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Il coraggio di volersi bene 11

di Amelia Parisi
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Pubblicato il 28/07/2021 18:08:21

 

 

  

 

                                        Il coraggio di volersi bene   11

 

Capitolo XXIX

 

 

Vivere in quelle condizioni era diventata una continua tortura mentale da cui non potevo difendermi. Non ero in grado di studiare né di trovarmi un lavoro, nel mondo esterno non avevo nessuno, la gente ormai non sapeva più nemmeno che esistevo, la mia vita dipendeva in tutto da mia madre che sentiva di avere il pieno diritto di trattarmi nel peggior modo possibile. I miei fratelli la imitavano e la seguivano alla lettera, un po’ per compiacerla ed acquistare merito ai suoi occhi, un po’ perché non si facevano certo sfuggire la piacevole occasione di poter impunemente ferire e biasimare qualcuno che, anche loro, odiavano.

 

Arrivata a quel livello di sofferenza, una qualsiasi ragazza di vent’anni sarebbe scappata di casa. Quando si è giovani e in salute si hanno tutte le opportunità per potersi rifare una vita altrove troncando completamente quei legami familiari che fanno stare solo male. Magari potevo andare in una grande città e trovare una sistemazione temporanea come badante per una signora anziana, poi risparmiando un po’ e facendomi un mio giro di amicizie e conoscenze avrei potuto trovare lavoro come segretaria, commessa o cameriera in un ristorante e prendere una stanza in affitto con altre ragazze, oppure potevo trovare un ragazzo con cui andare a vivere insieme e magari sposarmi. E se proprio ci tenevo a studiare e a fare carriera, potevo persino diventare l’amante di un uomo ricco che mi avrebbe pagato l’università: patti chiari e amicizia lunga, e una volta finiti gli studi arrivederci e grazie con buona pace di tutti. Si trattava semplicemente di stipulare un reciproco accordo di utilità, un sistema molto comune usato dalle ragazze che non possono permettersi l'università e non vogliono rinunciarci, perciò, se fossi stata una ragazza normale, capace cioè di fare quello che fanno le ragazze normali, avrei potuto infine trovare il modo, seppure difficile e faticoso, di cavarmi fuori da quel guaio.

Ma io non ero affatto una normale ragazza di vent’anni e avevo addosso quelle due drammatiche fobie che mi hanno rovinato la vita: la paura di uscire e la paura di stare con le persone. Come potevo scappare se già dopo un paio d’ore che mi allontanavo da casa venivo presa dal panico? Come potevo adattarmi a vivere con delle persone se ne ero terrorizzata e avevo già avuto prova della mia incapacità di stabilire un minimo di relazione? Come potevo trasferirmi altrove se avevo paura di viaggiare? Come potevo sperare di riuscire a trovare un lavoro, se con la gente non riuscivo neanche a parlarci? E come potevo, a maggior ragione, considerare come possibile l’ipotesi di trovare un ragazzo, o addirittura sedurre un uomo e diventarne l’amante? Erano delle ipotesi lontanissime dalla mia realtà, quindi assolutamente impossibili.

Le mie difficoltà nelle relazioni con gli altri sembravano incurabili. La terapia con lo psicologo era fallita, quella con i farmaci pure, ero delusa e avvilita perché a quel punto sapevo che niente e nessuno avrebbe potuto aiutarmi ad uscire da quella condizione di infermità.

Nella mia vita si sono verificate due gravi condizioni che messe insieme mi hanno impedito di trovare una via d'uscita. Ero nata da genitori immaturi e incapaci, l'uno nevrotico, l'altra schizofrenica, mi trovavo in una famiglia dove c'erano enormi problemi di relazioni che andavano avanti da almeno due generazioni e non avevo ricevuto un briciolo d'amore.

Va bene, è triste e drammatico, ma capita spesso e per lo più le persone in quelle condizioni vanno via di casa il più presto possibile e trovano altrove l'affetto di cui hanno bisogno. Il mio problema veniva però rafforzato da quelle caratteristiche tipiche dell'Asperger che boicottavano i miei tentativi di trovare alternative: con le persone non sapevo neanche parlarci, figuriamoci stabilire un minimo di legame.In quelle condizioni mi era preclusa ogni via di scampo. Ero letteralmente in trappola. 

 

Del resto, continuando a vivere in quel modo di lì a poco sarei diventata completamente pazza e avrei passato il resto dei miei giorni in un istituto per dementi. Allora mi venne in mente che in realtà esisteva un rifugio, un luogo in cui potevo essere al sicuro e che non era impossibile da raggiungere per le mie limitate capacità, in cui potevo stare da sola e difendermi almeno dagli attacchi giornalieri dei miei familiari. Pensai cioè di andare a vivere in quel nuovo appartamento appena acquistato e che era rimasto vuoto, se non altro per avere il tempo di riprendermi e recuperare le forze, poi, con la dovuta calma e serenità mentale, avrei potuto capire cosa fare della mia vita e come porre rimedio a quella situazione disastrosa.

Purtroppo l’appartamento era di proprietà di mia madre: dovevo necessariamente chiedere il suo permesso per abitarci, senza contare che, non avendo delle mie entrate, avrebbe anche dovuto fornirmi il mantenimento e il pagamento delle utenze.

La mia idea era in effetti palesemente paradossale perché equivaleva a chiedere al proprio carceriere le chiavi per  uscire di prigione.

Avrebbe mai potuto una donna psicopatica, paranoica, narcisista che metteva se stessa al centro dell’universo, rinunciare al proprio diritto al comando e alla vendetta per aiutare una figlia che non aveva mai riconosciuto come tale, né tanto meno amato?

Ero solo una povera illusa e i litigi disumani che ci furono nei mesi seguenti lo dimostrarono senza ombra di dubbio. Ogni speranza sembrava ormai perduta quando un giorno mio fratello mi prese in disparte e mi disse: “Ci tieni veramente tanto ad andare lì? Guarda che in questo modo non otterrai niente, io però posso riuscirci, ci penso io a convincerla, a me non dirà di no, ma ti metto due condizioni. Per questo lavoro devi darmi 100 mila lire e in quella casa voglio andarci a vivere pure io.”

Accettai immediatamente, gli avrei dato qualsiasi somma mi avesse chiesto e pertanto, con mia grande sorpresa, nel giro di qualche settimana furono attivate le utenze, venne concordato uno stipendio mensile per il mantenimento e le bollette, fu organizzato il trasloco della mia camera, quella di mio fratello, il minimo indispensabile per la cucina, e dovetti portarmi dietro pure certi orribili, ingombranti e bruttissimi mobili antichi dei nonni che non si sapeva più cosa farne e dove metterli.

Naturalmente ero felicissima. La nuova casa era davvero bella, luminosa, ariosa, con dei grandi balconi, tutto funzionava alla perfezione, c’era un magnifico panorama e il cielo sembrava lo si potesse toccare semplicemente mettendo una mano fuori dalla finestra. Non avrei potuto chiedere di meglio.

Cominciai a pensare a tutte le cose che avrei potuto fare, a quei piccoli cambiamenti che un po’ alla volta avrebbero portato la mia vita a diventare più o meno normale. Potevo finalmente tenere la casa ordinata e pulita senza essere costretta a condividere quello stato di caos e scompiglio totale in cui mia madre si trovava così bene perché rappresentava il suo disordine interiore, che non aveva nessuna intenzione di modificare, e che a me, proprio per questo, faceva stare male. Pensavo anche di riprendere ad uscire di casa perché mi trovavo in un quartiere diverso, molto lontano da dove vivevo prima e lì non mi conosceva nessuno. Sarebbe stato più facile cominciare daccapo senza correre il rischio di incontrare le ombre del passato.

Quell’entusiasmo venne completamente deluso quando mi resi conto di essere stata attirata in un tranello. Mio fratello mi aveva ingannato: c’era uno scopo preciso che l’aveva portato lì e non erano certo le centomila lire che mi aveva chiesto, ma l’idea di vendicarsi dei torti subiti da nostro padre facendo soffrire me. Molti anni dopo, messo alle strette, mi ha addirittura confessato i suoi piani di vendetta:

“E’ vero, ti odiavo e ti odio ancora, non lo so nemmeno io il perché, ma solo a vederti mi saltano i nervi. Tu sei sempre stata la cattiva della famiglia, eri cattiva come papà e volevo vendicarmi per tutto quello che avevo dovuto subire da lui. Eri la sua preferita e ne approfittavi, ti alleavi con lui, eri tu che lo aizzavi a maltrattarmi e ti ci divertivi pure. Volevo darti una lezione perché te la meritavi, volevo avere il comando su di te per farti fare quello che dicevo io senza fiatare.”

Era stata mia madre a trasmettergli il suo stesso delirio.

Quando si arrabbiava con me e mi rimproverava con incredibile crudeltà, lo faceva sempre in presenza dei miei fratelli, che naturalmente stavano dalla sua parte, la spalleggiavano e le davano man forte. Anche loro si erano convinti che io avessi la colpa di tutte le disgrazie della famiglia, che ero malvagia come mio padre ed era giusto punirmi senza farsi scrupoli. Tra tutte quelle persone che mi odiavano ero quindi completamente sola e senza alcuna speranza di ricevere il minimo aiuto.

Mio fratello conosceva benissimo i miei punti deboli, e se mi aveva attirato in quella trappola era perché sapeva che non sarei mai scappata.

La prima cosa che mi impose fu il divieto di uscire, e finchè lui restò lì a vivere con me io continuai a fare la sepolta viva. La casa si trovava su una collina ripidissima, all’estrema periferia della città, in un posto che all’epoca era davvero molto isolato, ed era praticamente impossibile uscire a piedi. Avevo preso la patente a 18 anni ma non avevo mai guidato e lui approfittò di questa circostanza per negarmi l’uso della macchina col pretesto che era per il mio bene, perché essendo un’incapace totale se solo avessi provato a guidare mi sarei certamente sfracellata. Qualche volta avevo provato ad uscire a piedi, sebbene nessuno che abitava in quel palazzo lo facesse mai, ma ci mettevo davvero troppo tempo ad arrivare in città ed ero semplicemente terrorizzata a camminare da sola per una strada di campagna, soprattutto perché spesso si vedevano in giro gruppi di cani randagi, che sarebbero stati pericolosi per chiunque, figuriamoci per una che dei cani ne era spaventata a morte.

Non potevo dunque mai uscire da sola, ero costretta a uscire in macchina con lui e ciò mi era concesso solo per fare la spesa e per poche altre cose che erano reputate opportune e necessarie. Perciò se dovevo uscire per qualsivoglia motivo dovevo chiedergli il permesso e dargliene conto, e ovviamente lui poteva, a suo piacimento dire di sì o di no e decidere se accompagnarmi o meno. Se dicevo che volevo fare una passeggiata mi rispondeva: "Non disturbarmi con queste stronzate, mica sono il tuo servitore. Tanto tu non conosci nessuno, che esci a fare? Se vuoi prendere aria vai sul balcone e non seccarmi con queste stupidaggini."

Se dovevo andare dal parrucchiere lui rispondeva: "Ma che ci vai a fare? Non ti vede nessuno, sei una fanatica, queste sono solo fisime, brutta sei e brutta rimani, è inutile che vai ad aggiustarti i capelli."

In casa aveva deciso di riprodurre lo stesso sporco e disordine che ci eravamo lasciati dietro, ben sapendo quanto la cosa mi faceva stare male, e se cercavo di riordinare lui immediatamente buttava di nuovo tutto all’aria. Dovevo fargli da schiava e la mattina avevo l’obbligo di preparargli la colazione e portargliela a letto, poi dovevo preparagli pranzo e cena, organizzare la spesa, lavare i piatti, occuparmi della spazzatura e, la sera, quando non usciva, ero costretta a fargli compagnia davanti alla tv e guardare quello che voleva lui; se invece usciva, il giorno dopo dovevo sorbirmi tutto il resoconto degli eventi della sera precedente e lui aveva la stessa logorrea di mia madre che quando attaccava a parlare andava avanti per ore. Naturalmente, in ciò che diceva dovevo sempre dargli assolutamente ragione. Spesso si divertiva a umiliarmi rinfacciandomi tutti i miei difetti e i miei fallimenti e iniziava a fare dei discorsi del tipo:

“Guarda che razza di vita fai, ma come ti sei ridotta! Sei una fallita, un’incapace, non hai amici, alla tua età non hai nemmeno uno straccio di ragazzo, io invece di amici ne ho tanti, guarda la mia rubrica com’è piena! E non dare la colpa a me se non esci, se io non avessi la macchina ci sarebbero decine di persone disposte a venirmi a prendere, te invece nessuno ti si fila perché non vali niente. Sei noiosa, antipatica, brutta, non piaci a nessuno e quando cerchi di truccarti e di metterti dei bei vestiti fai ancora peggio perché sei ridicola. Lo vuoi capire o no che quei vestiti non sono per te?  Quelli sono per le belle ragazze, tu sei brutta e l’unico risultato è che metti in risalto la bruttezza.”

Mi sentivo dentro una rabbia che avrei potuto ucciderlo ma ero costretta a stare zitta e tenermi tutto dentro e lui lo sapeva e lo faceva apposta perché voleva farmi sentire esattamente come quando nostro padre lo faceva rodere di rabbia e lui non poteva reagire.

C’era sempre quel maledetto equivoco. Io non ero mio padre. Cosa c’entravo con quello che aveva fatto lui? Perché dovevo pagare per lui?

Spesso mi avvertiva su come sarebbero stati puniti eventuali atti di ribellione:

"Stai molto attenta, guarda che se non fai quello che dico io, ti metto mamma contro e ti faccio sistemare da lei. Ricordati una cosa: qua io ti ci ho fatto venire e io ti ci posso togliere. Vuoi tornare a vivere in quella gabbia di matti?"

Dopo un po’ di tempo che vivevamo insieme cominciarono a crearsi anche strane e spaventose circostanze che facevano ulteriormente vacillare la mia mente già molto provata. Era peraltro un fatto anomalo e singolare che fratello e sorella andassero a vivere insieme da soli nella stessa casa, nella stessa città in cui era l’abitazione familiare. Un fatto anomalo e pericoloso direi, quando nessuno dei due è fidanzato e non c’è qualcuno a fare da barriera a quegli inquietanti istinti che, seppure sconvenienti, covano sempre nell’animo umano, per quanto ne si voglia negare l’esistenza. Infatti tra le altre cose mio fratello iniziò ad assumere un atteggiamento verso di me che letteralmente mi terrorizzava. Faceva discorsi di esplicito argomento sessuale, a me molto sgraditi ma che lui mi forzava ad ascoltare a “scopo educativo”, come diceva, perché riteneva suo dovere di fratello istruirmi su alcune tecniche dei rapporti sessuali per prevenire miei eventuali errori, inoltre faceva commenti inappropriati sul mio seno troppo grosso, mi sottoponeva in modo subdolo ad una serie di molestie verbali che mi turbavano e mi davano un’angoscia infinita. Per quanto possa sembrare sgradevole e perturbante, è tuttavia molto comune il verificarsi di situazioni blandamente incestuose tra fratello e sorella, se le circostanze del momento ne danno l’opportunità, e non c’è niente di più terribile che subire una cosa del genere quando non c’è alcun modo di difendersi o fuggire. In quel periodo facevo spesso un incubo in cui venivo inseguita da un ragazzo armato di lanciafiamme che voleva bruciarmi viva. Lui diceva che era la giusta punizione perché io ero cattiva e avevo fatto del male, io mi ritrovavo con i piedi incollati a terra, non riuscivo a muovermi e mi svegliavo nel momento in cui mi veniva dato fuoco.

Naturalmente non potevo rivelare la cosa a nessuno né avevo alcuna possibilità di porci rimedio. Seppure ne avessi parlato a qualcuno non sarei stata nemmeno creduta, sarei passata per pazza e poi, come accade sempre in questi casi, c’era l’immensa vergogna di dover rivelare qualcosa che ferisce al tal punto che il solo parlarne genera sofferenza. 

Non potevo fare altro che stare zitta e sopportare. Eppure ci fu una sola e unica volta in cui non riuscii a trattenermi ed ebbi uno scatto di nervi, non ricordo a che proposito ma evidentemente si era superato ogni limite e una sera aprii la credenza e cominciai a tirargli addosso i bicchieri di vetro. Lui andò a rifugiarsi nella sua stanza e io continuai a buttare a terra tutto quello che si poteva rompere, e quando ebbi finito, tornò, mi prese per il collo della maglia, mi spinse con forza con le spalle contro il muro e guardandomi dritto negli occhi, con una voce assolutamente calma, tranquilla, agghiacciante, robotica, scandendo lentamente le parole, disse:

"Stammi bene a sentire, non ti permettere mai più di fare una cosa del genere perché io non ci metto niente ad ammazzarti ma piuttosto che finire in galera per colpa tua, posso farti di peggio, io chiamo i carabinieri e ti faccio il TSO e una volta che sei lì ti legano al letto e ti danno tanti ma tanti di quei farmaci che ti dimentichi pure come ti chiami, hai capito cosa ti faccio? Rispondi, hai capito?"

 

Sì, ho capito.

 

  

Capitolo XXX

 

Rimasi a vivere in quella casa e in quelle condizioni per tre anni, tra i miei ventitré e ventisei, direi quanto bastava per compromettere tutto il resto della mia vita.

E se nel frattempo mio fratello faceva quello che faceva, non era solo per sfogare vecchi rancori del passato, ma perché anche lui, evidentemente, aveva le sue difficoltà nella vita. Si arrabattava con ogni sorta di trucchetti per rinviare il servizio di leva e intanto ancora non aveva deciso cosa fare da grande. Dormiva fino a tardi come me e, benchè sostenesse il contrario, in fondo era anche lui un emarginato, non aveva trovato il suo posto nel mondo, e, seppure si vantava di conoscere tante persone, non aveva nessun amico vero e non riusciva a stabilire dei legami sinceri e profondi. Era convinto che le relazioni tra le persone si basassero unicamente sul reciproco interesse materiale e sulla manipolazione dell’altro a proprio vantaggio: in questo gioco di riuscire a spremere le persone il più possibile non ci vedeva nulla di strano, gli sembrava normale che i rapporti umani funzionassero così. Cominciò a prendere antidepressivi e tranquillanti, ma, a sentire lui, la circostanza non poteva in alcun modo collegarsi a dei suoi problemi personali, per il semplice fatto che lui non aveva problemi personali. Se aveva bisogno di prenderli era solo a causa della nostra società, troppo frenetica e competitiva per gli esseri umani in senso generale, e infatti quei farmaci li usavano anche la maggior parte delle persone normali perciò era da ritenersi un fatto assolutamente ovvio, per il quale non bisognava dare nessuna spiegazione. A tutti capita di avere mal di testa e prendere l’aspirina: con gli psicofarmaci era la stessa cosa. Lui, come tutti quelli della famiglia Parisi era perfetto, non aveva alcun problema, era piuttosto il mondo là fuori ad essere sbagliato.

Attribuiva i suoi insuccessi soltanto a cause esterne e, nella fattispecie, alla sfortuna. Per compensare le sue insicurezze era diventato controfobico, cioè faceva lo spaccone e si cimentava in spericolate imprese con la moto o con la macchina che poi naturalmente raccontava a tutti facendosene vanto. Un paio di automobili andarono completamente distrutte, ma questo non era un problema, giacchè c’era sempre la mamma a ricomprargliele. Come lei, con la quale diventava sempre più affine e legato, ci sapeva fare a raccontare balle e aveva un certo fascino sulle persone che restavano del tutto stregate dalla sua parlantina, così a un certo punto si era fatto una discreta cerchia di seguaci che lo ammiravano e idolatravano come un guru. Il suo punto debole erano però le ragazze: lì scivolava clamorosamente mostrando tutte le sue insicurezze, ma anche in questo caso la colpa era solo di quelle cretine smorfiose che non sapevano apprezzare le sue favolose capacità, e alla fine cominciò ad avere qualche ragazza solo quando andò a studiare a Zobeide, cioè a ventiquattro anni suonati, ma le sue relazioni duravano solo pochi mesi e non è mai riuscito ad avere un legame stabile. Tanto è vero che poi per sposarsi, e mettersi in regola con le richieste della società, si è rassegnato a prendersi una rumena conosciuta su internet, una di quelle che sposerebbero chiunque le porti in Italia e provveda a mantenerle. E persino in quella circostanza ha mascherato la sua palese sconfitta, sostenendo la tesi che ormai solo le straniere hanno ancora seri valori morali e buoni sentimenti mentre le italiane pensano solo ai soldi e hanno troppi grilli per la testa. Aveva imparato bene da sua madre l’arte di negare l’evidenza a tutti i costi senza rendersi conto di quanto la realtà delle cose potesse talvolta metterlo chiaramente in ridicolo.

In quei tre anni di isolamento per me le cose non erano affatto cambiate, almeno non nel modo in cui mi aspettavo. La mia vita, tramite la presenza e la sorveglianza di mio fratello, ancora non mi apparteneva.

Mi trovavo di nuovo ad essere sepolta viva in una casa. Forse era una casa migliore, sebbene più piccola, ma appunto, replicava in miniatura le stesse condizioni che mi ero lasciata alle spalle. Anche da lì non c’era modo di scappare, per gli stessi identici motivi, pertanto, ancora una volta, io mi trovavo in una situazione d’attesa. Aspettavo.

Aspettavo che mio fratello partisse per la naja sperando che la sua scomparsa mi avrebbe finalmente liberato dalle violenze psicologiche e dal mobbing che dovevo subire. Aspettavo.

Aspettavo la scomparsa di quell’altro tiranno che era subentrato al primo, continuando a credere che fosse stata proprio la presenza del maschio a causare tutte le sofferenze della mia famiglia. E infatti in un certo senso era così. L’assoluto patriarcato maschilista, antico retaggio del clan dei Parisi, aveva causato soprusi, sofferenze, prevaricazioni e vendette, i danni prodotti avevano lasciato una lunga scia di dolore e distruzione, e la parte femminile della famiglia, dopo la scomparsa dei tiranni maschi, avrebbe continuato a venerarne la memoria e a perpetuarne le nefandezze, incapace ormai di riappropriarsi del suo potere creativo di riparazione, che dovrebbe essere tipico delle donne, e che era stato invece perduto per sempre. 

All’inizio dell’anno 1994 giunse dunque il fatidico momento di partire per il servizio di leva perché mio fratello aveva già usato tutti i trucchetti possibili e non poteva evitarlo ancora.

Quello fu per me un giorno bellissimo, anche se poi in pratica lui tornava a casa ogni fine settimana e allora tutto riprendeva come prima, ma almeno avevo il tempo per tirare un po’ il fiato. La prima notte che mi ritrovai a dormire da sola in casa fu un’esperienza meravigliosa. Tutto quel silenzio, quella pace, il senso di sollievo e libertà… stare da sola mi sembrava la cosa più bella del mondo e giurai che non avrei mai più vissuto con qualcuno per nessuna ragione al mondo. Non fu per niente facile tentare di riparare i danni che erano stati fatti, a cominciare dal fatto che dopo tanti anni non sapevo più guidare e, visto che l’auto mi era indispensabile, dovetti prendere delle lezioni a scuola guida, ed ero costretta a farmi venire a prendere sotto casa perché non ero in grado neppure di recarmi alla sede dell’autoscuola. Era molto avvilente, e per di più non sono mai riuscita a recuperare del tutto e tutt’oggi nella guida sono una frana, forse proprio per quella lunga inattività a cui ero stata costretta.

Quando mio fratello lasciò la nostra città, prima per la naja, poi per lo studio, mia madre diventò molto più oppressiva nei miei confronti. Mi telefonava in continuazione e mi teneva bloccata per ore al telefono costringendomi ad ascoltare tutti i suoi sproloqui paranoici, mi ordinava di andare spesso da lei per fare varie faccende e, da quando avevo iniziato a guidare, mi usava come autista per farsi accompagnare quà e là. La cosa peggiore era che dovevo sempre mostrarmi in atteggiamento umile e sottomesso, trasandata, trascurata, a testa bassa, spalle curve, con dei vecchi vestiti informi e scarpe da ginnastica. Era questa la sola divisa con cui potevo presentarmi a lei senza rischiare ritorsioni. Se mi mettevo qualcosa di femminile, se stavo dritta, se avevo cura di me e mi truccavo lei si rodeva dall’invidia, mi lanciava occhiatacce feroci e si vendicava, facendomi ad esempio delle trattenute sullo stipendio con pretesti vari, oppure mi faceva delle scenate ripetendomi la solita tiritera che ero un’incapace buona a nulla e che con la mia pigrizia rubavo i soldi in famiglia. Quando poi l’accompagnavo dall’avvocato o dal ragioniere non potevo dire una parola, non potevo mai intervenire e dovevo solo obbedire ai suoi ordini senza intromettermi nei suoi affari e allora era particolarmente soddisfatta di potermi esibire di fronte alla gente in quello stato di sottomissione, quando inevitabilmente apparivo come una stupida e un’imbranata. La prima donna della famiglia era lei e soltanto lei, non era ammesso in alcun modo che qualcuna delle sue figlie potesse raggiungerla o addirittura superarla. L’unico modo che avevo di evitare le sue punizioni per il mio peccato di superbia, era di mostrarmi come una ritardata alla stregua di mia sorella. Purtroppo arrivò a condizionarmi a tal punto che anche quando uscivo da sola, per conto mio e senza la sua sorveglianza, mi sentivo a disagio se mi truccavo o se mettevo un vestito elegante, per non parlare del fatto che mi risuonava sempre in testa la voce di mio fratello che mi diceva: "Tanto tu brutta sei e brutta rimani, è inutile che ti prepari che poi si nota peggio, fai meglio a nasconderti e a non farti vedere."

In un modo o nell’altro nella mia famiglia la femminilità era stata proibita, o, al massimo, si dava ad intendere che poteva essere prerogativa solo della prima donna, ovvero di mia madre. Le figlie dovevano restare per sempre figlie, delle bambine cioè, e non avevano alcun diritto a diventare donne adulte. Per i miei genitori la crescita e il passaggio all’età adulta dei loro figli equivaleva ad essere spodestati da una posizione di comando assoluto, pertanto non si facevano scrupolo a difendere il loro potere con qualsiasi mezzo a disposizione.

E se io cercavo di disobbedire, finivo con l’autosabotarmi e col sentirmi ridicola e impacciata nel ruolo di donna proprio perché sapevo che mi era stato assolutamente vietato.

Solo una decina d’anni dopo riuscii, per un breve periodo, a concedermi il lusso di essere femminile e di esercitare il mio legittimo potere di seduzione, ma per farlo ricorsi a strani, bislacchi e contorti stratagemmi, comportamenti stravaganti dei quali in quel momento non riuscivo a cogliere il significato profondo. E’ stata sicuramente una vendetta, l’unica di cui sono stata capace nella mia vita, e solo un’intensa rabbia e il desiderio di vendetta sono riusciti a scardinare, seppure per un breve periodo, gli schemi mentali che mi erano stati imposti.

Nonostante tutto ciò, cercavo di impegnarmi nei miei buoni propositi di reinserirmi nel mondo, e cominciai con l’iscrivermi in una palestra, ma fu un fallimento totale, perché mi prendeva un panico insopportabile a stare insieme a tante persone di fronte alle quali mi sentivo profondamente inferiore. Scoprii dopo un po’che a Zenobia c’era una sede del WWF e fallì anche quel tentativo perché quando ci andavo mi mettevo in un angolino in silenzio senza parlare con nessuno. Mi vergognavo come una ladra e non sapevo come presentare agli altri quella mia vita così diversa dalla loro e così incredibilmente vuota. Mi domandavano: che lavoro fai, chi frequenti? Sei sposata o fidanzata? Ed io venivo presa dallo sgomento sentendomi una handicappata nel dover ammettere che non lavoravo, non conoscevo nessuno, non ero né sposata né fidanzata, cioè in pratica non facevo niente, e per di più non potevo fornire nessuna spiegazione al riguardo, e anche a volerlo fare, era certamente una storia troppo lunga e complicata che nessuno avrebbe mai capito. Cominciavo ad avere il sospetto che non sarei mai riuscita a riabilitarmi e rimettermi al passo con gli altri, ma insistevo nei miei tentativi perché a quell’età non potevo accettare che non fosse possibile tornare a vivere. Non avevo alcun modo di spiegare agli altri la malattia di cui soffrivo perché nemmeno io la conoscevo e se anche ne avessi saputo qualcosa, nessuno mi avrebbe creduto. La gente pensa che le difficoltà psicologiche siano solo questione di volontà e che se uno non riesce a venirne fuori è perché magari certe condizioni gli fanno comodo. Di conseguenza si viene evitati come la peste, emarginati, isolati, odiati persino. La diversità di qualunque tipo, sia fisica che mentale o religiosa o razziale, non viene accettata dalla società che predilige la rassicurante omologazione delle persone. Non potevo dunque spiegare la mia condizione, non potevo curarla e non riuscivo a nasconderla.

Come potevo sperare di tornare alla vita normale?

 

 

  

Capitolo XXXI

 

Mio fratello, dopo aver finito il servizio militare, decise finalmente cosa voleva fare nella vita. Avrebbe preso uno di quei diplomi triennali che si prendono facilmente e ottenne da mia madre l’appoggio economico per andare a studiare a Zobeide. In realtà i suoi studi durarono in tutto ben dieci anni, nel corso dei quali lui comunque andava e tornava a suo piacimento e quando tornava veniva sempre a stare in casa con me. Ricompariva spesso per la verità, come il peggiore dei miei incubi, senza alcun preavviso e nei momenti più impensati, e la cosa mi faceva stare malissimo perché quando era in casa con me io ricominciavo a stare sotto il suo dominio assoluto. A nulla valsero le mie proteste, e, per quanto avrebbe potuto benissimo alloggiare a casa di nostra madre, lui non voleva certo rinunciare al gusto di infliggermi le sue solite torture mentali. La cosa andò avanti così per tutti i dieci anni dei suoi studi e io mi sentii finalmente al sicuro solo nell’anno 2004, quando cioè prese il diploma e trovò un lavoro stabile nella città di Sofronia.

Nel frattempo, per quello che potevo, e in condizioni comunque difficili, mi davo da fare per resistere e cercare un modo di tirarmi fuori dai guai.

Era passato un anno da quando avevo ripreso ad uscire di casa.

C’erano dei progressi, facevo delle cose che per quanto piccole e insignificanti erano pur sempre un fatto positivo rispetto al nulla in cui avevo vissuto negli ultimi anni, però non avevo ancora una mia indipendenza e non avevo creato nessun legame, per debole che fosse, con il mondo esterno. Tutto quel tempo passato chiusa in casa senza parlare con nessuno faceva sentire il suo peso e i miei tentativi erano indubbiamente vani. Restava la mia condizione autistica di base, di cui ignoravo l'esistenza e contro la quale andavano a infrangersi tutte le mie buone intenzioni. Ignorando del tutto i motivi per i quali i miei sforzi non riuscivano, finivo col colpevolizzarmi così come facevano quelle poche persone con le quali avevo osato parlarne, cioè per lo più psichiatri e psicologi. Ad ogni fallimento mi davo della codarda, della stupida, della vigliacca e mi dicevo: "Lo vedi che non capisci niente? Lo vedi che non sai fare niente? E' colpa tua se le cose ti vanno male."  

Pensai di farmi aiutare da qualcuno che in teoria avrebbe dovuto fornirmi i mezzi per affrontare il problema, così cominciai a fare delle sedute da una psicologa dell’ASL. Ci andavo di nascosto, facendo in modo che mia madre non potesse saperlo per evitare che intervenisse nelle sedute boicottandomi. Tuttavia non ottenni nessuna risposta alle mie domande e non mi fu proposta nessuna soluzione. Non mi fu nemmeno fatta una diagnosi, mi fu detto solo che soffrivo di depressione, e questo era più che evidente. Chiunque, vivendo in condizioni di totale isolamento dal mondo e senza alcun progetto o prospettiva migliore per la sua vita, si sarebbe in breve tempo depresso. La psicologa mi disse semplicemente che dovevo impegnarmi e sforzarmi nel fare dei cambiamenti, cosa che peraltro facevo già per conto mio, ma quando parlavo delle mie sconfitte e delle mie difficoltà non sapeva darmi nessuna spiegazione né dirmi nient’altro se non che dovevo insistere e metterci la buona volontà. Alla fine, come tutti gli psicologi che non hanno capito nulla della situazione e non sanno più che pesci pigliare, si tirò fuori dalla vicenda facendo il solito discorsetto che potrebbe fare una persona qualunque presa a caso tra la gente che va a fare la spesa al mercato: "Ma allora sei tu che non vuoi cambiare la tua vita, se non ci metti la buona volontà vuol dire che ti fa comodo restare in queste condizioni ed è inutile che ti lamenti."

Mi sentivo sempre più confusa e brancolavo nel buio, mi rompevo la testa cercando di capire perché mi comportavo in modo sbagliato anche se con tutta me stessa desideravo fare diversamente, ma non avevo alcun modo di informarmi, internet non esisteva e avrei dovuto aspettare ancora vent'anni prima di poter casualmente trovare le risposte, dopo tante estenuanti ricerche.

Nel mondo degli uomini io mi sentivo come un’aliena, non capivo il loro linguaggio e il loro comportamento, non avevo alcun modo di decifrarlo e nessuno mi faceva da interprete né mi insegnava come si fa a vivere. Ero nelle stesse condizioni di una persona che si ritrova all’improvviso da sola in una terra straniera, tra gente di cui non parla la lingua, sorda per di più, così da non poter capire nemmeno il tono delle parole e non poterle imparare, e per giunta  con una vista debolissima, da non poter distinguere cosa gli sta intorno, ma avendo solo la visione vaga di sagome indefinite. Il senso di smarrimento, di terrore e di impotenza era davvero devastante e totale, e in tutto quel deserto che mi stava intorno sapevo di dovermela cavare da sola. 

Malgrado ciò, anche se non avevo contatti e legami con nessuno, per un motivo o per un altro uscivo da casa quasi ogni giorno e per lo meno sotto questo aspetto non ero più una sepolta viva. Fu così che, esci oggi e esci domani, un giorno mi capitò di essere  fermata per strada da un ragazzo che mi invitò a prendere un caffè e a fare quattro chiacchiere. Disse di avermi notato da un po’ di tempo e che aspettava si presentasse l’occasione per fare conoscenza. Cominciammo a frequentarci e a me quella sembrava una buona opportunità: era carino, era simpatico, sembrava a posto, aveva un lavoro, insomma era una persona perbene.

Pensavo che forse avendo un ragazzo che mi volesse bene e si interessasse a me le cose sarebbero cambiate, avrei potuto fare le normali esperienze della mia età per le quali mi trovavo ancora molto indietro, avrei imparato a stare in confidenza con qualcuno e a parlare con più disinvoltura, eppure le cose andarono in modo molto diverso da come mi aspettavo.

Fui innanzitutto presa dall’angoscia di come sarebbe stata giudicata quella mia condizione di vita davvero strana e incomprensibile per le persone normali, così cercai di presentare una versione socialmente accettabile, comune e ordinaria di me stessa. Non gli dissi di avere una sorella per evitare di dover specificare che tipo sorella era, gli dissi che frequentavo ancora l’università (e a ventisei anni ciò era ancora in qualche modo abbastanza plausibile) perché altrimenti non avrei saputo come spiegare il nulla in cui vivevo, non gli dissi che vivevo da sola né dei complicati e difficili rapporti con la mia famiglia perché era una situazione troppo strana e insolita da poter essere compresa.

In pratica gli avevo presentato una persona che non esisteva e che non ero io, allo scopo di proteggermi dal rischio di essere giudicata male e di conseguenza rifiutata.

Se gli avessi parlato delle mie difficoltà, di tutti quegli anni di isolamento, del fatto che mi ero chiusa in casa soffocata da un terrore del mondo che non aveva nessuna spiegazione logica, come avrebbe mai potuto capire?  Sapevo di non potere sperare in nessuna comprensione da parte delle persone comuni che non sapevano nemmeno dell’esistenza di quei problemi. Del resto, se non ero stata compresa neanche da psichiatri e psicologi, non potevo aspettarmi un minimo grado di apertura mentale da gente che non aveva nessuna nozione al riguardo.

Avevo paura dello stigma e del giudizio che di fatto mi era già stato affibbiato da chi conosceva la mia storia: Amelia è una pazza, una ritardata come sua sorella, una pigra che non vuole fare niente e si fa mantenere da sua madre. Era questo che pensavano di me le persone che sapevano.

A quel punto, se volevo avere una minima possibilità di essere accettata, non avevo altra scelta se non fingere un’apparente normalità di comportamento cercando di tenere nascosta la mia realtà e il mio passato. Ho scoperto poi che questa è una cosa che fanno tutti quelli che hanno il mio stesso disturbo. Molti ci riescono talmente bene che nessuno arriva a sospettare la loro condizione. Purtroppo a me la recita non mi riusciva per nulla e tutti potevano accorgersi, già ad una prima occhiata superficiale, che c'era qualcosa che non andava. Inoltre indossare la maschera della finzione è una fatica enorme e una pena infinita. A un certo punto uno comincia a pensare: "Perché devo sempre vergognarmi di me? Perché non riesco ad essere come gli altri?" Il senso di esclusione e di diversità è estremamente doloroso da sopportare.

Oltre alle mie particolarissime difficoltà c’era tuttavia qualcosa di strano in quella frequentazione che non dipendeva da me e di cui non osai chiedere né spiegazioni né chiarimenti.

Ci incontravamo solo il lunedì sera per un paio d’ore, quando lui era libero dal lavoro. Per il resto del tempo non ci si vedeva mai, neanche per pochi minuti, e mi telefonava solo la domenica per confermare l’appuntamento del giorno successivo. Da quanto mi aveva detto era molto impegnato con il lavoro, poi aveva  la passione per l’atletica e stava sempre in palestra a fare gli allenamenti, nondimeno quegli incontri così sporadici erano davvero strani ma non io gli chiedevo mai niente. In seguito ho pensato che probabilmente aveva un’altra, anche se non ne ho mai avuto la conferma.

Quando stavamo insieme mi sentivo sempre tormentata e angosciata, e per quanto cercassi di essere disinvolta e dissimulare il mio disagio, finivo con l’avere un comportamento innaturale e sopra le righe. Mi sforzavo di apparire come una persona che non ero io, quindi incappavo in una gaffe dietro l’altra e, per dirla tutta, davo l’impressione di essere totalmente cretina.

Avevo anche la netta sensazione che lui se ne accorgesse, o quanto meno notasse il mio atteggiamento forzato. Probabilmente pensava che fossi un po' stupida ma non mi diceva niente e sembrava che la cosa non avesse importanza.

Quella sensazione di forzatura e di profondo disagio del resto mi capitava con tutti. Era per me una fatica insostenibile comportarmi con la normale spontaneità che le persone sembravano possedere congenitamente ma di cui io ero del tutto priva. Cercavo di capire come fare, cercavo di imitare il comportamento degli altri, ma i miei tentativi mi lasciavano sempre sfinita e con un avvilente senso di sconfitta e di impotenza.

Questa frequentazione andava avanti da circa tre mesi, cioè circa da una dozzina di incontri, quando mio fratello che si trovò a stare in casa per un certo periodo, lo scoprì. Io gli dissi che non era necessario che nostra madre lo venisse a sapere, tanto era tutto a posto e non c’era di che preoccuparsi. Lui rispose: "Ma certo che no, figurati."

Però lo vedevo girare per casa con uno strano sorriso stampato in faccia e allora gli chiedevo: "Che c’è?"

E lui: "Niente, niente."

Dopo un paio di giorni arrivò una telefonata di mia madre che, infuriata, mi chiamava a rapporto.

La trovai in uno stato di totale agitazione psicomotoria, che camminava avanti e indietro nella stanza urlando e sbraitando. Intanto, sullo sfondo, c’era mio fratello, che, comodamente seduto in poltrona, si godeva lo spettacolo sogghignando.

“Ma come ti sei permessa di fare una cosa del genere? E non volevi dire niente, volevi tenertelo nascosto? Adesso mi devi dare con precisione nome cognome, indirizzo e numero di telefono e io devo prendere tutte le informazioni che servono, devo parlare con i suoi genitori e devo stabilire le regole e comunque tu da ora in poi non puoi uscire da sola, sarai sempre accompagnata da tuo fratello che controllerà passo passo quello che fai e quando lui non c’è devi venire a stare qua da me così ti controllo io.”

Sapevo che, vista la gravità della situazione, mercanteggiare le condizioni non avrebbe portato nessun vantaggio, comunque le cose erano già talmente complicate di per sé che decisi di chiudere completamente, perciò dissi con disarmante semplicità che avevo già deciso per conto mio di lasciare quel ragazzo e non c’era più nessun problema.

Entrambi rimasero stupefatti che mi fossi arresa tanto facilmente, tuttavia ne furono soddisfatti e sollevati. Il pericolo che potessi avere dei legami con l’esterno e sfuggire al loro controllo, sembrava comunque scongiurato.

Ad ogni modo la violazione delle regole c’era stata, io non avrei dovuto osare frequentare un ragazzo senza chiedere l'autorizzazione alla mia famiglia. Il controllo da parte dell'autorità era ritenuto un sacrosanto diritto e persino pensare di sfuggire alla regola era pura eresia.

Qualche mese dopo infatti, sempre su istigazione di mio fratello, mia madre mi chiamò di nuovo a rapporto per chiarire alcuni punti che erano rimasti in sospeso. Accadeva spesso che mio fratello, anche da lontano e telefonicamente, iniziasse a fare dei discorsi con lei per mettermi in cattiva luce e aizzarmela conto. Lo faceva quando era depresso, quando qualcosa gli andava male, o per semplice invidia o per riaffermare il suo potere su di me. Non gli andava per niente a genio il fatto che dopo la sua partenza io fossi sostanzialmente sfuggita al suo dominio, e, comunque, riteneva che ogni tanto una strigliata bisognava pur darmela.

 

Mia madre esordì appunto così:” Carlo mi detto che tu…”

E voleva avere da me l’ammissione e la confessione del mio probabile, orrendo delitto, che veniva ormai ritenuto una certezza, ovvero l’avere in qualche modo avuto dei contatti con un uomo prima del matrimonio.

Mi fece un serrato interrogatorio in presenza di mia sorella, costringendomi a parlare di argomenti assolutamente privati con una serie di spaventose minacce e ricatti. Mentre io venivo torturata dalle quelle domande del tutto illecite, inammissibili, se non proprio oscene e chiaramente voyeuristiche, la dolce ed immacolata Luisa aveva stampato sulla faccia un ghigno di estrema soddisfazione. Non le pareva vero di poter assistere alla mia totale sconfitta: lei, la ritardata, si prendeva la definitiva rivincita su di me, la figlia normale e intelligente, senza neppure aver fatto la fatica di muovere un dito. Da quel momento poteva stare assolutamente certa che mia madre avrebbe amato solo lei e che io sarei stata per sempre la cattiva della famiglia, che avrei sempre avuto solo le briciole, che la sua voce paragonata alla mia sarebbe sempre stata più forte e io non avrei mai più avuto nemmeno il permesso di fiatare. Vedevo la sua faccia soddisfatta e beata accanto a quella di mia madre mentre mi venivano rovesciate addosso le accuse più terribili e il fatto che un’inetta invidiosa gioisse del mio dolore era per me un’umiliazione insopportabile.

Mi vennero chiesti i particolari più scabrosi, e per quanto cercassi di evitare le domande e di presentarmi come l’ingenua che aveva in qualche modo subìto la cosa senza alcuna partecipazione cosciente, il mio delitto venne ritenuto comunque grave e inappellabile.

In quell’occasione mi sono sentita moralmente ed emotivamente violentata. Costituiva infatti uno stupro, il diritto che mia madre si arrogava di controllare e possedere il mio corpo, le mie emozioni e le mie relazioni con l’universo maschile. Tuttavia nella nostra famiglia era sempre stato così, la presenza intrusiva dei genitori negli aspetti più intimi della vita dei figli era ritenuta più che legittima, ai figli non restava che accettare quella sofferenza come ineluttabile, e potevano solo consolarsi col pensiero che un giorno quel diritto al controllo sarebbe spettato anche a loro, in un'infinita catena di vendette e sofferenze. Il trascorrere degli anni, i profondi cambiamenti avvenuti nel corso del ventesimo secolo non avevano per i Parisi alcun significato, qualsiasi cambiamento era inaccettabile e il dolore e la violenza costituivano un'eredità che non si poteva rifiutare.

La profonda sofferenza che mi causò quell’episodio mi portò a sperimentare una fase di quello che gli psichiatri definiscono come fenomeno di derealizzazione e depersonalizzazione nella sua forma più acuta. E’ un sintomo psicotico dei più temibili e fui costretta a tenermelo addosso per circa una settimana. Quando la mente sperimenta un tormento intollerabile può decidere di difendersi staccando ogni contatto col mondo esterno, simulando uno stato di morte. Le informazioni che arrivano dagli organi di senso vengono private di significato e lasciate allo stato grezzo, senza alcuna rielaborazione emotiva. L'indifferenza non permette al dolore di raggiungere la coscienza e si finisce in una specie di pietoso stato di trance.

Mi ritrovai perciò a vivere in un mondo talmente lontano e separato da me da sembrarmi completamente finto. Tutta la realtà era stata sostituita da una sua copia che la replicava alla perfezione, e che tuttavia costituiva un falso. Quando uscivo di casa vedevo intorno a me le strade, le auto, le persone, gli alberi, e tutto era identico a prima, ma io sapevo che non era reale, era una finzione,  tutto era meccanico e privo di senso, finto e privo di vita, una scenografia teatrale, un set cinematografico: mi trovavo imprigionata in un’altra dimensione, lontana ed estraniata dalla vera realtà e non sapevo come fare per rientrarvi.

La sensazione che si prova a trovarsi in un mondo di finzione è di un terrore indicibile, ed era esattamente come quanto viene descritto nel libro “Diario di una schizofrenica”. Temevo che non sarei mai più uscita da quell’inferno e per farmi coraggio mi ripetevo: “Non preoccuparti, passerà, ci vuole solo un po’ di tempo ma passerà, non può durare per sempre.” Naturalmente non lo dissi a nessuno e mi comportavo come se non stesse accadendo nulla, sapevo benissimo che non avrei avuto nessuna parola di conforto e sarei stata presa per pazza, con tutte le conseguenze del caso.

La punizione immediata che mi fu data consistette nel fatto che per un certo periodo fui costretta con svariati pretesti a fare da “cameriera personale” a mia sorella. E per un paio d’ore al giorno dovevo andare da lei e mettermi al suo servizio, cosicchè dovevo lavare i suoi panni, stenderli, stirali, lavare i suoi piatti, riordinarle la camera o cose del genere del tutto inutili, in un totale stato di rassegnata sottomissione, con il solo scopo di umiliarmi e farmi capire che a causa di ciò che avevo fatto il mio ruolo in famiglia era diventato quello della serva, la serva di mia sorella per giunta, cioè la mia posizione era quindi inferiore a quella di una ritardata. Mia madre ritenne un suo preciso dovere infliggermi quella punizione, per senso di giustizia e per obbedienza alle regole familiari, e vidi mia sorella gonfiarsi d'orgoglio come non mai, ma fortunatamente entrambe si stancarono presto di quel gioco sadico, tuttavia da quel momento nella sua mente si era installato un altro validissimo motivo per odiarmi e per giustificare a se stessa i suoi pensieri distruttivi nei miei confronti.

Negli anni seguenti, quando ci è capitato di litigare, spesso, in modo del tutto fuori dal contesto, mi ha apostrofato: “Stai zitta e non contraddirmi, che io mi sono sposata vergine e tu ormai sei guasta dentro”. Mi accusava di essere irrimediabilmente perduta per aver avuto rapporti fuori dai ”doveri coniugali” e nemmeno “con lo scopo di sposarsi”, come diceva lei, che almeno sarebbe stata una motivazione giustificabile.

Nella nostra famiglia la vita sessuale era considerata un diritto di solo appannaggio maschile, e restava in ogni caso qualcosa di abietto e vergognoso da cui una donna onesta avrebbe dovuto essere immune. Il compito delle donne era di fare il proprio dovere nei confronti del marito e usare la funzione riproduttiva al solo fine di procreare, il solo fatto di ammettere di avere un qualsivoglia desiderio o persino interesse era considerato come "demoniaco".

Quegli eventi avevano dunque risvegliato in mia madre la sua paranoia religiosa e cominciò a considerarmi un'alleata del diavolo, un nemico da combattere senza nessuna pietà, che non conservava nessuna caratteristica di qualcuno che poteva essere sua figlia.

Per di più avevo avuto l'ardire di tentare di superare quei limiti che lei era stata costretta ad accettare o che non aveva mai osato mettere in discussione. Vantava con orgoglio la sua assoluta illibatezza e la fedeltà al marito ma dentro di sé era una donna profondamente infelice, frustrata e sofferente per aver dovuto rinunciare alla passione, alla gioia, alla felicità di una vita sessuale liberamente scelta e autonomamente decisa. Ma naturalmente nella nostra famiglia nessuno poteva lamentarsi di ciò che gli era stato negato. La regola fondamentale era allearsi con l'oppressore e diventare all'occorrenza come lui, compensando il dolore con la soddisfazione della vendetta.

In un simile contesto, guai ad essere deboli, guai a rendere manifesta una mancanza, uno sbaglio, una fragilità. Non restava che far torto o patirlo. E mia madre, da allora in poi, non ha mai dimenticato di includere quell'episodio nell'elenco delle mie imperdonabili colpe.

Una volta, durante uno dei tanti litigi, mi disse persino con disprezzo: “ Ma vai a fare la puttana, tanto ormai sei abituata a trattare con gli uomini!”

Molti anni dopo, le sue parole sarebbero apparse  profetiche e io mi chiedo se il mio destino cominciò a definirsi proprio in quel momento, quando cioè aveva intensamente desiderato che mi trovassi in quella condizione, una prospettiva per lei senza dubbio piacevole, nella certezza che sarebbe stata per me molto dolorosa e mi avrebbe collocato nei ranghi più infimi della società. Era esattamente quella la giusta punizione riservata a quelle donne che ai suoi tempi osavano reclamare il diritto ad avere una propria vita sessuale, e se per qualche motivo mi fossi trovata in quella condizione per lei non ci sarebbe stato nulla di strano, anzi ne sarebbe stata persino contenta.   

Ma un destino di fallimento e incapacità non era esattamente ciò che aveva decretato suo padre nei suoi riguardi, ritenendola incapace di amministrare il patrimonio, cosa che è poi effettivamente successa?

E mio padre non mi aveva forse detto che a ribellarmi ai suoi voleri sarei finita a fare la sguattera, o la cameriera, vale a dire, l’unico mestiere che oggi, a cinquant’anni e nelle mie condizioni, potrei ragionevolmente fare?

C’è una regola nella psiche umana secondo cui inconsapevolmente i figli finiscono col realizzare i desideri più o meno inconsci dei propri genitori, anche quando apparentemente vi si ribellano, o credono di ribellarsi. E io tremo di paura quando mi soffermo a riflettere su come sono andate le cose nella nostra famiglia e che la mia infelicità e il mio fallimento sono in realtà un tributo all’obbedienza dovuta a mia madre.

E' vero che c'è tutta quella storia dell'autismo e della sindrome di Asperger, è vero cioè che ci sono delle difficoltà genetiche non modificabili con cui ho dovuto scontrarmi e che, in gran parte, hanno causato il mio insuccesso sociale e lavorativo, ma è anche vero che io sono stata l'unica ribelle della mia famiglia, quella che ha osato fare l'impensabile, esprimere cioè la sofferenza, denunciare le ingiustizie, la mancanza d'amore, la violenza mentale e la tirannia in cui si viveva in casa. E i miei genitori mi hanno intensamente odiato per questo, augurandomi le cose più terribili, desiderando per me il peggiore dei destini.

Quando un genitore ordina, il figlio obbedisce, anche se non vorrebbe farlo, anche quando crede di non farlo. Ci vuole un'enorme consapevolezza di sé e della realtà per poter decidere e fare le scelte opportune, senza tener conto degli altri . In linea di massima ci si rovina la vita per obbedire a stupidi condizionamenti inconsci imposti dall'esterno, e così è stato per me. Finchè i Parisi non avessero trovato il coraggio di volersi bene, io sarei rimasta impantanata nei loro meccanismi di distruzione.

I nostri desideri inconsapevoli sono quelli che hanno maggiore forza e maggiore possibilità di avverarsi e forse potremo cominciare a costruire un mondo migliore solo quando avremo la forza di guardarci dentro e di addomesticare quelle invisibili belve feroci che abitano il nostro cuore.


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