco con l’eyeliner che faceva la virgoletta all’insù, le scarpe col tacco e vestiva con eleganza. Mio padre era molto più magro, aveva un’espressione tranquilla e rilassata, sembrava una persona buona e amichevole, ed era quasi irriconoscibile se sovrapponevo quell’immagine ai miei ricordi. Era strano fare il confronto tra le due versioni di qualcuno che appariva come due persone totalmente diverse.

Guardavo quelle stampe con un senso di stupore ed estraneità, come se quei luoghi non fossero gli stessi in cui vivevo io, come se i miei genitori fossero stati, in un tempo lontanissimo, un uomo e una donna talmente diversi da apparirmi come dei perfetti sconosciuti. Avevo l’impressione che un evento strano e sconosciuto si fosse abbattuto sulla mia famiglia, che una misteriosa catastrofe avesse travolto e distrutto tutto senza alcuna possibilità di rinascita, perché la casa in cui vivevo io era sempre stata disordinata, sporca, buia, fatiscente, la madre che conoscevo io non portava mai il trucco né scarpe o vestiti eleganti ma aveva l’aspetto sciatto, trasandato e sembrava non avere alcuna cura di sé, il padre che avevo conosciuto aveva due occhi feroci che si aveva paura anche soltanto a incrociarli per sbaglio. Tutto era diventato brutto e sgradevole, i luoghi rispecchiavano la sofferenza di chi ci viveva e i miei genitori si erano imbruttiti nell’aspetto perché si erano svuotati di ogni gioia e ogni speranza. Erano rimaste solo le cose peggiori: la rassegnazione, l’odio, l’invidia, la vendetta e tutti quei sentimenti che rendono le persone brutte perché infelici.

Eppure quelle fotografie dimostravano che in un tempo lontano c’era stata una vita normale, una vita migliore, serena, felice, persino agiata, ma poi per qualche strano motivo tutto era scomparso e avevo l’impressione che la misteriosa catastrofe, coincidesse in qualche modo con la mia venuta al mondo, o meglio, fosse avvenuta pochi anni dopo.

Arrivai a pensarlo perché fino alla mia nascita e ai miei primi anni, le fotografie, tutte in bianco e nero, descrivevano un mondo sereno, pulito, fatto di relazioni sociali, di amici e parenti che frequentavano la nostra casa. Io stessa apparivo come una bimbetta felice e sorridente.

Nel passaggio dal bianco e nero al colore si notava chiaramente un cambiamento perché i parenti e gli amici erano del tutto scomparsi, le foto riguardavano solo me, mio fratello e mia sorella ed erano tutte state scattate in casa: non c’erano più viaggi, né feste o serate al ristorante. Io cominciavo ad avere la mia tipica espressione triste e al tempo stesso rassegnata e priva di speranza, come se avessi già capito che nella mia vita non ci sarebbe stato spazio per nessuna gioia, e per di più, man mano che passavano gli anni il numero di fotografie diminuiva progressivamente, al punto che, quando avevo finito le elementari, di nuove non ce n’erano più e la narrazione s’interrompeva lì, come se non fosse rimasto nulla che valesse la pena raccontare o ricordare. Se chiedevo spiegazioni a mia madre lei diceva semplicemente che le avevano rubato la macchina fotografica e quella che era stata comprata in seguito era di bassa qualità, le foto non venivano bene e non c'era motivo di fare delle brutte fotografie. E non poteva essere altrimenti perché nella versione ufficiale della storia della nostra famiglia era sempre andato tutto bene, non c’era mai stato alcun problema né difficoltà di rilievo, pertanto mi riusciva difficile trovare una spiegazione credibile a quei cambiamenti, che davano però l’impressione di essere effetti negativi di eventi tutt’altro che piacevoli. A volte cercavo io stessa di convincermi che non c’era nulla di strano in quelle fotografie, e che, come diceva mia madre, non era successo niente di cui dovessi preoccuparmi.

Malgrado ciò non riuscivo a togliermi quel chiodo fisso dalla testa. Avevo sempre l’impressione che qualcosa di brutto fosse successo davvero, e il modo in cui si viveva in casa nostra non mi sembrava affatto normale, sebbene ci fosse un sottinteso segreto al riguardo, una specie di tacito accordo d’omertà, in base al quale ad alcune cose non bisognava neppure accennare.

Spinta dalla curiosità, o meglio, dall’irrinunciabile necessità di dare un senso a quelle circostanze che sembravano non averne affatto, ho iniziato a indagare, cercare il perché e il percome, andare alla ricerca di chiarimenti legati ad un passato che sembrava tornare sempre a galla, per quanto si cercasse costantemente di affondarlo. E anche se non mi riguardava direttamente, era un passato nel quale mi sentivo comunque profondamente coinvolta.

Nessuno nasce come una tabula rasa e ben presto ci si rende conto che ogni famiglia ha le sue credenze, convinzioni, aspettative, codici di comportamento, persino responsabilità e colpe da espiare con le quali finiamo col dover fare i conti. Il nome che ci viene assegnato alla nascita è quasi sempre un nome che rientra nella tradizione familiare, e una volta evocato, il fantasma del nostro antenato ci prende per mano e ci porta in sentieri già conosciuti a chi ci ha preceduto, sentieri in cui qualcuno si è perso e aspetta di essere ritrovato.

In virtù di una strana coazione a ripetere, gli eventi che interessano la vita delle nuove generazioni finiscono con l’assomigliare a quelli che si sono già verificati in passato, perché se qualcosa non è stato risolto, o peggio, è stato persino negato e cancellato dalla memoria, ritorna a domandarne ragione a chi, del tutto ignaro degli accadimenti trascorsi, crede di avere a che fare con fatti che riguardano solo lui.

Nel ricostruire la storia della mia famiglia, mi sono imbattuta in fatti, comportamenti, circostanze e sentimenti che si ripresentavano sempre uguali, benché cambiassero i protagonisti: solitudine, abbandono, invidia, fallimento, povertà, avidità, gelosia, controllo, potere, possesso, vendetta. Eccoli là i Parisi, sempre pronti a farsi la guerra l’uno con l’altro, a vendicarsi e a tradirsi, magari solo per pochi spiccioli. Ed era una cosa sorprendentemente innegabile: tra zii, nonni, cugini, fratelli, figli e nipoti, la storia si ripeteva pressappoco nello stesso modo.

L’età dell’oro che avevano vissuto i miei genitori nei primi anni del matrimonio, era comunque destinata a finire, e la nemesi che incombeva sulla nostra famiglia non avrebbe risparmiato nessuno.

Io non so e non sono riuscita a capire come, perché e quando tutto ciò sia cominciato, ma quello che ora so per certo è come e perché la mia vita si è svolta nel modo in cui si è svolta, e il motivo per cui non poteva andare diversamente da com’è andata.

 

 

 

 

 

 

 

 

 


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