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Il coraggio di volersi bene 6

di Amelia Parisi
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Pubblicato il 25/07/2021 21:27:54

 

 

                                    Il coraggio di volersi bene 6

 

 

Capitolo XIV

 

 

I suoi ingegnosi modi di risparmiare non sembravano tuttavia sufficienti a farlo sentire al sicuro: mio padre doveva anche guadagnare più soldi e l’altra soluzione trovata per avere maggiore tranquillità fu quella di cambiare lavoro.

Non sapeva però che qualunque somma fosse riuscito a guadagnare non avrebbe guarito la ferita che si portava dentro, ma i Parisi fanno sempre così, quando c'è qualcosa che gli fa male, scappano via spaventati dalla realtà, arrabattandosi in puerili sotterfugi ed inutili espedienti, rimandando ad un tempo indefinito l'insostenibile prova di affrontare le proprie paure.

Tutt'al più i suoi sforzi avrebbero potuto dargli solo un sollievo provvisorio e temporaneo, quella serenità che cercava così affannosamente era per lui irraggiungibile.

Fece un concorso per preside, lo vinse e poté avere un bell’aumento di stipendio; purtroppo non aveva considerato il fatto che quel lavoro non era per niente adatto a lui. Con il suo carattere apprensivo e ansioso si trovava bene solo con un lavoro di routine, da dipendente, senza sorprese e responsabilità, in cui tutti i giorni erano uguali, e quando aveva finito le lezioni e tornava a casa poteva scrollarsi di dosso i pensieri. Come preside doveva invece affrontare problemi sempre diversi, organizzare e gestire altre persone, si portava costantemente dietro tutte le sue preoccupazioni, con la paura assillante di sbagliare qualcosa. Le responsabilità gli pesavano addosso come macigni, perse la serenità e la sicurezza in se stesso, non sorrideva più, era sempre cupo e angosciato, si chiudeva nei suoi pensieri e spesso se ne stava in  silenzio a rimuginare su chissà cosa con la faccia tesa e angosciata. Con noi non parlava mai del suo lavoro o dei suoi tormenti, non raccontava niente di quello che gli succedeva.

E del resto se non con mia madre che  non era certo la donna che amava, ma solo una ragazzina che era stato costretto a sposare, con chi altro poteva confidarsi?

Non aveva veri amici, conosceva tanta gente, ma non mostrava mai a nessuno il vero se stesso e gli era impossibile chiedere aiuto: infatti se doveva apparire perfetto, come avrebbe mai potuto ammettere di avere un problema?


Mio padre era in realtà un uomo solo.

In un modo che per me era all’epoca inspiegabile, cominciò a diventare tirannico e violento, ci comandava tutti a bacchetta, e noi dovevamo immediatamente obbedire, guai a protestare o a contraddirlo.

A volte tornava a casa con la faccia scura come un cielo che si prepara alla tempesta e quando ci si metteva a tavola di colpo scattava per delle cose davvero insignificanti. Perchè il pane non era stato affettato, perchè la minestra non era abbastanza salata, perchè qualcuno parlava e non gli permetteva di seguire il telegiornale... Andava su tutte le furie e urlava come un ossesso, sbatteva i piatti a terra, se la prendeva con mia madre e l’accusava di non combinare mai niente di buono. Spesso la picchiava,  ma stava sempre attento a non lasciare segni visibili, magari le dava dei calci sulle gambe o la colpiva sulle braccia.

A partire da quando avevo cinque o sei anni i litigi erano diventati all'ordine del giorno, almeno due a settimana e generalmente succedeva ad ora di pranzo, o la domenica, o a natale, insomma quando in un modo o nell'altro ci si ritrovava insieme.

Io non capivo assolutamente niente di quello che succedeva,  sapevo solo che all'improvviso i miei genitori impazzivano, si facevano del male, si odiavano e mio padre urlava e sbatteva le cose a terra e tutto diventava talmente terribile che ne ero spaventata a morte. Avevo sempre paura che si uccidessero o che sarebbe successo qualcosa di irrimediabile. Vivevo in uno stato di continuo allarme e pensavo ogni giorno: ecco, adesso succede, adesso succede.

E in effetti non passava molto tempo che succedeva davvero.

Non so come vivevano la cosa i miei fratelli, in effetti ce ne stavamo ognuno per conto proprio e di tutto questo non ne parlavamo mai tra di noi. La cosa più strana è che ogni volta che c’era un litigio poi si faceva finta che non fosse mai successo niente, ognuno tornava tranquillamente alle sue occupazioni e ci si dimenticava completamente della cosa. Mia madre non piangeva mai, non si mostrava neanche triste o preoccupata di quello che era successo, era semplicemente indifferente, un attimo dopo era capace di andare in cucina e mettersi a lavare i piatti come se fosse la cosa più normale del mondo. Il suo modo di risolvere il problema era quello di negarne l'esistenza facendo finta che non fosse successo nulla, o comunque minimizzando e considerando perfettamente comune ciò che accadeva.

I litigi finivano sempre nello stesso identico modo, e cioè che mio padre usciva di casa sbattendo la porta e stava via delle ore, a volte prendeva la macchina e credo che andasse nella casa in campagna per stare da solo e calmarsi. Quando andava via in quel modo io sprofondavo nell'angoscia, credevo che non sarebbe più tornato, che ci avrebbe abbandonato come punizione perchè in qualche modo quella famiglia non gli piaceva e non la voleva. Immaginando che volesse abbandonarci cadevo preda del terrore ma siccome tutti gli altri facevano gli indifferenti, toccava anche a me stare zitta e fare l'indifferente, anche se dover tenere a bada il panico che mi invadeva mi costava degli sforzi enormi. Avrei voluto piangere o chiedere aiuto o parlare con qualcuno o chiedere almeno qualche spiegazione, ma non  potevo fare nulla di tutto questo e dovevo cavarmela da sola.

Secondo la legge della nostra famiglia, da noi non capitavano mai cose spiacevoli quindi non se ne poteva parlare: anch'io dovevo cancellare dalla mia mente quegli episodi, per quanto l’esperienza reale che ne facevo creava una contraddizione irrisolvibile. Il paradosso tra la realtà e il doversi adeguare alle regole che ci consentivano di vivere poneva le basi per un'esistenza schizofrenica con cui ognuno di noi ha poi dovuto fare i conti. A casa nostra la sofferenza e la paura non avevano diritto d'esistere, ognuno doveva tenersi per sè le sue cose e cercare di risolverle da solo e quello che mi cascava addosso in quegli anni aveva un peso troppo grosso per permettermi di uscirne indenne.

Mio padre  esprimeva la sua violenza pure in altri modi ritenuti del tutto normali, ma che per me erano sempre uno shock. La violenza sugli animali, ad esempio, veniva considerata legittima e pienamente giustificata: gli animali erano solo degli oggetti di cui si poteva disporre a piacimento, da che mondo è mondo  è così che vanno le cose e si pensava che in ciò non ci fosse nulla di male. Quando venivano catturati i topi nelle gabbiette lui si divertiva ad ucciderli immergendo la gabbia in una bacinella d’acqua. Assistere a quelle esecuzioni mi riempiva di terrore ma lui mi chiamava sempre e voleva che fossi presente, gli sembrava un gioco piacevole e simpatico, si aspettava che mi divertissi anch’io, quindi non potevo rifiutarmi o contraddirlo in alcun modo nè far capire quanto ne fossi spaventata. Per di più  odiava i gatti che erano nel giardino e se la prendeva anche con loro. Erano solo tre o quattro  gatti randagi che giravano nel quartiere e io  mi limitavo a dargli un pò di cibo di tanto in tanto senza fargli nessuna cura particolare, eppure mi ci affezionavo molto perchè in quel clima di paura, angoscia e freddezza, erano gli unici esseri viventi con cui potevo scambiare un pò di coccole e tenerezze. Lui invece odiava tutti gli animali e si divertiva ad ucciderli per fare “opera di disinfestazione“, come la definiva ufficialmente. Una volta mi capitò persino di assistere ad una di queste esecuzioni. Mi trovavo casualmente in giardino proprio mentre mio padre stava prendendo a calci un gatto bianco e nero. Il povero animale si dimenava e cercava di scappare ma senza riuscirci, era già ridotto male e perdeva sangue dalla bocca. Iniziai a strillare e cercai di intervenire, ma lui non mi ascoltava, era come un invasato completamente posseduto da una furia cieca e spietata. Mia madre mi trascinò dentro casa, e mentre io piangevo, gridavo e vomitavo per la paura, mi ordinò di zittirmi dicendomi delle cose assurde: "Smettila, stai zitta, tuo padre non sta facendo niente di male, i gatti sono animali e gli animali non hanno un‘ anima, gli animali si possono uccidere, non è peccato, lascialo fare e non metterti in mezzo."

Quando si veniva a sapere che mi interessavo in modo particolare a un certo gattino e cercavo quindi di proteggerlo, il massimo che riuscivo ad ottenere era che la pena capitale veniva commutata in esilio. Il malcapitato veniva caricato in macchina e abbandonato in campagna mentre a me si faceva credere che se la sarebbe certamente cavata:  in fondo era un  felino predatore e sarebbe stato in grado di procurarsi da solo da mangiare, oppure sarebbe stato preso da altre persone. Fatto sta che ogni volta che  mi legavo a un animale e ne facevo il mio amico e compagno di giochi, iniziavo a vivere nell’angoscia che da un momento all‘altro me l’avrebbero ucciso o mi sarebbe stato portato via. Avevo paura di affezionarmi, di provare la gioia di condividere l’esistenza con qualcuno e di volergli bene perchè su quella gioia incombeva la reale minaccia della perdita e, quanto più forte era l’affetto provato, tanto maggiore sarebbe stato il dispiacere. Mi veniva insegnato a disprezzare e odiare i legami d'affetto, la tenerezza e la gioia di stare insieme, a temere la felicità della compagnia  per il carico di dolore che implicitamente si portava dietro. Mio padre odiava quello che non aveva potuto avere e a suo modo voleva abituarmi a vivere nell'unica maniera che lui credeva possibile, cioè nel più spietato e freddo egoismo, in una solitudine difensiva che negava ad oltranza il bisogno dell'altro. Con una moltitudine di variegati ed efficaci esempi, i nostri genitori ci dicevano: non osate nemmeno pensare all'amore e alla felicità perchè non esistono. Dalla vita potrete avere solo angoscia e sofferenza  e il massimo che potrete fare sarà scappare a nascondervi per evitare le prove più dure.

Le lezioni di vita che mi venivano così brutalmente impartite mi avrebbero poi impedito di creare il mio mondo personale di relazioni e non sarei mai più riuscita ad avvicinarmi alle persone o a desiderare di stabilire un legame senza essere invasa da un'insopportabile angoscia. E per quanto i miei genitori in quel mondo di solitudine e repressione dei sentimenti più vitali avessero trovato un loro modo di cavarsela, a me sarebbe stato totalmente impossibile, dal momento che erano finiti da un pezzo i tempi in cui ci si sposava tra cugini e un lavoro lo si trovava semplicemente imparando a memoria una caterva di libri. Nella realtà in cui mi sarei trovata a vivere io, le loro folli regole di adattamento non avevano più alcuna utilità.

In quel clima di estrema tensione e insicurezza, cercavo di resistere e restare in vita a modo mio. Quando l'angoscia e la paura diventavano insopportabili, andavo a rifugiarmi nelle vecchie case di mio nonno, ormai disabitate e in rovina, e lì me ne stavo da sola per delle ore, esplorando le stanze vuote dove a volte si poteva trovare qualche vecchia pentola ammaccata, pezzi di stoffa, una scopa, un secchio, uno specchio rotto o cose del genere, mentre io speravo di scovare prima o poi dei misteriosi manoscritti o una scatola piena di gioielli. Mi piaceva starmene lì da sola, e almeno potevo essere certa che non ci fosse nessuno che potesse spaventarmi o farmi del male. I fantasmi che si dice possano trovare dimora nelle case abbandonate non mi davano alcuna preoccupazione e quella solitudine volontaria mi metteva al riparo da pericoli ben peggiori. Se pensavo ai fantasmi me li immaginavo molto simili a me: esseri silenziosi e tristi, figure evanescenti e timorose che si nascondevano nell'ombra per cercare riparo da un mondo di persone pazze, imprevedibili e violente. Anche se in quelle esplorazioni stavo via per delle ore, nessuno mi cercava, nessuno in famiglia si accorgeva nemmeno di quei miei lunghi periodi d’assenza, perchè anche loro si erano inventati per proprio conto dei modi per nascondersi ed essere assenti, ed era nostra abitudine consolidata non preoccuparsi mai l’uno dell’altro.

Diventata più grandicella, verso i dodici, tredici anni, cominciai a sperare che i miei genitori divorziassero e a volte fantasticavo che dopo mia madre si risposava e io potevo finalmente avere una famiglia vera e una padre vero. Credevo che tutta l'infelicità che eravamo costretti a patire fosse causata dai modi autoritari e violenti di mio padre e qualsiasi altro uomo sarebbe stato almeno un po' più buono, almeno un po' più gentile, almeno un po' più affettuoso. Non sognavo un padre perfetto e una famiglia perfetta, ma di poter avere se non altro una briciola dell'affetto che tutti gli altri figli avevano dal proprio padre. E non sarebbe stato così difficile trovare un uomo che ne fosse capace.

Molti anni dopo, nei numerosi litigi che ho avuto con mia madre, le ho spesso rimproverato il fatto di essersi rassegnata a subire quella violenza senza reagire e che avrebbe fatto bene a divorziare e a risposarsi.

Lei si ostinava a negare  la realtà  e sosteneva  sempre che non c’era mai stato nessun problema e nessuna violenza, io ero pazza e tutte quelle cose le avevo sognate, me l’ero inventate, non erano mai esistite. Un paio di volte però, non so come accadde, ma capitò che disse : "Ho avuto paura, ho avuto paura che tuo padre potesse uccidermi di botte e allora ho pensato solo a salvarmi la vita."

E riguardo al divorzio disse: "A quei tempi una donna divorziata veniva condannata da tutti, la Chiesa la scomunicava e nessuno la teneva in considerazione. Io non avevo un lavoro, nè istruzione, la proprietà non valeva niente, come avrei fatto a vivere da sola? Quale uomo avrebbe seriamente preso in considerazione una divorziata?"

Anche lei faceva parte a pieno titolo dei Parisi e, come tutti loro, aveva lo stesso carattere chiuso, scostante e impacciato. Farsi sposare da mio padre era stato relativamente facile: lui, da perfetto membro del nostro clan, era un ometto debole e maldestro, e quando lei era ancora una ragazzina, le era bastato fare un pò la smorfiosa e la furbetta per farsi notare e stabilire quel minimo di legame che costituiva già un impegno. E come sappiamo, poi mio padre non ebbe la forza di cavarsi fuori da quell’impiccio.

Ma a quarant’anni, dovendosi comportare da adulta, dovendo cercare un altro marito nel mondo degli adulti, dovendo dimostrare doti e qualità che andavano ben oltre la bellezza, i vezzi e le carinerie … no, quello non faceva per lei, non sarebbe mai stata capace di crescere e comportarsi come una donna adulta.

In fin dei conti non posso biasimare la sua scelta di restare con un uomo che la maltrattava, se quella per lei era l’unica vita possibile, ma in tutto questo non tenne conto di non essere affatto sola e di avere  anche la responsabilità di chi, in quel momento, non poteva difendersi nè scappare, nè tanto meno farsi un’idea di quello che succedeva e perchè succedeva.

 

 

 

"Da bambino mi piaceva nascondermi sotto gli alberi. 

Mi piaceva sparire e riapparire nei varchi di luce lasciati dalla nebbia. A tredici anni sotto uno di quegli alberi inventai e disegnai una storia, poi la dimenticai. Quando è riaffiorata, qualche tempo dopo, pensai di scriverla. 

Credo sia cominciato così il mio gioco a nascondermi, il gioco di un bambino che non sa cosa teme o cosa desidera di più. 

Se restare nascosto o venire scoperto" 

(Sotto falso nome- Roberto Andò)

 

 

 

 

 

Capitolo XV

 

Gli unici periodi nei quali si poteva godere di una tregua in quella guerra infinita era quando in estate si andava a stare nella casa in campagna. In quei mesi mio padre restava in città, con il pretesto di tenere compagnia a mia nonna e di badare alla casa, ma in pratica lo faceva per poter restare un pò da solo e tranquillo. Infatti per lui era molto spiacevole vivere con una donna che non amava e con una famiglia che sentiva come un peso, pertanto il fatto di restare da solo era una magnifica occasione di serenità e sollievo. Veniva da noi all’ora di pranzo, portava i rifornimenti e la frutta raccolta in giardino, dopo mangiato si riposava un paio d’ore e poi tornava in città. In quel periodo riprendeva l’espressione serena e tranquilla che aveva prima della catastrofe, non aveva le preoccupazioni per la scuola, dove di fatto non c’era nessuna attività, e poteva dedicarsi indisturbato alla cura delle piante e del giardino. Gli piaceva guardare la televisione e la sera, col fresco, faceva una passeggiata al corso dove incontrava i suoi conoscenti e si tratteneva con loro a parlare del più e del meno.

Non avere in casa nessuno di quei tremendi litigi era per me una cosa fantastica, una vera liberazione direi. Quando i miei genitori erano lontani l’uno dall’altro non c’erano scontri, non c’erano urla nè violenza, la vita scorreva tranquilla e proprio per questo avevo cominciato a desiderare che divorziassero. Nondimeno mia madre non sembrava affatto sollevata dalla situazione, comunque andassero le cose lei era sempre seccata, infastidita, arrabbiata, e non l’ho mai vista serena o sorridente.

Solo dopo la morte di mio padre sembrò diventare più sicura di sè e interessata alla realtà e alle cose che le erano intorno, eppure c’era qualcosa di strano in quella specie di risveglio perchè aveva in faccia un insolito sorriso, sinistro e inquietante, sembrava quasi un ghigno di vendetta. Aveva finalmente avuto i soldi e il potere ed era soddisfatta di aver preso il comando assoluto della famiglia. Dava l’impressione che essere al potere e imporre la sua volontà fosse l’unica cosa al mondo che potesse interessarle e darle una ragione per vivere.

In quelle estati in campagna era sempre di malumore e continuava a lamentarsi di tutto il da fare che aveva in casa. Infatti non usciva mai nè giocava con me e mio fratello, ma almeno, essendo la casa di soli 50 mq, riusciva finalmente a tenere tutto in ordine e pulito, cosa di per sè grandiosa dato che in città si viveva sempre nel più completo disordine e in una sporcizia inimmaginabile.

Io e mio fratello non avevamo amici, giocavamo tra di noi in giardino oppure ce ne andavamo in giro in bicicletta, costantemente seguiti e sorvegliati da mia madre. La gente del paese ci guardava come se fossimo dei marziani, ma il fatto di essere isolati dagli altri non era un peso per me perchè l’insolita circostanza di essere sereni e tranquilli, di vivere nell’ordine e nella pulizia mi sembrava una cosa talmente bella che non osavo desiderare di più.

Nel giardino c’erano tre grandi alberi d’ulivo, io mi ci arrampicavo e ci restavo su per delle ore, guardando tutto dall’alto in una posizione di dominio. A volte non riuscivo più a scendere e dovevano venire a recuperarmi con una scala di legno, ma il vero problema era di non mettersi sul percorso delle formiche giganti dalla testa rossa perchè se quelle ti pizzicavano erano guai. Con mio fratello ci si  divertiva a staccare le zampe alle cavallette, poi, orribilmente mutilate, le gettavamo al di là del recinto dei vicini, dandole in pasto alle galline del pollaio. Gli altri insetti che riuscivamo a catturare venivano infilzati con degli stecchini, distruggevamo i formicai per vedere le povere formiche che, prese dal panico, correvano qua e là cercando di mettere in salvo le larve, facevamo delle polpette di fango e le lanciavamo sulle case del vicinato per imbrattare i muri. Eravamo delle piccole carogne, ma riuscivamo a goderci la vita pur non avendo altri giocattoli che le nostre biciclette. In quei mesi non sentivamo il peso della nostra povertà nè il disagio del confronto con gli altri bambini.

Avevo dodici anni quando passammo lì la nostra ultima bella estate. A novembre di quell’anno ci fu il terremoto, la casa venne requisita e ci fu restituita solo nel 1986. Mio padre si propose di rimetterla a nuovo, voleva risistemare le finestre, pitturare i muri, ripulire il giardino e disse che nell’estate successiva avremmo potuto riprendere le nostre vacanze in campagna, ma si ammalò di cancro e morì  senza poter fare nulla di quanto aveva progettato. Io e mio fratello eravamo ormai grandi e nessuno di noi aveva più interesse ad andarci, la casa rimase vuota per molto tempo, poi per qualche anno fu data in affitto a una donna un pò stranita che aveva la bizzarra abitudine di rovistare tra i cassonetti della spazzatura per recuperare la roba che la gente buttava via. Quando se ne andò l‘abitazione era talmente ingombra di rottami, immondizia, avanzi, ferrivecchi e trabiccoli vari, che ci volle una settimana intera per sgomberarla. Infine, nell’anno 2004, mia madre, che nel frattempo aveva portato alla rovina tutta l’economia familiare, la vendette per la ridicola somma di 20.000 euro.

 

  

 

Capitolo XVI

Quando fu scoperto l’inganno dell’esproprio e ci fu quella catastrofe che cambiò radicalmente il modo in cui si viveva in famiglia, a mia madre successe qualcosa, qualcosa che al momento non mi fu spiegato e non riuscii a capire ma che avrebbe avuto tante conseguenze nella nostra casa e nella mia vita.

Aveva capito di essere stata raggirata dai suoi genitori, si ritrovò all’improvviso ad essere povera quando fino a poco prima aveva creduto di essere ricca e privilegiata, infine suo marito era diventato nevrotico, violento e le si era rivoltato contro facendole capire di non avere nessun rispetto per lei. La vita era diventata difficile e per la vergogna e la delusione si era sempre più chiusa in sé stessa. Smise di frequentare le sue amiche perché siccome in casa mancavano i soldi non poteva andare dal parrucchiere né comprare bei vestiti e, sentendosi umiliata da quella condizione, iniziò ad uscire solo per la spesa o per le commissioni necessarie. Di conseguenza le uniche persone con cui parlava erano le sue cameriere.

Le cameriere erano tutte donne ignoranti, analfabete, povere ed arretrate, con loro si sentiva perciò in una posizione di netta superiorità, cosa che la rassicurava e la salvaguardava da confronti umilianti. In seguito sarebbero entrati nella sua vita anche gli avvocati a cui ricorreva nei suoi scoppi d’ira contro il mondo, perché si era messa in testa che i vicini e gli inquilini la perseguitavano ed era sempre in causa con qualcuno. Comunque a queste persone di certo non confidava la sua sofferenza che dovette tenere tutta per sé senza poter avere nessun aiuto e peraltro non avrebbe mai avuto il coraggio di confessare né a sè stessa né a ad altra anima viva il disamore dei suoi genitori e il fallimento del suo matrimonio. E poiché è abitudine della famiglia Parisi negare i problemi e mantenere ad ogni costo la facciata di normalità, si adeguò alla situazione facendo finta che andava tutto bene ed era tutto a posto, ma evidentemente non riuscì nel suo proposito perché, quando io avevo circa sette/otto anni, si ammalò di quella che ora potrei definire come una crisi schizofrenica con delirio paranoico ma che all’epoca, minimizzando, fu presentata come un semplice esaurimento nervoso, come si dice nel parlare comune per indicare in modo generico i problemi mentali.

Iniziò ad esibire un comportamento veramente strano e inspiegabile: si aggirava per le stanze camminando avanti e indietro per ore, parlava da sola e ripeteva sempre la frase "Come devo fare? Come devo fare?" A volte si sedeva sul letto e diceva di vedere sulla parete delle luci colorate che si muovevano: lei diceva che erano belle a vedersi, era una specie di magia che le capitava in quanto era una  persona superiore alle altre e io, che non volevo essere da meno, mi ci mettevo accanto e mi sforzavo di vederle ma non ci riuscivo mai. Dopo un po‘ cominciò a raccontare tutti i sogni che faceva, e  sognava sempre suo padre, il famoso don Carlo, morto da qualche anno, che le dava dei messaggi importantissimi, la avvertiva di alcuni eventi che sarebbero accaduti di lì a poco. Diceva che i suoi erano dei sogni premonitori e si vantava di avere dei poteri speciali come quello appunto di predire il futuro. Cominciò a ritenersi una sorta di veggente, una persona straordinaria con il dono di essere in contatto con l’aldilà. Nel frattempo trascurava tutte le faccende di casa, il pranzo non era mai pronto in orario, c’era disordine e sporco dappertutto, io a scuola arrivavo sempre un’ora dopo perchè lei la mattina non riusciva a svegliarsi, e comunque passava la maggior parte della giornata a dormire e quando era sveglia delirava o aveva le allucinazioni.

Ho saputo poi da mio fratello che la situazione era ancora più grave di quanto si potesse immaginare. Lui è un abile manipolatore e sa come farsi dire quello che vuole dalla gente, in tal modo è riuscito a scoprire che in quel periodo minacciava il suicidio e aveva in testa persino il proposito di ucciderci insieme a lei.

Sarebbe stato opportuno ricoverarla, ma c'era la paura dello scandalo, della vergogna e dello stigma sociale che accompagnava la malattia mentale, così tutto venne tenuto nascosto e fu curata in casa. Vidi che il suo comodino si riempì di scatolette di pillole e flaconcini di gocce, dopo alcuni mesi i sintomi più eclatanti furono tenuti a bada, eppure non era del tutto guarita e non è mai stata curata a dovere. Era stata portata da uno psichiatra a cui aveva semplicemente detto di essere affaticata dal gran da fare che le davano i bambini e nessuno ha mai saputo dei gravi problemi che c’erano nella nostra famiglia. In ogni caso, non avrebbe mai potuto ammettere la realtà della sua condizione essendo stata da sempre addestrata a nascondere e a negare l‘evidenza di ogni problema, per evitare ritorsioni e punizioni. L'istituzione della famiglia era sacra per i Parisi: lamentarsi dei propri genitori o del proprio marito equivaleva ad essere indemoniati, qualsiasi problema era tenacemente negato e la realtà veniva coperta dal segreto, un segreto che riguardava ovviamente  sentimenti feroci e inopportuni come la rabbia, il rancore, la delusione, l'odio, la vendetta. Il segreto comportava un prezzo altissimo che tutti noi siamo stati in qualche modo costretti a pagare. Era così che ci si comportava tra noi, da almeno tre generazioni si preferiva rinunciare alla gioia e alla vera vita portando avanti un'esistenza sofferta e rassegnata, piuttosto che correre il rischio di sfidare un  avversario troppo potente. Siamo una stirpe debole e meschina, voliamo basso e ci teniamo aggrappati alle nostre piccole sicurezze, convinti che l'unica cosa importante sia sopravvivere alle nostre stesse paure.

Mia madre continuava dunque ad avere il suo comportamento stravagante, trascurava la casa, era sempre stanca, arrabbiata e scontenta; dopo un pò cominciò a prendersela con la gente, attaccava briga con tutti e metteva in mezzo l’avvocato, che non si faceva certo scrupoli ad imbastire una causa per quelle che evidentemente erano solo delle sue fissazioni. Ma di questo nessuno si preoccupava più, bastava mantenere la facciata col mondo esterno, poi se dentro casa si viveva male non importava nulla, ci si fece l’abitudine e ognuno trovò per quelle disgrazie la spiegazione che gli faceva più comodo.

Io soffrivo tanto per quella trascuratezza, per quel senso di costante precarietà, per il fatto di vivere in una famiglia dove tutto era ridotto al minimo indispensabile e dove il disordine e lo sporco che regnava ovunque era lo specchio del malessere che dominava quelle anime guaste, rotte, stanche, usurate, ma naturalmente qualsiasi protesta o lamentela si spegneva sul nascere e mai avrebbe avuto il diritto di manifestarsi. La rassegnazione ad un fato avverso ci accomunava tutti in un dolore senza parole che era il nostro marchio di fabbrica. Nessuno poteva rinnegare la sua origine e la sua appartenenza.

La cosa peggiore di quella situazione, fu che lei divenne sempre più ostile nei miei confronti, dandomi la colpa di tutti i suoi guai. Non bastava averle disobbedito nascendo femmina quando lei desiderava un maschio, disgraziatamente somigliavo molto a mio padre, l’uomo cioè che la picchiava e che lei ormai odiava, ma siccome a lui non poteva certo ribellarsi nè ammettere con se stessa di aver sposato l’uomo sbagliato, trovava ogni pretesto per scaricare la sua rabbia su di me. Per una sorta di elementare sillogismo aristotelico, se io gli somigliavo fisicamente dovevo di certo essere cattiva come lui, di conseguenza non le andava mai bene quello che facevo e nonostante tutti i miei sforzi di compiacerla o per quanto studiassi tanto, trovava sempre di che lamentarsi. Quando tutto mancava mi accusava di essere brutta, cioè di avere delle caratteristiche a lei sgradite perchè le ricordavano, manco a dirlo, suo marito. A volte si metteva seduta con mio fratello e mia sorella al suo fianco, se li stringeva a sè, se li coccolava, e mi faceva i suoi strani discorsi farneticanti.

"Vedi, noi abbiamo gli occhi e la pelle scura, ci somigliamo, siamo della stessa razza, siamo forti, robusti, con tanti capelli, tu invece hai gli occhi chiari, la pelle chiara, hai pochi capelli e sei debole, gracile, sei come tuo padre e la sua è una brutta razza, una razza malaticcia, debole e inferiore. E‘ strano che sei venuta fuori così, ed è certamente un errore, una degenerazione, una deformità, guarda come sei difettosa, mi sei venuta proprio male, io non so come sia possibile che mi sia nata una figlia con tutti questi difetti dal momento che a me non manca niente, è la razza di tuo padre quella a cui appartieni."

I miei fratelli uscivano da quelle recite deliranti pieni d’orgoglio di sè, perfettamente appagati di sentirsi amati ed accettati dalla propria madre, e con un certo disprezzo nei miei confronti, per nulla celato in quanto ritenuto perfettamente legittimo verso un’appartenente ad una razza inferiore.

Io invece cadevo nello sconforto più totale, mi sembrava di non poter rimediare in alcun modo alla mia inferiorità e cattiveria, e peraltro, se anche potevo sforzarmi di essere più buona ed ubbidiente, di certo non sarei mai riuscita a cambiare il modo in cui ero fatta fisicamente e di cui mia madre dimostrava di non essere contenta. Mi prendeva lo sgomento, mi mettevo davanti allo specchio e mi ripetevo le stesse cose che mi diceva lei:

"Sei brutta perciò non piaci a nessuno, nessuno ti vuole bene, hai pochi capelli e la pelle bianca, sei debole, sei difettosa, non potrai mai piacere a nessuno, sei inutile, non servi a niente, non hai nemmeno il diritto di esistere."

Mi odiavo come mi odiava lei, mi odiavo perchè mi odiava lei. Mi vergognavo da morire di essere brutta ed ero terrorizzata al pensiero che tutti avrebbero notato i miei difetti e mi avrebbero dunque schifato e rifiutato.

Purtroppo proprio in quel periodo iniziai ad andare a scuola e lì venni in effetti rifiutata sia dalle compagne che dalla maestra, cosa che sembrava confermare tutte le mie paure, per quanto in realtà quel rifiuto nasceva da altre cause, alle quali non potevo comunque trovare rimedio.

 

 

 


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