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Ogni lettore, quando legge, legge se stesso. L'opera dello scrittore è soltanto una specie di strumento ottico che egli offre al lettore per permettergli di discernere quello che, senza libro, non avrebbe forse visto in se stesso. (da "Il tempo ritrovato" - Marcel Proust)

Il coraggio di volersi bene 5

di Amelia Parisi
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Pubblicato il 25/07/2021 21:25:04

 

  

                                 Il coraggio di volersi bene 5

 

Capitolo XI

 

Il miracolo accadde quando avevo due anni.

Mio nonno fece in tempo a vedere la nascita di quell’erede maschio tanto desiderato e poteva finalmente morire in pace. Il suo nome e la sua proprietà avrebbero continuato a vivere dopo di lui, e in questo modo magico e ingenuo credeva di aver sconfitto la morte.

Nei primi anni non mi rendevo conto dell’abissale differenza che c’era tra me e mio fratello, non capivo che lui apparteneva a una stirpe eletta, a una razza superiore, e non potevo immaginare né prevedere quanto odio e quanta discordia ci sarebbe stata in seguito tra noi, a causa della rigida divisione dei ruoli che vigeva nella nostra famiglia.

Io, semplicemente, gli volevo bene, ed ero molto felice di poter finalmente condividere la vita con un essere che era piccolino come me e che sembrava appartenere in tutto e per tutto al mio stesso mondo. Avevamo i nostri giochi meravigliosi, il nostro linguaggio segreto, il nostro modo particolare di intenderci e capirci dal quale i grandi erano esclusi e tutto era diventato magico ed entusiasmante. Se per caso venivamo separati per qualche motivo, io mi mettevo a piangere e a disperarmi come impazzita: ero convinta che senza di lui sarei morta.

Col passare degli anni però le cose cominciarono lentamente a cambiare, e credo che il momento preciso in cui l’incantesimo di quella nostra vita in simbiosi si spezzò fu quando all’età di cinque anni io cominciai ad andare a scuola. Passavo la mattina fuori casa e il pomeriggio avevo l’obbligo di fare i compiti: la vita ci stava mettendo di fronte alla necessità di separarci. Non è facile per nessuno accettare la fine di un legame, vedere svanire un mondo incantato e bellissimo e non lo fu neanche per me. La vita stava diventando difficile, il mio carattere stava cambiando e diventavo sempre più chiusa, triste e silenziosa. Nessun evento felice, nessuna bella novità arrivò a compensare la perdita, eppure dovetti in qualche modo accettare la realtà e rassegnarmi.

D’altre parte era anche fisiologico e necessario che a una certa età si creasse tra noi una distanza e ognuno imparasse ad andare da solo per la sua strada.

Mio fratello tuttavia non riuscì ad accettare la realtà dei fatti e reagì con violenza e rabbia, soprattutto perché non si rese conto dei cambiamenti che c’erano stati nella mia vita, non capiva la necessità della separazione e credeva che io lo rifiutassi volontariamente, per cattiveria gratuita.

Continuava a starmi appiccicato addosso, pretendeva che gli dessi la mia totale attenzione senza capire che ciò non era più possibile e al mio rifiuto di ricambiarlo reagiva con odio e rancore, covando ripicca e propositi di vendetta. Mi faceva scherzi feroci, mi distruggeva i giocattoli, faceva a pezzi i giornaletti di Topolino, a volte, senza alcun motivo e senza alcun preavviso, mi assaliva riempiendomi di botte. Io ne ero molto spaventata e non capivo perché mi ritrovavo con un fratello che un momento prima era tanto buono e un attimo dopo diventava un pazzo furioso. In quegli anni anche mio padre era cambiato, era diventato violento, dispotico ed erano iniziati i litigi con mia madre nei quali spesso e volentieri si veniva alle mani e così mi ritrovavo in una casa in cui i maschi ogni tanto impazzivano e davano botte a destra e a manca senza alcun motivo apparente. Vivevo in un posto pericoloso abitato da persone folli e imprevedibili da cui non si sapeva come difendersi.

Diventò terribilmente invidioso e competitivo nei miei confronti. Se riuscivo a fare bene qualcosa lui cercava ansiosamente di imitarmi e se non riusciva a battermi e superarmi veniva preso dall'ira e si vendicava.


Quando diventai più grande e iniziai ad avere delle amichette che venivano a casa a trovarmi, intendo dire prima che avessi la mia crisi che mi isolò dal resto del mondo, lui regolarmente boicottava i miei tentativi di avere legami con l'esterno. Invece di starsene per i fatti suoi, si inseriva nei discorsi con loro mostrandosi divertente, istrionico, brillante, simpatico, insomma mi rubava la scena e io venivo clamorosamente sconfitta. Non solo, ma raccontava anche tutti i miei difetti, i miei sbagli, le mie paure, mettendomi chiaramente in ridicolo e umiliandomi. Era come se mi dicesse: "Non ci provare nemmeno a cercarti compagnia all'esterno tanto non vali niente, non piaci a nessuno, devi rassegnarti ad avere solo me."

Dopo la morte di mio padre si sentì in pieno diritto di controllare la mia vita in tutto e per tutto, dicendo naturalmente che era per il mio bene ed ebbe il gioco molto facile perchè nel frattempo io avevo cominciato a stare male per i miei problemi personali quindi non ero assolutamente in grado di difendermi dalla sua invadenza.

Ricordo con molta nostalgia quei primi anni in cui ci siamo voluti bene in modo sereno, totale e incondizionato e credo sia stato l’unico periodo in cui ho davvero avuto un fratello.

Ad ogni modo, quando avevo compiuto cinque anni,  molte cose erano cambiate nella mia vita.

In estate non si andava più in vacanza al mare, ma mia madre cominciò a dire che i bambini avevano bisogno di prendere l’aria buona e passavamo un paio di mesi in campagna, in un paesello a circa 7/8 km dalla città. Nei primi due anni andammo in affitto, poi mio padre comprò una casa molto piccola che in compenso aveva però un grande giardino.

In quei primi anni di affitto andavamo a stare in un appartamento di un palazzetto a tre piani. I proprietari abitavano sullo stesso pianerottolo, i miei genitori erano ancora persone socievoli, la nostra famiglia non si era chiusa in se stessa quindi con loro c’era  molta confidenza e si stava parecchio tempo insieme. Dopo cena andavamo a guardare la tv nel loro salotto, e ci si incontrava anche nel pomeriggio a chiacchierare, si passava tranquillamente da un appartamento all’altro e le porte sul pianerottolo erano sempre aperte.

La cosa strana è che quando mio padre comprò la casa in quello stesso paese, sembrava che tutta quell’amicizia fosse improvvisamente finita, non andammo mai a trovarli e quelle persone sembravano essere state cancellate dalla faccia della terra.

Ma negli anni successivi molte cose erano cambiate e i miei genitori a tutto pensavano tranne che a fare vita di società.

Io ero una bambina allegra, vivace, estroversa, non avevo ancora paura della gente, facevo amicizia facilmente, avevo la parlantina sciolta e dicevo liberamente tutto quello che mi passava per la mente senza preoccuparmi affatto del giudizio altrui.

Andavo a giocare nel cortile sotto il palazzo, dove ci si incontrava con i bambini del quartiere, che erano dei campagnoli molto semplici, poveri, senza pretese e senza grilli per la testa. Si giocava con i rami degli alberi, con i sassi, con i gatti e gli altri animali che ci capitavano tra le mani, oppure si faceva acchiapperello o nascondino. Nessuno possedeva l’ombra di un giocattolo e ci si divertiva con la fantasia. Accanto all’ingresso del portone, seduto su una vecchia sedia di paglia, sgangherata e traballante, c’era sempre un vecchietto che ci sorvegliava. Piantava il bastone a terra dinanzi a sè, ci appoggiava le braccia incrociate e ci guardava attraverso le lenti dalla pesante montatura nera, senza dire mai una parola. Lo chiamavano tutti zì Nicola.

Accadde in quel periodo, quando avevo all‘incirca tre o quattro anni, che i proprietari ospitarono in casa un loro nipote, un certo Gerardo, che viveva con i suoi genitori a Roma. Era un ragazzo bruno e poteva avere  quattordici o quindici anni ma per me faceva parte dei grandi, e me ne innamorai subito perdutamente. Ai miei occhi era quasi un dio, l’uomo più bello che fosse nato sulla terra. Non facevo altro che parlare delle sue doti, di quanto fosse alto, di quanto fosse forte, simpatico, intelligente, ripetevo tutte le sue parole a memoria e naturalmente avevo ufficialmente decretato il nostro fidanzamento. Ero sicura che da grande l’avrei sposato e avrei avuto da lui cinque figli; addirittura cominciavo anche a scegliere i nomi dei nostri futuri bambini, ma siccome non conoscevo molti nomi propri di persona, li chiamavo come i personaggi delle favole: Pinocchio, Biancaneve, Cenerentola, Peter Pan…


Tutti si divertivano un mondo a sentire questi discorsi e quando rincasavo dopo essere stata a casa dei proprietari i miei mi chiedevano ridendo e con fare canzonatorio: "E allora, oggi che ti ha detto il tuo fidanzato?"

Quando l’andavo a trovare  gli stavo sempre appiccicata addosso, ero gelosissima, guai se qualcuno ci separava e la cosa più bella era farmi prendere in braccio farmi issare  su in alto finchè riuscivo a toccare il lampadario e lui mi accontentava sempre. Per me era letteralmente come toccare il cielo con un dito.

Io andavo a venivo da quella casa a mio piacimento e senza alcuna sorveglianza, mio padre era quasi sempre nella nostra casa in città, a badare a mia nonna e tutto il resto, mia madre aveva il suo da fare con mio fratello che era piccolissimo e parlava appena e poi ci si fidava pienamente, non c’era nulla da temere.

Un pomeriggio che andai da loro Gerardo era solo in casa.
Ci mettemmo a giocare come al solito e lui mi diede il permesso di fare i salti sul letto, cosa che ovviamente era in teoria vietatissima. Ricordo che mi divertivo come una matta a saltare sul copriletto di ciniglia di colore arancione, quella tonalità di arancio intenso e chiaro tipica degli anni settanta. Ridevo e saltavo.

A questo punto  nei miei ricordi cala il buio. C’è uno spazio di tempo che non sono mai riuscita a riportare in mente e non posso sapere con precisione cosa sia effettivamente successo ma mettendo insieme gli elementi del prima e del dopo, era di certo accaduto qualcosa di insolito, strano e perturbante, che non riuscivo assolutamente a capire.

Nella scena successiva ero tornata a casa, mi tenevo le mani tra le gambe, ero smarrita, non direi spaventata, piuttosto avevo l’impressione che c’era qualcosa che mi era impossibile comprendere. Andai da mia madre a lamentarmi e dicevo : "Mamma, mi brucia, mi brucia."

La sua reazione mi lasciò sbigottita, e aumentò il mio senso di smarrimento. Immediatamente il viso di mia madre prese un’espressione spaventata e al tempo stesso furiosa. Non so spiegarlo bene e non so come facesse a prendere quell’espressione, ma mi appariva grottesca e spaventosa, come un mostro uscito da un incubo che stava per divorami. Mi afferrò per un braccio e letteralmente mi strattonò in camera da letto, perchè lei mi toccava sempre così, con quei suoi modi bruschi e meccanici. Mi mise distesa sul bordo del letto come quando mi lavava, mi fece una specie di visita ginecologica e cominciò a tempestarmi di domande delle quali non capivo assolutamente niente e che mi fecero andare nel panico totale. Ricordo solo che dicevo: "No, no, non è successo niente" perchè avevo l’impressione che mia madre mi stesse rimproverando per qualcosa di sbagliato che probabilmente avevo fatto.

Allora intuii, intuii soltanto ma senza capire pienamente, che i grandi facevano delle cose segrete ed erano cose brutte e cattive e se ammettevo che era successa qualcuna di quelle cose misteriose e segrete voleva dire che io ero colpevole e cattiva. E a un certo punto mia madre, infuriata come non mai, strillando e sbraitando mi disse: "Lo vedi cos’è successo? Tu che gli davi confidenza, tu che ti ci mettevi sempre addosso… vedi che succede a dare confidenza alla gente?"

Io ero totalmente confusa e non sapevo che pensare, l’unica cosa che capivo è che avevo sbagliato e dovevo a tutti i costi rimediare, farmi perdonare, perchè lei mi considerava cattiva e mi odiava e io questo non potevo sopportarlo, volevo a tutti i costi obbedire, essere buona, fare tutto quello che voleva, avrei fatto qualsiasi cosa per essere amata da lei.

Cominciai a perdere la mia vera natura, quella natura allegra e spavalda, quella natura che mi faceva correre incontro al mondo con l’entusiasmo dell‘ esploratore che vuole mettere il suo nome su tutta la terra. Cominciai a diventare umile e sottomessa, paurosa, a tenere gli occhi bassi, a non parlare con nessuno e lo facevo con degli sforzi enormi perchè non era quella la mia vera natura, io non volevo essere in quel modo, ma dovevo esserlo per ubbidire sperando di non avere più tutti quei rimproveri.

Secondo mia madre, nascondendomi, tenendomi alla larga dalle persone senza dare confidenza a nessuno, non avrei corso il rischio che la cosa si ripetesse in futuro ed  quello  il consueto modo di agire dei miei genitori: se c’era un pericolo, una  minaccia, una cosa rischiosa, l’unica protezione era scappare, nascondersi, evitarla. Ed è questo che mi hanno insegnato a fare, con la tragica conseguenza che una vita in cui si scappa da tutto diventa una vita non vissuta.

Infatti diventata poi grande, io non ho mai osato sedurre un uomo, nè cercato di attirare l’attenzione o interessarmi in qualche modo a qualcuno che mi piaceva. Mi sentivo sempre a disagio e sinceramente non so se in quell’episodio abbia fatto più danni ciò che era realmente accaduto o la reazione di mia madre. Se avessi disobbedito ai suoi ordini mi sarei sentita in colpa così come mi ero sentita in colpa quel disgraziato giorno della mia infanzia, ma anche se perdevo le opportunità di guadagnarmi le cose belle che la vita poteva offrirmi, era ben poca cosa di fronte al rischio di provare quello stesso terrore.

Ero dunque una bambina sola e smarrita, non potevo chiedere conforto o consiglio ai miei genitori per la paura di farli infuriare e mi ritrovai un pò alla volta a vivere in un universo strano e incomprensibile, di cui ignoravo le regole e procedevo a casaccio.

  

  

Capitolo XII

Da bambina sentivo molto la mancanza di un’amica, o forse sarebbe meglio dire di una sorella. Quei dieci anni di differenza che mi separavano dalla mia sorella reale erano un abisso incolmabile. Vedendomi crescere come una bambina normale e intelligente lei era piena d’invidia verso di me e io la invidiavo perchè mia madre la adorava, le voleva bene e teneva in grande considerazione tutto ciò che faceva o diceva, mentre a me venivano riservati solo  rimproveri e  umiliazioni. In pratica ci odiavamo talmente l’un l’altra che  potrei persino dire di non esserci mai parlate in tutta la nostra vita per evitare di scannarci a vicenda.

Sentivo dunque il bisogno di avere un’amica ma in quegli anni la nostra famiglia si stava sempre più chiudendo in se stessa e io non avevo occasione di frequentare nessuno.

Nel nostro palazzo c’era solo un’altra famiglia che viveva al piano di sopra: erano persone ricche e facevano una vita molto diversa dalla nostra. In quella casa abitava una bambina della mia età ma aveva già le sue amichette e io venivo snobbata in modo piuttosto evidente, senonchè, quando non aveva niente di meglio da fare e quando le sue amiche erano tutte già impegnate, mi mandava a chiamare dalla cameriera e io avevo il permesso di andare su a giocare con lei. Quando ciò accadeva a me sembrava di entrare letteralmente in paradiso perchè la sua casa era bellissima, pulitissima e piena di giocattoli. Lei mi sembrava assolutamente perfetta e ciò che volevo di più al mondo era conquistare la sua amicizia, senza capire che si trattava di un’impresa disperata perchè c’era davvero troppa distanza tra noi, una distanza che non avrei mai potuto colmare in nessun modo. Mi ero però incaponita nell’impresa e una volta presi l’iniziativa di andare su da lei senza essere stata invitata; un‘idea veramente scellerata dato che quel giorno era già impegnata con le sue amichette vip, quelle ricche, carine, piene di giocattoli e con cui non avrei mai potuto competere. Quando la cameriera venne ad aprire la porta furono tutti molto sopresi di vedermi, e mi mandarono subito via con dei pretesti tanto assurdi quanto umilianti. Fu solo in quel momento che compresi quale era davvero il mio posto e di non avere alcun diritto di chiedere la sua compagnia quando io ne sentivo il bisogno. Tutto ciò che mi era consentito fare era aspettare che lei volesse vedermi senza osare chiedere di più.

Ben presto quelle persone si trasferirono in una bellissima villa in campagna; per un paio d’anni  fui ancora invitata alle loro feste di compleanno, per buona educazione s‘intende, perchè tra persone vip le formalità erano molto importanti, e io sempre per buona educazione dovevo andarci per forza ma per fortuna capitò solo un paio di volte. A quelle feste me ne stavo immobile in un angolo a guardare smarrita e spaventata tutta quella gente elegante, disinvolta, allegra, quella casa enorme arredata favolosamente e capivo di trovarmi in un ambiente lontanissimo dal mio e in cui non sarei mai stata accettata. Sentivo di essere inferiore, di non avere nessuna qualità e  quelle persone non avrebbero mai gradito la mia presenza. Purtroppo, per una sfortunata serie di circostanze, quando iniziai a frequentare la scuola mi ritrovai di nuovo in un ambiente simile e le mie possibilità di inserirmi socialmente continuarono ad essere zero e meno di zero.

 

Ci fu solo un altro tentativo di trovare un’amica e anche questo andò molto male. Mio padre comprò la casa in campagna quando io avevo circa sei anni e da allora passammo sempre le estati al paesello perchè i tempi in cui si andava al mare erano ormai finiti. Nella casa a fianco alla nostra abitava una bambina che suscitò la mia simpatia, ma il caso volle che quando io avevo nove/dieci anni lei ne aveva già quattordici o quindici e quella differenza d’età era davvero un abisso. Io non me ne rendevo conto perchè sembrava molto più piccola per via di una strana malattia genetica che non ho mai compreso appieno, credo che fosse un grave problema del metabolismo e infatti poi seppi che era morta all’età di appena trentacinque anni, eppure era vivace, allegra, dinamica, piena d’entusiasmo per la vita ed era proprio questo che mi attirava tanto. Lei era una persona viva, mentre nella mia famiglia mi trovavo in compagnia di persone talmente tristi e infelici da sembrare già morte, perciò cercavo in ogni modo di rendermi simpatica, di parlarle, di capire cosa potesse interessarle in modo da creare dei punti in comune, ma lei non mostrava nessuna partecipazione e mi sopportava con pazienza e buona educazione, perchè ero una bambina piccola con cui bisognava per forza essere gentili. Un giorno ebbi la strampalata idea di volerla a tutti i costi accompagnare in una passeggiata ma  dopo un pò  incontrò dei conoscenti e andò via con loro piantandomi in asso. Me ne tornai a casa con le pive nel sacco ed ero tristissima, avevo capito ormai che per lei non contavo niente e non mi voleva neanche un pò di bene, senonchè oltre al fatto che già stavo abbastanza male di mio, trovai ad attendermi sulla soglia mia madre che era arrabbiata come non mai e mi assalì con terribili rimproveri.

"Stupida, cretina, lo vedi cosa hai combinato? Lo vedi come ti tratta la gente? Ma cosa ti eri messa in testa? E se ti succedeva qualcosa? Combini solo guai, non ne fai una giusta. Ti ho detto tante volte di non dare confidenza, tu devi stare solo con noi perchè la gente è fetente, pensa sempre a fregarti e infatti lo vedi cosa è successo, ti hanno lasciato da sola in mezzo alla strada, tanto non gli importa niente di te. Non devi mai fidarti degli altri, sono tutti cattivi, devi ubbidire, non devi stare con gli estranei, non devi uscire, lo vuoi capire sì o no?"

Io ero paralizzata dalla paura, vedevo sullo sfondo le facce di mio fratello e mia sorella che ridacchiavano godendosi lo spettacolo del mio fallimento e della mia punizione mentre venivo pubblicamente messa alla gogna e sperimentai quello che credo fu il primo attacco di panico della mia vita. Le urla di mia madre  si confusero fino a diventare uno strano rumore, come il rimbombo di un tornado lontano  che stava avvicinandosi per distruggere ogni cosa. Vedevo le immagini rallentare, il tempo aveva rallentato, la visione della realtà si era rimpicciolita, tutto diventava stranamente piccolo e mi sembrava di vedere le cose intorno a me in lontananza, attraverso un binocolo o un cannocchiale, mentre un immane cataclisma stava abbattendo il mondo intero. I vulcani della terra esplodevano, gli oceani ribollivano, la terra tremava, gli alberi bruciavano in un colossale incendio, il sole si gonfiava fino a scoppiare, il cielo si spaccava in pezzi, tutto era perduto e ridotto in cenere. Quando lei ebbe finito di sfuriarsi ed io ebbi il permesso di muovermi, andai subito a nascondermi nell’angolo più remoto del giardino e lì rimasi per ore, in stato di shock, immobile, con gli occhi sbarrati, e mi sentivo completamente svuotata sia nelle emozioni che nei pensieri, ero persa nel nulla e vagavo nella nebbia.

Diverse ore dopo le cena era pronta, nessuno fece riferimento all’accaduto e sembrava che neanche fosse successo qualcosa. Io mi sentivo molto strana, cambiata in un modo che non saprei descrivere e non riuscivo a tornare quella di prima, ma mi consolai col fatto che almeno gli altri sembravano aver dimenticato tutto.
Non ci furono altri tentativi di farmi degli amici, un po’ perché visti i precedenti c’era ben poco da sperare, ma soprattutto perché non ne ebbi nessuna occasione dal momento che in famiglia non si faceva alcuna vita sociale. L’unico modo di avere contatti con l’esterno a quel punto era la scuola, ma lì mi trovai in un ambiente difficilissimo in cui non avevo nessuna possibilità di inserirmi.

Intanto in famiglia ci furono dei drammatici e importanti cambiamenti che resero la stessa sopravvivenza un fatto estremamente arduo e complicato. Le mie energie vennero perciò assorbite nello sforzo di cavarmela e cercare di restare in vita. Per tutto il resto non avevo né la forza né l’energia, e anche il desiderio di cercare un’amica cominciò a spegnersi.

 

  

Capitolo XIII

 

Il giorno 3 marzo 1972, all’età di 92 anni, morì mio nonno Carlo.

Io avevo appena quattro anni e il nonno me lo ricordo poco. Era magro e rinsecchito, indossava sempre un pigiama di flanella a strisce bianche e azzurre, come la divisa di un carcerato, portava una coppola grigia in testa, aveva la bocca sdentata con le guance vuote e scavate, gli occhiali spessi come fondi di bottiglia. Si muoveva da una stanza all'altra strascicando i piedi nelle pantofole e appoggiandosi ad un bastone di legno scuro. Faceva un rumore riconoscibilissimo anche da lontano, quando il bastone toccava terra e i piedi strusciavano sul pavimento. Non diceva mai una parola, si metteva su una sedia e se ne stava lì in silenzio a guardare. Gobbo, chino su se stesso, con il peso di una vita sul groppone, guardava la culla di mio fratello, il magnifico erede maschio, e se lo covava con gli occhi, mentre io me ne stavo lì vicino, sperando che prima o poi guardasse anche me. Mi sforzavo di entrare nell’inquadratura come quando si cerca di farsi una fotografia insieme a un personaggio famoso, ma per lui restavo invisibile e non mi degnava mai di uno sguardo. E allora mi chiedevo: "Ma cos’avrà di tanto speciale questo qua, che dopotutto non sa nè parlare nè camminare?"

L'inverno del '72 era stato molto freddo, da noi aveva persino nevicato, cosa piuttosto insolita per la nostra zona. Me la ricordo bene quella neve, probabilmente la prima della mia vita.


Il nonno prese l'influenza e subito dopo la polmonite. Ho ancora in mente l’immagine della bombola d'ossigeno appoggiata al muro del corridoio e a me sembrava un enorme missile di metallo, una specie di razzo che da un momento all’altro si sarebbe acceso per schizzare velocissimo nel cielo e andare sulla luna.


Un giorno mi mandarono dai vicini, dove rimasi sola, sorvegliata dalla cameriera. Mentre attraversavo il pianerottolo feci in tempo a vedere due uomini che salivano le scale portando su una bara, anche se io non avevo mai visto niente del genere e ovviamente non capii cosa fosse. Quel pomeriggio di marzo pioveva ma le giornate erano già più chiare e luminose e si capiva che la stagione stava cambiando. Affacciandomi alla finestra vidi un gruppo di persone con l'ombrello, in attesa sul marciapiede di fronte. Chiesi alla cameriera chi fossero e lei disse: "Quelle sono persone a cui è morto qualcuno." O qualcosa del genere.


Eppure che cosa significasse morire non me lo spiegò nessuno.


Mi accorsi però che quando tornai a casa il nonno non c'era più. Non lo vedevo  aggirarsi per le stanze col suo pigiama di flanella e non sentivo il suo passo strascicato. Per qualche misterioso motivo era sparito. E rimasi senza alcuna spiegazione. Era successa una cosa strana per la quale certe persone scompaiono e non si sa perchè nè tanto meno dove vanno a finire, ma tutto sommato la circostanza non mi fece poi molta impressione dato che a me il nonno non mi guardava mai e io non gli volevo bene.

 

Mia madre e mio padre avevano aspettato quell’evento da almeno vent’anni. Avevano sopportato tante cose spiacevoli e finalmente liberi, liberi sopratutto di mettere le mani sulla favolosa eredità di don Carlo Parisi.

La proprietà versava a quel tempo in uno stato di profondo degrado, erano rimasti pochi inquilini, molte case erano crollate con i bombardamenti del '43, altre erano ormai inabitabili, perchè erano state costruite in modo raffazzonato e con materiali scadenti e non erano mai state riparate o ricostruite. Già di per sè questo era un fatto strano, ma mio padre avrà pensato che forse il nonno era vecchio e stanco e aveva lasciato tutto in rovina per non avere impicci.

Lui invece aveva ben altri progetti, voleva mettersi in affari e fare soldi, e fu proprio in quella circostanza, quando dopo uno o due anni cominciò a pensare di vendere e ristrutturare, che scoprì l’inghippo. L’inghippo era che quella proprietà non valeva niente, era stata costruita in una zona di interesse storico e sin dall’anno 1938, il Comune della mia città aveva progettato un esproprio. Che fino allora non si era verificato, ma che poteva sempre accadere, forse dopo cinque o venti o cinquant‘anni, chi poteva saperlo, però nel mentre non si poteva nè vendere nè ristrutturare e in pratica quella favolosa fortuna era tutto un bleff.

Quando il nonno  aveva costretto mia madre a restare a vivere con lui minacciando di diseredarla, aveva mentito sapendo di mentire.

I documenti che ho rinvenuto in questi ultimi anni parlano chiaro: lui sapeva tutto e i miei genitori hanno saputo poco dopo la sua morte.

L’inganno non era certo da poco.

Mio padre si era sentito costretto a sposare mia madre per via di quelle circostanze a cui non era stato capace di opporsi, ma si era consolato col pensiero che, dopotutto, il suo sacrificio sarebbe stato ripagato da una grande ricchezza. Mia madre, che si era sposata pensando di ribellarsi e di poter scappare via, si era dovuta adeguare al volere del marito, immaginando che in fondo la convivenza con i genitori sarebbe durata poco. Invece aveva dovuto sopportarli per vent’anni per ritrovarsi infine con in mano solo un pugno di mosche. Il suo sacrificio era stato del tutto inutile. Entrambi erano quindi stati gabbati, e alla grande direi.

Come aveva potuto mio nonno fare una cosa del genere a sua figlia?

Come la maggior parte dei Parisi, anche lui era stato una persona incapace d’amare, per tutta la vita non aveva avuto  nient’altro in mente se non il suo diritto a comandare e ad esercitare il potere su ciò che gli apparteneva. Sua figlia era come le sue case, un semplice oggetto di sua proprietà per tradizione culturale, religiosa e persino secondo le vigenti leggi dell‘epoca. Sposandosi era diventata di proprietà del marito, sempre per diritto legale, culturale e religioso, ma siccome mio nonno non era il tipo da rassegnarsi facilmente a perdere il potere sulle sue proprietà, aveva escogitato il ricatto dell’eredità ben sapendo che suo genero non avrebbe facilmente rinunciato a quelle ricchezze e avrebbe costretto la moglie a restare a casa dei genitori.

Et voilà signori, il gioco è fatto.

E‘ esattamente così che funzionano le cose nella famiglia Parisi. Ricatti, menzogne, giochi di potere, avidità, attaccamento ai beni materiali …

D’altra parte cosa ci si può aspettare da persone senza un briciolo di dignità? Si fanno comprare per quattro soldi, chinano la testa sottomessi di fronte a chi ha il potere, sono pronti a tradire tutto e tutti per rispondere "sì padrone" a chi gli sventola una banconota sotto il naso. Il denaro per loro è un richiamo irresistibile, e se ne vedono un pò sistemato nel fondo di una trappola ci cascano subito dentro.

Naturalmente mia madre si è poi ben guardata dal rivelarmi tutte queste cose: volendosi vendicare del torto subìto ha fatto a me lo stesso scherzetto, convincendomi a mettermi al suo servizio e a seguirla nei suoi affari ben sapendo che quella proprietà non aveva alcun valore, e io ho finito col cascarci, esattamente come era successo a lei. Anche se invero mi ero lasciata convincere per altri motivi che non avevano niente a che vedere con tutto questo.

Ho saputo come stavano realmente le cose solo un paio d’anni fa, per via di alcune circostanze del tutto casuali, e finalmente ho potuto collegare gli eventi e capire cos’era stata quella terribile catastrofe che finì per distruggere la mia famiglia qualche anno dopo la morte di mio nonno. I conti cominciavano a tornare.

La catastrofe consisteva dunque nel fatto che per mio padre erano svaniti tutti i sogni di gloria e ricchezza e si ritrovava perciò con tre figli da mantenere unicamente con il suo stipendio di insegnante. Gli venne la paura insostenibile di finire come suo padre, di fare fallimento, di non riuscire a tirare a campare, eppure aveva giurato a se stesso che questo non sarebbe mai accaduto, che lui non sarebbe mai più stato povero e doveva trovare a tutti i costi una soluzione.

Ne trovò addirittura due e la prima si chiamava risparmio.

In casa nostra si verificò l’assurdo paradosso che per non diventare poveri si viveva effettivamente come tali. Niente gite, né vacanze, né vestiti, né regali, né festeggiamenti, né dolci, né cioccolata, né cinema, né divertimenti. Non si festeggiavano mai i compleanni e io i giocattoli potevo riceverli solo nel giorno della befana. Ben presto cominciarono a mancare tante cose, anche quelle più necessarie. Se c’era bisogno di una visita medica succedeva una tragedia, dal dentista non ci si andava mai, o meglio, solo quando un dente faceva talmente male che era da togliere, l’apparecchio per i denti era considerato un lusso da ricchi e perciò la mia malocclusione passò completamente ignorata tanto che poi a ventuno anni mi andò in blocco la mandibola. In inverno il riscaldamento veniva acceso solo per un’ora al giorno e la nostra era una vecchia casa degli anni venti col soffitto alto quattro metri, e ci faceva così freddo che di notte non riuscivo neanche a dormire e avevo sempre i geloni sulle dita. Se qualcosa si rompeva non veniva mai riparata, se a una finestra si fracassava un vetro ci si incollava su un pezzo di plastica trasparente, nel bagno e nella cucina si erano staccate molte mattonelle ma non furono mai sostituite. Era diventata cosa consueta la convivenza con topi e scarafaggi che entravano a loro piacimento dalle finestre sgangherate e dalle crepe nell’intonaco. L’unico rimedio erano le tavolette con la colla e le trappole a gabbia. Era proibito accendere lo scaldabagno per lavarsi con l’acqua calda. Il solo che si concedeva questo privilegio era mio padre, che, da buon cittadino della media borghesia, ogni domenica mattina si faceva il bagno, ma dopotutto ne aveva il diritto perché era lui che lavorava per pagare le bollette. Noi altri mettevamo a scaldare l’acqua sui fornelli in un grande pentolone e ci si lavava un pezzo alla volta, come si poteva. Se si usciva da una stanza lasciando la luce accesa c’erano violente scenate, e non si poteva chiedere niente, ma proprio niente oltre quel poco che il nostro padrone ci concedeva.

Per giustificare tutto ciò in famiglia era stata elaborata una particolare filosofia di vita in base alla quale le cose che le altre persone avevano normalmente nella loro esistenza, erano dei lussi, dei vizi, delle fanaticherie. La vita seria ed onesta era fatta di sacrificio, la felicità, la gioia, i divertimenti erano cose inique e proibite, si era colpevoli anche solo a pensarci e a desiderarle. Si parlava con disprezzo e riprovazione degli sprechi che la gente faceva andando al ristorante o comprando dei regali, e ci veniva detto che quelle erano persone stupide, viziate, disoneste e scellerate. In pratica non solo eravamo costretti ad una vita di stenti, ma ci veniva anche proibito sognare e desiderare qualcosa di meglio, perché era un’azione altamente riprovevole persino cercare di fare per conto proprio qualcosa che potesse portare ad una vita migliore.

Quel modo di comportarsi e di pensare veniva giustificato da una specie di delirio religioso che legittimava in modo razionalmente accettabile i sacrifici che ci venivano imposti. Ci dicevano che la vita terrena era fatta di rinunce e che la sofferenza era l’unico modo per potersi meritare il paradiso. Chi si concedeva i piaceri dell’esistenza era destinato alla dannazione eterna e mia madre in particolare, si faceva persino vanto della vita di stenti che conduceva. Spesso diceva con orgoglio: "Io andrò sicuramente in paradiso, con tutto quello che devo sopportare sarò di certo premiata da Dio."

Erano anni che aveva dovuto rinunciare al parrucchiere, ai vestiti eleganti, alle passeggiate con le amiche, ai viaggi, e l’illusione del paradiso era l’unico modo che aveva per consolarsi e dare un senso a tutte quelle cose che non c’era modo di spiegare.

A meno che…

A meno che qualcuno non avesse trovato il coraggio di ammettere la verità, vale a dire che tutto quel sistema di sacrifici e rinunce non era affatto necessario e non aveva alcuna spiegazione religiosa, ma era solo l’espressione dell’angoscia di mio padre e del suo modo di tenere a bada le paure e i fantasmi del passato. E siccome era il capo incontrastato della casa e noi tutti dovevamo eseguire i suoi ordini senza discutere, fummo costretti a vivere e a condividere con lui quel suo piccolo inferno privato che si portava dentro.

Molti anni dopo la sua morte nella nostra famiglia vigeva ancora la legge dell’omertà, in virtù di non so quale devozione o timore verso quello che era stato il nostro tiranno. Mia madre, che era subentrata al comando, mi accusava di essere pazza e di inventarmi tutto per cattiveria, se solo osavo ricordare le inutili privazioni a cui eravamo stati costretti. Credo che lo facesse per tradizione di famiglia, oltre al fatto di non poter ammettere che molte cose erano andate storte e lei non era stata capace o non aveva voluto intervenire, come sarebbe stato suo dovere.

Quando poi ho cercato di raccontare a degli estranei le condizioni in cui si viveva in famiglia, mi sono scontrata con un muro d'incredulità.

Tutte quelle assurde privazioni sembravano impossibili in una famiglia di cui si conosceva pubblicamente l’apparente ricchezza e benessere economico, e continuavo a scontrarmi con l’irreprensibile immagine di mio padre, notoriamente conosciuto da tutti come un uomo buono, estremamente gentile e disponibile. Persino gli psicologi non mi davano credito e pensavano che fossi ipersensibile, viziata o che avessi deliberatamente inventato tutto, pertanto a un certo punto mi arresi e dovetti cancellare un'intera parte della mia vita dal momento che mi era impossibile parlarne.

Devo però ammettere che il sistema di risparmio ideato da mio padre aveva davvero funzionato, tant’è che alla sua morte aveva messo da parte sul suo conto in banca ben 40 milioni di lire e nell’anno 1987 erano davvero una bella cifra. Il lato paradossale della faccenda è che mia madre ci mise appena due anni a dilapidarli completamente, perché se l’uno aveva l'ossessione di risparmiare fino all’osso, l’altra aveva il vizio di spendere alla leggera per qualsiasi capriccio le saltasse in testa.


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