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Il coraggio di volersi bene 7

di Amelia Parisi
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Pubblicato il 26/07/2021 17:58:03

 

 

                                    IL coraggio di volersi bene 7

 

 

Capitolo XVII

 

 

 

Quando raggiunsi l'età di cinque anni fui mandata a scuola dalle suore XY, sia perché l’istituto era molto vicino a casa nostra, sia per la presenza della zia monaca, ma soprattutto perché era una scuola privata, cattolica e frequentata da bambine che provenivano dalle famiglie migliori della città. Nella mia famiglia c’era un assurdo paradosso per il quale ci si ripeteva in continuazione di essere superiori agli altri, di fare parte delle classi più elevate, mentre  in pratica si faceva una vita da poveracci.

 

La gente povera veniva apertamente disprezzata: le persone che facevano un lavoro umile e vivevano in affitto erano tutti delinquenti, criminali, o, nella migliore delle ipotesi, stupidi, ignoranti, volgari. Noi avevamo delle case di proprietà e se ne deduceva di conseguenza che fossimo ricchi, e soprattutto istruiti, intelligenti, raffinati, e mai e poi mai dovevamo mescolarci a quella gentaglia che apparteneva ai ceti inferiori. La contraddizione che mi faceva letteralmente impazzire, consisteva però nel fatto che il nostro stile di vita era molto, ma molto più simile ai poveracci che alle classi abbienti alle quali ci si vantava di appartenere. Frequentando quindi una scuola dove le bambine erano tutte palesemente ricche questa evidenza mi venne sbattuta in faccia in tutta la sua crudeltà. Loro avevano dei vestiti favolosi, delle bellissime scarpette colorate, tutti gli aggeggi scolastici perfettamente in linea con la moda del momento, andavano a danza, a tennis, al cinema, in vacanza al mare e a sciare, mentre io ero una stracciona, portavo delle orribili scarpe ortopediche stile Frankenstein e oltre a studiare e a giocare in giardino, non facevo assolutamente nessuna di tutte quelle magnifiche attività. Venni perciò rifiutata senza pietà perché considerata un essere inferiore, indegna della loro compagnia e amicizia. Persino la maestra, che era una suora, mi schifava per via del mio aspetto trascurato e, siccome a causa della mia povertà avevo un solo grembiule, quando occorreva lavarlo andavo a scuola senza, e questa era una cosa che la faceva letteralmente imbestialire, al punto da rimproverarmi e umiliarmi senza alcuna pietà davanti a tutta la classe. Io da parte mia cercavo in tutti i modi di ingraziarmela. Me ne stavo sempre zitta e buona, non facevo mai chiasso e in primavera saccheggiavo il giardino per portarle tutti i fiori che potevo trovare e sul momento lei mi faceva anche un sorriso e ringraziava, ma poi tornava subito a rivolgersi alle sue alunne preferite, quelle ricche, belle e ben vestite.

 

In ogni caso, a parte la profonda sofferenza che sentivo in quelle circostanze, dentro di me non c’era nessun istinto di rivalsa o di orgoglio, accettavo di essere emarginata come una condizione necessaria e pienamente meritata. Dal momento che in famiglia mi veniva insegnato il disprezzo per i poveri e trovandomi in un ambiente in cui tutti erano più ricchi di me, sentivo che il fatto di essere esclusa e biasimata, per quanto doloroso, era del tutto logico e normale, faceva parte dell’ordine naturale delle cose e non avevo alcun diritto di oppormi. Le altre bambine erano senza dubbio migliori di me e io, essendo brutta e povera, dovevo semplicemente accettare la mia condizione di inferiorità come un fatto evidente e irrimediabile.

 

Nella ricreazione non giocavo mai con nessuno poichè non potevo nemmeno osare avvicinarmi a quelle bambine tanto meravigliose e inarrivabili, allora mi sedevo su di un gradino delle scale e guardavo da lontano i loro divertimenti. Del resto io a giocare non ero neanche capace, me la cavavo bene solo nello studio.

 

Le suore erano molto severe, cattive e, vestite sempre di nero in qualsiasi giorno dell’anno, mi facevano paura. Non sapevo spiegarmi per quale ragione potesse esistere quella strana categorie di donne che indossavano una divisa funerea e inquietante e vivevano chiuse in una specie di carcere. Per cinque anni mi fecero il lavaggio del cervello con le loro terrificanti idee religiose: mi informarono dell’esistenza di un essere onnipotente e invisibile che mi aveva creato dandomi il magnifico dono della vita, ragion per cui io dovevo sempre ringraziarlo e fare tutto quello che voleva lui e guai a disobbedire o a protestare perché sarei stata punita per l’eternità. Tutti quelli che in precedenza si erano ribellati erano stati puniti in modo terribile, ad esempio con la pioggia di fuoco di Sodoma e Gomorra o con le sette piaghe d’Egitto, perché quando lui si arrabbiava lo faceva proprio di brutto e una volta aveva mandato sulla terra un tizio che era suo figlio e che poi era stato torturato e ucciso sulla croce ma non aveva fatto nulla di male, era solo colpa di noi peccatori che eravamo stati cattivi e in quel modo lui aveva pagato per noi, quindi era il nostro salvatore sennò avremmo fatto tutti una brutta fine. E ogni giorno bisognava chiedere perdono, pregare, dire il rosario; una volta a settimana si andava nella sala proiezioni a vedere i filmini sulle vite dei santi, per non parlare della vita di Gesù, e quando uscì il film di Zeffirelli quelle furbastre si procurarono tutti i gadget possibili come locandine, libri, fotografie, che invasero per mesi la nostra classe, e se non ricordo male ne avevano persino una copia che ci facevano vedere in continuazione al punto che io imparai a memoria tutte la battute degli attori e avrei potuto recitarle meglio di loro.

 

Il Dio di cui mi parlavano, così puntiglioso, burbero e vendicativo assomigliava molto a mio padre. Anche la maestra che mi snobbava e non era mai contenta di me, mi ricordava mia madre, e le altre bambine, con le quali non riuscivo a legare e che erano di una “razza superiore”, sembravano mio fratello e mia sorella, i figli prediletti e tanto amati da mia madre.

 

La vita che facevo a scuola era dunque una replica di quella che avevo a casa: stessi problemi, stesse difficoltà. Non avevo via di scampo, non c’era nessuna situazione che potesse darmi un po’ di gioia e di fiducia nella vita, nessuna persona che si interessasse a me con affetto e sollecitudine.

 

Tuttavia, se anche fossi riuscita a sopportare quelle circostanze dolorose facendo appello a tutta la mia forza d’animo, il momento peggiore ci fu quando mia madre ebbe quel suo crollo nervoso, perché in quel periodo, se mi portava a scuola con un’ora di ritardo, quando mi veniva a riprendere le ore di ritardo erano due.

 

Tutte le altre bambine andavano via con le proprie madri che già le attendevano fuori dall’istituto e io restavo da sola, ad aspettare in portineria con la suora portinaia che era scorbutica, antipatica, arcigna, e stava sempre col capo chino sul suo lavoro all’uncinetto ignorandomi completamente.

 

Mi sedevo sulla panca di legno e aspettavo che accadesse la magia: il campanello suonava, la suora andava ad aprire il portone e compariva finalmente la splendida immagine di mia madre. Ma il campanello suonava e non era lei, suonava di nuovo e non era lei. Non era mai lei.

 

All’inizio anche le suore si preoccupavano e telefonavano a casa per vedere che non fosse successo qualcosa, poi finirono col  considerarlo un fatto normale. Io mi facevo in testa tutta una lista di supposizioni e di motivi per i quali mia madre potesse fare tardi e in qualche modo cercavo di fornirle una giustificazione, infine, dopo molti mesi che ciò accadeva in modo sistematico, mi convinsi che quella era un’azione intenzionale diretta contro di me. Non mi voleva tenere con lei, stava pensando di abbandonarmi e un giorno o l'altro non sarebbe più venuta a riprendermi. Sapevo peraltro che spesso nell’istituto venivano ospitate delle orfanelle in attesa di essere adottate, e se non le si vedeva mai in giro era perchè stavano sempre chiuse dentro la zona riservata dove era vietato andare. Ero convinta che fossero delle bambine molto brutte e cattive e questo era il motivo per cui erano state abbandonate e rifiutate dai genitori. E riflettevo sul fatto che mia madre era sempre arrabbiata con me appunto per la mia cattiveria e si lamentava che non fossi bella come lei e i miei fratelli, perciò l’ipotesi che volesse lasciarmi dalle suore era del tutto realistica.

 

Era sempre scontenta, mi rimproverava in continuazione e mi accusava di tutto. E io mi disperavo, non capivo come potevo fare per essere più buona e più ubbidiente… non osavo fare niente senza il suo esplicito consenso, non correvo, non strillavo, chiedevo il minimo indispensabile solo quando proprio non riuscivo a cavarmela da sola, e me ne vergognavo tanto. Cercavo di dare il minor fastidio possibile, ma questo non bastava ad essere esattamente come voleva che fossi perchè dopotutto ero brutta, lei me lo diceva chiaramente e se ne lamentava, io a questo guaio proprio non potevo rimediare, e alla fine  mi convinsi che se mia madre mi voleva davvero abbandonare ne aveva tutte le ragioni ed era solo colpa mia.

 

Così ogni giorno pregavo il Dio cattivo delle suore chiedendogli che almeno rimandasse quella cosa terribile che mi aspettavo sarebbe successa da un momento all‘altro:

 

"Ti prego Dio, fà che non sia oggi, sono ancora troppo piccola, fammi crescere ancora un pò, ho troppa paura, non oggi, non oggi."

 


In questo stato d’animo passavo quelle ore d’attesa vagando da sola per l’istituto che era enorme, vuoto e silenzioso, dove il mondo e la realtà sembravano essere spariti e anch’io mi sentivo sparire dall’esistenza. Conoscevo a memoria ogni mattonella, ogni spigolo dei muri, ogni finestra, che era inesorabilmente troppo alta perchè si potesse vedere qualcosa del mondo esterno.

 

Quando c’era bel tempo me ne andavo nel cortile o nel giardino privato delle suore, lì mi mettevo seduta sotto un albero e pensavo. Mi chiedevo perchè la mia vita fosse così strana e dolorosa, perchè mi succedevano quelle brutte cose e se mai sarebbero finite, perchè ero tanto diversa dalle altre bambine che mi sembravano felici, allegre, riuscivano a divertirsi, a giocare, e io no. Non sapevo darmi nessuna spiegazione e l’unico pensiero che poteva consolarmi era il fatto che forse crescendo e diventando grande tutto si sarebbe risolto come per incanto. Odiavo essere una bambina, odiavo la mia vita, mi odiavo e non potevo fare altro che aspettare, prima o poi sarei cresciuta e quel brutto sogno sarebbe finito. O almeno questo era quello che credevo.

 

 

  

 

Capitolo XVIII

 

 

 

Mia madre continuava ad avere un comportamento strano e delle idee deliranti, ma una volta passato il momento peggiore con le allucinazioni, nessuno se ne preoccupava più di tanto e le sue stranezze entrarono a far parte del normale menage familiare. Mio padre era occupato con la scuola, il giardino e le sue passeggiate serali al corso, per il resto non gl’importava minimamente di ciò che accadeva in casa.

 

Io però credevo ciecamente a tutto ciò che lei diceva, prendevo le sue idee bizzarre per sacrosanta verità, ero convinta che avesse ragione nei suoi strampalati ragionamenti e fu proprio per questo motivo che venni contagiata dalle sue paure e che  si crearono le basi per i miei disturbi più invalidanti, quelli che poi mi avrebbero impedito di fare una vita normale: la paura di uscire di casa e la paura delle persone.

 

Nel suo delirio mi riteneva la causa di tutte le sue disgrazie, mi vedeva brutta e cattiva come mio padre perciò non si faceva nessuno scrupolo nel punirmi e rimproverarmi, tuttavia sapeva benissimo che tutto ciò non era affatto vero e di conseguenza, per compensare i sensi di colpa, iniziò a sviluppare delle manie: era ossessionata dal timore che, a causa della mia particolare debolezza fisica, da un momento all’altro mi sarei presa un malanno e sarei morta. Finchè ero in casa sembrava che non ci fossero pericoli, ma non appena uscivo per qualsiasi motivo, veniva assalita da un’ansia incontenibile, e prendeva tutte le più assurde precauzioni perchè non mi ammalassi.

 

Quando faceva freddo faceva troppo freddo per la mia natura fragile e cagionevole, quando pioveva c’era troppa pioggia e l’umidità mi avrebbe fatto ammalare, se c’era vento c’era troppo vento e avrei preso la polmonite, se faceva caldo c’era troppo caldo e sarei stata stroncata da un colpo di calore. Mi faceva andare in giro tutta imbaccuccata in sciarpe, berretti, maglioni, calzamaglie di lana talmente pesanti che facevo fatica a muovermi, ma nessuna precauzione sembrava abbastanza, dal momento che, in un modo o nell’altro, io poi mi ammalavo sempre. Sembrava dunque che mia madre avesse perfettamente ragione. Nella mia testa quelle singolari circostanze costruirono un quadro del tutto in linea con quanto lei mi ripeteva in continuazione: io non ero come le altre persone, facevo parte di una razza difettosa, ero debole, fragile, dovevo stare attenta, uscire il meno possibile perchè il mondo là fuori era pericoloso e rischiavo di morire.

 

Finii con l'essere contagiata dalle sue ossessioni e per me uscire di casa diventò un’azione pericolosa, satura di temibili e irrimediabili conseguenze, nonchè insopportabili sensi di colpa.

 

Un altro residuo della malattia che l’aveva colpita era la paranoia persecutoria. A suo dire tutte le persone erano cattive e tramavano contro di lei, la invidiavano perchè  aveva sempre ragione ed era superiore agli altri esseri umani, quindi la gente organizzava dei complotti per vendicarsi e farle del male. Di fatto era proprio lei ad essere aggressiva e coglieva ogni minimo pretesto per provocare e attaccar briga, e così, siccome era capace di far perdere la pazienza pure ai santi, inevitabilmente la controparte cascava nel tranello, rispondeva a tono e la mandava a quel paese. A quel punto lei si metteva a strillare e a fare scenate isteriche dicendo che l’avevano attaccata e aggredita e spesso la vicenda finiva con denunce in questura e cause legali in tribunale. I suoi nemici preferiti erano gli inquilini e i vicini di casa, con i quali ovviamente c’erano sempre piccole scaramucce che lei trasformava abilmente in casus belli, ma mica una di quelle guerre da poco: le sue guerre erano dei colossali conflitti nucleari. Mettersi nei panni della vittima era la cosa le dava le più grandi soddisfazioni.

 

Mi raccontava che i suoi nemici volevano ucciderla e che anch’io ero una delle vittime designate, perchè, in quanto sua figlia, sarei stata colpita per vendetta trasversale. I più pericolosi erano gli inquilini, che erano tutti dei poveracci, delinquenti, disoccupati e assassini, entravano e uscivano di galera ed erano sempre indietro con l’affitto. Mi aveva proibito di andare in una certa zona del giardino dove affacciavano le finestre di quegli inquilini assassini, ed era pericolosissimo dal momento che avrebbero potuto uccidermi tirandomi qualcosa addosso.

 

Era anche vietato passare davanti un certo negozio di alimentari che era di sua proprietà e, ovviamente anche lì c‘erano gli inquilini assassini, per cui, ad esempio, per rincasare o uscire bisognava fare un complicato giro del quartiere per evitarli. Mi ritrovai in una situazione molto imbarazzante quando alle medie cominciai ad uscire da sola e  spesso ero insieme ad una mia compagna di scuola che talvolta aveva l’incarico di andare a comprare il pane o il formaggio proprio in quel negozio e naturalmente io mi bloccavo sulla soglia rifiutandomi di entrare senza poter dare alcuna spiegazione. Di certo non potevo raccontare tutta quella storia degli assassini e delle vendette trasversali. Spesso lei insisteva e mi chiedeva perchè non entravo, ma io dicevo semplicemente: "Niente, è solo che non voglio entrare e aspetto qua." Dopo un pò cominciò a guardarmi come se avessi qualche rotella fuori posto. Io però credevo fermamente alle storie terrificanti che mia madre mi raccontava e nessuno in famiglia mi avvertiva del fatto che era malata e si inventava tutto, per quanto mio fratello l'avesse già capito, e persino mia sorella sapeva che erano esagerazioni e non ci faceva caso.

 

Il mondo esterno, così come mi era stato descritto lei, era un posto pericoloso, popolato da oscuri nemici, e uscire di casa era un'azione rischiosa e temeraria che comportava sempre una buona dose d'angoscia. Dal momento che non avevo altri modelli, altri schemi o esempi che dimostrassero il contrario, mi era letteralmente impossibile sfuggire a quel condizionamento.

 

L’episodio più increscioso e imbarazzante avvenne in un pomeriggio d’estate.

 

Non si sa per quale motivo si recò personalmente a casa di uno dei suoi inquilini a cercare ragione circa l’affitto arretrato: si trattava proprio di quella famiglia che aveva le finestre sul nostro giardino. Ne tornò tutta esagitata e infuriata come un ossesso. Disse che quei delinquenti non avevano avuto il minimo rispetto, non l’avevano neanche fatta entrare nella "sua" casa, l’avevano insultata, si erano rifiutati di pagare e come al solito l’avevano minacciata di morte dicendo addirittura che sarebbero venuti di persona a casa nostra per ucciderla.

 

Aveva fatto un‘azione palesemente stupida ed era più che logico che l’avessero accolta male. Cosa si aspettava, che le offrissero il thè coi pasticcini e le dessero tutti i soldi serviti su un piatto d’argento? Ma lei l’aveva fatto apposta, in qualche modo provocare gli altri e farli infuriare era il suo sistema di scaricare frustrazione e  rabbia.

 

Se ne stette una buona mezz’ora a camminare su e giù nella stanza, urlando, sbraitando e minacciando querele, diffide, azioni legali. Mi disse anche: "Tu adesso stai molto attenta, non uscire, chiuditi in casa e non aprire a nessuno, perchè è molto pericoloso, quelli sono delinquenti e vogliono ucciderci."

 

Infine andò via e credo che si precipitò di corsa dall’avvocato per vedere cosa si poteva fare. Io rimasi lì, spaventatissima, facendomi nella mente tutta una serie di terribili previsioni, immaginandomi un commando di assassini vendicatori che sfondavano la porta e ci uccidevano a colpi di mitra e pistole, e proprio in quel momento per una strana coincidenza qualcuno suonò al portone. Mi venne un tremendo attacco di panico, mi buttai a terra gridando, piangendo e disperandomi e siccome mio padre non era in casa i miei fratelli, vedendomi in quelle condizioni, andarono a chiamare i vicini. Quando fu chiarito l’equivoco tutti iniziarono a sbellicarsi dalle risate e io mi sentivo così ferita e umiliata che volevo morire per la vergogna. Passai un’intera settimana sotto shock, per lo più standomene nascosta in giardino oppure rifugiandomi nelle vecchie case dirupate del nonno. Sapevo che tutti mi consideravano stupida, paurosa e fifona e avrei voluto scomparire sottoterra. Cominciai a temere il giudizio che gli altri potevano esprimere su di me, cioè il fatto di apparire inetta e stupida agli occhi altrui, e capii peraltro, con enorme preoccupazione, che in alcune circostanze la paura che mi assaliva era talmente forte da rendermi incapace di controllarla.

 

Se non ero in grado di nascondere le mie paure, che agli occhi esterni risultavano ridicole e infantili, non mi restava che un'unica soluzione per sottrarmi all'umiliazione di mostrare agli altri le mie fragilità: dovevo restare nascosta il più possibile ed evitare i contatti con l'esterno. Se nessuno mi vedeva debole, spaventata e impaurita, di certo nessuno avrebbe riso di me.

 

Non ero ingrado di prevedere il fatto che nascondendomi al mondo non ci sarebbe nemmeno stato qualcuno che avrebbe potuto amarmi o aiutarmi a superare le mie debolezze.

 

 

 

 

 

 

Capitolo XIX

 

 

 

Nell’ultimo anno delle elementari una circostanza apparentemente fortunata finì col rivoltarmisi contro e fui io stessa a mettermi i bastoni tra le ruote.

 

La maestra di ginnastica aveva deciso che alla fine dell’anno avremmo eseguito una specie di balletto: pertanto si organizzò in grande stile procurandosi un brano di musica classica e mostrandoci dei passi di danza e tutta la coreografia da realizzare. Io ne ero molto contenta e fui subito presa dall’entusiasmo perché per me era di sicuro un’occasione più unica che rara. La cosa davvero fantastica era che bisognava obbligatoriamente indossare un tutù di tulle rosa, una calzamaglia rosa cipria e le scarpette ballerine.

 

Per tutti quegli anni avevo fatto l’ora di ginnastica indossando una tuta davvero orrenda e di scarso pregio, comprata in economia al mercato, perciò ero diventata lo sfottò delle compagne che avevano invece delle tute bellissime, di qualità, e delle marche più in voga. Avevo provato a bleffare dicendo a mia madre che quella certa marca e quel certo colore era stato obbligatoriamente richiesto dalla maestra, ma lei non ci cascò e una mattina si presentò in classe per chiedere spiegazioni, sbugiardandomi. Quella volta però era tutto vero: la maestra confermò che il tutù doveva essere quello, la calzamaglia e le scarpette pure e non c’erano santi a cui appellarsi. Mia madre fece una brutta faccia e dovette litigare a lungo con mio padre per farsi dare i soldi e infine, tra tanti tira e molla, io ebbi il mio equipaggiamento fatto come si deve e per la prima volta mi sentii come le altre bambine: nessuno poteva insultarmi, umiliarmi o escludermi, ero esattamente come loro. E dato che ormai diventare una brava ballerina dipendeva solo da me, ogni pomeriggio, dopo aver fatto i miei bravi compitini, indossavo il mio magnifico tutù rosa e provavo i passi fino allo sfinimento. I miei fratelli mi deridevano: "Ma cosa credi di fare? Sei scoordinata, ti muovi male, fai ridere i polli!" Mia madre non diceva niente, ma mi guardava lanciandomi delle occhiatacce piene di disprezzo, odio e rabbia. Ciò nonostante insistevo ossessivamente nei miei allenamenti. Volevo essere perfetta e poter dimostrare che anch’io potevo essere una bambina bella e aggraziata.

 

Qualche giorno prima del saggio accadde l’incredibile.

 

Mi presi l’influenza a fine Maggio, una cosa mai successa prima e neanche dopo, proprio la classica influenza con  febbre alta, tosse e mal di gola. Ovviamente non avrei potuto partecipare allo spettacolo e mi prese un’ansia terribile perché credevo che senza di me la coreografia non avrebbe funzionato, che neanche le altre avrebbero potuto ballare. Invece quando mia madre tornò dopo essere andata ad avvertire dell’inconveniente, mi disse che la maestra aveva minimizzato e la cosa non era affatto un problema. Ci rimasi malissimo e allora capii che la mia presenza non era indispensabile perchè occupavo un posto laterale e nessuno avrebbe notato la mancanza di una bambina. Restava comunque il mistero di come mai mi fossi presa quel malanno.

 

Ora, a distanza di quarant’anni credo proprio di essermi boicottata da sola per via dei sensi di colpa che provavo verso di lei.

 

Era stata infatti colpa mia se aveva dovuto litigare con mio padre per farsi dare i soldi per comprare il tutù rosa. Avevo dimostrato perciò di essere una bambina capricciosa e vanitosa, con l’insano desiderio di ballare ed esibirmi, ed avevo, per questo futile motivo, causato contrasto tra i miei genitori. In una famiglia in cui si osannavano i sacrifici, le umiliazioni e le sofferenze, era un peccato gravissimo provare entusiasmo e interesse per una cosa tanto frivola come il balletto. Pretendevo addirittura di apparire bella e aggraziata con il mio costumino di alta qualità, quando tutti loro, e persino mia madre, andavano in giro come straccioni.

 

Certo, lei non mi aveva apertamente rimproverato, e in un certo senso non avrebbe neanche potuto farlo perché in fondo si trattava pur sempre di un compito scolastico, ma i suoi sguardi di condanna, il suo atteggiamento irritato e sprezzante, mi avevano comunque fatto comprendere la gravità della mia colpa. E se c’era una cosa che proprio non ero in grado  sopportare era il fatto di saperla arrabbiata con me. Immediatamente mi scattava il terrore dell’abbandono, che era una condanna peggiore della morte. Sapevo cosa succedeva ai gatti che non erano graditi e temevo sempre di finire come loro, scaricata da un giorno all’altro in un posto lontano e sconosciuto. Sapevo che aveva il potere di lasciarmi dalle suore, insieme alle orfanelle, e tante volte avevo temuto che accadesse, quando me ne stavo ad aspettarla per ore prima che mi venisse a prendere. Ero terrorizzata al solo pensiero di fare qualcosa che lei disapprovasse e, giacchè avevo capito chiaramente che mi proibiva di ballare, prefeirii rinunciare alla mia felicità e alla mia realizzazione piuttosto che incorrere in punizioni insopportabili.

 

Il tutù rosa finì in uno scatolone in soffitta e sicuramente venne distrutto dai topi nel giro di poco tempo, ma io già non ci pensavo più. Avevo ormai capito che i bei vestiti e la danza erano cose che non potevo permettermi, uno di quei lussi da gente ricca che non dovevo neppure osare desiderare.

 

Con quello spiacevole episodio le scuole elementari erano finalmente terminate e io dissi addio alle suore tutte vestite di nero, al loro creatore invisibile puntiglioso e vendicativo, ai filmini sulle vite dei santi, alle splendide e crudeli bambine vip, a quell’istituto enorme, buio, vuoto e angosciante, e anche alla zia monaca che se ne stava sempre chiusa in sagrestia a disegnare mandala fioriti e intricati arabeschi. Non andai mai più a trovarla e del resto avevo capito che la cosa non le avrebbe neanche fatto piacere. Dieci anni più tardi mi arrivò la notizia della sua morte, quando aveva ormai superato la novantina, ma io a questo fatto che era morta non c’ho mai creduto. Nei miei pensieri lei è ancora lì che viaggia silenziosamente nella capsula spaziale della sagrestia, attraversando dimensioni senza tempo nell’attesa di trovare un pianeta dove potrà finalmente togliersi di dosso la sua tunica nera, bruciare tutte le carte con i disegni floreali e vivere serenamente quella vita che il nostro mondo non le aveva permesso di avere.

 

Alle medie fui iscritta nella scuola dove mio padre era preside, la qualcosa, se da una parte limitava la mia libertà e imponeva un preciso controllo, portava però anche degli innegabili e splendidi vantaggi.

 

Tutti i professori mi tenevano in debita considerazione, si interessavano a me, mi parlavano, ascoltavano quello che dicevo con attenzione e questa fu una cosa meravigliosa che mi fece sentire per la prima volta nella mia vita accolta e accettata. Alla fine della lezione mi chiedevano se avevo capito, di lunedì mi domandavano se avevo passato una buona domenica, e, cosa davvero incredibile, mi parlavano guardandomi sorridendomi e mostravano di apprezzare le mie risposte.

 

Mi trovai nell’insolita e piacevole situazione in cui degli adulti mi facevano delle domande mostrando curiosità e coinvolgimento per la mia persona, e perciò, per via della loro attenzione per me e del loro interesse, io finalmente sentivo di esistere nel mondo, di essere viva e presente. Riconoscevano la mia esistenza come individuo, come un essere dotato di pensieri propri e in virtù del fatto che qualcuno riconosceva la mia facoltà a pensare e ad esprimermi, io cominciavo a capire che la cosa era possibile, cioè che mi era permesso di esistere e che potevo affermare il mio diritto a vivere e ad avere il mio personale modo di essere.

 

La mia era una classe mista, e, poiché quella era una scuola pubblica, non c’erano solo bambini vip, snob e ricchi, ma anche quelli dei ceti sociali più bassi, per non dire che alcuni erano proprio dei poveracci. Grazie a questa fortunata circostanza evitai di sprofondare agli ultimi posti della scala sociale e le bambine vip dovettero per forza accettarmi come una di loro perchè mi trovavo comunque in una posizione privilegiata e di superiorità. Il mio senso di autostima e di fiducia in me stessa oltrepassò la soglia dello zero e cominciò a conoscere la scala dei numeri positivi. Una volta nell’ora di disegno realizzai col Das la statuina di un gatto seduto, dalla forma allungata e dalle orecchie appuntite come nello stile egiziano, lo dipinsi di blu elettrico e tutti lo guardavano con stupore e ammirazione. Fu un successone.

 

Ebbi il permesso di uscire di casa da sola e quando le lezioni finivano non dovevo stare delle ore ad aspettare mia madre che venisse a prendermi: la terrificante certezza che volesse abbandonarmi divenne solo un lontano ricordo. Con molta fatica ed estenuanti litigi con mio padre, riuscii infine a farmi comprare qualche vestitino come si deve: un paio di pantaloni viola, un vestito di ciniglia bordeaux, un maglioncino bianco simil-angora, una gonna beige con strisce verdi tipo scozzese. Buttai via gli stivaletti ortopedici di Frankenstein e ottenni un paio di meravigliose scarpette color ciclamino, degli stivaletti a tronchetto beige e in estate dei sandali viola di plastica lucida. Purtroppo quelle piccole conquiste suscitavano l’invidia e la gelosia di mia madre e mio fratello, che in seguito mi accusarono di aver circuito mio padre con i miei buoni voti e di averlo spinto a fare delle ingiustizie nei loro confronti. In realtà quando ottenevo quei risultati dopotutto modesti, mi sentivo sempre terribilmente in colpa e non riuscivo neppure a godermeli pienamente e serenamente. Da ultimo la spuntai persino nel comprare il mio primo disco: era un 45 giri che esibiva in copertina una sfrontato Rod Stewart con una chioma leonina mechata di biondo platino e dei pantaloni di pelle nera. Lo misi in bella mostra sullo scaffale dove tenevo i libri, mio padre strabuzzò gli occhi e disse con disappunto: "Ma cos’è questa roba, chi è questo degenerato?"

 

Ed era solo l’inizio, perché di lì a poco sarei passata a Bowie.

 

Tuttavia i tre anni delle medie scivolarono via in fretta, troppo in fretta per consentirmi di trovare un mio equilibrio stabile. Quando iniziai a frequentare il liceo classico mi trovai di nuovo in un ambiente ostile e difficile e non riuscii ad integrarmi, piombando ancora una una volta nell’isolamento. E ciò che accadde in quelle circostanze non fu solo un fallimento, ma un vero e proprio disastro.

 

 

 

 


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