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Ogni lettore, quando legge, legge se stesso. L'opera dello scrittore è soltanto una specie di strumento ottico che egli offre al lettore per permettergli di discernere quello che, senza libro, non avrebbe forse visto in se stesso. (da "Il tempo ritrovato" - Marcel Proust)

Il coraggio di volersi bene 3

di Amelia Parisi
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Pubblicato il 24/07/2021 21:54:13

 

 

                                   Il coraggio di volersi bene 3

 

Capitolo V

 

Mio nonno Carlo aveva sedici anni quando suo padre morì, lasciandogli la responsabilità di dover provvedere a tutta la numerosa famiglia perché era il primogenito maschio, ma aveva già la lasciato le scuole dopo la terza elementare e aveva cominciato a lavorare come garzone o apprendista. A quei tempi nelle famiglie povere la spensierata giovinezza finiva già a dieci anni, bisognava imparare un mestiere, gli uomini si sposavano a vent'anni e le donne tra i sedici e i venti. La vita era precaria, si poteva morire in qualsiasi momento per una banale malattia e bisogna sbrigarsi a viverla pienamente nel minor tempo possibile prima che capitasse qualche accidente.


Aveva fatto il muratore, uno di quei mestieri che si impara facilmente con la pratica e, avendo appreso un pò alla volta come si costruivano le case gli venne l'idea che fece poi la sua fortuna. Come primo figlio maschio, secondo le leggi dell'epoca, aveva ereditato tutto il patrimonio di famiglia che consisteva in un pezzo di terra abbastanza grande, appena fuori le mura della città, terra incolta, in periferia e che apparentemente non valeva niente, ma lui a un certo punto pensò: " E se ci costruissi delle case per affittarle?"


Cominciò a mettere su qualche casetta, poco più che una baracca ma agli inizi del novecento la gente era povera, si accontentava di avere appena un tetto sulla testa, e, stipata in un paio di stanze ci stava anche una famiglia di dieci persone. Con quello che ricavava dall'affitto di una casa ne costruiva un'altra, poi un'altra e poi un'altra fino a quando ebbe sfruttato anche l'ultimo centimetro quadrato. Procedeva in questo modo: con la sua esperienza da muratore tirava su un paio di stanze, le affittava, e con il ricavato aggiungeva un’altra stanza in modo tale che anno dopo anno arrivò a realizzare un piccolo quartiere. Dopo che le case erano già state edificate, chiamava il suo geometra di fiducia e si faceva empiricamente disegnare il progetto da presentare al Comune per l‘approvazione. In quegli anni nell‘agire in questo modo non c’era nulla di strano e facevano tutti così.

Le case erano fatte con materiali scadenti, le stanze erano sbilenche, il pavimento tutto sconnesso e spesso non aveva neanche le mattonelle, il bagno era in comune tra due o tre famiglie e naturalmente aveva solo la tazza e il lavandino.

Questa era una piccola città, l’Italia era un paese povero e la maggior parte della gente viveva in quel modo. Infine, agli inizi degli anni venti, quando cioè aveva quarant‘anni, costruì la casa padronale che tenne per sè e che aveva ben cinque stanze belle grandi, dal soffitto alto quattro metri, più cucina e bagno privato fornito di vasca da bagno. Completava l'opera un grande giardino interno, di circa trecento metri quadri, dotato persino di pollaio e vasca con i pesci rossi. Non gli mancava niente ormai, si era sistemato, e tutto questo era avvenuto nell'arco di vent'anni, tanto che all'inizio degli anni venti mio nonno era ormai un ricco possidente che poteva ritirarsi a vita privata e vivere di rendita.

Tuttavia, per sua disgrazia, essendo diventato ricco, si ritrovò a dover fronteggiare un fastidioso problema: gli odiati fratelli.

I suoi fratelli infatti non avevano avuto altrettanta fortuna e andavano di continuo a chiedergli soldi, per non parlare delle sorelle zitelle che gli si piazzarono letteralmente in casa chiedendo di essere mantenute e aiutate. Erano dunque litigi quotidiani, si mangiava pane e veleno, condito da una buona dose di gelosia e invidia, in pratica un vero inferno. Sì, perchè  il nostro eroico Carlo ( che nel frattempo aveva preso l'appellativo di "don") in fondo era un uomo solo, non aveva una sua famiglia e non aveva pertanto alibi o argomentazioni sufficienti  per rifiutare l'aiuto che gli veniva richiesto.


Don Carlo all'età di quarant'anni non si era sposato, una cosa piuttosto strana per quell‘epoca, ma lui aveva sempre e solo pensato al lavoro, alle case, alla proprietà, non aveva avuto il tempo per cercarsi una donna e con il carattere chiuso e scontroso dei Parisi gli riusciva difficile stare in compagnia. Allora cominciò a pensare seriamente al problema, anche perchè di lì a poco sarebbe iniziata la vecchiaia, e avrebbe avuto bisogno di qualcuno che lo aiutasse nell’amministrazione della proprietà. Senza contare il fatto che doveva per forza avere un figlio a cui lasciare i suoi beni, perchè quando sarebbe morto nelle mani di chi sarebbero finite le sue tanto amate case? Di quei farabutti, fannulloni, sfaccendati e falliti dei suoi fratelli? Non sia mai, non doveva succedere nella maniera più assoluta.

Doveva a tutti i costi avere un figlio maschio che ne diventasse l'erede, e dato che un figlio non lo si può fare impastandolo con l‘argilla e alitandoci sopra, aveva bisogno di una donna che glielo generasse.

Nonostante tutte le difficoltà del caso, nonostante la sua antipatia per il genere umano e il considerare le donne come degli esseri inferiori e perfettamente inutili, doveva necessariamente, assolutamente, sposarsi, perchè suo malgrado dovette ammettere che c'era almeno un motivo per il quale una donna era l'indispensabile compagna di un uomo: la capacità di procreare.

Capitò un giorno che mio nonno si recò a Leonia per sistemare certi affari. Lì prese il tram, di quelli che c'erano all'inizio del '900 e che nella mia piccola città erano del tutto sconosciuti, e notò una ragazza in compagnia della madre che viaggiava sullo stesso mezzo. Quando le due donne scesero alla loro fermata, scese anche lui, le seguì e le vide entrare nel portone di un palazzo. Chiese notizie al portiere per sapere se la ragazza era nubile e se fosse una persona seria. Il portiere rispose che sì, era nubile ed in quanto a serietà, "brava ragazza, buona famiglia".
Qualche tempo dopo mio nonno si presentò a casa sua dichiarando ai genitori di volerla sposare e portarla a vivere con lui nella sua città. Disse press'a poco:

"Sono don Carlo Parisi, sono benestante, vivo di rendita, ho delle proprietà, delle case, e vostra figlia con me starà come una regina."


I genitori furono convinti dal discorso, sembrava davvero un buon partito, quindi andarono a chiamare mia nonna Luisa che era nell'altra stanza, intenta in certi lavori di ricamo e lei si presentò tenendo ancora in mano ago, filo, e la stoffa su cui lavorava. Mio nonno disse:

"Sono don Carlo Parisi, ho preso informazioni su di voi, so che siete una brava ragazza e vi voglio sposare."

E mia nonna, con un certo atteggiamento lievemente sprezzante, distogliendo lo sguardo e dimostrandosi più interessata al ricamo che a lui, rispose:

"Ah sì? Avete preso informazioni su di me? Ebbene, ora io prenderò informazioni su di voi."


Quando si sposarono era l'anno 1922.

 

 

 

Capitolo VI

 

Mia nonna Luisa era nata a Leonia nel 1891 ed aveva dieci anni in meno di mio nonno.

La sua famiglia viveva originariamente in Sicilia, ma suo padre, che aveva un impiego pubblico, era stato trasferito nella penisola. Erano persone  benestanti, non avevano nè case nè terreni ma vivevano agiatamente. Mia nonna era più istruita, di mio nonno, da quel che mi raccontava aveva di certo finito le scuole elementari, e apparteneva a un ambiente superiore, dal punto di vista intellettuale e sociale, se non altro perchè la sua città era molto grande e progredita, quella di mio nonno invece era poco più che un paesello, e perciò molto arretrata da ogni punto di vista.


Aveva trent'anni quando sposò mio nonno, cioè un'età molto avanzata per l'epoca e anche questa è una di quelle stranezze di famiglia mai del tutto chiarite, vista la sua istruzione, la sua posizione sociale e il suo aspetto comunque gradevole.


L'unica spiegazione possibile, o meglio, l'unica ipotesi che ho potuto fare, riguarda una storia vaga e misteriosa, detta e non detta, una specie di leggenda secondo cui in passato lei aveva avuto un corteggiatore, corteggiatore che poi era stato respinto non si sa per quale motivo, cioè non so se era stata mia nonna a rifiutarlo o se erano stati i suoi genitori a proibire quell'unione. Fatto che sta che il ragazzo iniziò a minacciare il suicidio se la sua richiesta non fosse stata accolta. Diceva sempre: mi butto dal balcone, mi butto dal balcone. Probabilmente nessuno lo prendeva sul serio, erano solo parole e non ne avrebbe avuto il coraggio, invece successe che un giorno da quel balcone ci si buttò davvero.

E morì.

Ora, se tutto ciò è realmente avvenuto, è molto probabile che mia nonna ne sia rimasta profondamente segnata, e forse dopo il fattaccio nessuno aveva più voluto avvicinarla, ma mio nonno veniva da un'altra città e queste cose non le sapeva e, se pure le aveva sapute, non gli interessavano. Lui aveva fretta di sposarsi con una brava donna che gli desse un erede maschio, il resto non gli importava, non lo riguardava e non alcun peso nella sua decisione. Erano tempi in cui ci si sposava per mettere su famiglia, perchè era questo che si doveva fare, era questo che facevano tutti, e nel valutare una donna si teneva conto solo della sua serietà e della capacità di mettere al mondo figli. L'amore, l'attrazione, la passione, o altre considerazioni sentimentali o emotive, erano velleità da romanzi o lussi destinati alle classi superiori e tutto ciò era più che mai vero per qualcuno che faceva parte dei Parisi.


Subito dopo il matrimonio, che fu celebrato nella di lei città natale, mia nonna prese il treno ed arrivò a Zenobia.

Appena arrivata alla stazione, ebbe la precisa e inequivocabile sensazione che le cose non sarebbero affatto andate come se l'era immaginate. Mi raccontava sempre dell'angoscia che l'assalì quando  fece in carrozzella quei pochi chilometri che ci volevano per arrivare a casa. Rimase colpita dal fatto che la città fosse piccola piccola, senza palazzi di rilievo, solo con qualche casetta bassa, e soprattutto le sembrò tanto triste e desolata, con poca gente in giro, persone povere e malvestite, straccioni, bambini senza scarpe, stradine strette e buie. Credo che ancora non ci fosse una vera e propria illuminazione stradale, l'elettricità stentava a diffondersi, mentre lei invece veniva da una città moderna, luminosa, piena di bella gente ben vestita, elegante, che andava a passeggio per fare sfoggio di sè e godersi la vita. C'erano automobili, tram, teatri, caffetterie, negozi pieni di ogni novità, giardini ben curati, strade grandi e trafficate. Mia nonna sentì una stretta al cuore, non si aspettava tanto squallore e capì che le favolose proprietà di don Carlo non avrebbero potuto compensare il prezzo che si accingeva a pagare. Per di più in casa l'aspettava una pessima accoglienza. Mio nonno aveva ancora con sè qualche fratello o sorella a suo carico che videro in quell'estranea una nemica, qualcuno che veniva a rubargli il posto, a togliergli il pane di bocca e in effetti così fu perchè lui oltre che per la faccenda dell'erede, si era sposato anche per questo, cioè per poter cacciare di casa i parenti che gli si erano messi a carico.

 
In quella casa si ritrovò sola, circondata dall'odio, dall'invidia, dalla gelosia, senza avere un minimo conforto umano, con un marito che, tutto preso dalla cura dei suoi affari non le prestava la minima attenzione. Per lui il bene supremo, il valore massimo della vita erano le sue case, quelle case  che rappresentavano ormai la sua identità. Nella sua mente e nel suo cuore non c'era posto per nient'altro e non era sicuramente capace d'amare sua moglie nè di interessarsi di lei e poi, dopotutto, che bisogno c'era? Era stato fin troppo generoso: l'aveva salvata dalla zitellaggine, la manteneva, la faceva vivere in una bella casa dove aveva anche la cameriera...non c‘era alcun motivo di lamentarsi o di chiedere di più.

Deve aver sofferto molto per quell'indifferenza, quella mancanza di calore umano e di comprensione di cui aveva tanto bisogno. Forse proprio per questo motivo iniziò a sviluppare il suo proverbiale carattere isterico. Strillava, urlava, sbatteva i piedi a terra, si vendicava, odiava tutto e tutti... ecco si diceva di lei che era cattiva, ma io credo piuttosto che soffriva per non essere stata amata, perchè nessuno le prestava attenzione e perchè di fatto era stata usata come una macchina da riproduzione. In fondo suo marito l‘aveva sposata apposta per quello, per generare l'erede maschio e bisognava darsi da fare, e alla svelta.

E‘ probabile che la prima gravidanza ci fu un anno dopo il matrimonio e il parto che ne seguì fu un terribile e tragico evento. Mia nonna partorì in casa, come si faceva a quei tempi, assistita solo da una levatrice, neanche molto competente a quanto pare, perchè dopo molte ore di travaglio il bambino non veniva fuori, la situazione non si risolveva, e si decise infine di far venire i suoi genitori da Leonia, cosa nè facile nè immediata perchè all'epoca non c'erano mica i cellulari per comunicare, e l'unico mezzo di trasporto possibile era il treno. Ad ogni modo riuscirono a raggiungere la figlia portandosi dietro un medico come si deve che, vista la gravità della situazione, disse senza mezzi termini: "Non posso salvarli entrambi, bisogna scegliere se salvare la madre o il figlio."


Mio nonno, che non era certo un uomo di polso, e che le decisioni evidentemente non sapeva prenderle, disse piagnucolando: "Tutti e due!"

Senonchè la mia bisnonna intervenne con fermezza nel discorso: "Dottore, non date retta, salvate lei. In quanto al figlio, non preoccupatevi, ne farà altri."

Così tirarono fuori il bambino nell'unico modo possibile, cioè facendo a pezzi la testa, e per un  crudele scherzo del destino, si trattava proprio di un maschio.


Il nonno non si riprese mai dallo shock. Anche la nonna, che mi raccontava sempre l'episodio, terminava il racconto piangendo e diceva: ed era un maschio, com'era bello, com'era grosso!


C'è una macabra leggenda secondo cui don Carlo, non rassegnandosi alla morte del figlio, ne prese il corpicino decapitato e lo mise in un barattolo di vetro, sotto alcool, credendo che impedendone putrefazione, il bambino potesse in qualche modo misterioso restare in vita. Il barattolo fu poi nascosto nella cripta della cappella di famiglia, al cimitero.


A me una cosa del genere sembrava impossibile, ma qualche anno fa mio fratello mi ha detto di essere sceso nella cripta e di aver davvero trovato il macabro reperto: un grosso barattolo di vetro con dentro, in perfetto stato di conservazione, un neonato decapitato.

I tentativi di avere l'erede continuarono negli anni seguenti e mia nonna subì in tutto dieci gravidanze il cui risultato erano sempre parti prematuri e bambini nati morti. E subire è proprio il termine giusto perchè da quel primo disgraziato incidente riportò parecchi danni fisici, e mi raccontava sempre della paura e delle sofferenze nelle successive gravidanze  nonchè di tutta una serie di disturbi che le rimasero per tutta la vita. Incurante delle altrui tribolazioni, mio nonno non si rassegnava e la obbligava a riprovarci ancora fin quando evidentemente lei non rimase più incinta, anche perché, a conti fatti, ormai si trovava alla soglia dei cinquant‘anni.

Ciò nonostante, in quella carneficina generale ci fu qualcuno che riuscì a nascere vivo e a sopravvivere, altrimenti io non sarei qui a raccontare questa storia.

Disgraziatamente quell'unico sopravvissuto era una femmina.

Essere nata femmina, e quindi colpevole di aver usurpato il trono del legittimo erede, determinò tutto il destino di mia madre e, di conseguenza, anche il mio.

I suoi genitori non poterono mai perdonarle il fatto di essere rimasta in vita, dal momento che non avrebbe potuto assolvere i compiti che erano stati previsti per lei.

A dirla tutta mio nonno era un vero misogino, cosa peraltro molto comune nella società maschilista ottocentesca. Le donne erano considerate stupide e inferiori agli uomini, incapaci di fare altro se non badare alla casa e fare figli, e questo modo di pensare era assolutamente normale per l‘epoca. La nascita di una femmina era una disgrazia perchè  quando si faceva grande bisognava darsi da fare per farla sposare e fornirla di una dote e se ciò malauguratamente non avveniva, diventava semplicemente un peso a carico degli altri familiari. Credo però che l’odio di mio nonno verso le donne, tanto radicale e assoluto, dipendeva anche da suoi motivi personali, dei quali ovviamente non potrò mai sapere nulla.

Di conseguenza mia madre veniva di continuo umiliata e rimproverata da quel padre che la riteneva inutile e aveva deciso che sarebbe stata un'erede indegna delle sue  proprietà prevedendone la sua assoluta incapacità di gestirle. Il punto più alto di queste umiliazioni fu quando le impedì di continuare gli studi alla scuola magistrale. Diceva sempre: "Ma che studi a fare? Tanto sei stupida e poi non ti serve a niente perchè una donna deve stare in casa."

Non volle più comprarle i libri nè il grembiule che era obbligatorio, lei veniva  di continuo ammonita  per non essere in regola, e finì che a scuola proprio non potè più andarci, e fu un grosso smacco rispetto alle sue compagne che arrivarono almeno fino al diploma. Quando lasciò le  compagne in quel modo così umiliante giurò di vendicarsi: "Un giorno vi farò vedere chi sono, la mia posizione sociale sarà migliore della vostra che ora restate lì a  studiare."

Il suo desiderio di rivalsa la fece agire in seguito in modo del tutto sconsiderato, portandola a commettere errori madornali, come sposare, ad appena diciassette anni, il primo uomo che aveva conosciuto. La cosa sorprendente di tutta la faccenda fu che, nel momento in cui suo padre le ripeteva che sarebbe stata incapace di amministrare il patrimonio, stava creando quella che si dice " una profezia autoavverantesi". Molti anni dopo la sua morte e dopo la morte di mio padre, quando lei prese a tutti gli effetti la gestione del patrimonio, finì col dimostrarsi per davvero incapace di amministrarlo. Prese decisioni palesemente inappropriate, dilapidò con leggerezza le risorse più produttive e portò alla rovina tutto ciò che suo padre aveva faticosamente creato.

Come spiegare questa singolare coincidenza? Il nonno aveva forse avuto una premonizione sul futuro? Diceva quelle cose perchè in qualche modo già sapeva ciò che sarebbe successo? Oppure mia madre, sentendosi sempre dire che era incapace si è convinta di esserlo e poi si è inconsciamente comportata come tale? Si dice che quando il genitore parla del figlio ne costruisce il futuro. Ciò che si crede possibile finisce  col realizzarsi davvero.

Mi azzardo però a fare l‘ipotesi che forse nel distruggere il patrimonio paterno lei sapeva benissimo quello che faceva e lo faceva apposta, seppure seguendo un piano d’azione totalmente inconscio. Dentro di sè deve aver pensato che distruggere tutto quello che suo padre amava di più fosse una sorta di vendetta, una punizione per tutto l'amore  negato e da lei pienamente meritato in quanto sua figlia. Lui invece, del tutto ignaro dei bisogni affettivi degli esseri umani, aveva riservato le sue attenzioni a ben altro, a degli oggetti inanimati cioè, a delle case fatte di mattoni e cemento che non avevano certo bisogno d'affetto mentre lei invece sì.


Distruggere quelle case, svenderle per pagare debiti fatti a sproposito, lasciarle crollare senza ripararle, farsele consapevolmente rubare di mano da speculatori senza scrupoli, è stata solo una grandiosa, colossale, fantastica vendetta. Come uccidere l'amante di un uomo a cui hai dato tutto il tuo cuore senza che lui ti degnasse mai di uno sguardo.

Purtroppo quella sua meravigliosa vendetta ha fatto altre vittime che in quella storia non c'entravano per niente.

 

 

 

Capitolo VII

 

Nonostante la freddezza e il biasimo che le riservava suo padre, mia madre diceva sempre: "Il nonno era buono, la nonna era cattiva."

Quando parlava di suo padre lo descriveva sempre come un eroe, quello che aveva fatto  enormi sacrifici per costruire quelle case che poi tanto generosamente ci aveva lasciato in eredità e costituivano la nostra grande fortuna. Per noi bambini era diventato una specie di leggenda, un mito, e io ho creduto a lungo a questa versione dei fatti e invero la nonna, che è rimasta a lungo in casa con noi, aveva proprio un caratteraccio: strillava, si lamentava sempre, lanciava invettive e augurava il male a tutti. Quando ci si comporta così ci vuole poco a farsi la fama di cattiva.

Infine, dopo molto tempo e molte riflessioni, sono riuscita a vedere le cose da una prospettiva diversa.

Mio nonno, con quel suo carattere chiuso, introverso e silenzioso, dava l’impressione di essere la vittima, se confrontato all’ira furibonda e violenta di mia nonna. Che, ad essere onesti, aveva le sue buone ragioni per lamentarsi, ma quando si è bambini non si hanno vie di mezzo, ci si schiera con l’uno o con l’altro genitore. Da grandi, se ci si pensa bene, si capisce che il torto non sta mai da una sola parte, eppure raggiungere una certa serenità di giudizio è un processo lungo e difficile, e a volte non avviene mai.

Mia madre vedeva in suo padre una sorta di eroe perchè ne sentiva la mancanza, e quando qualcuno ti manca, quel poco di attenzione che ti dà è pur sempre qualcosa: anche se ti parla per rimproverarti, è comunque una cosa bella che ti parla.

E quando dico che era assente dalla sua famiglia non mi riferisco solo al fatto che non se ne interessava, intendo proprio dire che non era fisicamente in casa.

Infatti alla nascita di mia madre e per un periodo di dieci anni, mia nonna tornò a vivere a Leonia nella casa dei suoi genitori portandosi dietro la figlia. Diceva di non poter vivere a Zenobia a causa del clima malsano che le faceva male alla salute, ma evidentemente il clima a cui si riferiva era quello avvelenato dai continui litigi con i parenti del marito e dallo stesso marito che non aveva nessun riguardo per le sue sofferenze e insisteva nel voler avere a tutti i costi quel benedetto figlio maschio. Il nonno andava a trovare la famiglia nel fine settimana, e di fatto vivevano come se fossero stati divorziati.


Mia madre non sapeva spiegarsi in alcun modo quella strana assenza del padre e ne soffriva. Nonostante si trovasse in una grande e bella città in cui aveva dei cuginetti con cui giocare, lei ha raccontato la sua infanzia riassumendola in queste  parole: mi sentivo tanto sola.

Perciò quelle poche volte che vedeva suo padre cadeva in adorazione ai suoi piedi, e poco importava il suo comportamento verso di lei. In quel lungo periodo della sua fanciullezza fece la dura esperienza della paura di restare sola e imparò a ubbidire e sottomettersi per non correre il rischio di essere abbandonata. Come tutti i figli di genitori divorziati ( e quel modo di vivere lontani costituiva una sorta di divorzio) si prendeva la colpa dei dissapori tra i suoi genitori, e pensò che la completa sottomissione fosse l'unico modo di renderli felici e quindi favorirne la riconciliazione.


Difatti all'inizio degli anni '40 sua madre lasciò per sempre Leonia e tornò a vivere a Zenobia ma l'unico motivo per cui lo fece fu che nel frattempo era scoppiata la guerra, e tra bombardamenti, deportazioni, fascisti, tedeschi, americani e altri pericoli, era sicuramente più prudente trasferirsi in una piccola città di provincia dimenticata da Dio e di cui ben pochi conoscevano l'esistenza.

Finita la guerra, mia madre, che aveva circa quattordici anni, fu costretta da suo padre a lasciare la scuola e la bruciante umiliazione che subì fece scattare il solo e unico moto di ribellione verso i suoi genitori.

Cominciò a rendersi conto del disamore e dell'indifferenza in cui era cresciuta, non sopportava più il controllo totale a cui era sottoposta e avrebbe voluto scappare e trovare altrove un pò di conforto alla solitudine che stava diventando insopportabile. Ma se era stata isolata dalle sue compagne, se le veniva negato il diritto di avere un'istruzione e forse trovare un lavoro, come poteva sottrarsi a quella condizione?

Il sogno delle ragazze della sua età era ancora quello di trovare il principe azzurro, un uomo innamorato che si sarebbe dedicato a loro per sempre e questo divenne il suo pensiero fisso, nonchè l'unica reale possibilità di fuggire dalla trappola in cui viveva.

Doveva al più presto trovare un uomo  che si prendesse cura di lei, che le desse un minimo d'importanza e d’affetto e fu allora che, per quella serie di circostanze apparentemente casuali che alla fine determinano in modo decisivo il corso della vita delle persone, le capitò di conoscere e frequentare uno dei suoi numerosi cugini, il figlio dello zio Roberto, quell’unico cugino che si era laureato. Mio padre ormai non era più il figlio del ferraciuccio, ma era diventato professore di scuole medie, un lavoro prestigioso per l'epoca, si era fatto un nome, aveva raggiunto una certa posizione ed era amato e stimato da tutti. Lei fu attirata proprio da questo: l'ammirazione che la gente aveva per lui. Riuscire a sposare una persona importante appresentava un grosso riscatto sociale,  un riconoscimento del suo stesso valore, per non parlare del fatto che avrebbe sicuramente avuto una vita agiata. Già, perchè, nonostante la sua famiglia fosse benestante, non aveva mai avuto quella gran bella vita che la sua condizione le avrebbe potuto permettere; suo padre aveva la tipica taccagneria dei Parisi, l'ossessione di accumulare e mettere da parte, si sentiva sempre  addosso la paura di perdere i suoi beni e trovarsi nei guai, e si giustificava dicendo che ciò serviva a mantenere intatto il patrimonio, a poter conservare nel tempo la sua famigerata proprietà immobiliare.

Una volta  fu proprio mia madre a dire che ciò che le era piaciuto di più di mio padre era proprio la sua "posizione sociale" e lo disse come se in ciò non ci fosse nulla di male, anzi, con un sorriso furbetto e orgoglioso, perchè riteneva di aver fatto un buon affare.

Per lei come per tutti quelli della famiglia Parisi l'amore è sempre stato un dettaglio del tutto trascurabile: minuzie, bazzecole, pinzillacchere, robetta che non serve a niente. Quello che le importava era allontanarsi dalla tirannia dei suoi genitori, avere soldi a sufficienza, godersi la vita e farsi vanto della posizione di vantaggio acquisita sposando un uomo stimato da tutti.

Quando si sposarono, mia madre aveva diciassette anni e mio padre quasi trenta, si conoscevano da appena un anno, e si erano frequentati sempre e solo in presenza dei genitori. Prima del matrimonio non si erano mai dati nemmeno un bacio; al massimo avevano avuto il permesso di tenersi per mano quando si andava a passeggiare al corso, sempre sotto l'occhio vigile dei miei nonni.

Sembra comunque che a mettere su la storia del fidanzamento e del matrimonio fosse stata in massima parte mia madre. Era lei quella che aveva fretta di sposarsi e non si lasciò scappare il primo buon partito che le capitò di poter conoscere. Certamente si era anche invaghita e credeva di esserne sinceramente innamorata, ma si sarebbe innamorata di chiunque si fosse trovato nella condizione di poterle fornire ciò che lei stava cercando. E mio nonno Carlo inizialmente non era per nulla favorevole a quest'unione.

Sebbene i matrimoni tra parenti fossero comuni nella nostra famiglia, evidentemente questo gli sembrava troppo rischioso, visto che mio padre era già a sua volta figlio di cugini. E col fratello Roberto, chissà magari c'erano stati brutti litigi, antichi dissapori e non gli faceva piacere stringere ulteriori legami con lui. Quello della figlia era solo un capriccio e magari dopo un po' le sarebbe passato dalla testa, senonché cominciò a venirgli in mente un'idea.

Lui non aveva avuto l‘ambìto figlio maschio a cui lasciare l'eredità ma forse sua figlia poteva averne uno e sposando suo cugino almeno il cognome dei Parisi sarebbe stato conservato. Ecco la soluzione al problema: sua figlia gli avrebbe dato un nipote maschio che avrebbe portato esattamente il suo stesso nome e cognome, Carlo Parisi, e quel nipote sarebbe stato il suo degno successore, colui che avrebbe preso tutto il suo patrimonio, pertanto le sue favolose proprietà avrebbero continuato ad esistere a lungo col suo marchio di fabbrica. Oggi lo si chiamerebbe delirio di immortalità o di onnipotenza, ma fu per questo motivo che il nonno diede infine a sua figlia il permesso di sposare il cugino. Si stabilì tra padre e figlia una sorta di tacito e inespresso accordo: se io ti lascio sposare il cugino a cui tieni tanto, dovrai fare un figlio maschio a cui metterai il mio nome. Mia madre accettò perché la cosa le sembrava estremamente facile da realizzare. Si dava per scontato che avrebbe avuto dei figli, e a quel maschio che lei si sentiva certa di poter generare avrebbe volentieri dato il nome di suo padre. In fondo sarebbe stato un modo per farsi perdonare e rimediare all'errore di essere nata femmina, e il matrimonio con un cugino che portava il cognome dei Parisi diventava persino la soluzione migliore che si potesse trovare.

Questa è dunque la storia del matrimonio dei miei genitori raccontata secondo la prospettiva di mia madre, ma mio padre per quale motivo accettò quella situazione così strana, data la grande differenza d’età, la stretta parentela, la differenza culturale e la scarsa frequentazione? Per amore forse? Si era davvero innamorato di lei? No, quando si parla dei Parisi, l'amore non ha mai diritto d'esistere. I motivi vanno ricercati altrove, in un ambito molto lontano dai buoni sentimenti.

In quel lontano giorno di ottobre del 1930, quando aveva solo dodici anni, nella sua vita era successa una vera catastrofe. Il danno dell’evento non consisteva solo nell’aver perso i mobili, nell’umiliazione subita e nella povertà che ne seguì, ma anche nel fatto che si trovò completamente solo senza avere accanto nessuno che lo confortasse e che lo aiutasse a superare il trauma. I suoi genitori erano tutti presi dai propri guai, dovevano fronteggiare la depressione, l’alcolismo, il problema quotidiano di procurarsi da mangiare, e per i figli non restavano nè tempo nè energie. I suoi fratelli se ne andarono ognuno per la propria strada, alla ricerca di un posto nel mondo, e lui  rimase da solo, con quell’idea di diventare  professore che era diventata una vera ossessione.

Era talmente concentrato nello studio da dimenticarsi completamente di tutto il resto, sapeva poco o nulla delle relazioni umane e di come ci si comporta nella vita. L’unico comportamento che conosceva per avere a che fare con la gente era di essere sempre gentile e disponibile, fare il proprio dovere, essere onesto, comportarsi secondo le regole della società, ma ignorava completamente che al di là di queste poche cose potesse esistere altro, sia negli esseri umani che in se stesso.

Quando lo vedevo essere tanto affabile, educato, amichevole e ossequioso nei confronti di perfetti estranei, venivo invasa dalla collera e dalla gelosia. Mi chiedevo: ma perchè mio padre non può essere buono con noi almeno solo un minimo di come lo è con gli altri? Vedevo con quanta premura si occupava del suo mondo e ne soffrivo perchè io, noi, la sua vera famiglia cioè, ne eravamo completamente esclusi. Lui ci trattava come un peso, come una zavorra di cui si sarebbe volentieri liberato, invece con le persone estranee si sentiva nel suo elemento e viveva la sua vera vita.

La verità era che questa famiglia non l'aveva voluta, quel matrimonio non lo voleva fare e ci si era trovato costretto, per la solita codardia dei Parisi, che non sanno mai dire di no, che si preoccupano sempre di compiacere gli altri, che hanno paura di affermare le proprie idee e la propria volontà.
Ho saputo la versione di mio padre sul suo matrimonio solo alcuni anni dopo la sua morte.

Nella nostra casa c'era una strana stanza estranea, una stanza aggiunta in seguito al fabbricato e in cui non era agevole andare perchè bisognava uscire fuori nel portone e salire delle scale. La stanza era diventata lo studio di mio padre e lui ci teneva una scrivania e qualche libreria colma dei suoi libri dell'università e dei testi per l'insegnamento. Era una stanza misteriosa, atipica, inquietante, lui stesso ci andava pochissime volte.

Qualche anno dopo la sua morte mio fratello andò lì a curiosare, perchè  è un autentico ficcanaso e non ha il minimo rispetto per la roba altrui, e un giorno se ne venne fuori baldanzoso e trionfante con il suo bottino: "Guarda, guarda cos'ho trovato! I diari di papà!"

I diari erano un paio di quaderni neri, con il bordino colorato di rosso magenta, come era d’uso in quegli anni, e  mio padre vi aveva annotato le vicende del suo fidanzamento con mia madre. Si interrompevano prima del matrimonio e il secondo quaderno aveva diverse pagine lasciate in bianco.

Sulle prime io non volevo leggerli perchè mi sembrava una violazione della privacy, ma in fondo erano cose che mi riguardavano e, dopotutto, mio padre era morto.

Fu così che seppi come era andata la faccenda dal suo punto di vista.

Alla soglia dei trent'anni il professore di lettere Francesco Parisi era fidanzato con una sua coetanea, a quanto pare una collega d'università che aveva iniziato anche lei a fare l'insegnante. Si trattava quindi di una donna moderna, istruita, evoluta.

Troppo moderna, troppo istruita, troppo evoluta. Mio padre aveva ereditato dalla sua famiglia l'idea che le donne devono "stare al loro posto", devono obbedire all'uomo che è il capo della casa e che comanda e con lei sembrava che le cose si fossero addirittura invertite. In quella relazione veniva fuori tutta la sua debolezza, la sua immaturità, le difficoltà nelle relazioni con gli altri, di solito coperte da quel suo atteggiamento sempre estremamente gentile e accondiscendente. Lei lo spronava a crescere, a cambiare, a diventare più forte e più adulto, ma mio padre non poteva fare nessuna di queste cose, non ne aveva letteralmente la forza e la capacità e, sopratutto, non sopportava di essere stato scoperto in tutte le sue fragilità, tanto accuratamente tenute nascoste, e di trovarsi quindi con le spalle al muro. Ci furono dei litigi e la relazione finì, ma lui ne soffriva perchè  quella donna l'amava davvero. Proprio in quel periodo capitò, sempre per quella strana serie di circostanze che determinano il destino delle persone, che si ritrovò a frequentare la casa degli zii dove c'era quella cuginetta di sedici anni, così dolce, umile e sottomessa, una che non si sarebbe neanche sognata di mettere in discussione il potere e l'autorità dell'uomo, una che avrebbe ubbidito senza dare noie, e per di più era anche molto attraente, giovane, carina, fresca... Insomma, lui fece capire che ricambiava la simpatia e per qualche mese ne fu contento, solo che, di lì a poco, cominciò a succedere qualcosa, ci furono dei piccoli indizi, delle impressioni, dei pensieri, dei dubbi, qualcosa gli fece capire che mia madre aveva una seconda natura e che il suo amore non era affatto puro e disinteressato come poteva sembrare. Capì che puntava ai suoi soldi, alla sua posizione sociale e alla bella vita che probabilmente avrebbero fatto insieme, capì che non era affatto ingenua come voleva apparire ma era una scaltra manipolatrice e usava tecniche e stratagemmi per attirare l'attenzione e dirigere le circostanze secondo i suoi voleri, stratagemmi che stavano diventando piuttosto fastidiosi.
Come ad esempio il fatto di mettere in scena la concorrenza di un altro corteggiatore, un altro cugino, che a suo dire aveva dimostrato interesse per lei. A quel punto il  coinvolgimento svanì del tutto per tramutarsi in autentica antipatia per quella ragazzina ignorante, furbetta e capricciosa. Voleva perciò chiudere la relazione, e scappare dalla trappola solo che ormai si era esposto troppo, tutti sapevano che erano fidanzati e dovevano sposarsi e a quei tempi non è che un fidanzamento poteva chiudersi così su due piedi o in quattro e quattr‘otto. Nelle pagine del diario dice più o meno testualmente: "... Ormai mi sono compromesso, cosa penseranno di me gli zii e gli altri parenti?"

Non avendo il coraggio di dire quello che pensava e sentiva realmente, lasciò che le cose andassero come voleva mia madre e, nel giro di un anno da quando l'aveva conosciuta, la sposò e andò a vivere con lei nella casa dei suoi genitori, tenendosi quindi i suoceri, nonchè zii, a vivere con loro.

Il diario finisce qui, quando scrive con sgomento: ormai mi sono compromesso. Probabilmente finì lì anche tutta la sua vera vita emotiva e affettiva, cancellò per sempre i suoi sentimenti più autentici e si rassegnò a vivere una vita di finzione.

Mi chiedo come mai aveva portato con sè quei diari tanto pericolosi, col rischio che sua moglie potesse trovarli e leggerli. Forse inconsciamente voleva proprio correre quel rischio per dirle finalmente, per interposto diario, quello che realmente pensava di lei.

 
O forse voleva portarsi con sè la sua parte più autentica,  per lo meno quel che ne restava, ricordarsi che c’era stato un tempo in cui anche lui era stato un essere umano, aveva amato e desiderato essere amato.

E‘ strano comunque che non li abbia distrutti prima della sua morte. Non è  certo morto all’improvviso: nei sei mesi che durò la sua malattia sapeva a cosa andava incontro e aveva avuto tutto il tempo di sistemare le sue cose.

Forse li aveva semplicemente dimenticati oppure voleva intenzionalmente che noi figli potessimo un giorno  conoscere la verità, quella verità che lui non aveva mai avuto il coraggio di dirci, e trasmetterci un insegnamento che non ci ha mai dato e che forse avrebbe voluto farci sapere : se non si ha la forza di essere se stessi e si comincia ad indossare la maschera, quella maschera ti resta addosso per tutta la vita.

 


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