:: Pagina iniziale | Autenticati | Registrati | Tutti gli autori | Biografie | Ricerca | Altri siti ::  :: Chi siamo | Contatti ::
:: Poesia | Aforismi | Prosa/Narrativa | Pensieri | Articoli | Saggi | Eventi | Autori proposti | Video proposti | 4 mani  ::
:: Poesia della settimana | Recensioni | Interviste | Libri liberi [eBook] | I libri vagabondi [book crossing] ::  :: Commenti dei lettori ::
 

Ogni lettore, quando legge, legge se stesso. L'opera dello scrittore è soltanto una specie di strumento ottico che egli offre al lettore per permettergli di discernere quello che, senza libro, non avrebbe forse visto in se stesso. (da "Il tempo ritrovato" - Marcel Proust)

Il coraggio di volersi bene 9

di Amelia Parisi
[ biografia | pagina personale | scrivi all'autore ]


[ Raccogli tutti i testi in prosa dell'autore in una sola pagina ]

« indietro | stampa | invia ad un amico »
# 0 commenti: Leggi | Commenta » | commenta con il testo a fronte »




Pubblicato il 26/07/2021 18:03:15

 

 

 

                                Il coraggio di volersi bene 9

 

 

Capitolo XXIII

 

 

Era la fine di febbraio quando mi presi l’influenza, nel bel mezzo dell’anno scolastico del secondo liceo. Dopo una settimana il mal di gola e la febbre non erano ancora andati via e quando si arrivò a dieci giorni d’assenza mio padre cominciò a preoccuparsi e ad angosciarsi: i compiti in classe, le interrogazioni… non si poteva più aspettare oltre. Fui visitata da un paio di medici, nessuno dei quali seppe fare una diagnosi, e invero, nei mesi che seguirono, nonostante altre visite, analisi e indagini d’ogni tipo non si riuscì a trovare nessuna causa e nessuna spiegazione.  Mi riempirono però di antibiotici, pensando che, qualunque eventuale infezione ci fosse in corso, almeno si poteva stare tranquilli che le cose non si sarebbero complicate. Solo negli ultimi anni sono riuscita a decifrare il mistero e a capire che si trattava di una febbre nervosa, dovuta a quel mio particolare stato di conflitto interiore, e che il bruciore che sentivo alla gola era causato dal reflusso gastrico, probabilmente un disturbo ereditario, visto che anche mio padre aveva sempre avuto questo fastidio, che peggiorava quando era in forte stato di stress e che poi lo portò ad ammalarsi di cancro. Ho potuto capirlo con assoluta certezza solo negli ultimi anni, quando mi è capitato di avere di nuovo lo stesso problema e finalmente si è giunti ad inquadrare il disturbo per quello che era.

 
In quell'occasione tuttavia, per quanto ciò possa sembrare strano, nessuno dei medici che mi visitò riuscì a capire di cosa si trattasse.

Non potendo sapere che malattia avevo, cominciai ad essere angosciata da tutta una serie di paure che si ricollegavano a quanto mia madre mi ripeteva in continuazione da bambina: "Tu non puoi uscire sennò ti ammali, sei debole, sei difettosa, sei di una razza inferiore, non sei come me o i tuoi fratelli, noi siamo forti e resistenti ma tu devi stare attenta, che ti ammali e muori."

Mi convinsi fermamente che se fossi uscita di casa quella strana e misteriosa malattia sarebbe peggiorata fino a farmi morire e, proprio perché ossessionata da questa paura, mi rifiutavo anche di andare a scuola. Mi sentivo debole e indifesa, esposta a mille pericoli, e in realtà, tutta la storia della malattia e la paura di morire era una metafora dell'angoscia che provavo a trovarmi in un mondo in cui non sapevo minimamente come muovermi e comportarmi. La paura di morire era dunque reale, ma non era riferita alla morte fisica, bensì al pericolo mortale che correva la mia mente fragile e vacillante nel doversi confrontare con il pericoloso mondo esterno.

Passato un certo numero di giorni, mio padre sbroccò del tutto, fu preso da un’ansia incontenibile e gridava come un invasato che dovevo ad ogni costo riprendere la frequenza scolastica altrimenti c’era il rischio che i miei voti sarebbero crollati o, addirittura, potevo essere bocciata. Elaborò perciò un piano d’azione che secondo lui avrebbe dovuto aggirare il problema. Mi avrebbe accompagnato a scuola in macchina, sia all’andata che al ritorno, in modo che sarei stata al riparo dal freddo e quant’altro, poi, siccome in classe c’era il riscaldamento, non avrebbe fatto alcuna differenza per me stare lì o a casa, e sebbene continuavo a stare male, la mia condizione non era così grave da impedirmi di seguire le lezioni.

Nessuno si preoccupò minimamente della mia salute né del fatto che non uscivo nemmeno per incontrare le mie amiche, circostanza che mi aveva portato al totale isolamento sociale.

Usando l'alibi della malattia, potevo infatti evitare  quelle situazioni che per me erano spaventose e ingestibili, ma non si poteva certo pensare che nascondendomi in casa si sarebbero risolte da sole, tuttavia nessuno si rese conto di quello che stava succedendo e di quanto grave fosse diventata la cosa.

Ciò che davvero contava era che andassi a scuola e mi comportassi da studente modello, per tutto il resto la mia vita non aveva alcuna importanza e io come persona non esistevo nemmeno. Tuttavia la soluzione che aveva trovato mio padre non portò ai risultati sperati perché io in classe ero comunque assente a tutti gli effetti: avevo difficoltà a concentrarmi, ero ossessionata dalla mia strana infermità e non riuscivo a pensare ad altro, ero sempre molto stanca e i miei voti cominciarono a calare.

Arrivai all’estate in un grande clima di tensione, preoccupazione e smarrimento, ma speravo che in quei mesi le cose sarebbero migliorate. Trascorsi le vacanze chiusa in casa, sempre con l’ossessione della malattia, passando da un medico all’altro e aspettandomi che qualcuno avrebbe finalmente capito cosa avevo e mi avrebbe fatto guarire.

A nessuno venne in mente che quello che mi faceva stare male non aveva niente a che fare con una malattia fisica e io stessa riuscii a rendermene conto solo diversi anni dopo.

Quando cominciò l’anno scolastico, quello che per me sarebbe stato il terzo liceo con l’esame finale per il diploma, le cose peggiorarono in modo drastico.

Ero ormai del tutto estraniata da quanto mi era intorno, non riuscivo a capire niente di ciò che leggevo sui libri né delle lezioni che si tenevano in classe, mi sembrava di vedere il mondo da una prospettiva lontana, attraverso un obiettivo deformato e appannato. Mi davano molto fastidio i rumori, il movimento delle persone, la luce. La realtà delle cose era diventata strana e incomprensibile, tutto sembrava frammentato e senza senso. Vivevo in uno stato di angosciante smarrimento: non riuscivo più a mettere insieme gli elementi per dare un significato a ciò che mi stava intorno, mi sentivo persa nel vuoto, senza alcuna possibilità di comunicare con gli altri e tanto meno di poter chiedere aiuto. In classe me ne stavo nel mio banchetto inerte e pietrificata come una statua di marmo, senza muovermi di un millimetro, senza dire una parola, e dopo un po’ i professori rinunciarono del tutto a interrogarmi visto che comunque non rispondevo mai. Incredibilmente persino quando ero arrivata a quel punto nessuno si accorse del mio stato di sofferenza, nessuno mi chiedeva come stavo o cosa mi fosse successo. Ero diventata invisibile, e se neppure si notava la mia assenza, voleva dire che già da prima era come se non ci fossi mai stata. I miei voti precipitarono sotto la sufficienza, anzi qualcuno disse anche che, data la situazione, sarebbe stato difficile ammettermi agli esami.

Mio padre mi aveva ormai dichiarato guerra. Urlava e sbraitava in continuazione ed ogni mattina mi faceva il trattamento standard, vale a dire che mi svegliava aprendo completamente la finestra, sollevava un lato del letto rovesciandolo e facendomi cadere a terra, mi strappava di dosso coperte e lenzuola e ordinava a mia madre di vestirmi e lei lo faceva esattamente come lo si fa con un bambino di tre anni che deve andare all’asilo, poichè io me ne restavo lì immobile in stato catatonico. Nel tragitto in auto per accompagnarmi a scuola imprecava di continuo riempiendomi di insulti e rimproveri e quindi mi portava  in classe, da cui sapeva che non potevo uscire fino a quando sarebbe venuto a riprendermi.

La domenica avevo il permesso di restare a dormire fino a tardi, però quel giorno c’era il trattamento speciale.

A un certo punto della mattina lui si sedeva su un lato del letto e cominciava a dirmi le cose più terribili che si possano immaginare:

“Tu la devi smettere di comportarti in questo modo, devi assolutamente riprendere a studiare e portare buoni voti, devi essere la prima della classe, ma ti rendi conto di che figura mi fai fare? Cosa pensa adesso la gente? Guarda che se continui così io ti tolgo dalla scuola e aspetto solo che fai diciotto anni e poi ti butto fuori di casa, tu non puoi fare parte della famiglia, non puoi essere mia figlia. Una figlia che non studia è come se fosse morta, ma che sei nata a fare? La tua nascita è stata uno sbaglio. Sei una figlia indegna e inutile. Andrai a fare la commessa all’Upim, oppure la sartina o la cameriera o finirai a lavare le scale in un portone. Tu devi fare quello che dico io e devi portare alto il mio nome, sennò puoi fare la sguattera, la serva o puoi anche morire di fame, non me ne importa niente di quello che ti succede.”

E mi faceva sempre questo discorso nel quale per me c’era un solo destino da seguire e se mi fossi ribbellata la mia esistenza sarebbe stata cancellata.

Io mi nascondevo nelle coperte, me ne stavo zitta e ferma e mi ripetevo:

“Questa non sono io, questa non è la mia vita, quello non è mio padre, tutto questo non è reale, tutto questo non esiste, non è vero, io non ci sono, non sono io, non è vero, sto sognando, non è la mia vita, non sono io, io non esisto.”

Nel giro di un paio di mesi di questo trattamento non riuscivo più a mangiare e cominciai a dimagrire in modo preoccupante. Qualcuno disse che si trattava di anoressia e mi portarono da una psicologa che fece qualche seduta insieme ai miei genitori. Mia madre veniva solo per obbligo di presenza, era molto imbarazzata, teneva la testa bassa e non diceva niente, io rispondevo a monosillabi, mio padre invece parlava molto e, con i suoi modi gentili ed educati, cercava disperatamente di mantenere una parvenza di normalità. La psicologa insisteva con la storia dell’anoressia, a casa cominciarono a costringermi a mangiare a forza ma ovviamente non ci fu nessun risultato e le mie condizioni continuavano a peggiorare. A quel punto la psicologa disse l’unica cosa buona di cui fu capace, e cioè che dovevano lasciarmi in pace, non dovevano più rimproverarmi, né forzarmi a fare niente e nemmeno rivolgermi la parola, tanto era tutto inutile. Sembrava che ci si dovesse rassegnare al fatto che ero pazza e probabilmente sarei finita in una clinica.

Ci furono circa 7/10 giorni di silenzio assoluto, poi, inaspettatamente, fui io che cominciai ad urlare e sbraitare, ad attaccare e rimproverare, accusare, imprecare, criticare, biasimare, minacciare, e così io e mio padre passavamo le giornate a litigare nel modo più violento possibile, solo nel senso verbale della situazione però, e per fortuna non venimmo mai alle mani sennò ci saremmo sfasciati addosso tutto l’arredamento, compresi gli enormi e ingombranti mobili antichi dei nonni.

Gli rimproverai tutta la violenza, la tirannia, la povertà che ci aveva imposto, i sacrifici assurdi che ci aveva fatto fare, i gatti che aveva ucciso, le botte che aveva dato a mia madre, le sue regole severe e insensate e tutto quello che era successo a casa nostra negli ultimi dieci anni.

E di cose da dire ce n’erano tante, anche perché nella nostra famiglia nessuno aveva mai osato parlare.


 

 

Capitolo XXIV

 

In quella feroce battaglia, la cosa che mi meravigliò di più  e mi lasciò molto delusa fu il fatto di trovarmi completamente sola, senza alcun appoggio da parte di mia madre o dei miei fratelli. Semplicemente giravano la testa dall’altra parte o, al limite, davano ragione a mio padre, e ne rimasi del tutto spiazzata: sapevo quanti soprusi e violenze avessero subito anche loro e quella sarebbe stata l’occasione giusta per tirar fuori le lamentele.

Quando molti anni dopo chiesi spiegazioni di quel comportamento, mia madre, che conosceva benissimo il trattamento a cui venivo sottoposta e ne era addirittura complice quando la mattina mi preparava forzatamente per la scuola, si giustificò dicendo: "Ma tuo padre aveva ragione e faceva bene, tu non volevi studiare e lui si preoccupava per te, ha fatto solo quello che ogni buon padre avrebbe dovuto fare, perché mai dovevo intervenire, lui aveva perfettamente ragione, nessuno avrebbe potuto rimproverargli niente."

Mio fratello, in modo molto più cinico, ma almeno più sincero, disse: "E c’è bisogno di chiederlo? In situazioni del genere bisogna schierarsi dalla parte del più forte, e papà aveva i soldi e il potere, logicamente mi conveniva appoggiare lui. Tu cosa potevi darmi in cambio? Cosa ci avrei guadagnato a stare dalla tua parte? Sarei stato anch’io punito e rimproverato, e per cosa poi? Ognuno deve pensare solo a se stesso e agire in base alla sua convenienza, è così che funziona il mondo. Solo una cretina come te ancora non l’ha capito."

Al di là di tutte le recriminazioni e i rimproveri, cominciai anche a fare delle proposte per risolvere delle situazioni che mi davano molto disagio e cioè chiesi di stabilire una paghetta mensile e di poter avere una stanza tutta per me. Infatti, a parte mia sorella che lavorava e aveva il suo stipendio, né io né mio fratello avevamo mai un soldo in tasca e se pure dovevamo comprare un pacchetto di gomme dovevamo fare una supplica infinita per ottenere gli spiccioletti da mio padre. A furia di litigare ottenni infine per entrambi il favoloso e incredibile risultato di uno stipendio di centomila lire al mese, che tutto sommato per quei tempi non era neanche poco.

Ero arrivata alla soglia dei diciott’anni senza avere la mia stanza privata. Studiavo su un vecchio tavolino pieghevole messo in una stanza di passaggio e dormivo nella stessa camera da letto dei miei genitori, dove c'era anche mio fratello. Sembrava di stare in un dormitorio, si poteva a stento passare tra un letto e l’altro e ovviamente non si aveva un minimo di privacy. Era una delle tante situazioni assurde e paradossali della nostra famiglia: di stanze ce n’erano tante, ma in quella casa vecchia di sessant’anni e mai ristrutturata erano tutte messe male, con gli infissi sbrindellati, il pavimento rotto, l’intonaco che si staccava dalle pareti, e quel taccagno di mio padre non aveva mai speso un lira per riparare qualcosa. Il fatto poi di comprare dei nuovi mobili per i figli era considerato un’eresia.

Ci fu un'altra battaglia all’ultimo sangue, ma alla fine mi ritrovai con la mia stanzetta privata in cui finalmente avevo persino il privilegio di potermi chiudere a chiave. Sul pavimento era stato messo il linoleum, la finestra era stata riparata e verniciata, le pareti stuccate e pitturate di una delicata tonalità lavanda, avevo scelto dei luminosi mobili bianchi, avevo il mio armadio personale e la mia scrivania. Per amor di giustizia anche mio fratello ottenne la sua cameretta, per quanto venne  sistemata in modo più economico e raffazzonato, e in quell’occasione lui scoprì che nella vita esisteva un meraviglioso stratagemma con il quale se si voleva qualcosa si poteva anche ottenerlo senza correre pericoli. Bastava infatti spingere qualcuno a chiederlo per te e dopo, se tutto fosse andato liscio, arraffare subito i risultati, tanto se le cose andavano storte le conseguenze le pagava solo chi si era esposto.

Ad ogni modo i risultati raggiunti erano qualcosa di assolutamente incredibile nella storia della nostra famiglia. Mio padre in un certo senso mi aveva dato ragione almeno su alcune cose, aveva ammesso la necessità di alcuni cambiamenti e riconosciuto i suoi errori nella gestione familiare. Sembrava impossibile che una cosa del genere potesse mai accadere ma era accaduta, e tutto ciò ebbe su di me degli effetti molto positivi, sia perché potevo rifugiarmi nella tranquillità della mia bella cameretta, sia perché ero orgogliosa e soddisfatta di quelle conquiste. Piano piano i miei sintomi patologici cominciarono a guarire spontaneamente.

Lentamente, ricominciai a mangiare in modo normale, e la realtà delle cose diventò meno confusa e spaventosa. La mattina mi alzavo da sola, mi preparavo e andavo a scuola con le mie gambe, il trattamento standard e speciale erano finiti e spontaneamente mi rimisi a studiare. Mancavano tre mesi agli esami e non fu facile recuperare tutto quanto avevo perso. Nelle pagelle di metà anno scolastico avevo avuto la sufficienza necessaria all'ammissione e, considerandolo un atto di affetto e fiducia da parte dei professori, volevo ricambiare il favore dimostrando impegno e buona volontà, così mi feci interrogare in tutte le materie. Quando fu la volta del professore di scienze però, si verificò una situazione molto spiacevole e solo allora capii che in sostanza era stato mio padre ad intervenire presso i professori affinchè non perdessi l’anno e non si era trattato per nulla di gesto di comprensione per le mie difficoltà. Infatti, delle mie difficoltà non si era accorto nessuno.

Alla mia richiesta di conferire con lui il professore, con mia grande sorpresa, rispose in modo sprezzante e sarcastico:

“No guarda, oggi non è il caso, non sto a comodo. Dal momento che io ho aspettato tanto per avere l’onore di parlare con te, ora è il tuo turno di aspettare. E sappi che quando c’è stato il consiglio dei professori io non volevo metterti la sufficienza, sono stato costretto perché gli altri erano tutti d'accordo e qualcuno faceva pressioni, ma a me questo modo di fare non mi va a genio, adesso finiamo l’anno, chiudiamola qua e facciamo finta di niente, io comunque non ho nessun interesse ad ascoltarti.”

Rimasi basita e profondamente ferita. Possibile che non si fosse mai accorto di quello che succedeva, di quanto stavo male, del fatto che avevo dei problemi? Non ricordava che lui stesso un paio d’anni prima mi considerava un genio della chimica? Come era possibile che mi si rivoltasse contro in quel modo?

Immaginai che tutta quell'ostilità nei miei confronti fosse dovuta al fatto che mio padre si era probabilmente intromesso nelle mie faccende scolastiche, cosa che disapprovavo nel modo più assoluto, ma c'era anche da considerare che essendosi invaghito di Milena, ormai si disinteressava a tutte le altre alunne, e ai suoi occhi neanche esistevano più.

 

Io ingoiai il rospo, mi concentrai nello studio e passai oltre anche perché per fortuna, come aveva detto lui, finita la scuola non ci saremmo più visti e la cosa non meritava ulteriori attenzioni.

Considerando le circostanze, presi infine il diploma con buoni voti, seppure non eccelsi, ma subito dopo, quando non c’era più nulla da studiare, fui invasa da un senso di vuoto e disagio. Feci dei tentativi per riprendere i contatti con le mie amiche, e furono dei fallimenti totali perchè si era diffusa la voce che fossi pazza e cretina perciò loro non mi tenevano in nesuna considerazione. In ogni caso anche prima non ero mai stata simpatica a nessuno. Non tenevano in nessun conto la mia presenza, spesso mi davano appuntamento da qualche parte e non si presentavano, poi dicevano che se ne erano dimenticate o che stranamente non mi avevano trovato sul posto, e alla fine mi accorsi che lo facevo apposta, per prendersi gioco di me. Non sapevo mai come inserirmi nei loro discorsi, mi sentivo inferiore e in effetti lo ero, dal momento che la mia vita era molto limitata e non avevo alcuna conoscenza del mondo mentre loro nel frattempo avevano avuto una normale adolescenza con tutte le correlate esperienze. Se andavo ad una festa mi mettevo in un angolino e mi sembrava di trovarmi in un mondo del tutto estraneo, mi sentivo come se fossi ancora una bambina di cinque anni circondata da persone adulte e avevo una profonda vergogna di me stessa.

Infine, in autunno, mio padre mi iscrisse all’università.

 

 

  

               Capitolo XXV

 

Mio padre mi iscrisse alla facoltà di lettere dell’università X di Leonia, la stessa che aveva frequentato nella sua giovinezza. Anche in quest’occasione non mi fu spiegato nulla e non mi fu detto niente. Si dava per scontato che sarei diventata insegnante di lettere come lui e sembrava ovvio che non ci fossero alternative.

Da parte mia non avevo la più pallida idea di cosa avrei voluto fare nella vita. Avevo vissuto totalmente isolata dal mondo e non avevo nessuna informazione riguardo la società e il  lavoro e ancora una volta si riteneva che non fosse necessario che io avessi quelle informazioni poiché in ogni caso sarebbero stati i miei genitori a decidere della mia vita. In quel momento però ero troppo abbattuta e depressa per occuparmi del problema e decisi di rimandare la cosa a quando mi sarei sentita più sicura di me e fossi stata in grado di prendere decisioni. Avrei iniziato l’università come una semplice continuazione del liceo, le materie da studiare erano le stesse e credevo che non avrei avuto particolari problemi.

Invece ben presto, capii che la cosa era molto più difficile di quel che pensavo.

Il primo giorno in cui andai a seguire una lezione, presi il treno con alcune amiche che avevano scelto la stessa facoltà ed era la prima volta che andavo a Leonia e la prima volta in assoluto che mettevo piede su un treno dal momento che con la mia famiglia non avevo mai viaggiato, mio padre in particolare era sempre molto seccato dagli spostamenti, al massimo si poteva andare al paesello in estate. Nel treno mi sentivo stranamente spaventata per via delle normali sensazioni che comporta un viaggio, ma che io avvertivo come allarmanti e spaventose. Piccoli fatti insignificanti che tuttavia mi davano un’ansia pazzesca: l’ondeggiare dei vagoni, lo stridìo delle ruote sulle rotaie, lo spazio stretto del sediolino, il paesaggio che scorreva veloce nel finestrino… tutto mi dava un senso di allarme e pericolo. Arrivata a Leonia mi sentivo completamente persa, disorientata, confusa, a causa delle strade enormi, del traffico rumoroso e disordinato, della gran quantità di gente che correva qua e là in tutta fretta. In facoltà le aule erano immense, con centinaia di alunni e tutti che si davano un gran da fare per prendersi i posti migliori dato che ovviamente non c’era il banchetto personale assegnato in cui sedersi e chi arrivava tardi rischiava di restare in piedi. Io mi sentivo malissimo, ero invasa dal panico ma non potevo dirlo a nessuno, dovevo controllarmi e fare finta di niente, mentre vedevo le mie amiche tranquille e sicure di sé che prendevano appunti, facevano nuove amicizie e chiedevano informazioni con la massima naturalezza. La realtà del mondo intorno a me era troppo grande, troppo rumorosa, troppo veloce, con troppe persone, troppe parole, troppe facce e mi sembrava di essere finita su un altro pianeta, un mondo strano di cui non capivo nulla. Fino a quel momento avevo conosciuto solo lo spazio della mia casa, che in realtà era per me già abbastanza ampio con il giardino e i ruderi delle vecchie case, e, tutt’al più me ne andavo a spasso nella mia piccola città, con appena di tre o quattro strade principali che conoscevo a memoria. Non potevo immaginare che il resto del mondo fosse così grande, così immenso e praticamente sconfinato. Da perdercisi.

Tutto era troppo per me e mi sentivo letteralmente sommersa da un'ondata gigantesca di sensazioni sopraffacenti nelle quali annegavo e mi perdevo senza potermi aggrappare a nulla di solido.

Tornai a casa esausta, stremata, sfinita. Dopo pochi altri viaggi ero letteralmente distrutta dalla paura e dal panico così decisi di non andarci più. Non diedi nessuna spiegazione, semplicemente mi chiusi in camera rifiutandomi di uscire.

Per come stavano le cose parlare non avrebbe avuto alcun senso, nessuno avrebbe potuto capire la mia angoscia, sarei stata di sicuro rimproverata o mi avrebbero dato della pazza, perciò tanto valeva non dire niente. La mia vita quotidiana era migliorata, ma era evidente che c’era qualcos’altro che non andava, i miei problemi erano molto più profondi e radicati e, non essendo stati minimamenti intaccati, tornavano a ripresentarsi nel momento in cui si prospettava un cambiamento importante e dovevo affrontare situazioni nuove e sconosciute che non sapevo assolutamente gestire.

Oltre a non sapere cosa volevo fare nella vita, non avevo la più pallida idea di come inserirmi nella società e comportarmi con le persone. Non mi era stato insegnato niente, l’unica cosa che mi era stata detta era che dovevo obbedire e studiare e già al liceo questo sistema non aveva funzionato. All’università era impensabile e impossibile andare avanti standosene fermi e zitti al proprio posto e sgobbando sui libri. Non avevo alcun esempio, o modello di riferimento, nella mia vita avevo sempre fatto in quel modo e negli ultimi anni quel metodo aveva fallito.

D’altra parte ero la prima in assoluto nella nostra famiglia a dover affrontare il problema.

Mia madre si era sposata che era una ragazzina, si appoggiava a suo marito ed i suoi contatti con gli altri avvenivano unicamente per suo tramite. In seguito, quando lui aveva cominciato ad allontanarla, aveva aggirato tutti gli ostacoli circondandosi di servette ignoranti e ossequiose che le rispondevano sempre “sì, padrona”, e con loro era facile sentirsi sicura di sé, trattandosi di persone chiaramente inferiori. Il resto del mondo in realtà non le interessava nemmeno. Ne aveva un odio indicibile e si vantava di tenersene fuori, il suo unico intervento nella società consisteva nel punire le persone cattive e arroganti tramite avvocati e cause legali, e andava molto fiera del suo ruolo di giustiziere. Aveva un evidente orrore dei rapporti umani, per lei le relazioni amichevoli tra le persone equivalevano a imbrattarsi nel fango, o, se proprio doveva avere a che fare con qualcuno, finiva col perdersi in un intricato labirinto di rabbia, vendette e manipolazioni dal quale ne usciva solo con furiose litigate che mettevano fine al rapporto.

Per mio padre invece l’inserimento sociale era risultato facile, una volta appresi i trucchetti per farsi apprezzare dagli altri. Era sempre gentile e disponibile con tutti, rispettava le regole, faceva il suo dovere, stava attento a non fare errori e questo sistema, ai suoi tempi, aveva funzionato alla grande.

Infatti quando c’era il fascismo la vita privata delle persone era ridotta al minimo indispensabile, non si era individui ma solo pezzi di un ingranaggio e così tutto era semplice: c’era qualcuno che ti diceva cosa fare e cosa pensare, per essere a posto bastava obbedire e questo era più che sufficiente. Durante una dittatura non bisogna fare scelte, non ci sono responsabilità personali, tutti si comportano nello stesso modo, non ci sono sorprese, e se si seguono i comandamenti fila tutto liscio. I genitori decidono per i figli, i figli devono solo ubbidire e non c’è niente di più facile che ubbidire a qualcuno e prendersi la ricompensa. Quando non ci sono scelte, non ci sono alternative e responsabilità, non c’è nemmeno la paura di sbagliare e per chi era debole e privo di carattere e personalità come lui, era più che naturale conformarsi alla norma.

E se anche i miei genitori avessero avuto delle difficoltà, erano riusciti a dissimularle abilmente grazie ad una serie di fortunate circostanze che gli consentirono quanto meno di poter fingere quella normalità che non avevano.

Purtroppo per me non c'era alcuna via di scampo, nessun artificio o stratagemma con cui mascherare il mio disagio, vivevo negli anni ottanta e la vita era molto cambiata da quando le regole sociali consistevano semplicemente nell'obbedire ai genitori e all'autorità.

Fare ossequiosamente il proprio dovere non era motivo di vanto ma di biasimo, un segno d’inettitudine e incapacità. Certo, era comunque necessario andare all’università, prendersi una laurea e trovarsi un lavoro. Ma non bisognava mica fare le cose secondo le regole. La migliore qualità che si potesse mostrare di possedere era la furbizia: i risultati andavano raggiunti con il minor sforzo possibile, ci si vantava apertamente di saper gabbare il prossimo, il valore di una persona veniva misurato in base al divertimento e ai piaceri della vita che riusciva a concedersi. Erano gli anni dell’edonismo reaganiano, dello yuppismo più spregiudicato, dello sfrontato capitalismo, dell’individualismo assoluto e del lusso sfrenato: la gente comune giocava in borsa come prima giocava a tombola a natale, tutto sembrava essere possibile e non bisognava negarsi niente. Era il tempo dell’affermazione del sé, ognuno cercava di imporre prepotentemente il proprio ego, ognuno agiva in base alla legge dell’io sono, io voglio, io faccio.

Ma io chi ero? Cosa volevo? Cosa facevo?

Ero stata cresciuta ed educata come se fossi nata quarant’anni prima, con la guerra e la dittatura, come potevo sperare di entrare a far parte di un mondo che era invece tanto diverso? Come potevo chiedere aiuto o consigli a persone che vivevano ancora come se quei quarant’anni non fossero mai passati? Come potevo, a chi odiava le persone e se ne teneva alla larga, chiedere di comprendere la mia sofferenza nel non potermi inserire nel mondo?

E, soprattutto, seppure avessi imparato in qualche modo magico e miracoloso a comportarmi in modo consono alla società in cui vivevo, come potevo conciliare il tutto con le regole familiari, che non ammettevano nessuno di quei comportamenti indispensabili alla vita sociale?

Mi sarei inevitabilmente trovata in una situazione di ribellione, con tutti che mi davano addosso e io un’altra guerra con mio padre come quella che c’era stata l’anno precedente, non volevo proprio affrontarla. E se quella volta mi avesse davvero cacciato di casa, come aveva minacciato di fare? Tremavo di paura al solo pensiero.

Non c’era nessun criterio logico per affrontare il problema e nessuna soluzione avrebbe potuto salvare capra e cavolo. Non potevo agire, non potevo pensare, non potevo parlare.

C’era una sola cosa che potevo fare: stare zitta.

Pertanto mi chiusi nella mia camera e non dissi niente.

Questo però non riuscì ad evitare i guai. Mio padre pretendeva che frequentassi e si infuriò esattamente come era successo un anno prima. Ricominciò tutto il teatrino delle urla e dei rimproveri ma per fortuna durò poco perché nel giro di qualche settimana lui si sentì male e fu ricoverato in ospedale dove gli diagnosticarono il cancro all’esofago, ormai diffuso dappertutto, soprattutto ai polmoni, e perciò incurabile e inoperabile. Rimase in ospedale un paio di mesi, gli misero un tubicino di gomma nel torace per permettergli di alimentarsi, ma aveva lo stesso molte difficoltà, poteva mandar giù solo liquidi e pappine. Ovviamente in tutto quello che ne seguì, il mio problema con l’università fu completamente dimenticato.

Trascorse gli ultimi mesi di vita nella sua stanza da letto, si chiuse in se stesso e non aveva voglia di fare niente né di parlare con nessuno. Mia madre si dava un gran da fare con le medicine, le pappine, i medici, le pulizie, ma lo trattava in modo freddo e distaccato senza un minimo d’affetto e di calore umano e a lui andava bene così, si intuiva che una maggiore vicinanza emotiva con lei lo avrebbe infastidito ulteriormente. In quell’occasione fu più che evidente il reciproco disinteresse che c’era nella loro relazione, basata unicamente sui rispettivi doveri e convenienze sociali.

Non ebbe molti dolori, forse perché fu inserito nel protocollo di una cura sperimentale che si basava su sostanze naturali: alte dosi di vitamine e una strana polverina verdastra da mescolare al brodino.

Nell’ultima settimana di vita le sue condizioni peggiorarono in modo drastico. Dimagrì rapidamente fino a sembrare un ebreo uscito da un campo di concentramento, poi ebbe difficoltà a respirare perché i polmoni si erano riempiti di liquido, ci fu un’inutile e grottesca sceneggiata per procurargli l’ossigeno e per di più nessuno sapeva come diavolo collegare i tubi della bombola alla mascherina che doveva farglielo arrivare in gola.

La faccenda della sua morte si svolse esattamente come era accaduto qualche anno prima con mia nonna. Non ci furono né pianti né altre manifestazioni di dolore, e tutto si risolse nel darsi da fare per sistemare il problema del funerale, della sepoltura al cimitero, e di tutte le pratiche burocratiche da sbrigare.

Io non fui affatto addolorata dalla morte di mio padre e non sentivo la sua mancanza in alcun modo. Il mio vero padre, quello che era tranquillo e pacifico, che mi raccontava i miti della Grecia antica e mi spiegava cos’è il vento, la pioggia e le stagioni, era già morto da tanti anni e avevo passato da un pezzo la fase del lutto.

Mi aspettavo che nella nostra famiglia ci sarebbero stati grossi e favolosi cambiamenti, e una volta eliminato il tiranno sarebbe tornata la pace, la serenità e forse saremmo persino riusciti a volerci bene. Ma non basta la morte del tiranno a rendere gli uomini liberi. Dopo aver spezzato le catene bisognava imparare a camminare da soli e nessuno di noi ne fu capace.

In verità ci furono due o tre anni di straordinaria abbondanza economica che ci gettarono il fumo negli occhi impedendoci di vedere come stavano realmente le cose. Mia madre aveva preso in mano l’amministrazione finanziaria e cominciò a spendere e spandere senza alcun freno. Aveva per sua natura le mani bucate e decise di prendersi la rivincita di tutti quegli anni di ristrettezze e sacrifici. Se ne andava in giro con uno strano sorriso furbetto stampato in faccia, un ghigno di vendetta che sembrava dire: "Adesso vi faccio vedere io."

La cosa che la divertiva di più era fare cause legali a destra e a manca per dimostrare che era la più forte di tutti e che aveva sempre ragione. Assoldò uno squadrone di avvocati che furono ben felici di assecondare le sue paranoie, e spesso tornava a casa esultando: "Ho vinto la causa, ho vinto la causa!"

Tuttavia era contenta anche quando perdeva perché allora diceva: "Che bello, a Tizio Caio gli ho dato un bel po’ di fastidio, gli ho fatto sudare sette camicie e anche se ha vinto lui io l’ho fatto rosicare e gli ho tolto la salute."

Aveva trovato un interessante passatempo con cui spassarsela: dar fastidio agli altri e procurare guai e seccature gratuite per il semplice gusto di farlo. Nella maggior parte dei casi il suo intervento nella vita altrui equivaleva al ronzare di un fastidioso moscone, una seccatura temporanea che non apportava grandi danni, per quanto a volte l’ho vista accanirsi con ferocia in cause di sfratto verso persone chiaramente indigenti e in difficoltà. Era potenzialmente pericolosa, ma per fortuna il suo potere di intervento sul mondo non andava al di là dei suoi inquilini e vicini di casa: non avendo mai avuto per sé un briciolo di felicità, si rodeva d’invidia per quella degli altri e cercava, spesso in modo patetico e ridicolo, di distruggerla, o almeno, di infliggere più tribolazioni possibili al povero malcapitato che diventava oggetto delle sue vendette.

In tutto quel giro di giostra vennero magicamente fuori tanti soldi anche per noi figli, la paghetta era arrivata a cinquecentomila lire al mese, si poteva usare lo scaldabagno a proprio piacimento, la casa era ben riscaldata, c’era cibo in abbondanza, vestiti a volontà, mio fratello cominciò a farsi comprare automobili e motociclette una dopo l’altra. C’era un piacevole senso di benessere e sicurezza, e non potevo immaginare che quel comportamento ci avrebbe portato alla rovina. Mia madre non diceva mai niente dell’amministrazione, faceva tutto di testa sua e anche quando il disastro venne inevitabilmente fuori, non volle ascoltare nessun consiglio. In modo paradossale ogni soluzione che prendeva per risolvere un problema, ne causava altri tre o quattro in più, finchè, nel giro di vent’anni, tutta la favolosa fortuna dei Parisi andò perduta.

 


« indietro | stampa | invia ad un amico »
# 0 commenti: Leggi | Commenta » | commenta con il testo a fronte »

I testi, le immagini o i video pubblicati in questa pagina, laddove non facciano parte dei contenuti o del layout grafico gestiti direttamente da LaRecherche.it, sono da considerarsi pubblicati direttamente dall'autore Amelia Parisi, dunque senza un filtro diretto della Redazione, che comunque esercita un controllo, ma qualcosa può sfuggire, pertanto, qualora si ravvisassero attribuzioni non corrette di Opere o violazioni del diritto d'autore si invita a contattare direttamente la Redazione a questa e-mail: redazione@larecherche.it, indicando chiaramente la questione e riportando il collegamento a questa medesima pagina. Si ringrazia per la collaborazione.

 

Di seguito trovi le ultime pubblicazioni dell'autore in questa sezione (max 10)
[se vuoi leggere di più vai alla pagina personale dell'autore »]

Amelia Parisi, nella sezione Narrativa, ha pubblicato anche:

:: Cosa succede ai cuori infranti? parte 3, ultima (Pubblicato il 25/08/2021 22:25:22 - visite: 57) »

:: Cosa succede ai cuori infranti? parte 2 (Pubblicato il 25/08/2021 22:03:47 - visite: 36) »

:: Cosa succede ai cuori infranti?parte 1 (Pubblicato il 25/08/2021 21:54:09 - visite: 44) »

:: Il coraggio di volersi bene 16 (Pubblicato il 30/07/2021 21:15:28 - visite: 44) »

:: Il coraggio di volersi bene 15 (Pubblicato il 29/07/2021 17:14:22 - visite: 54) »

:: Il coraggio di volersi bene 14 (Pubblicato il 29/07/2021 17:11:28 - visite: 52) »

:: Il coraggio di volersi bene 13 (Pubblicato il 29/07/2021 17:09:07 - visite: 85) »

:: Il coraggio di volersi bene 12 (Pubblicato il 28/07/2021 18:11:55 - visite: 113) »

:: Il coraggio di volersi bene 11 (Pubblicato il 28/07/2021 18:08:21 - visite: 34) »

:: Il coraggio di volersi bene 10 (Pubblicato il 28/07/2021 18:04:47 - visite: 62) »