:: Pagina iniziale | Autenticati | Registrati | Tutti gli autori | Biografie | Ricerca | Altri siti ::  :: Chi siamo | Contatti ::
:: Poesia | Aforismi | Prosa/Narrativa | Pensieri | Articoli | Saggi | Eventi | Autori proposti | Video proposti | 4 mani  ::
:: Poesia della settimana | Recensioni | Interviste | Libri liberi [eBook] | I libri vagabondi [book crossing] ::  :: Commenti dei lettori ::
 

Ogni lettore, quando legge, legge se stesso. L'opera dello scrittore è soltanto una specie di strumento ottico che egli offre al lettore per permettergli di discernere quello che, senza libro, non avrebbe forse visto in se stesso. (da "Il tempo ritrovato" - Marcel Proust)

Il coraggio di volersi bene 2

di Amelia Parisi
[ biografia | pagina personale | scrivi all'autore ]


[ Raccogli tutti i testi in prosa dell'autore in una sola pagina ]

« indietro | stampa | invia ad un amico »
# 0 commenti: Leggi | Commenta » | commenta con il testo a fronte »




Pubblicato il 24/07/2021 21:51:03

 

                                     Il coraggio di volersi bene 2

 

 

 

Capitolo II

 

Mio padre diceva sempre: i Parisi sono persone serie.

Ma lui faceva di necessità virtù e in realtà a me sembra che i Parisi siano piuttosto persone tristi, apprensive, preoccupate, insicure, incapaci di concedersi alla gioia e alla spontaneità dei sentimenti.

Il mio bisnonno Luigi Parisi, capostipite del mio ramo familiare, morì in giovane età lasciando dieci figli, il più grande dei quali era il mio nonno materno Carlo che aveva all’epoca sedici anni e la più piccola era la mia prozia Marisa di appena tre mesi. Per questa morte improvvisa non è stata lasciata alcuna spiegazione. Era l’anno 1896, e a quel tempo era molto facile morire anche per quello che oggi definiremmo un banale malanno, ma nella storia tramandata dai racconti c'è il buio su quell'episodio, sebbene fosse stata una circostanza senza dubbio insolita. Quelli che seguirono furono tempi duri per la famiglia e può darsi che fu proprio quella disgrazia a determinare il senso di tristezza e sfiducia tipico di tutti i Parisi. Mio nonno Carlo, a soli sedici anni, come primogenito maschio, dovette prendersi la responsabilità di provvedere a tutta la famiglia, e certamente non fu una cosa facile. La sua istruzione arrivava fino alla terza elementare, lavorava come muratore e, mettendoci tutto il suo impegno, riuscì non solo a mantenere la famiglia, ma anche a fare una splendida carriera diventando costruttore e potendosi permettere, arrivato a quarant’anni, di vivere di rendita. Il modo in cui fece questa splendida carriera, diventando ricco e superando di gran lunga tutti i suoi fratelli, è rimasto un mistero. Certo, avrà lavorato duramente, sarà stato anche molto fortunato, ma c’è qualcosa che non mi torna e ho il sospetto che le sue ricchezze non fossero state costruite in modo onesto.

Infatti, la favolosa fortuna che aveva accumulato non servì a renderlo felice, e, dopo qualche decennio di eccezionale prosperità, andò presto in rovina per poi perdersi completamente nel giro di due generazioni.

Riflettendo su tutti i singolari e sfortunati avvenimenti che sono poi successi nel corso degli anni, ho avuto l’impressione che su quei possedimenti incombesse una sorta di maledizione, e quelli che in qualche modo si trovavano ad essere coinvolti in quegli affari fossero destinati al fallimento, sia nell’ambito economico che nella vita privata.

Nonno Carlo Parisi era il mio nonno materno e qui incappo in uno dei primi trabocchetti della mia vita. Anche il mio nonno paterno, che si chiamava Roberto, apparteneva alla famiglia Parisi, anche lui era figlio del mio bisnonno Luigi, Carlo e Roberto erano dunque fratelli, perciò mio padre e mia madre erano cugini di primo grado. Mi accorsi della singolare coincidenza alle elementari, quando a scuola mi veniva chiesto il cognome di mia madre, e siccome tutti restavano straniti quando dicevo che portava lo stesso cognome di mio padre, a casa mi fu data una spiegazione necessaria, sì, ma piuttosto vaga: "Siamo parenti è vero, ma alla lontana." E questo era tutto quello che mi dicevano mamma e papà rispondendo alle mie domande.

Si cercava in ogni modo di non dare ulteriori chiarimenti di quella situazione strana e imbarazzante, e ho capito l’esatto grado di parentela solo molto più tardi. Dei miei nonni paterni, che non mai conosciuto di persona, non mi veniva detto niente, ne ignoravo persino il nome e mio padre non parlava mai dei suoi genitori, come se nemmeno ne avesse avuti e fosse stato trovato in giardino sotto un cavolo.

Infatti c'era un altro segreto da tenere nascosto: nonno Roberto e sua moglie Angela erano cugini primi, esattamente come i miei genitori. Roberto, fratello di nonno Carlo e figlio del bisnonno Luigi aveva sposato sua cugina Angela, figlia del bisnonno Aldo, fratello di Luigi. L’unione tra due cugini primi si era quindi ripetuta nella mia famiglia per ben due volte di seguito.

Ho scoperto queste strane circostanze solo qualche anno fa per conto mio, facendo delle indagini sulla mia famiglia, così la notizia mi ha a dir poco shockata: il mio patrimonio genetico, a parte il piccolo apporto estraneo della mia nonna materna, è in pratica un concentrato dei Parisi, la loro quintessenza direi, e se da una parte tutto ciò poteva rappresentare una ragionevole spiegazione di molti aspetti del mio carattere, d’all'altra costituiva una sorta di condanna riguardo al mio destino: la mia sorte è quella di incarnare tutti problemi storici della famiglia senza alcuna possibilità di scampo.

Durante le mie indagini sono dunque incappata in due unioni tra consanguinei quasi incestuose, ma le sorprese non finivano lì perché ho trovato altri due matrimoni avvenuti tra cugini, e a quanto pare i Parisi avevano questo brutto vizio di sposarsi tra di loro. Quale poteva essere la spiegazione?

Inoltre, spulciando tra vecchi documenti di nascita e morte, matrimoni, atti notarili e quant’altro, è venuto fuori che dei dieci figli del bisnonno Luigi, tre divennero suore, uno prete e tra i suoi nipoti, cioè i cugini di mio padre e mia madre, molte donne erano rimaste zitelle.

La misantropia e la chiusura dei Parisi era ormai chiarissima e la solitudine che ne conseguiva cominciò a diventare un loro segno distintivo, un carattere ereditario che ne costituiva il marchio di fabbrica.

Questo rende conto di molte cose della mia stessa storia, ma per molto tempo non sono riuscita a collegare i fatti e giravo in tondo come una falena accecata da una lampadina che sbatte sempre sullo stesso punto senza riuscire a riprendere il volo.

Tuttavia, a parte i trabocchetti genetici che mi avevano teso i miei antenati, l’evento più disastroso e decisivo per il mio destino è stata quella crisi avvenuta tra i miei genitori nel periodo dei miei cinque o sei anni d’età e se non fosse accaduto quell'evento, che ci è sempre stato taciuto e che costituiva il principale segreto di famiglia, sarei anche riuscita a cavarmela e ad avere una vita pressoché normale.

Nessuno può pretendere di avere una vita perfetta, dei genitori perfetti, delle circostanze perfette in cui nascere, ma ciò che conta è che i problemi non superino certi limiti, e che comunque vengano affrontati e risolti.

La negazione, il segreto, il tentativo di cancellarli magicamente negandone l'esistenza non fa che accrescerne il potere di distruzione e distribuisce la sofferenza anche a chi in teoria poteva restarne indenne. Arrivata a questo punto, devo necessariamente parlare della vita dei miei genitori prima di me e delle singolari circostanze che li portarono a sposarsi.

 

  

Capitolo III

 

Di tutti i dieci figli del mio bisnonno Luigi, io ho conosciuto solo Carlo e Marisa, cioè il primo e l’ultima. Carlo era il mio nonno materno, noi vivevamo con lui nella sua casa, perché quando mio padre si è sposato è andato a vivere con la moglie nella casa dei suoi suoceri nonché zii.

I miei nonni paterni morirono prima della mia nascita e la zia Marisa intanto si era fatta suora nel convento XY, dove ho frequentato le elementari.

La zia monaca, come la chiamavamo in famiglia, faceva parte di quelle donne che, avendo fallito nel trovarsi un marito, avevano poi pensato di trovare una sistemazione entrando in convento, anche se, secondo la spiegazione ufficiale, il motivo di tutte quelle monacazioni era stata una strana epidemia di vocazioni.

Il convento delle suore XY della mia città era a circa 100 metri da casa mia, praticamente sulla stessa strada in cui abitava il clan dei Parisi, quindi le "zie monache", non avevano dovuto allontanarsi troppo.

Vidi per la prima volta la zia monaca quando iniziai le elementari dalle suore, e lei era già molto anziana, doveva avere circa ottanta anni. Nel frattempo mio nonno Carlo era morto a novantadue anni, quando io ne avevo quattro.

 

La zia monaca era addetta alla sagrestia.

 

Infatti le suore non uscivano mai, neanche per andare a messa, e nell'istituto c'era una piccola chiesa privata dove un prete andava appositamente a celebrare le funzioni, immagino dietro pagamento da parte della direzione. La zia aveva l‘incarico di tenere in ordine gli oggetti che servivano per le funzioni e la tunica e i paramenti necessari alla vestizione del prete per le cerimonie.
Oltre a ciò si occupava di lavori di ricamo, ovvero faceva i disegni preparatori per il ricamo, o almeno questo è quello che sono riuscita a capire. Quando andavo a farle visita in sagrestia la trovavo sempre intenta ad eseguire quei disegni su della strana carta, trasparente e un pò giallina, molto leggera eppure abbastanza resistente da poterci disegnare sopra.

Erano tutti motivi floreali, oppure disegni astratti che si ripetevano l’uno nell‘altro come dei frattali, o dei mandala o decorazioni in stile arabo. C'era una grande scrivania sommersa da quelle carte e la zia ci affondava talmente dentro che quasi si faceva fatica a vederla. Lei faceva i disegni con una penna stilografica, poi immagino che ci si ricamasse sopra per strappare via la carta alla fine del lavoro. Non parlava mai, non faceva mai domande e non si interessava di niente. A volte provavo a spingerla a una conversazione, ma lei non alzava gli occhi dai disegni e le mie parole si spegnevano nel silenzio senza avere risposta. A un certo punto arrivava il momento che  diceva: "Apri quel cassetto là."

Io aprivo il cassetto e ci trovavo sempre una caramella Rossana che la zia metteva lì apposta per me, così per un pò me ne stavo zitta a succhiare la caramella, e quando si era  sciolta del tutto giocavo con l'incarto, perchè le caramelle Rossana erano incartate in un quadretto di plastica rossa trasparente e io me lo mettevo davanti agli occhi e me ne andavo in giro per la stanza a guardare il mondo dipinto di rosso.

C'era sempre uno strano silenzio irreale in quella stanza, sembrava che il mondo fuori neanche esistesse. L’unica comunicazione con la realtà esterna erano delle piccole finestre ritagliate molto in alto in una parete dalle quali a malapena si vedeva un pezzetto di cielo, ma lì dentro si perdeva la nozione del tempo e dello spazio. I giorni sempre uguali, la vecchia zia sempre uguale, con quella lunga tunica nera e il crocifisso d'argento che pendeva sul petto dalla catenella attaccata al collo, sempre china sui disegni, e tutto quel silenzio atroce che dava l’impressione che in quella stanza non ci fosse nessuno, e persino io e lei fossimo solo dei fantasmi.

 

Era tutto fermo, immobile, immutabile, entrando in sagrestia sembrava di entrare in una capsula spaziale che si era persa nell'universo e vagava nel vuoto in una dimensione in cui nessuno avrebbe mai potuto trovarla e dove il tempo si era fermato.

La zia era una sepolta viva, e non è stata l'unica della nostra famiglia visto che lo stesso destino è capitato ad altre donne che nemmeno si erano fatte suore, un destino che mi somigliava molto e a volte mi viene da pensare che  quei pomeriggi passati nel silenzio della sagrestia, con la zia che si era ritirata dal mondo e non esisteva più nella vita degli esseri umani, fossero una sorta di presagio di quello che sarebbe successo anche a me.

 

Capitolo IV

 

Mio padre non parlava mai della sua vita prima di diventare professore, né raccontava nulla dei suoi genitori. Sembrava persino che non avesse avuto una vita prima di sposarsi. Alcune cose mi sono state dette da mia madre, dopo la sua morte, ma anche lei ne sapeva poco e avevo l’impressione che quel poco che sapeva non volesse neanche dirlo.

Mio nonno Roberto si era sposato con sua cugina Angela ed era andato a vivere nella casa che la donna aveva ricevuto dal padre come dote. La casa si trovava al centro storico, ma in una zona diversa, un po’ distante da quella della famiglia Parisi, e fu poi venduta qualche anno dopo la morte di nonna Angela, che nei primi anni ’70, essendo rimasta vedova, ci viveva da sola. E’ strano che mio padre non mi abbia mai portato a vederla, ma forse se ne vergognava perché era una piccola casetta al pianterreno, in un vicolo stretto e buio, di quelle che una volta si chiamavano i “bassi”, dove ci viveva la povera gente.

Nonno Roberto non aveva avuto fortuna, faceva il fabbro, e più che altro cambiava i ferri che i cavalli portavano sotto gli zoccoli. Ai nostri giorni sarebbe un po’ come dire che faceva il gommista. All'epoca la parola per definire in modo sprezzante quello che era considerato un mestiere umile, era “ferraciuccio”. Mio nonno era un ferraciuccio, e ricordo che mio padre usava ancora quella parola quando voleva riferirsi a qualcuno di scarso valore, un buono a nulla di umili origini. Allora diceva: quello è un ferraciuccio. E sembrava sottolineare il fatto che lui ormai con la gente volgare e ignorante non aveva più nulla a che fare. Lui era istruito, lui era bene educato e gentile, e parlava in modo ricercato e forbito, e aveva avuto successo nella vita. Lui.

Roberto ed Angela avevano avuto cinque figli maschi e nella loro povertà si arrangiavano e tiravano a campare, senonché a un certo punto ci fu un evento che cambiò in modo radicale la loro vita. Nonno Roberto aveva avuto un buon ingaggio: una ditta di costruzioni aveva iniziato i lavori per un albergo e lui doveva occuparsi di realizzare balconi, ringhiere, cancelli… sembrava una svolta positiva ma accadde qualcosa che nessuno poteva prevedere. Ci fu la crisi del ‘29, la ditta fallì e mio nonno si ritrovò pieno di debiti fino al collo. Nell’anno successivo si presentarono a casa gli ufficiali giudiziari per il pignoramento dei mobili: un’azione completamente inutile dal punto di vista economico, perché si trattava di poca roba senza alcun valore e che non poteva certo soddisfare i creditori, ma bisognava pur dare una punizione che fosse d’esempio.

La vicenda del pignoramento era l’unico episodio della sua vita che mio padre raccontava, e lo raccontava così spesso da dare l’impressione che tutta la sua esistenza consistesse solo in quello.

Aveva dodici anni e diceva di aver provato un’immensa vergogna di fronte a tutta la gente del quartiere che si era raccolta a godersi lo spettacolo. Si sentì profondamente umiliato e fu in quel preciso momento che decise di diventare un insegnante, perché era suo dovere riscattare l’onore della famiglia, e l’avrebbe fatto a qualunque costo e a fronte di qualsiasi sacrificio. Mai più qualcuno avrebbe riso di lui, mai più qualcuno l’avrebbe additato come il povero figlio del ferraciuccio. In quel momento decise quali sarebbero stati i valori della sua vita: essere ammirato e rispettato, essere perfetto, onorare sempre i debiti, entrare a far parte delle classi più elevate della società, non essere mai più povero neanche per un solo giorno. E queste erano le sole cose che contavano. Raccontava spesso di tutti i sacrifici che aveva fatto per poter studiare, di quanto aveva sofferto la fame, di quante volte aveva dovuto farsi prestare i libri dai compagni più facoltosi, di tutti  i chilometri che aveva fatto a piedi o in bicicletta sbattendosi qua e là per seguire le lezioni o procurasi i libri, di quando fece il liceo a sbafo iscrivendosi in seminario con l’intenzione dichiarata di farsi prete e poi una volta preso il diploma se la svignò dicendo che aveva cambiato idea…

Aveva in mente l'obiettivo di diventare il primo laureato della sua famiglia e a questo scopo dedicò tutta la sua giovinezza. Imparò a memoria tutta la Divina Commedia, citava senza difficoltà interi brani di Ovidio o Catullo, traduceva il greco all’impronta, parlava correntemente il latino come oggi si parla l'inglese, e alla fine ce la fece.

Mentre l’Italia era nel pieno della guerra, lui appese alla parete la sua bella laurea conferitagli in nome di sua maestà Umberto II di Savoia, del duce Benito Mussolini, e del popolo italiano naturalmente.

Fu riformato perché troppo esile e mingherlino per entrare nell’esercito e cominciò subito a lavorare.

A tutti gli effetti aveva quindi realizzato il suo sogno, eppure ciò non riuscì mai a dargli quella sicurezza e tranquillità che si aspettava ne sarebbe necessariamente conseguita. Lo spettro della miseria continuava a stargli alle costole anche nella più opulenta abbondanza, l’ossessione di dover essere perfetto lo costringeva a non potersi permettere neanche il più piccolo errore umano, tutto l’oro del mondo non sarebbe mai bastato a cancellare la sofferenza della povertà patita da ragazzo e le lodi e l’ammirazione della gente non avrebbero mai sostituito l’affetto e l’amore che non aveva mai ricevuto dai suoi genitori.

Credeva di essere sfuggito alla miseria materiale ed era realmente così ma la miseria e la povertà che si portava nel cuore non si poteva cancellare con una laurea o con la stima della gente. Probabilmente non capì mai di non essere riuscito a colmare il vuoto che aveva dentro, o, seppure l'aveva capito, non sapeva come porvi rimedio.

In seguito al fallimento nonno Roberto cadde in una profonda depressione e non fu mai più capace di riprendersi e di lavorare. Sua moglie, piuttosto che sostenerlo, lo rimproverava accusandolo di pigrizia e incapacità, e tra i due iniziarono scenate e violenti litigi. La famiglia evitò di morire di fame solo grazie all’aiuto dei vicini e perché i figli più grandi si rimboccarono le maniche e iniziarono a lavorare. Nonno Roberto cominciò a bere e in breve tempo divenne alcolizzato. Una notte come le altre morì nel sonno  per un probabile infarto. I fratelli di mio padre si trasferirono in altre città e non tornavano mai a trovare i parenti, non scrivevano e non telefonavano. Erano scappati via, volevano dimenticare tutta quella miseria e quella sofferenza, lasciarsi alle spalle i ricordi troppo dolorosi. Rimasero in città solo mio padre e suo fratello più piccolo, l’ultimo dei cinque, ma anche con lui, da quando io ero bambina, i rapporti si erano pressoché interrotti.

Lo ricordo come un tipo strano, chiuso, silenzioso, che non parlava mai e non dava confidenza. Si era trovato un lavoro al catasto, si era sposato, aveva avuto dei figli, tutto qua. Con i suoi figli, gli unici cugini che ho in questa città, non ci siamo mai frequentati e a stento li riconosco a vederli per strada, anche perché io sono nata dopo vent’anni di matrimonio, e loro sono molto più grandi me.

La mia idea di famiglia si ferma così ai miei genitori e ai miei fratelli e non ho mai saputo cosa significhi avere dei parenti. La morsa in cui molti dei Parisi si chiudevano a riccio, il nascondiglio dove si rintanavano per la paura del mondo esterno, diventò per noi molto, molto stretta.

 

 


  

 

 


« indietro | stampa | invia ad un amico »
# 0 commenti: Leggi | Commenta » | commenta con il testo a fronte »

I testi, le immagini o i video pubblicati in questa pagina, laddove non facciano parte dei contenuti o del layout grafico gestiti direttamente da LaRecherche.it, sono da considerarsi pubblicati direttamente dall'autore Amelia Parisi, dunque senza un filtro diretto della Redazione, che comunque esercita un controllo, ma qualcosa può sfuggire, pertanto, qualora si ravvisassero attribuzioni non corrette di Opere o violazioni del diritto d'autore si invita a contattare direttamente la Redazione a questa e-mail: redazione@larecherche.it, indicando chiaramente la questione e riportando il collegamento a questa medesima pagina. Si ringrazia per la collaborazione.

 

Di seguito trovi le ultime pubblicazioni dell'autore in questa sezione (max 10)
[se vuoi leggere di più vai alla pagina personale dell'autore »]

Amelia Parisi, nella sezione Narrativa, ha pubblicato anche:

:: Cosa succede ai cuori infranti? parte 3, ultima (Pubblicato il 25/08/2021 22:25:22 - visite: 57) »

:: Cosa succede ai cuori infranti? parte 2 (Pubblicato il 25/08/2021 22:03:47 - visite: 36) »

:: Cosa succede ai cuori infranti?parte 1 (Pubblicato il 25/08/2021 21:54:09 - visite: 44) »

:: Il coraggio di volersi bene 16 (Pubblicato il 30/07/2021 21:15:28 - visite: 44) »

:: Il coraggio di volersi bene 15 (Pubblicato il 29/07/2021 17:14:22 - visite: 55) »

:: Il coraggio di volersi bene 14 (Pubblicato il 29/07/2021 17:11:28 - visite: 52) »

:: Il coraggio di volersi bene 13 (Pubblicato il 29/07/2021 17:09:07 - visite: 86) »

:: Il coraggio di volersi bene 12 (Pubblicato il 28/07/2021 18:11:55 - visite: 113) »

:: Il coraggio di volersi bene 11 (Pubblicato il 28/07/2021 18:08:21 - visite: 35) »

:: Il coraggio di volersi bene 10 (Pubblicato il 28/07/2021 18:04:47 - visite: 62) »