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Il coraggio di volersi bene 8

di Amelia Parisi
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Pubblicato il 26/07/2021 18:00:47

 

 

 

 

                                 Il coraggio di volersi bene 8

 

Capitolo XX

Mio padre mi iscrisse al liceo classico quasi a mia insaputa. Quando a settembre furono riaperte le scuole, mi disse semplicemente di recarmi nell’edificio di piazza Michelangelo e farmi indicare dove fosse la classe denominata quarta ginnasio sezione G.

Nessuno mi aveva chiesto cosa volessi fare ed io non fui nemmeno informata del fatto che esistessero altri tipi di scuole, talmente era scontata la mia obbedienza nell' eseguire quello che mio padre decideva per me. Nella nostra famiglia nessuno poteva permettersi di pensare, né parlare, né mostrare di avere desideri o volontà proprie. Aveva deciso che avrei seguito le sue orme e sarei diventata insegnante di lettere, pertanto non era affatto necessario darmi delle informazioni su eventuali alternative. Era impensabile azzardarsi a fare qualcosa che non fosse già stato deciso e programmato da lui.

La mattina del primo giorno di scuola ebbi la precisa sensazione che le cose sarebbero andate male.

Mi ritrovai catapultata nello stesso ambiente snob ed esclusivo delle scuole elementari, con tutte le conseguenze del caso,infatti il liceo classico della mia città era una scuola frequentata per la maggior parte dai cosiddetti figli di papà e mi fu subito chiaro quello che mi aspettava. I ragazzi più grandi sfoggiavano moto appariscenti e rumorose, le ragazze erano curatissime e avevano dei vestiti favolosi, chi veniva accompagnato dai genitori scendeva da auto magnifiche, c’era la figlia di un noto avvocato che aveva la Ferrari, e le altre auto che si raccoglievano davanti all’ingresso non erano certo da meno.

A casa nostra avevamo solo una fiat 127 color ruggine che mio padre aveva comprato quando avevo otto anni, ma per fortuna io a scuola ci andavo sempre a piedi.

La mia classe si trovava all’ultimo piano, che era a tutti gli effetti un piccolo ammezzato, dove, oltre a quell’aula, c’era un bagno e lo stanzino dei bidelli con le scope e tutti gli attrezzi per la pulizia. Eravamo quattordici ragazze, e tranne un paio che venivano dai paesi nei dintorni, loro erano tutte ragazze vip.

Facevano una vita meravigliosa piena di viaggi, feste, divertimenti, vestiti eleganti, sport, shopping, cinema… e quella fantastica esistenza costellata di avvenimenti inimmaginabili nella mia realtà, me la sbattevano in faccia ogni giorno facendomi sentire un essere inferiore e indegno, una vera nullità. Io non avevo mai avventure da raccontare, per quanto mediocri e banali potessero essere, poiché nella mia vita non accadeva assolutamente nulla, ero solo un’insignificante stracciona e l’unica cosa su cui potevo contare era la mia intelligenza e bravura nello studio, perciò, siccome ognuno si arrangia come può, cercai di usare quello che avevo, senza rendermi conto che in questo modo non facevo che aumentare la distanza con le altre, le quali, ben lungi dall’ammirarmi, mi consideravano solo un’antipatica secchiona.

Vivevo in una vecchia casa squallida, sporca e disordinata, in compagnia di persone che non si amavano, che non provavano alcun entusiasmo per la vita e il mondo, in un ambiente in cui non esisteva nessuna gioia, nessuna ricerca della bellezza o della felicità, ma dove ognuno se ne stava ripiegato sul suo dolore e tutto ciò aveva impresso su di me un marchio di tristezza e rassegnazione che contrastava in modo eclatante con la vivacità e l'allegria delle mie coetanee. Ero totalmente sprovvista dei mezzi morali e materiali per potermi integrare e interagire con gli altri esseri umani e l'isolamento a cui la mia condizione mi stava conducendo era irrimediabile.

Ci fu poi la sfortunata coincidenza che proprio quell’anno mio padre andò in pensione e così, sfruttando anche la straordinaria somiglianza fisica che c’era con lui, decise che sarei diventata il suo alias e mi affibbiò l’ingrato compito di rappresentare la sua immagine pubblica. Di conseguenza dovevo necessariamente imitare i suoi comportamenti, non mi era assolutamente concesso di essere una ragazza della mia età ma dovevo piuttosto atteggiarmi a professore di lettere ultrasessantenne, impersonando la più inderogabile perfezione e  conformandomi completamente alle norme sociali. Di fatto mio padre mi stava derubando della mia stessa identità.

La cosa più spiacevole era che quando ci capitava di uscire insieme, lui non mancava mai di vantarsi con la gente dei miei successi scolastici, al che l’altro interlocutore prontamente rispondeva, a mò di complimento: "Ma certo che è brava, come potrebbe essere altrimenti visto che è figlia di cotanto padre?"

 

In pratica mi si diceva che io non valevo niente, non contavo niente, non ero io con il mio impegno e le mie capacità a prendere dei buoni voti, ma era mio padre che, attraverso di me, faceva la sua gran bella figura.

Questa cosa mi faceva imbestialire, ma ovviamente non potevo fare altro che stare zitta e chinare il capo.

 

Sin dal primo giorno di scuola cominciò quindi ad interessarsi a me in modo morboso e ossessivo, standomi sempre col fiato sul collo per sapere di interrogazioni, compiti in classe e professori. Proprio non voleva capirlo che lui con la scuola non aveva più niente a che fare, non voleva rassegnarsi al fatto che era finita, che di tutta la sua vita costruita in quell’ambiente non restava nulla, e allora per risolvere le cose senza affrontare il problema decise che era più comodo e facile intromettersi nella mia vita e succhiarmela come un vampiro. Quel giorno mi sottopose ad un serrato interrogatorio per sapere tutto nei minimi particolari e, siccome come compiti per casa dovevo imparare l’alfabeto greco, ogni cinque minuti veniva a chiedermene conto, e più faceva così più io rimandavo lo studio a dopo, allora ci fu la nostra prima furiosa litigata e finì che l’alfabeto lo imparai a memoria solo in tarda serata ma lo ricordo ancora alla perfezione e non lo dimenticherò mai, e se per caso dovesse venirmi l’Alzheimer io potrò anche scordarmi come mi chiamo ma quel maledetto alfabeto greco niente e nessuno potrà togliermelo dalla testa.

 

 

   

Capitolo XXI

 

Al ginnasio lo studio era pesante, tra greco e latino c'era tanta roba da mandare a memoria ma a me andava benissimo, era l'unica cosa che sapevo fare e mi risultava facile. I miei risultati scolastici raggiunsero i vertici storici, presi nove in italiano per via di un ottimo compito in classe sulle tecniche pubblicitarie e otto in chimica avendo fatto una strabiliante osservazione sul legame covalente degli atomi di ossigeno. Quando mio padre mi chiese che voti erano usciti sui quadri a fine anno, io mi vergognavo come una ladra e avevo persino paura di dirglielo, mi sembrava che ad essere brava, riuscire in qualcosa, fosse una specie di peccato d’orgoglio. Anche lui rimase sorpreso: "Davvero? Ma come hai fatto? Neanch’io sono mai riuscito a prendere tanto."

Il lato negativo della faccenda era che, essendo arrivata a quei livelli, non potevo più permettermi di scenderne al di sotto e le sue aspettative su di me aumentarono a dismisura. Ingenuamente io mi godevo i miei quindici minuti di gloria, senza poter immaginare le conseguenze nefaste della mia bravura. La voce dei miei successi si era sparsa in giro e a scuola mi avevano appioppato il nomignolo di piccolo genio, o genietto.

All’inizio del liceo cambiammo tutti i professori tranne quello di scienze che rimase con noi fino al diploma, e invero ci fu una grossa instabilità, con due o tre cambi all'anno. Per di più erano tutti dei gran fannulloni, nessuno aveva voglia di lavorare, le interrogazioni si facevano ogni morte di papa, i voti erano messi a casaccio e durante le lezioni si chiacchierava, si rideva, scherzava, spettegolava e si parlava di ogni possibile argomento. Si faceva cioè tutto tranne studiare, il che fu per me una vera tragedia perché se ero bravissima a imparare nozioni dai libri, di tutte quelle altre cose che si facevano nelle ore di lezione, non ero assolutamente capace e me ne stavo zitta e buona nel mio banchetto. Non sapevo partecipare alle conversazioni, non riuscivo ad intervenire per dire la mia e soprattutto, dato il mio stile di vita minimalista e ritirato, non avevo mai niente di interessante da raccontare. Restavo esclusa da tutto e un po’ alla volta sentivo che il mio entusiasmo e la mia partecipazione alla vita si spegneva sempre di più. Mi sembrava che stessi scivolando in un’altra dimensione, lontana da quella reale, da dove osservavo gli altri e me stessa come si può guardare una fiction televisiva, e per giunta di quella fiction non m'importava assolutamente nulla, mi sentivo costretta a seguirla senza provare emozioni, interessi, o sentimenti. Scrutavo con distacco la vita di qualcuno che non ero io con la stessa freddezza con cui un ricercatore potrebbe osservare attraverso un microscopio la riproduzione dei batteri messi in coltura su un vetrino e intanto mi chiedevo: "Ma io quand'è che comincio a vivere?"

Mentre mi trovavo in questo strano stato d’animo, accaddero degli eventi spiacevoli che fecero lentamente ma inesorabilmente, precipitare la situazione.

La mia bellissima gattina Chicca scomparve nel nulla da un giorno all’altro. Chiesi a mio padre se ne sapesse qualcosa e lui giurò di non averla toccata. La cercai dappertutto ma non la trovai né viva né morta. Forse era uscita in strada ed era stata investita o assalita da un cane o era rimasta incastrata da qualche parte senza poter uscire, o qualcuno l’aveva catturata. Non seppi mai cosa le fosse successo e ne fui molto rattristata perché non avevo mai avuto un gatto tanto buono, intelligente, dolce e affezionato.

Nello stesso periodo morì mia nonna Luisa, che era la moglie di don Carlo e viveva da sempre con noi. Dopo la morte del marito si era chiusa nella sua stanza e non ne usciva più, adducendo il pretesto di avere le gambe deboli e doloranti. Forse aveva semplicemente paura che, non essendo più spalleggiata dal marito, nessuno l’avrebbe rispettata o tenuta in debita considerazione. Anche lei, contagiata dalla famiglia Parisi, si era chiusa in una sorta di esilio volontario. Si spostava perciò solo dal letto alla scrivania, dove si metteva a sedere per ascoltare la radio e guardare la gente che passava in strada. A volte si infuriava come una pazza senza motivo e allora mandava a tutti maledizioni di ogni sorta e augurava i peggiori guai che potessero capitare, oppure si metteva rabbiosamente a recitare il rosario, interrompendosi a tratti per esclamare, collerica ed esagitata: "C’adda pensà Gesù Cristo a punirvi! Gesù Cristo è lungariello ma nun è scurdariello!"

Mia madre non andava mai a trovarla e in quella stanza non c’entrava per niente al mondo. Credo che avesse persino scordato che aspetto aveva, ma a me sembrava che nemmeno invecchiava più e, anno dopo anno, quando aveva addirittura superato i novanta, mi convinsi che aveva raggiunto l’immortalità e non sarebbe mai scomparsa nel nulla come era successo al nonno. Quando ero bambina lei era l’unica persona che mi raccontava le favole mentre mia madre invece non l’ha mai fatto neanche una sola volta. Ed erano favole strane e misteriose, popolate da streghe, castelli, cavalli e carrozze, principi e principesse, orchi, animali parlanti, fatine buone, magie e incantesimi.

Nelle sere d’inverno, mentre aspettavo che fosse pronta la cena, andavo ad appoggiarmi ad un angolo della sua scrivania a leggere dei libri: l’edizione integrale dei promessi sposi, il diario di Anna Frank, buona parte delle opere di Verga e Pirandello. Altre volte mi portavo il blocco dei fogli bianchi, la scatola dei pastelli e mi mettevo a disegnare.

Quando ci fu la colossale nevicata dell’inverno dell’85, nel giro di una settimana diventò sempre più debole e pallida finchè una mattina non riuscì neanche ad alzarsi dal letto e dopo un po’ si addormentò di nuovo.

Nessuno mostrò il minimo segno di dispiacere, mia madre si occupò di sbrigare tutte le pratiche burocratiche e il funerale fu fatto in fretta e furia senza tante formalità anche perché con tutta quella neve era difficile spostarsi fuori casa. Rimasi letteralmente shockata dell’assoluta indifferenza e impassibilità con cui fu affrontata la cosa, tutti si comportavano come se non fosse successo niente di importante, e naturalmente per non destare sospetti, anch’io dovetti adeguarmi alla situazione. Nemmeno la morte era in grado di rompere le regole familiari di assoluto distacco emotivo nei confronti di qualsiasi avvenimento. Nessuno, per nessun motivo e in nessuna circostanza poteva permettersi di dimostrare di avere dei sentimenti, il controllo e l’indifferenza dovevano essere assoluti anche perché, semmai una qualsiasi emozione fosse stata portata alla luce, il coperchio che chiudeva la pentola a pressione sarebbe saltato e nell’esprimere apertamente tutto il rancore, l’odio, la rabbia che ognuno si portava dentro, probabilmente avremmo finito con l’ucciderci l’uno con l’altro.

Risolto dunque quell'inconveniente, si tornò subito alla normalità della vita quotidiana, anche se in realtà io sentivo una strana atmosfera nell’aria, direi il classico senso di silenziosa tensione della quiete prima della tempesta. Da lì a poco infatti, la mia vita sarebbe completamente cambiata e, senza rendermene conto, avrei imboccato una strada che mi avrebbe portato molto lontano dalla normale esistenza degli esseri umani. Sarei finita in quel territorio strano e desolato, descritto da Theodor Geisel nella sua poesia dell’attesa, fuori dal tempo e dalla dimensione dell’esistenza umana, e lì sarei rimasta ad aspettare per sempre ciò che non sarebbe accaduto mai.

“Osi stare fuori osi entrare, quanto puoi perdere, quanto puoi guadagnare.
E se entri gireresti a sinistra o a destra,o a destra e tre quarti.Forse non così lesta.
Potresti confonderti al punto da iniziare una volata, a rotta di collo per una strada dirupata.
E sfacchinerai per miglia attraverso una strana area disabitata, dirigendoti temo verso una zona desolata.
Quella dell’attesa incondizionata. Per gente che attende…
Attende che un treno parta
O che un autobus arrivi,
O che un aereo parta
O che la posta arrivi,
O che la pioggia smetta
O che il telefono squilli,
O che la neve cada in fretta
In attesa di una frase detta…
O di un filo di lustrini
O di un paio di pantaloni
O di una parrucca coi ricciolini
O di altre occasioni.”

  

  

Capitolo XXII

 

Al di fuori dell’ambiente scolastico frequentavo un gruppo di tre o quattro ragazzine con le quali uscivo nel tardo pomeriggio dopo i compiti, oppure la domenica e nei giorni di vacanza. Anche con loro stentavo a farmi valere e l'unico motivo per cui mi rivolgevano la parola era per chiedere consigli nello studio, farsi correggere le versioni di latino o cose del genere. Inaspettatamente, in quel periodo una di loro cominciò ad interessarsi a me in modo del tutto nuovo. Sembrava trovarmi simpatica e che le piacesse stare in mia compagnia, mi chiamava al telefono per parlare del più e del meno, mi conservava i ritagli di giornale che parlavano di Bowie, che io, da brava fan, collezionavo con religiosa devozione, veniva spesso a trovarmi a casa e sembrava tenermi in grande considerazione. Ero piacevolmente sorpresa dalla novità: finalmente avevo un’amica che  cercava la mia compagnia senza che io dovessi implorare attenzione e sembrava considerarmi una persona piacevole, con caratteristiche e qualità, diciamo così, umane. Finalmente non ero solo un noioso dizionario di latino o un cervellotico testo di chimica, ero una ragazza come le altre, capace di essere allegra e spensierata come ci si aspettava che dovessi essere alla mia età.

Capitava allora che quando nel pomeriggio veniva a casa mia per passare del tempo con me, al momento di andare via chiedeva gentilmente a mio fratello di accompagnarla, perchè nel frattempo si era fatto buio e aveva paura a rincasare da sola.
Stranamente, benchè lei abitasse nello stesso quartiere e la cosa richiedesse una decina di minuti al massimo, mio fratello ci metteva almeno un’ora a tornare a casa.
Era chiaro che tra i due succedeva qualcosa, e in verità non ne ero affatto infastidita, mi seccava soltanto che nessuno di loro me lo dicesse.

Dopo un pò  la relazione finì bruscamente, si sa come vanno queste cose quando si è giovani, basta una sciocchezza  per innescare un litigo mortale. Si erano lasciati, e credo proprio in malo modo.

Ovviamente lei non venne più a casa mia, ma si negava anche al telefono dove rispondeva sempre la madre dicendo che era andata a stare da certi parenti. Non si fece vedere nella nostra compagnia per un paio di mesi e quando tornò non mi rivolse mai più la parola evitandomi come la peste.

Io ci rimasi malissimo e mi ripetevo di continuo: "Lo vedi come sei stupida? Credevi davvero che qualcuno potesse volerti bene? La verità è che non piaci a nessuno e resterai per sempre sola."

Certo, a tutti capita prima o poi di avere una delusione nelle amicizie, ma per me la cosa fu particolarmente grave perchè rinforzava la mia convinzione di non valere niente e di non poter neppure sperare di ottenere l'affetto di qualcuno.

Intanto a scuola le materie scientifiche erano rimaste le sole da poter continuare a studiare seriamente, un fatto un pò paradossale per un liceo classico, ma ciò fu dovuto alla circostanza che l’unico elemento stabile in quell‘interminabile carosello di supplenti e precari, era il professore di scienze, che rimase con noi fino alla maturità. Lui era tutto ciò che restava della mia possibilità di farmi tenere in considerazione da qualcuno, e se il mio mondo era andato in pezzi quello era il solo pezzettino su cui riuscivo ancora a stare in piedi, sebbene in un equilibrio molto malfermo.


Ero arrivata ormai all’età di sedici anni e tra noi ragazze a quell’età si cresceva e ci si trasformava molto rapidamente. In particolare Milena, una delle più accreditate ragazze vip, cambiò totalmente il suo aspetto nel giro di pochi mesi. Indossava favolosi vestiti all’ultima moda e di uno stile originalissimo, impossibili da trovare in una piccola città di provincia come la nostra, e infatti lei li comprava a Roma, dove andava spesso nel fine settimana o in altre occasioni perché suo padre era un pezzo grosso e aveva lì degli affari da sbrigare nonché amicizie importanti da coltivare. Le capitava spesso di partecipare a feste esclusive, dove poteva incontrare il bel mondo della capitale e non mancava mai di fare il resoconto delle sue strabilianti avventure. Una volta lasciò tutte stupite ed ammirate perché aveva conosciuto personalmente un noto calciatore della Juventus, a quei tempi molto in voga. Era peraltro una ragazza disinvolta, spigliata, disponibile, che riusciva facilmente a parlare con la gente ed era molto sicura di sé, credo proprio per via del fatto che aveva tutte quelle possibilità e uno stile di vita decisamente interessante.

Un po’ alla volta cominciò a curare il proprio aspetto e a truccarsi, cosa che era ancora pressochè sconosciuta tra le ragazze della mia classe e che la faceva sembrare più grande della sua età. Del resto era già bella di per sè e non si riusciva a trovarle un difetto neanche a guardarla con la lente d’ingrandimento. Era corteggiatissima e aveva tutti i ragazzi ai suoi piedi. Al suo confronto mi sentivo una vera nullità ed era purtroppo un confronto che ero costretta a fare ogni giorno della mia esistenza.

Il professore di scienze non mancò di notare la trasformazione e in breve si invaghì perdutamente di lei, senza fare nulla per nasconderlo. Le lezioni erano diventate un dialogo a due: si rivolgeva solo a lei, parlava solo con lei e tutto il resto della classe sembrava essere scomparso.

Milena da parte sua ricambiava le attenzioni perché era molto fiera e orgogliosa di aver conquistato un uomo adulto e la cosa divenne così evidente e fastidiosa che persino le altre ragazze se ne lamentarono e cominciarono a rimproverarle il suo atteggiamento seduttivo:

“Ma la vuoi smettere di fargli gli occhi dolci? Vuoi finirla di fare la smorfiosa? Quello ormai non ci considera più, parla solo con te, sembra che state facendo una lezione privata.”

E lei rispondeva facendo spallucce: “Beh, ma io che posso farci se sono bella? Non lo faccio mica apposta, se lui mi pianta gli occhi addosso non è che posso nascondermi.”

“Ma tu ti trucchi proprio per farti guardare, per attirare l’attenzione, ti piace che stia a parlare solo con te.”

“E che c’è di male a truccarsi? Fatelo anche voi, provate anche voi ad attirare l’attenzione e risolviamo tutto.”

 

Dopo un po’ le altre ragazze lasciarono perdere e finirono con l’accettare la situazione: dopotutto avevano le loro feste, i loro divertimenti, quasi tutte avevano già un ragazzo, e al di là del fastidio iniziale, per loro la cosa non era poi tanto importante.

Io invece mi ritrovai del tutto spiazzata e senza punti di riferimento, non c’era più nulla che potessi fare per ottenere un minimo di apprezzamento e di riconoscimento dalla società. Quello stesso professore che un anno prima mi aveva messo otto in chimica, se durante la lezione alzavo il ditino e provavo a fare una domanda o un’osservazione, mi lanciava un’occhiataccia sprezzante intimandomi di non interromperlo mentre parlava, e subito riprendeva a guardare incantato la bellissima Milena, l’unica che avesse il permesso di interloquire con lui. Non c’era niente da fare, di fronte alla bellezza qualsiasi tentativo di tenersi al passo in altro modo era destinato a fallire.

Mi resi conto allora che studiare e impegnarsi non serviva affatto a raggiungere delle mete, come avevo sempre creduto fino a quel momento e come mi era sempre stato detto dai miei genitori. L’intelligenza era solo un optional non indispensabile e la vita reale richiedeva ben altre qualità che io non possedevo per nulla e che mi erano del tutto sconosciute. Le persone sembravano muoversi e agire secondo codici che erano per me indecifrabili.

Di sicuro non avrei mai conquistato nessun uomo tenendo un discorso sul legame covalente degli atomi di ossigeno, perché nella vita reale nessun uomo è interessato a sapere come interferiscono tra loro gli elettroni liberi degli orbitali esterni di un atomo, quanto piuttosto è interessato alla bellezza, alla simpatia, all’essere spigliate e disinvolte, tutte cose che non venivano insegnate a scuola e non si potevano imparare dai libri di testo.

 

Intorno a me c’era il vuoto assoluto, un deserto senza alcuna indicazione. I Parisi per tradizione non sapevano nulla di quelle faccende e non gli interessava neanche saperle, loro erano tutte persone serie e quelle erano solo stupidaggini, inezie, bazzecole senza importanza, la vita consisteva nel fare il proprio dovere, lavorare, sposarsi, fare figli, rispettare le regole della società e comportarsi da bravi burattini seri e tristi, come lo erano i miei genitori, come lo erano stati i miei nonni e tutti quelli prima di loro. Pur essendo consapevole di essere nata in quella famiglia, il loro stile di vita mi faceva orrore, io volevo essere diversa e avere una vita diversa, purtroppo non avevo la più pallida idea di come fare e non potevo chiedere aiuto a nessuno.

Il mio malessere diventava sempre più insopportabile e ogni giorno, a scuola, mi trovavo catapultata in quel mondo in cui non sapevo più vivere, costretta a sopportare l'umiliazione della mia incapacità di esistere, di non poter essere come tutti quelli che erano intorno a me e la cosa peggiore era non poter condividere con nessuno il mio tormento e non ricevere il minimo conforto.

Infatti, nonostante tutta la sofferenza, lo smarrimento e la confusione che sentivo dentro, dovevo assolutamente tenere nascosto il mio stato d’animo e continuare a fare finta che andasse tutto e bene e fosse tutto a posto, perché questa era un’altra di quelle regole da rispettare, nella nostra famiglia ufficialmente non c’era mai nessun problema ed eravamo tutti felici e tranquilli. Quando mia sorella qualche anno prima aveva osato dire di essere infelice e insoddisfatta, mio padre l’aveva sbranata e avrebbe fatto lo stesso con me, perciò potevo solo stringere i denti e andare avanti come se nulla fosse.

Tuttavia non ci riuscivo. Proprio non riuscivo ad adeguarmi alle regole familiari come avevano fatto tutti, un po’ per volta, garantendosi quanto meno una tranquilla sopravvivenza. Sentivo dentro di me un profondo senso di ingiustizia, la consapevolezza che c'era qualcosa di sbagliato a cui non sapevo arrendermi, avevo un senso di rabbia, ribellione e protesta che non riuscivo a soffocare.

Non potevo accettare che la vita fosse quel sistema di obbedienza e sottomissione che mi veniva imposto. Non potevo accettare l'assoluta reciproca solitudine in cui eravamo costretti a vivere nè l'impossibilità di condividere esperienze e sentimenti. Così, nonostante tutti i miei sforzi, e nonostante fossi consapevole delle terribili conseguenze che avrei avuto se non avessi seguito le regole, il mio tentativo di adattarmi a quella realtà crollò miseramente, con conseguenze disastrose che determinarono tutto il successivo corso della mia vita.

 


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