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Il coraggio di volersi bene 10

di Amelia Parisi
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Pubblicato il 28/07/2021 18:04:47

 

 

                                     Il coraggio di volersi bene   10

 

 

 

 

Capitolo XXVI

 

Incoraggiata dalla straordinaria abbondanza di mezzi economici di cui si poteva disporre, elaborai un piano d'azione per risolvere i miei problemi credendo di poter trovare finalmente la soluzione che mi avrebbe consentito di superare quegli ostacoli insormontabili che avevano bloccato la mia vita.

Avevo perso completamente il primo anno di università, ma con tutto ciò che era successo in casa sembrava comunque un fatto comprensibile e giustificabile. Per l’anno seguente presi in affitto a Leonia una camera in una casa per studentesse. In questo modo, oltre ad eliminare lo stress del viaggio in treno, avrei avuto l’opportunità di poter cambiare ambiente e uscire da schemi che mi tenevano legata a un passato da dimenticare.

Mi sarebbe stato ormai impossibile tentare ancora di riguadagnare terreno con le mie amiche, che del resto, neanche mi interessavano più. Erano ragazze molto superficiali, vanitose, interessate solo all’aspetto materiale della vita e, soprattutto, avevano quel tipico atteggiamento da ochette che io letteralmente detestavo. La mia piccola città non aveva altro da offrire, le cerchie di persone erano sempre quelle, e se ci si è bruciati la reputazione in un gruppo, non c’era nessuna possibilità di cancellare il passato e ricominciare altrove.

Volevo avere una seconda occasione, volevo costruirmi delle vere amicizie, trovare delle persone con le quali avrei potuto finalmente essere esattamente quella che volevo essere. Dovevo darmi la possibilità di ricominciare daccapo e mi ripromettevo di riuscire a farcela.

Ovviamente entrando in una casa da condividere con delle ragazze che ancora non conoscevo non avevo nessuna garanzia di trovare l'ambiente giusto per me, ma visto che non c’era niente da perdere valeva la pena fare almeno un tentativo.

C'era poi un'altra questione importante: dovevo risolvere i miei problemi psicologici e poter avere quella normalità di comportamento e quella sicurezza interiore che non avevo mai avuto. Sapevo che finchè mi trovavo in quello stato di paura e insicurezza non sarei riuscita a fare nulla di buono nella vita, così feci una visita psichiatrica al policlinico e mi fu dato il nome di un medico per iniziare una psicoterapia.

Ero sicura che tutto sarebbe andato bene e mi aspettavo grandi cose, pensando che, in una città come Leonia, i medici fossero tutti molto qualificati e di alto livello.

Iniziai col fare qualche seduta per una prima conoscenza in presenza di mia madre, e infatti lei prese l’abitudine, ogni qualvolta iniziavo una terapia o facevo una visita da psicologi o psichiatri, di presentarsi dal medico di turno per raccontare come stavano veramente le cose nella nostra famiglia e dipingeva uno stucchevole quadretto di amore e armonia in cui tutto era sempre andato bene, dove c’era stato un padre e marito esemplare e si erano verificati solo dei piccoli screzi, niente affatto violenti e del tutto normali, riguardo questioni banali e di poco conto. L’unico vero problema era che io a un certo punto avevo cominciato a fare i capricci e a non voler più studiare, a diventare pigra e a pretendere di essere mantenuta senza fare niente, adducendo a pretesto presunti traumi e maltrattamenti mai esistiti e completamente inventati dalla mia fantasia. Siccome aveva uno straordinario talento nel recitare e un’invidiabile capacità nel raccontare storie assolutamente false che sembravano assolutamente vere, il medico ci cascava con tutte le scarpe, prendeva per buona la sua versione e da quel momento tutta la mia terapia era inevitabilmente compromessa perché ogni cosa che io dicevo veniva ritenuta un’invenzione della mia mente disturbata. E non c’era modo di sfuggire o rifiutarsi di farla intervenire giacchè era lei a pagare le sedute. In seguito ho provato a fare delle terapie a sua insaputa, accontentandomi dalla psicologa dell’ASL che aveva dei costi molto ridotti, ma fare una terapia a quel livello equivaleva né più e né meno a chiacchierare con un’amica.

Ad ogni modo, nel mese di ottobre di quell’anno mi ero traferita a Leonia e avevo iniziato la famigerata terapia psicoanalitica, con ben tre sedute a settimana da cinquantamila lire l’una, che era una cifra notevole, ma in quegli anni i soldi scorrevano via a fiumi, tanto valeva spenderli per qualcosa di costruttivo.

In quel periodo non sapevo nulla di psicoanalisi, internet non esisteva e non avevo alcun modo di informarmi. L’unica idea che me ne ero fatta derivava dall’immagine popolare basata sulle rappresentazioni che se ne facevano al cinema. In un certo senso sembrava essere il meglio che si potesse chiedere nel campo psichiatrico, qualcosa che costava caro, che pochi potevano permettersi, di conseguenza doveva necessariamente essere valido e funzionare.

Non ricordo chi mi avesse suggerito quella terapia, né sulla base di che cosa, forse mi era stata indicata appunto perché costava cara e qualcuno doveva guadagnarci sopra, in ogni caso scoprii in seguito che era quanto di più sbagliato ci potesse essere per il mio problema.

In realtà lo schema classico e rigidamente freudiano delle sedute psicoanalitiche è stato oggigiorno del tutto abbandonato a favore di un nuovo tipo di approccio al paziente, per via di tutti i successivi sviluppi delle teorie psicoanalitiche. Peraltro fare lo psicoanalista non è cosa da poco e occorrono competenze, esperienza, intuito, formazione, sensibilità che non sono da tutti. Eppure sono in molti a praticare la psicoanalisi a cuor leggero e senza farsi il minimo scrupolo a giocare con la vita degli altri, anche perché il danno fatto da una terapia sbagliata non è in alcun modo dimostrabile.

Il problema fondamentale nel mio caso era che mancava una diagnosi. Mancava allora, come è mancata fino ad oggi, e tra tanta ignoranza dei medici che mi hanno visitato, alla fine  la diagnosi corretta ho dovuto farmela da sola. D'altra parte, quando io cominciavo a stare male, cioè alla fine degli anni '80, erano pochi nel campo medico a conoscere il disturbo autistico, e soprattutto la sindrome di Asperger, cioè una delle forme meno gravi, e tuttavia dannosa al punto giusto per rovinarti la vita. Ho avuto quindi la sfortuna di ammalarmi di una malattia che non era stata ancora scoperta e per la quale nemmeno c'erano cure psichiatriche o psicologiche. Ho poi provato molte volte ad usare psicofarmaci e a sforzarmi di fare i cambiamenti di comportamento che mi venivano richiesti, ma il mio problema non è dovuto né alla chimica né alla volontà, bensì al modo in cui si è sviluppato il cervello e in cui si sono collegati i neuroni. Non c'è nessuna cura radicale, chi è autistico o Asperger lo è per tutta la vita. Si può solo venire a patti col nemico e sviluppare strategie di adattamento, ottenere miglioramenti anche importanti ma non si diventerà mai una persona normale. Ci sono comportamenti e caratteristiche che non si possono cambiare ma sarebbe stato importante, allora, saperlo e trovare il modo di regolarsi di conseguenza, senza perdere tempo ed energie inseguendo obiettivi irraggiungibili. "Che io possa avere la serenità di accettare le cose che non posso cambiare,
il coraggio di cambiare le cose che posso,
e la saggezza per conoscere la differenza", dice la famosa preghiera della serenità.

Ma trent'anni fa nessun medico era informato di queste cose, e tanto meno lo ero io stessa, di conseguenza venivo curata a casaccio e mi sbattevo tra una terapia e l'altra inseguendo il sogno impossibile della guarigione. E quei numerosi tentativi a vuoto mi lasciavano sempre più scoraggiata, esausta, avvilita. Mi veniva detto che non mi impegnavo abbastanza, che mi faceva comodo restare in quella condizione, e, con tutta l'inesprimibile sofferenza che mi portavo dentro, questa era per me la cosa più crudele da dover sopportare. Se allora avessi avuto la giusta diagnosi avrei almeno potuto spiegare alle altre persone la particolare difficoltà che incontravo di fronte alcuni ostacoli e magari loro non l'avrebbero accettato e non l'avrebbero capito comunque, ma sarebbe stato sempre meglio che annaspare nel nulla e sentirmi continuamente in colpa per i miei insuccessi.  

Così, con molta ingenuità e tante aspettative, nell'autunno dell'anno 1988 iniziai la famigerata terapia psicoanalitica e mi sentii subito a disagio in quelle sedute, soprattutto perché bisognava mettersi stesi sul lettino in una stanza  vuota con l'analista che se ne stava nascosto alle mie spalle per intervenire solo sporadicamente nel discorso. Era una situazione angosciante, starmene distesa sul lettino  piuttosto che rilassarmi aveva l'effetto di accrescere la mia ansia e avevo delle insormontabili difficoltà a parlare, come tutti gli Asperger del resto, difficoltà che oggi vengono identificate anche con l'alessitimia, cioè l'incapacità di riconoscere, esprimere e gestire le proprie emozioni. Trattata con la psicoanalisi dà risultati disastrosi, controproducenti e persino pericolosi.

Il dottor Tal dei Tali mi fece fare molte sedute a vuoto nelle quali per lo più me ne stavo zitta oppure parlavo di banalità quotidiane, infine riuscii a tirar fuori l’argomento dei litigi che c’erano stati con mio padre, del modo oppressivo con cui controllava la mia vita e i miei comportamenti, del suo carattere violento e autoritario.

A quel punto lui mise su una sua interpretazione personale della situazione tutta basata ovviamente sul mitico complesso d’Edipo di stampo freudiano. Nella sua visione delle cose il mio problema derivava da un non risolto complesso edipico e cioè in realtà non era stato mio padre a tenermi sotto il suo dominio, ma ero stata io a non riuscire a staccarmi da lui e desideravo le sue attenzioni più di ogni altra cosa, per cui avevo escogitato quel sistema di non andare a scuola per restare a casa in sua compagnia e tutti i miei malesseri erano solo un pretesto per stargli vicino. Il mio scopo ultimo era quindi restare per sempre in casa con lui. Se non riuscivo a inserirmi nella società era perché a livello inconscio ero troppo attaccata a mio padre e non volevo creare dei nuovi legami con altre persone.

E così tutto quadrava con la testimonianza resa da mia madre. Nella nostra famiglia era tutto a posto, non c’era mai stato nessun problema, mio padre era stato una brava persona con un comportamento perfettamente normale ed ero io piuttosto ad avere comportamenti stravaganti e pretese assurde, rifiutandomi di riconoscere ed accettare le regole prestabilite della società.

Trovandomi a ricoprire in quella circostanza il ruolo di paziente, con l’implicita ammissione che dopotutto ero io la malata che doveva essere curata, all’inizio mi sforzavo persino di accettare quella versione e di vedere le cose in quell’ottica, ma devo dire che tutto ciò continuava a suonarmi strano, artificioso, forzato, e sapevo dentro di me che c’era un errore nel ragionamento.

Tal dei Tali mi diceva che il mio rifiuto di quella spiegazione faceva parte del normale andamento della terapia e dovevo abituarmi alla realtà dei fatti; avevo solo la normale resistenza del paziente ad accettare una dura verità, ma se volevo guarire dovevo infine convincermi.

Tutto il trattamento prese dunque una direzione sbagliata e io non riuscivo nemmeno a stabilire un collegamento tra le mie difficoltà ad inserirmi nella società e le condizioni in cui avevo vissuto da bambina, tanto per fare un esempio banale. Il vero motivo per il quale mi ero chiusa in casa rifiutandomi di andare a scuola, era perché ero spaventata a morte dal mondo, non riuscivo a esprimermi e far apprezzare le mie qualità, non riuscivo a creare legami con gli altri e ne soffrivo molto. E per le regole esistenti nella nostra famiglia, secondo cui era inammissibile dimostrare una sofferenza emotiva, mettere su tutto quel teatrino della malattia psicosomatica era stato il solo modo di poterla manifestare e, in un certo senso, di chiedere aiuto. Tuttavia, durante la terapia, non fui mai in grado di comunicare queste riflessioni perché non mi vennero neppure in mente, e suppongo che dovesse rientrare nei compiti e nell’abilità del medico riuscire a portarle alla luce.

Mi sentivo molto confusa e turbata: sapevo che quella storia del complesso d’Edipo era sbagliata ma non avevo la più pallida idea del perché, né riuscivo a formulare ipotesi alternative.

Dopo qualche mese mi sentivo ormai enormemente frustrata, delusa e arrabbiata perché da quella terapia mi aspettavo molti risultati, avevo speso tanti soldi e mi trovavo ancora a brancolare nel buio. Capii che era inutile continuare, e all’ultima seduta comunicai a Tal dei Tali la mia intenzione di interrompere. Lui mi disse: "Ma no, è solo la tua reazione di rifiuto, dovresti pensarci con calma, devi convincerti ad accettare la realtà, è la resistenza che ti fa agire in questo modo."

E io intanto pensavo: ma vaffanculo te e la resistenza.

Ero stata delusa anche riguardo all’altra mia intenzione, e cioè di fare nuove amicizie e recuperare quello che avrebbe dovuto essere un normale stile di vita di una ragazza di vent’anni. Non ero riuscita a superare la mia paura delle aule universitarie e di tutta la gente che c’era dentro, così anche quell’anno non avevo frequentato le lezioni, benchè paradossalmente mi trovassi in sede. Avevo studiato standomene chiusa nella mia stanzetta e avevo dato solo un esame.

Nella casa in cui abitavo avevo avuto peraltro la fortuna di trovare delle ragazze splendide: erano simpatiche, affabili, disponibili, solari, e al tempo stesso con la testa sulle spalle, intelligenti, giudiziose ed equilibrate. Si interessavano di cinema, cultura, arte, questioni sociali e culturali e la sera quando ci si ritrovava in cucina per la cena c’erano sempre argomenti appassionanti di cui parlare e loro avevano tanti aneddoti curiosi e coinvolgenti da raccontare: in pratica non avrei potuto chiedere di meglio.

Ciò nonostante, mi ritrovai pari pari con le stesse difficoltà che avevo lasciato nella mia città. Non riuscivo ad intervenire nei discorsi, non avevo niente da raccontare, avevo paura di aprire bocca e dire delle sciocchezze o  fare delle gaffe, mi mettevo in un angolino e me ne stavo zitta  e buona. Non riuscivo a stabilire un minimo di relazione o addirittura nemmeno a parlare di cose banali del tipo come organizzare le pulizie o la spesa da fare in comune. In breve tempo anche lì mi ero fatta la nomea di persona strana e antipatica.

Ripensandoci, era stato piuttosto ingenuo da parte mia aspettarmi che cambiando città e persone, sarebbero magicamente scomparsi tutti i miei problemi, era chiaro che la situazione non dipendeva affatto da cause esterne, bensì c’era qualche meccanismo in me che non funzionava bene, e probabilmente in tutta la mia vita non aveva mai funzionato come avrebbe dovuto. Non riuscivo a comportarmi come volevo, tra me e gli altri continuava ad esserci quell'invisibile, insormontabile, barriera e nonostante le mie migliori intenzioni non riuscivo a superarla.

Avvilita, amareggiata e insoddisfatta da quanto era successo, nel mese di marzo decisi di piantare tutto e tornarmene nella mia casa a Zenobia.

 

 

Capitolo XXVII

 

Nel momento in cui tornai a vivere a Zenobia, mia madre non si preoccupò affatto che avessi interrotto la terapia senza alcun risultato, anzi ne fu persino sollevata perché ogni volta che andavo a parlare con qualche psicologo lei esprimeva il suo disappunto dicendo: "Ecco, adesso vai lì a raccontare le tue fandonie, e magari finisce che quelli ti credono pure!"

Infatti era proprio per cautelarsi da un simile pericolo che si preoccupava di andare a mettere in chiaro che l’unica versione plausibile degli eventi era la sua. D’altra parte si arrabbiò molto per l’università e io le dissi che potevo comunque studiare da casa, e in seguito così feci, arrivando a dare in tutto cinque esami dopo di che rinunciai completamente, sia perché era impossibile proseguire senza frequenza, sia perché i miei problemi personali erano peggiorati e non avevo la più pallida idea di cosa fare nella vita.

Appena tornata a casa ero terribilmente stremata e depressa e per cercare di tenermi a galla andai da uno psichiatra a farmi prescrivere dei farmaci. Ho sempre sperato che prendendo una pillola magica avrei potuto risolvere tutto e sarei finalmente diventata una persona come le altre.  Purtroppo né quella né le altre cure farmacologiche che provai a fare in seguito, diedero i risultati sperati: gli unici effetti che mi causavano gli antidepressivi erano sonno e intontimento.

Un po’ alla volta, quasi senza accorgermene, scivolai nel più completo isolamento, persi ogni interesse per la vita e non riuscivo a fare nessun progetto per il futuro. Passavo le giornate dormendo fino a tardi e per il resto del tempo mi sentivo sempre stanchissima e senza energie. Quei sintomi non mi hanno più abbandonato e hanno costituito l’ostacolo più difficile ai miei tentativi di riabilitazione. Ancora oggi devo dormire almeno dieci ore per notte e nonostante ciò, sono comunque stanca, fare la più piccola banale azione quotidiana mi costa un grosso sforzo di concentrazione, ho difficoltà a mantenere gli impegni, sono sempre in ritardo. Le persone che non hanno mai vissuto nulla del genere scambiano questi sintomi per pigrizia e cattiva volontà, nessuno riesce a capire quanto tutto ciò possa far soffrire una persona che viene a tutti gli effetti derubata della propria vita.

Io non ho mai avuto una giovinezza, non so cosa significhi avere vent’anni, un’intera fetta della mia esistenza è trascorsa senza di me e non potrò mai recuperare quelli che avrebbero dovuto essere i miei anni più belli e più importanti.

Restai a vivere a casa in quel modo fino a ventitrè anni, nell’indifferenza generale, senza che nessuno si preoccupasse di ciò che mi succedeva. Mia madre mi ignorava nel senso più completo del termine; ormai era tutta presa dal suo ruolo di manger della sua azienda immobiliare e continuava a trascurare allegramente la cura della casa che era come sempre nel caos e nella sporcizia assoluta, mentre lei si trastullava da una causa legale dall’altra, da una baruffa condominiale a una seduta straordinaria dal ragioniere, divertendosi da morire nell’elargire con eccezionale prodigalità compensi esagerati ai suoi fedeli e sottomessi aiutanti, dicendo sempre che tutto ciò era per il nostro bene, affinchè in futuro avessimo potuto ereditare la favolosa eredità dei Parisi. Per quanto lei conoscesse già alla perfezione l’inghippo dell’esproprio che ci gravava sopra.

Ogni due o tre mesi però, mi faceva una rigorosa lavata di capo, mi urlava addosso come una pazza rimproverandomi il fatto che dormivo sempre e  non studiavo mai e in quel modo si metteva in pace con la coscienza perché riteneva di aver fatto diligentemente il suo dovere di madre. Quando una figlia si comporta male deve essere punita e rimproverata, e questo è tutto, non occorre fare nient’altro.

Accettava con perfetta tranquillità e noncuranza una situazione talmente drammatica che avrebbe fatto rizzare i capelli in testa a qualsiasi genitore che avesse un briciolo d’affetto per i suoi figli. Io stessa, se mi ritrovassi con un figlio di vent’anni che si mette a letto senza fare nulla e senza interessarsi di nulla, andrei fino in capo al mondo pur di trovare una cura che lo restituisca alla vita, e se ciò non fosse possibile lo ucciderei con le mie mani pur di non vederlo vegetare in quello stato.

Ma lei non aveva il minimo interesse per i suoi figli, men che meno per me.

Quando c'era stata la crisi con mio padre ed era caduta in depressione era riuscita a riprendersi solo sviluppando un estremo egoismo e facendo della vendetta e del desiderio di rivalsa lo scopo della sua vita. Dal momento che nessuno l’aveva mai amata e che non c’erano speranze che ciò potesse accadere in futuro, a un certo punto ha pensato: "Al diavolo tutti, d’ora in poi penserò solo a me stessa e un giorno verrà il momento in cui potrò farmi valere; ho il diritto di fare qualsiasi cosa pur di difendermi."

Ben presto aveva scoperto che trasformare il dolore in rabbia le dava la forza e l’energia per continuare a vivere e poteva così dimenticare la profonda solitudine e la mancanza d’amore di cui aveva sofferto.

La morte di mio padre era stata per lei una magnifica occasione per ottenere il potere assoluto su tutta la famiglia. Aveva ormai denaro a sufficienza per condurre alla grande le sue epiche battaglie contro il mondo, e dunque, perché mai avrebbe dovuto occuparsi dei suoi figli?

Ci dava soldi per vivere dignitosamente, ci dava la possibilità di studiare e questo era più che abbastanza. Se poi io trascorrevo le mie giornate dormendo e mi rovinavo la vita nell’ozio erano solo fatti miei, lei il suo dovere l’aveva fatto e non le si poteva rimproverare nulla.

Intanto anche mio fratello aveva iniziato ad andare all’università, e stranamente, persino lui cominciò ad avere problemi nella frequenza. Aveva però già capito come funzionavano le cose in questa famiglia e, se anche aveva dei problemi simili ai miei, come sospettavo, si guardava bene dal lamentarsene. Forse anche lui aveva difficoltà ad inserirsi tra persone sconosciute, ma non ne parlava mai, e, per giustificare la sua mancata frequenza, dava delle spiegazioni che tiravano in ballo insormontabili ostacoli esterni.

Ad esempio diceva che era impossibile seguire le lezioni perché si perdeva troppo tempo per il viaggio e non voleva gravare sulla famiglia con l’affitto di una camera. Inoltre le aule erano talmente piene che non si poteva neanche entrare, c’erano addirittura delle pericolose risse per accaparrarsi un posto a sedere e lui non voleva trovarsi in situazioni di rischio; per di più i professori non erano all’altezza e non spiegavano bene, erano stupidi e ignoranti, quindi era molto meglio studiare a casa per conto proprio.

Mia madre si fece completamente convincere da questa piacevole versione dei fatti che tirava fuori la nostra famiglia da qualsiasi sospetto e responsabilità. Infatti dichiarare una propria incapacità o debolezza equivaleva ad accusare implicitamente l’intoccabile famiglia dei Parisi di avere in qualche modo causato quella difficoltà.

Mio fratello invece era la rassicurante prova che in casa tutto andava bene; era piuttosto il mondo là fuori ad essere sbagliato. In questo suo modo di agire e di pensare, creava per di più una straordinaria somiglianza che risultava molto gradita a mia madre: loro due erano entrambi delle persone eccezionali e dotate di qualità superiori che venivano ostacolate da persone ostili, incapaci di apprezzare il loro valore. Devo ammetterlo: era stato indubbiamente capace di trasformare le sue difficoltà in una situazione che attirava le simpatie di chi in quel momento aveva in famiglia il potere assoluto.

Perciò si mise a studiare in casa, per così dire, e faceva un esamuccio ogni tanto solo per evitare la naja. Escogitò un ingegnoso sistema di trucchetti burocratici con il quale riuscì a guadagnare diversi anni, benchè dovette cambiare facoltà ben quattro volte. Naturalmente neanche lui aveva la più pallida idea di cosa fare nella vita e siccome nella nostra casa c’era la regola che bisognava solo eseguire gli ordini dei genitori, era impantanato nel nulla semplicemente perché mia madre non gli dava ancora nessun ordine da eseguire riguardo agli studi o un’eventuale professione. Lei voleva soltanto che si andasse genericamente all’università per potersene fare vanto con la gente, ed era proprio questo che lui faceva alla lettera.

Per il resto aspettava semplicemente l’ordine, il comando, dal momento che era impensabile che qualcuno di noi figli potesse decidere di sé per conto proprio.

E disobbedire a sua madre era proprio l’ultima cosa al mondo che mio fratello avrebbe potuto fare.

 

                    Capitolo XXVIII

 

Passai quindi due o tre anni nel più completo isolamento, senza uscire mai, senza parlare con nessuno, diventando una sepolta viva così come prima di me lo erano state la zia monaca e molte altre donne della famiglia Parisi. Ero stata cancellata dall’esistenza e di me non restava traccia alcuna.

Talvolta, per qualche motivo assolutamente indispensabile, come andare dal dentista o dal medico, mi toccava per forza mettere il muso fuori di casa, e lo facevo in uno stato di panico totale, cercando di escogitare stratagemmi per rendermi invisibile, tipo sgattaiolare attraverso stradine secondarie e poco frequentate, oppure camuffarmi con sciarpe, occhiali da sole, grossi berretti che mi coprivano buona parte della testa. Ero terrorizzata dall’eventualità di incontrare qualcuno che mi conosceva, magari le mie ex amiche di una volta. Sapevo cosa pensavano di me, sapevo che tutti conoscevano il totale fallimento della mia vita e me ne vergognavo tanto. Non avevo tutti i torti.

Di tanto in tanto si verificava davvero l’evento temuto, e allora dovevo sottostare all’umiliazione delle domande di circostanza, alle risatine, allo sfottò, alle parole ironiche e sarcastiche.

Era una forma velata di bullismo dalla quale cercavo di difendermi nell’unico modo che potevo, cioè nascondendomi e scappando. Le persone normali, quelle a cui la vita va grosso modo bene, e che portano avanti le loro faccende senza eccessiva difficoltà, sembrano provare un particolare piacere nell’accanirsi a disprezzare e umiliare chi invece non ce l’ha fatta.

Nello stare fuori casa mi sentivo dunque come un animale debole e ferito costretto ad uscire dalla sua tana: vulnerabile, indifeso e costantemente in pericolo. Il semplice fatto di espormi agli sguardi degli altri equivaleva a mostrare senza alcuna protezione le lacerazioni della mia vita mutilata e invalida. Non avevo alcun modo di nascondere o negare la mia inferiorità che era ormai più che evidente e quelle poche occasioni in cui mi capitava di incontrare casualmente le mie amiche di un tempo, costituivano una vera tortura. Loro, così splendide e perfette, che facevano un esame dopo l'altro, che non perdevano nessuna occasione di divertirsi, che avevano tutte un ragazzo e amici in quantità, non mancavano mai di prendere un atteggiamento sarcastico e si divertivano ad umiliarmi chiedendomi: "Come va? Che fai di bello?"

Sapevano benissimo come andava la mia vita ed era uno spasso vedermi arrancare e farfugliare per inventarmi qualcosa. Io ero terrorizzata da quegli incontri e mi sentivo semplicemente morire di vergogna.

Per di più negli ultimi tempi, all’umiliazione e allo sfottò si era aggiunto il veleno dell’invidia, perché in quella situazione di fallimento e sofferenza c’era persino chi mi invidiava, e tutto ciò a causa di alcune vicende familiari che si erano verificate proprio in quegli anni.

Tra il 1989 e il 1990 erano arrivati i fondi di ricostruzione per il terremoto e il Comune della mia città approfittò dell’occasione per realizzare parzialmente quell’esproprio deciso tanti anni prima. Acquistò una buona metà del patrimonio di mia madre, che consisteva in ruderi ormai abbandonati e di nessun valore. Si trattava precisamente di quelle case dirupate in cui io andavo a rifugiarmi per starmene da sola. A causa della fortuita circostanza dei fondi di ricostruzione, quelle catapecchie furono valutate in un modo che superava qualsiasi immaginazione e da un giorno all’altro mia madre si ritrovò sul suo conto la bellezza di 550 milioni di lire che furono impiegati per acquistare tre nuovi appartamenti sullo stesso piano nel prestigioso parco delle Rose e, uno strepitoso, ampio, luminosissimo appartamento in un nuovissimo palazzo sulla collina più alta della città. Mentre i tre del parco delle Rose furono affittati, quello sulla collina venne lasciato libero  perché era effettivamente troppo bello per tenerlo occupato con un inquilino, e si pensò che potesse in futuro essere usato da qualcuno della famiglia. Mia madre, con la sua solita furbizia, non ci disse nulla dell’esproprio, ma dichiarò semplicemente che il Comune aveva deciso l’acquisto usando i fondi del terremoto e io ho potuto sapere la verità solo molti anni dopo.

Purtroppo la cosa divenne rapidamente di dominio pubblico, sia perché era stata esposta ufficialmente l’ordinanza dell’assegnazione dei fondi, sia perché di lì a poco i ruderi furono abbattuti in grande stile e per circa una settimana le ruspe si diedero un gran da fare alle porte del nostro giardino. C’era sempre un gruppetto di gente che si fermava lì a curiosare e a guardare lo spettacolo della demolizione.

Pertanto tutti sapevano che eravamo diventati ricchi e una volta mi capitò malauguratamente di incrociare alcune vecchie amiche, che sapendo l’accaduto cominciarono a punzecchiarmi: "Ma allora di esami non ne hai più fatti? Hai lasciato l’università? Non stai facendo niente? Ah, ma in fondo si spiega tutto, tanto ormai sei ricca, chi te lo fa fare di metterti a studiare? Beata te!"

Fu un’umiliazione insopportabile, dovevo assolutamente impedire che si potesse ripetere una cosa del genere e l’unico modo veramente sicuro per farlo era appunto non uscire più di casa.

Purtroppo il mio rifugio domestico era tutt’altro che rassicurante e stava anzi trasformandosi in un covo di vipere, rendendomi la sopravvivenza impossibile anche lì. Mia madre e i miei fratelli cominciarono a lamentarsi di me e a darmi addosso, accusandomi di essere una che approfittava della famiglia.

“Stupida, cretina, incapace, sei una buona a nulla, non hai nessun diritto di farti mantenere dal momento che non vuoi studiare, dovremmo buttarti fuori a calci visto che sei maggiorenne e se non vuoi studiare almeno vai a lavorare e finiscila di fare la bella vita a spese nostre.”

Da un giorno all’altro, con il pretesto che serviva a fare la guardia, mio fratello si fece comprare un cane pastore tedesco a pelo lungo, un bestione enorme dal peso di oltre trenta chili. Per via del fatto che sia io che mia madre e mia sorella avevamo paura dei cani, venne fatto scempio del giardino con la costruzione di una serie di gabbie, tettoie, porticine e altri espedienti che lo trasformarono in una specie di canile municipale. Per di più, quando lo portava fuori dalle gabbie, mio fratello scoprì il divertente passatempo di aizzarmelo contro, per poi intervenire a fermarlo solo all’ultimo momento perché vedermi spaventata era una cosa di uno spasso unico.

Una volta capitò che, ridendo e scherzando, il cane mi afferrò un polpaccio e iniziò a tirare strappandomi il pantalone. Io sentivo i denti che stringevano con forza, sapevo che non potevo muovermi né scappare altrimenti c’avrei rimesso la gamba e gridavo aiuto, chiedevo a mio fratello di intervenire ma lui se ne stava lì a guardare e rideva dicendo che io esageravo ed erano solo sciocchezze, il cane dopotutto era buono e stava semplicemente giocando. Il pantalone era ormai ridotto a brandelli, i morsi erano sempre più forti, io iniziai a piangere, convinta che il cane mi avrebbe sbranato, e solo allora lui si decise ad allontanarlo. Mi portai sulla gamba dei dolorosi lividi per un paio di settimane e se me ne lamentavo  diceva che ero un’esagerata, che non era niente di grave e che quello che era accaduto era dovuto al fatto che ero troppo debole e delicata, infatti un’altra persona di normale costituzione di certo non avrebbe riportato tanti danni. Lui in quel modo voleva solo mettere un po’ d’allegria ed io ero un’antipatica musona che non sapeva nemmeno stare agli scherzi.

 

Oltre a ciò, con una serie di complicati espedienti, stratagemmi e ricatti che non sto a raccontare, mia madre mi cacciò fuori dalla mia stanza costringendomi a trasferirmi in un’altra stanza di passaggio, dove chiunque in qualsiasi momento poteva entrare e uscire a piacimento. Invidiava molto ed aveva una gran rabbia per quella mia stanzetta dalle pareti color lavanda e dai mobili bianchi, sempre linda e ordinata, assolutamente estranea allo stile di vita familiare. Invidiava soprattutto il modo in cui me l’ero guadagnata, cioè vincendo il braccio di ferro con mio padre, e non sopportava il fatto che potessi chiudermici dentro lasciandola fuori dalla porta. Quando mi chiudevo a chiave lei iniziava a urlare e diceva: "Apri immediatamente, questo è un atto di superbia e maleducazione nei miei confronti!"

Trovarmi in quelle condizioni mi faceva soffrire in modo indicibile, e ci si mise perfino la cameriera a sfottermi e umiliarmi.

Quella donna era una furbastra che, conoscendo le debolezze di mia madre, ne aveva egregiamente approfittato a suo vantaggio. A tutti gli effetti svolgeva solo il ruolo di amica e confidente e la nostra casa era sporca e disordinata anche perché lei veniva semplicemente a chiacchierare e non faceva niente del suo dovere. La cosa peggiore era che una volta era stata sorpresa a rubare. Io mi ero infuriata e avevo proposto l’immediato licenziamento ma mia madre era ormai completamente plagiata, perciò aveva accettato le sue scuse e, piuttosto, io ero stata accusata di essere troppo severa.

Da quel momento la cameriera aveva iniziato ad odiarmi ferocemente e coglieva ogni occasione per mettere zizzania. Capitava quindi che quando la mattina io ancora dormivo, lei veniva nella stanza, che ormai era diventata un corridoio, e mi diceva con tono sarcastico:

"Ma che fai? Dormi ancora a quest’ora? Bella la vita per una come te!"

Poi andava da mia madre e la provocava:

"E Amelia che fa, non studia, non fa niente? Mia figlia ha trovato un impiego all’ospedale e mia nipote l’anno prossimo la mandiamo all’università a Perugia."

Dopodichè mia madre si precipitava da me a farmi una scenata di rimproveri e quella vipera si prendeva la sua bella soddisfazione.

 

 

 


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