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Il coraggio di volersi bene 4

di Amelia Parisi
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Pubblicato il 25/07/2021 21:22:34

 

 

 

 

                                  Il coraggio di volersi bene 4

 

 

Capitolo VIII

 

Mio padre decise di dimenticare tutta quella faccenda dell’amore e dei sentimenti, e dal momento che in quel campo aveva sempre fallito e non aveva mai potuto sperimentare la serenità, il senso di sicurezza e il piacere di sentirsi ricambiato, conveniva considerare la cosa completamente inutile, avendo peraltro constatato che nella vita si poteva  vivere benissimo senza quelle cose, anzi, per certi versi si stava anche meglio senza tante complicazioni. Sua moglie non era la donna che amava, ma questo non aveva nessuna importanza dal momento che era giovane, bella e ricca. Aveva una casa di proprietà in cui poteva vivere senza pagare l’affitto e poi, essendo figlia unica, un giorno avrebbe ereditato la favolosa proprietà di don Carlo Parisi, e, come sapevano tutti in città, non era certo cosa da poco. Per un pò di tempo avrebbe dovuto sopportare i suoceri e non era esattamente una bella cosa vivere sotto il loro controllo, ma in fondo, data la loro età già avanzata, si poteva supporre che quella situazione non sarebbe durata a lungo, e il gioco valeva sicuramente la candela.

Mia madre invece fu subito delusa da come si presentò la situazione: lei si era sposata appositamente per ribellarsi e scappare via dai suoi genitori e il fatto di ritrovarsi a dover vivere ancora con loro aveva annullato il suo tentativo. Suo marito in effetti, con quello che guadagnava, avrebbe potuto benissimo prendere una casa in affitto o comprarla a rate, ma i miei nonni erano furbi e obbligarono la figlia a restare con loro col ricatto. Dicevano che se fosse andata via di casa, l’avrebbero diseredata e nel testamento avrebbero lasciato tutto al convento delle suore, cioè quello in cui stavano tre delle sorelle di mio nonno. Così mio padre la convinse ad acconsentire alla richiesta, lui a quella proprietà ci teneva troppo, e in fondo si trattava solo di aspettare un po', poi sarebbero diventati davvero ricchi, e sarebbe stato da stupidi rinunciare a tutto quel ben di Dio.

In fondo, nonostante l’ingombrante presenza dei suoceri che controllavano, comandavano e criticavano continuamente tutto, i primi tempi non furono così terribili, anche perchè per dieci anni non nacquero figli. Mio padre faceva il suo tranquillo lavoro di routine, si godeva il suo successo e l’ammirazione della gente, mia madre non doveva fare niente del tutto, aveva la cameriera, andava dal parrucchiere, leggeva riviste di moda, aveva delle amiche con cui chiacchierare, andava a passeggio e il peggiore dei suoi problemi poteva essere dover scegliere quale vestito le stesse meglio.

Come testimoniato dalle fotografie del periodo, d’estate si andava al mare in albergo, si viaggiava, si visitavano le città d’arte, c’erano feste, serate, incontri con amici e parenti.

In quegli anni mio padre si era dimenticato della povertà sofferta in giovinezza, non si faceva problemi a spendere e si godeva la vita, anche perchè si sentiva in una botte di ferro: di lì a poco avrebbe messo le mani su una favolosa fortuna e non c’era nulla di cui preoccuparsi.

Certo, quello non era stato un matrimonio d’amore, e gli sposi non erano persone capaci di capirsi, comprendersi e aiutarsi, ma finchè c’erano i soldi e si viveva bene tutto veniva appianato. La vita era facile e bella: se c’era  benessere, tranquillità economica e divertimenti si poteva restare al livello minimo e superficiale dell’esistenza, quindi non c’erano neanche problemi da risolvere. Tuttavia dieci anni senza figli erano decisamente troppi e la cosa cominciava a diventare un problema, sia perchè mia madre era in debito verso suo padre e doveva consegnargli l’erede maschio, sia perchè poteva nascere nella gente il sospetto della sterilità, che a quei tempi per una donna era sinonimo d‘invalidità, menomazione, vergogna.

Dal momento che i suoi ormoni erano tutti sballati, si sottopose a delle cure e alla fine nacque mia sorella Luisa e se fosse stato un maschio, un maschio forte e capace, quel maschio che ci si aspettata che fosse, nella mia famiglia non ci sarebbe mai stato alcun problema. I miei genitori erano ancora abbastanza giovani, i soldi non mancavano, e, benchè entrambi non avessero praticamente nessuno dei fondamentali requisiti per tirar su un figlio, alla fine il denaro risolve ogni problema. Ma per disgrazia Luisa, che portava il nome della nonna materna, era una femmina, e per di più, come si vide negli anni a seguire, mentalmente ritardata e perciò fu necessario fare altri figli. E altri figli significavano altre spese, altre preoccupazioni e difficoltà che quella coppia di genitori così scombinati, male assortiti e immaturi, non avrebbe potuto fronteggiare. Da lì venne fuori quella terribile crisi di cui mi sono ritrovata a fare le spese, anche se ci furono in aggiunta, diversi e  imprevedibili motivi.

Sin dai primi anni di vita mia sorella si dimostrò dunque una bambina strana: era goffa, impacciata, sembrava non riuscire a imparare un minimo d’educazione, mangiava ingozzandosi con avidità, si insudiciava, strillava sempre e si comportava in modo incivile e animalesco. Quando iniziò ad andare a scuola fu evidente il fatto che avesse un’intelligenza estremamente bassa. Ogni anno veniva  rimandata e aveva continuamente bisogno di andare a lezione privata. In compenso era totalmente ubbidiente e sottomessa ai suoi genitori, ha sempre agito secondo i loro comandi e non ha mai osato contrastarli, dimostrando, almeno in questo, un’abile strategia di sopravvivenza. Aveva compreso benissimo di non poter vivere senza il loro appoggio e doveva a tutti i costi conquistarsi la loro benevolenza. Tutto ciò fece di lei la figlia perfetta, secondo quello che i miei genitori si aspettavano che fosse un figlio perfetto: un burattino che non ha pensieri e desideri propri e che ubbidisce sempre e comunque agli ordini.

Per certi aspetti è stata la figlia più fortunata: ha vissuto i primi 10/15 anni della sua vita in quello che era ancora il periodo d’oro, quando c’era ancora benessere e serenità, divertimenti e abbondanza.

Infatti non ha mai sofferto di depressione, ha un carattere allegro e socievole, parla disinvoltamente con la gente, non conosce né paura né vergogna. Non ha mai attraversato i periodi bui che abbiamo avuto io e mio fratello, non l’ho mai vista apatica e scoraggiata, né passare le sue giornate buttata su un letto priva di interesse verso la vita.

Stranamente mio padre non si vergognava affatto di lei, e benchè ci tenesse tanto alla sua immagine pubblica, non le ha mai rimproverato niente e non le ha mai chiesto niente che lei non potesse fare. Se diceva una fesseria, lui ci rideva sopra ed sempre pronto a scherzare trovando la cosa divertente. Con me e mio fratello invece era severissimo, noi non potevamo permetterci di dire scemenze, dovevamo sempre fare discorsi intelligenti, con noi non si scherzava, ogni parola doveva essere attentamente soppesata e guai ad usare un termine improprio, un verbo sbagliato, un’espressione volgare. Non ci era consentito nulla che fosse al di sotto della perfezione. Spesso mi è stato rimproverato il mio modo di parlare troppo ricercato, troppo forbito, e io stessa mi rendo conto che parlare come un libro stampato finisce col creare una barriera con le persone, non si riesce ad entrare in confidenza e dò l’impressione di chi vuole darsi delle arie di superiorità. Ma non riesco a correggermi, mio malgrado quel condizionamento è diventato inattaccabile, e prima di scegliere una qualsiasi parola sto lì a pensarci almeno una decina di volte, perché a me non era concesso essere spontanea ed esprimermi liberamente e avevo il sacrosanto terrore di far arrabbiare mio padre per il minimo sbaglio.

Sono stata educata con metodi assolutamente anacronistici, del tutto fuori dal tempo in cui mi trovavo a vivere. Nella mia famiglia non era ammesso il normale scorrere degli eventi, che comporta inevitabilmente dei cambiamenti. Mio padre pretendeva di educare i suoi figli esattamente come lui stesso era stato educato. Aveva il terrore di ammettere che il mondo intorno cambiava, che la vita cambiava e che le cose in cui credeva e in cui si riconosceva ormai non esistevano più, e se avesse dovuto ammetterlo avrebbe di conseguenza dovuto confrontarsi col fatto che stava invecchiando e che in un tempo non molto lontano sarebbe morto. Tutti quelli della famiglia Parisi avevano un sacrosanto terrore della morte e non riuscivano ad accettare l’idea di dover lasciare il mondo e scomparire nella polvere. Come suo zio e suocero Don Carlo Parisi, inseguiva anche lui il suo piccolo sogno di immortalità. Don Carlo credeva che le sue case sarebbero durate per sempre e il suo nipote maschio, che portava il suo stesso nome, aveva il dovere di occuparsene proprio come aveva fatto lui e di comportarsi e agire esattamente come lui. Mio padre aveva fatto delle buone maniere e del parlare ricercato la sua ossessione, pretendeva che noi figli continuassimo ad agire come lui e a comportarci come lui e non poteva riconoscere che il mondo nel frattempo era cambiato e che per noi sarebbe stato impossibile vivere come suoi cloni. 

Mia sorella invece, proprio in virtù del fatto che era scema, fu esonerata dal compito di diventare un replicante dei suoi genitori, a nessuno infatti piace identificarsi in un ritardato e non si nutrivano per lei aspettative esagerate né le si chiedeva la perfezione. Ha potuto vivere la sua vita esprimendo liberamente se stessa senza l'obbligo di interpretare qualcuno, e senza dover obbedire ad un’educazione oppressiva. Anzi, si può quasi dire che non ha ricevuto affatto un’educazione in quanto ogni sua scorrettezza, lacuna o errore, veniva giustificata dalla frase: “beh, ma quella, poverina, è fatta così e non si può pretendere troppo.”

Disponendo quindi di un eccezionale grado di libertà e vivendo in assenza di preoccupazioni o conflitti interiori, ha avuto un’esistenza pressochè serena e felice. Anche se, per quanto possa sembrare strano, un piccolo momento di crisi ce l’ha avuto persino lei.

 

Capitolo IX

 

Con molta buona volontà, molte lezioni private, e tante raccomandazioni su cui mio padre poteva certamente contare, mia sorella Luisa prese infine il suo bel diplomino alla scuola magistrale. Nel giro di qualche anno lui riuscì a trovarle un impiego in un ufficio pubblico così non ha mai avuto il problema di trovarsi un lavoro, cosa del resto di cui non sarebbe mai stata capace se avesse dovuto farlo da sola. Ebbe tuttavia la fortuna di avere un padre che si preoccupava del suo futuro e che si sentiva in dovere di adoperarsi affinchè potesse avere un'indipendenza economica e un sostentamento adeguato. D'altra parte si dava per scontato che in certe questioni fosse il capo della casa a decidere e ad agire per i suoi figli: a lei, come a tutti noi, toccava il dovere di obbedire e di accettare le decisioni di chi comandava. E in quanto ad obbedienza mia sorella è sempre stata bravissima, bastava dirle fai questo e fai quello e lo faceva subito senza discutere  e senza chiedere spiegazioni.

Naturalmente in quell’impiego che le era piovuto dal cielo come per incanto, era assolutamente incompetente ed inutile: tutto ciò che faceva era presentarsi a una certa ora in un certo posto e, tutt’al più, preparare il caffè per gli altri impiegati, o portare delle carte da una stanza all’altra, perciò per la maggior parte del tempo se ne stava seduta su una sedia a guardare la finestra. Dopo la morte di mio padre, quando vennero meno gli appoggi dovuti alle sue conoscenze, qualcuno iniziò a protestare e diverse volte è stata sul punto di essere licenziata, ma allora interveniva prontamente mia madre che, benchè non avesse tutti gli agganci di suo marito, in compenso aveva soldi in abbondanza, e bastava elargire qualche milione a destra e a manca e tutto tornava a posto.

Nonostante tutto, Luisa era felice e soddisfatta della sua esistenza, le bastava l'affetto dei suoi genitori, del resto del mondo non le importava nulla e sembrava non accorgersene nemmeno. Non usciva mai, non aveva amici, viveva in famiglia come aveva sempre fatto da quando era bambina, guardava la televisione, mangiava fino a schiattare ed era contenta così.

Quando iniziò ad andare al lavoro si trovò però costretta a confrontarsi con le vite degli altri, voglio dire le normali vite degli altri, e fu proprio allora che cominciò a sentire il peso della sua diversità. Le persone con cui condivideva almeno cinque ore delle sue giornate avevano una vita molto più ricca e piena di situazioni e avvenimenti che per lei era impossibile sperimentare. Molte ragazze coetanee che erano impiegate in quell'ufficio cominciarono a sposarsi e ad avere dei figli, e nei loro discorsi riportavano con noncuranza le cronache della loro vita di madri e mogli, facendole così il racconto dettagliato di un'esistenza da cui lei era per sempre tagliata fuori. Naturalmente non poteva che sentirsi turbata e soffrirne profondamente rendendosi conto che per lei sarebbe stato del tutto impossibile sperimentare quelle piccole e banali gioie quotidiane della vita normale.

Nella sua ingenuità parlò apertamente della sua sofferenza, sperando di ricevere un conforto che sarebbe stato invece del tutto impossibile.

Diceva di sentirsi scontenta, triste, sfortunata, che il suo lavoro non serviva a niente, che si sentiva sola, che la sua vita era inutile, dal momento che non si sarebbe mai sposata e non avrebbe mai avuto dei figli. A sentire quei discorsi  mio padre per tutta risposta, ebbe una reazione estremamente violenta, aggressiva e feroce.

“Figlia ingrata e scostumata! Come ti permetti di lamentarti? Non ti rendi conto quanto sei fortunata ad avere un lavoro al giorno d’oggi? E io che ho fatto tanti sacrifici per te, è così che mi ripaghi? Ma che sono queste sciocchezze? Non hai proprio niente di che lamentarti, c’è tanta gente che vorrebbe avere quello che hai tu, dovresti solo ringraziare iddio e stare zitta.”

Non si era resa conto di aver fatto una cosa inammissibile e assolutamente proibita: aveva osato manifestare la sofferenza dell’anima, la mancanza d’affetto, quel senso di solitudine che nessun lavoro o sicurezza economica avrebbe mai potuto colmare.

Anima? Affetto? Solitudine?

Da noi certe parole non si potevano pronunciare neanche per sbaglio, erano state completamente cancellate dal vocabolario familiare.

In casa nostra i sentimenti non avevano alcun valore, anzi, erano disprezzati e ritenuti inutili, cose stupide e senza senso, da non tenere affatto in considerazione.

I miei genitori avevano stabilito per se stessi una regola di vita in base alla quale tutto doveva essere fatto in modo automatico, freddo, meccanico, senza farsi coinvolgere in alcun modo a livello emotivo, e pretendevano ovviamente che anche i loro figli si adeguassero a quello stile di vita.

Noi dovevamo essere dei burattini o dei robot senza volontà, senza pensieri e senza sentimenti. Dovevamo obbedire e seguire le regole, oltre a ciò non ci veniva concesso niente.

Soltanto nominare l’esistenza dei sentimenti provocava reazioni di rabbia e scatenava rimproveri e punizioni, figuriamoci se qualcuno osava dire di avere un cruccio, un tormento, un dispiacere, un’angoscia dell’anima.

Da molto tempo essi stessi avevano rinunciato all'amore, alla felicità, ai legami d'affetto e noi avremmo dovuto seguire la stessa strada, pretendere di fare diversamente era semplicemente un'eresia.

Di conseguenza ogni volta che mia sorella apriva bocca per intavolare l’argomento, veniva attaccata e sgridata con estrema severità.

Era precisamente questo che mio padre riteneva intollerabile: che gli si ricordasse la sua stessa miseria interiore, la sua stessa sofferenza, il suo mondo vuoto e squallido nel quale si era rinchiuso e costretto a vivere. Non voleva che qualcuno gli facesse notare le sbarre della gabbia in cui si era rintanato, non poteva ammettere che uno dei suoi figli avesse quello stesso desiderio di fuggire che lui aveva avuto tanto tempo prima, e soprattutto non sarebbe mai riuscito a sopportare che noi avessimo quello che lui, con tutti i suoi sforzi e i suoi sacrifici, non aveva potuto ottenere.

Dopo qualche mese, ormai spaventatissima per i continui rimproveri, mia sorella rinunciò del tutto a parlare e si rassegnò al silenzio.

La rassegnazione era la regola principale della nostra famiglia e lei, che era sempre stata la figlia buona e obbediente per antonomasia, decise di obbedire ancora una volta perché voleva continuare ad avere almeno l'affetto e l'amore di suo padre, dal momento che non sarebbe mai stata in grado di avere nient'altro.

Eppure l'anima umana, per quanto sconfitta e rassegnata, non accetta mai di essere annullata e ridotta al silenzio come se non fosse mai nemmeno esistita.

Senza apparente motivo, lei che aveva sempre avuto una salute di ferro, si ammalò.

Tutto il suo apparato gastrointestinale andò in tilt e non riusciva a funzionare bene. C'era qualcosa che proprio non si poteva digerire.

Aveva dolori continui, non poteva più mangiare niente e fu piuttosto impressionante vederla dimagrire fino a diventare esile ed emaciata, lei che era stata sempre grassa e rubiconda. La cosa peggiorò a tal punto che dovette ricoverarsi in ospedale, ma dalle visite ed accertamenti non risultò nessuna malattia organica, dopo una settimana le diedero dei tranquillanti e la rimandarono a casa.

Ammalarsi era stato il solo modo di esprimere la sua sofferenza perché da noi l’unica sofferenza che poteva essere ammessa e tollerata era quella fisica, riguardo tutto il resto, bisognava solo tacere nel modo più assoluto. La malattia fisica dava la possibilità di gridare il proprio dolore in modo da lasciare intatti quegli equilibri così precari che tenevano in piedi la nostra famiglia. La febbre, il mal di gola, il mal di pancia, il mal di denti, sono solo eventi accidentali e sfortunati, dei quali nessuno ha colpa, che non hanno nessun significato e si risolvono con un intervento meccanico che lascia le cose esattamente come stavano prima. Una pillola, una siringa, un dentista che fa un'otturazione e tutto torna a posto.

Tuttavia il problema restava, mia sorella doveva in qualche modo trovare una soluzione e così escogitò la faccenda dei gatti. Si prese dei gatti da compagnia con i quali riuscì a superare il dispiacere di essere esclusa per sempre dalla vita normale, ma, come spesso accade in questi casi, un po' alla volta si cominciò ad esagerare, i gatti diventarono troppi e venivano trattati in modo ossessivo e morboso.

I ruderi delle case costruite dal nonno, che oramai erano state quasi del tutto abbandonate dagli inquilini, e ai quali si poteva facilmente accedere dal nostro giardino, furono trasformate in un immenso gattile. Gli animali venivano chiusi in quelle stanze che a malapena si reggevano in piedi e non potevano mai uscire, per il loro bene naturalmente, affinché fossero al sicuro, al riparo e non corressero pericoli di sorta. Mia sorella se ne prendeva cura, per così dire, esercitando in qualche modo una sorta di tirannia e assoluto controllo su di essi. In un certo senso, negandogli il diritto di essere liberi, e costringendoli a vivere in quei pochi metri quadrati, si vendicava della sua inferiorità e di essere condannata a vivere sempre e solo con i suoi genitori ai quali doveva obbedienza assoluta. Si era creata un suo piccolo regno privato nel quale era finalmente lei quella che stava al comando e tutti dovevano obbedire ai suoi ordini.

I gatti chiusi nelle stanze erano una pantomima, una rappresentazione teatrale, una messa in scena della prigionia della sua vita, e, probabilmente, anche della condizione di dispotismo e tirannia della nostra intera famiglia.

Ci sono cose che non si possono tacere, sofferenze che trovano sempre il modo di far sentire la loro voce, sebbene in modo contorto e drammatico.

In tutto ciò ci furono ben presto delle conseguenze piuttosto allarmanti: buona parte del suo stipendio veniva riservato alle spese per gli animali e lei, tutta presa dalla sua ossessione per i gatti, aveva anche modificato il suo carattere in senso negativo, diventando sempre più trasandata, rabbiosa ed egoista. Eppure nessuno si preoccupava di quello che succedeva, i miei genitori erano semplicemente sollevati dal fatto che si fosse finalmente zittita e non protestava più. Se poi aveva trovato una soluzione che per altri aspetti la danneggiava, poco importava. Mia madre, in particolare, giustificava tutto dicendo: "Beh, ma quella poverina, è tanto sfortunata e avrà pure il diritto di prendersi qualche soddisfazione." L’ossessione in cui era scivolata non costituiva affatto un problema, se permetteva alla famiglia di continuare a vivere secondo le regole prestabilite.

In tutto quel contesto io, che all’epoca dei fatti avevo tredici /quattordici anni, capii che casomai avessi avuto qualche problema personale, non avrei dovuto parlarne  per nessuna ragione al mondo. Non solo non avrei avuto alcun aiuto, ma sarei anche stata rimproverata e punita, pertanto, qualunque cosa fossa successa, sarei rimasta sola con me stessa e avrei dovuto tenere ben nascoste le mie ferite.

La paura di farmi male e di aver bisogno degli altri, quegli altri che vedendomi ferita mi avrebbero colpevolizzato e attaccato, diventò così forte da portarmi a rinunciare del tutto a vivere.

  

Capitolo X

 

Mio nonno Carlo aveva ottantotto anni al momento della mia nascita, e per questo motivo, già prima di venire al mondo, ero stata investita della responsabilità di diventare l’erede maschio di quella favolosa proprietà tanto faticosamente costruita, e non dovevo in nessun caso fallire perché vista la sua età non ci sarebbe stato tempo per rimediare all'errore.

Invece mi permisi il capriccio di nascere femmina, dimostrando subito la mia natura ribelle.

I miei genitori erano talmente sicuri che sarei stata un maschio, da non aver nemmeno pensato a un nome femminile come alternativa a quello di mio nonno, io dovevo essere Carlo Parisi oppure non ero nessuno. Tra lo smarrimento generale mi fu dato un nome a casaccio, che non rispettava affatto la tradizione familiare e divenni subito un'estranea.

A mio padre crollò il mondo addosso: la nascita di una femmina significava senza ombra di dubbio che sarebbe stato necessario fare un terzo figlio.

Mia madre mi ha sempre accusato di essere la rovina della famiglia, di avere la colpa di ogni disgrazia, e in un certo senso aveva ragione, perché fu esattamente la mia nascita, e un altro evento che sarebbe accaduto di lì a poco, a scatenare in mio padre la paura del fallimento e della povertà, con tutta una serie di catastrofiche conseguenze. Le sue accuse verso di me erano in realtà una forma di  delirio, da quando il suo matrimonio era andato in pezzi i suoi pensieri erano sempre confusi e incoerenti, ma in ogni delirio c’è un briciolo di verità, e spesso la pazzia è il solo modo di mascherare le nostre parti terribilmente deboli o terribilmente spietate.

Io ero la figlia in più, quella nata per sbaglio, un’intrusa, una clandestina intrufolatasi di nascosto, e non avevo alcun diritto di esistere in quella famiglia.

Mio padre non volle vedermi per tre giorni, e se fosse stato per lui mi avrebbe messo in un orfanatrofio, ma siccome una cosa del genere non la si poteva certo giustificare agli occhi della gente, si rassegnò infine a riconoscermi come sua figlia. La mia nascita non era stata dunque un evento portatore di gioia, quanto piuttosto una disgrazia, una delusione, un guaio irrimediabile, a meno che non succedesse qualcosa che annullasse quel disgraziato errore e riportasse tutto alla situazione di prima.

Ovvero, loro con una sola figlia e ancora in attesa del maschio, e io nel mio tranquillo, pacifico, silenzioso nulla in cui il mondo e tutti i suoi abitanti non esistevano neanche a sforzarsi di immaginarseli col pensiero.

Però non tutto era perduto. I bambini, si sa, nei primi mesi di vita sono molto delicati, e da un momento all’altro, possono prendersi una malattia, o può venir fuori un incurabile problema congenito, insomma, a ben guardare c'era ancora qualche ragionevole speranza che la situazione potesse risolversi in qualche modo.

Io da parte mia, siccome mi ero accorta che quelle strane creature giganti con cui mi ero improvvisamente ritrovata a vivere erano molto arrabbiate e non mi volevano tenere, cercai di realizzare i loro desideri e di andarmene da lì nel solo modo che mi era possibile. Così all’età di sei mesi mi presi la gastroenterite, e quell’essere gigantesco che risultava essere mio padre ne fu subito tutto contento. Per senso del dovere fu chiamato il medico di famiglia, il quale disse la cosa più assurda che un medico possa dire: "Non è niente, tenetela a digiuno per qualche giorno e datele solo del thè."

Passai i due giorni successivi a strillare e a dimenarmi finché caddi in uno stato comatoso, mi addormentai e non piangevo più, non mi muovevo, non reagivo. Quel giorno mio padre era particolarmente felice e si mise ai fornelli perché al mercato aveva trovato dei broccoli freschissimi. Voleva cucinare il suo piatto preferito: pasta e broccoli appunto. Di me disse semplicemente: "Lasciamo fare alla natura, se la bambina è forte guarirà da sola, se è debole, la natura sa cosa fare."

Mia madre però gli mise la pulce nell’orecchio: "E se questa muore chi se la prende la responsabilità? Che dirà la gente?"

Lui rimase un po’ a pensarci su, come sbigottito da quell’affermazione, poi mi portò di corsa dal pediatra. Al diavolo i broccoli, la sua reputazione e il suo buon nome erano molto più importanti. Mi fecero un’iniezione di antibiotico, mi misero la flebo e il pediatra disse che se ne uscivo viva sarebbe stato solo per miracolo.

Mia nonna mi raccontava sempre tutte le scelleratezze compiute dai miei genitori negli anni in cui io non riuscivo ancora a ricordare. Quando chiedevo conferma a mia madre, lei negava tutto e diceva: "Ma no, figurati se è mai possibile, quella è una vecchia pazza, dice tante bugie  perché è cattiva."

Nonostante queste infauste premesse i miei primi quattro/cinque anni di vita non furono affatto terribili. Non era ancora accaduta la catastrofe, si viveva abbastanza agiatamente, c’erano ancora feste, regali, viaggi. La nostra famiglia passò l’ultima estate al mare, in albergo: mio padre ci portò in auto fino a K, un viaggio piuttosto lungo che negli anni seguenti sarebbe apparso impensabile. Lì si mangiava sempre al ristorante, si andava a spasso tra vivaci bancarelle piene di souvenir colorati, io facevo il bagno in mare dentro una specie di canotto a forma di papera e il mio papà mi stava accanto e lo sorreggeva mentre sobbalzava sulle onde. Aveva uno sguardo sereno, era sorridente e gentile, si prendeva cura di me, mi parlava. A volte gli chiedevo di raccontarmi delle favole ma lui non ne conosceva, le uniche storie che conosceva erano quelle dei miti greci che avevano una trama talmente contorta e complicata che non ci capivo mai niente ma mi piaceva che lui stesse a farmi compagnia e parlasse con me. Rispondeva a tutte le mie domande, mi spiegava il mondo e come funzionavano le cose. Io capivo sempre tutto e ne ero molto contenta. Mi disse che la terra è rotonda come un pallone, che gira intorno al sole che è una stella grande grande e luminosa, ma gira anche su se stessa e quando è notte c’è buio perché il sole sta dall’altra parte. Mi spiegava il vento, la pioggia, le stagioni, io facevo domande in continuazione e lui mi rispondeva sempre. Al contrario, mia madre non mi parlava mai e mi trattava sempre in modo brusco, freddo e scostante. Sembrava molto seccata di doversi occupare di me e quando mi lavava o mi vestiva era costantemente nervosa, contrariata, infastidita, e cercava di sbrigare la faccenda nel minor tempo possibile. Non mi ha mai degnato di un abbraccio o una carezza, non mi era concesso nemmeno un sorriso e per me aveva solo rimproveri e occhiatacce di disapprovazione. Soffrivo molto di essere esclusa e tenuta a distanza e l’unica spiegazione che riuscii a darmi fu che forse mi trattava in quel modo perché ero piccola e stupida, non capivo niente delle cose dei grandi, perciò mi misi in testa di crescere più in fretta che potevo, imparare tante cose, diventare intelligente e conoscere tutto. Quando iniziai la scuola mi buttai subito nello studio per ottenere i migliori risultati possibili.

 

Tuttavia la cosa non venne affatto apprezzata, lei continuava ad ignorarmi e quando riportavo i quaderni con su scritte le lodi della maestra, girava la testa dall’altra parte disgustata. Continuava a non parlarmi e non mi avrebbe mai parlato, per tutta la durata della vita. Non capivo che studiando tanto non facevo che aumentare la sua ostilità verso di me. Per obbedire agli ordini di suo padre che le aveva proibito l'istruzione non aveva mai letto un libro, non aveva interesse per la cultura e dopo la mia nascita aveva frequentato solo le cameriere analfabete che venivano a lavorare in casa. Si indispettiva e mi si rivoltava contro stizzita  nel rendersi conto che avevo osato superarla, perché non avevo alcun diritto di superare quei limiti che aveva dovuto accettare. Anche i tentativi che facevo di aiutarla e di essere sempre obbediente e disponibile venivano costantemente rifiutati. A causa mia aveva perso l'occasione di farsi perdonare e amare da suo padre e mi odiava ferocemente per questo. E' vero che due anni più tardi nacque mio fratello, ma era tardi ormai, il nonno morì poco dopo e di quel perdono, seppure venne concesso, lei non aveva potuto beneficiare quanto desiderava. La condanna nei miei confronti era irrevocabile, il dolore che le avevo dato era imperdonabile e l'unico modo di conviverci era trasformarlo in odio. La nostra è una famiglia di bambini rimasti fermi agli stadi primordiali dell'esistenza, non c'è mai stato nessun adulto capace di rielaborare la sofferenza e le comuni avversità della vita in sentimenti costruttivi e compassionevoli, i Parisi sono rimasti incatenati a impulsi feroci spietati e primitivi, che non vogliono sentire ragioni e non ammettono i diritti dell'altro.

 

Era impossibile per me capire quanto mi accadeva intorno e mi trovavo perciò in uno stato di disperata confusione, nondimeno, finché c’era mio padre che si interessava a me, riuscivo a compensare parzialmente quella mancanza d'affetto ed ero una bambina allegra, chiacchierona, vivace, persino spavalda e prepotente. Non avevo paura di niente e volevo fare tutto, quando diventai grande invece persi tutta la mia baldanza e mi ritrovai ad avere paura di tutto e a non voler fare niente.

 

 

 

 

 

 

 


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