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Il coraggio di volersi bene 12

di Amelia Parisi
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Pubblicato il 28/07/2021 18:11:55

 

 

                      Il coraggio di volersi bene 12

 

 

 

Capitolo XXXII

 

Non fu affatto facile dire a quel ragazzo che la relazione era finita lì, io non so proprio come parlare di queste cose e con i sentimenti umani non ci so fare nella maniera più assoluta. Dissi solo che avevo grossi problemi a casa perché mia madre e mio fratello erano molti gelosi e possessivi e si erano messi in mezzo: ebbi l’impressione che ci fosse rimasto un po’ male, e soprattutto era sorpreso di come avevo subito accettato i loro divieti. Non dissi nulla delle mie difficoltà personali e in verità tutta quella scenata che c’era stata con mia madre mi aveva dato la possibilità di mettere fine a qualcosa che non riuscivo assolutamente a gestire e che mi stava mandando in panico totale.

Da allora in poi un altro tarlo cominciò ad insediarmisi in testa e mi portò ad evitare come la peste ulteriori relazioni con gli uomini. Assodato ormai che per me queste erano cose troppo complicate, che non sapevo gestirle e che mi davano una tale insopportabile ansia da costringermi, a un certo punto, a rinunciare, sarebbe stato meglio non cominciare proprio. Avrei rischiato di ferire o deludere un’altra persona e non mi sembrava giusto far soffrire qualcuno per i miei personali problemi.

Le relazioni e la vicinanza con gli altri mi apparivano sempre più difficili e pericolose e, per via di tutte queste possibili, spiacevoli conseguenze, mi convincevo che al mio destino di solitudine non c’era soluzione. Continuare a fare delle prove alla cieca sperando di imparare qualcosa in quel modo, sarebbe stato come mettersi alla guida in stato d’ebbrezza: finchè si fa del male a se stessi è un conto, ma quando ci vanno di mezzo anche altre persone, allora è una cosa più grave. Se non ero in grado di fare qualcosa non dovevo nemmeno azzardarmi a provarci.

Naturalmente le mie condizioni mentali peggiorarono per via di tutte le considerazioni e le conclusioni che ricavai dalla faccenda.

La cosa che mi sorprese di più di quella situazione fu che io non soffrivo affatto  per  la mancanza di quel ragazzo, per aver perso la sua compagnia e la sua vicinanza, ma solo perché avevo fallito in ciò che mi ero proposta di fare e avevo avuto un’inoppugnabile conferma delle mie incapacità. Mi resi conto di non provare nessun sentimento per lui; certo, era simpatico, era un bel ragazzo e quindi c’era una certa attrazione, ma aldilà di questo non provavo assolutamente niente. Mi ero buttata in quella situazione perchè era uno dei passi in avanti che volevo fare per diventare una persona normale, potermi considerare alla pari degli altri, sentirmi più integrata nel mondo, ma questo non aveva nulla a che vedere con le emozioni, i sentimenti, i legami d’affetto. Sembrava che nella mia mente si fosse creato un buco, una voragine che aveva inghiottito tutti i miei sentimenti e in verità io non provavo più nessun attaccamento e nessuna emozione. Cominciavo ad avere il sospetto che tutti quegli anni in cui, per una questione di pura sopravvivenza avevo dovuto nascondere, reprimere e soffocare i miei pensieri e le mie emozioni, avessero prodotto un danno irreversibile. E cioè temevo di aver perso per sempre la mia parte umana ed emotiva e di essermi trasformata davvero e mio malgrado in quel burattino vuoto che i miei genitori volevano che fossi.

In quel periodo feci un sogno spaventoso.

Mi stavo truccando davanti allo specchio e nel mettermi il fondotinta notavo che la pelle del viso aveva una strana consistenza, molto morbida e cedevole. Ne afferravo una parte con le dita, tirandola, e mi accorgevo che era eccessivamente elastica, sembrava fatta di gomma, o di un tessuto artificiale. D’improvviso venivo presa da un raptus: mi strappavo tutta la pelle della faccia meravigliandomi di non sanguinare e di non sentire alcun dolore, e scoprivo che sotto non c’erano ossa e muscoli, bensì una struttura metallica, ingranaggi meccanici, fili elettrici. Avevo scoperto con orrore di non essere una creatura umana, ero un robot ricoperto di gomma.

 

Nella speranza di tirarmi fuori da quella situazione convinsi mia madre a finanziarmi un’altra terapia psicologica, da fare ancora una volta a Leonia, nella speranza di trovare stavolta un medico davvero competente. Qualcuno ci indicò il nome del dottor M. e come al solito alle prime sedute lei fece la sua bella recita nella quale mi dipingeva come una parassita pigra e buona a nulla e ribadiva il fatto che in famiglia era stato tutto assolutamente normale, ma io pensai che, se quello era davvero un tipo in gamba, avrebbe capito l’inganno e non ne avrebbe tenuto conto. Oltre che psicologo era anche psichiatra e mi prescrisse un antidepressivo, delle pillolette in una scatolina gialla che mi davano come unico effetto un forte  mal di stomaco per un paio d’ore dopo che le avevo prese. Andavo a fare la seduta ogni lunedì pomeriggio. Arrivata a Leonia prendevo un autobus che si arrampicava fino ai colli dei Platani e me ne stavo per un’ora in una stanza dalle luci soffuse, dove, accanto alla finestra, erano disposte l’una di fronte all’altra due eleganti poltrone di color blu elettrico.

Le mie aspettative sul dottor M. furono deluse: non era un tipo in gamba nè un bravo medico. Quando gli raccontavo gli episodi traumatici della mia vita lui sembrava quasi sorriderne con sadica soddisfazione, mi guardava con certi occhi furbetti da topo e minimizzava tutto dicendo che io ero ipersensibile e avevo ingigantito degli eventi obiettivamente banali e insignificanti. Gli dissi di mio padre che si divertiva ad uccidere gli animali e lo spavento che mi presi per il gatto ammazzato a calci o quando vidi il topo affogato nella gabbietta e lui mi rispose con un discorso del tipo:

“Ma io non credo che le cose fossero poi realmente come le descrivi, a volte i ricordi vengono deformati dalla mente e del resto questa è solo la tua interpretazione dei fatti; comunque i topi sono animali pericolosi e in qualche modo bisognava pur liberarsene, tuo padre non aveva tutti i torti ad ammazzarli.”

E continuava sempre a sostenere la tesi che avevo aspettative esagerate, che non potevo pretendere di avere la famiglia del mulino bianco, che dovevo convincermi ad accettare l’imperfezione della vita, che non sono tutte rose e fiori, che in realtà il controllo che mia madre e mio fratello avevano su di me non era poi così grave e io dovevo imparare a sopportare le inevitabili circostanze spiacevoli della realtà. E questo era tutto, e, dal mio punto di vista, il discorso era di una tale banalità da somigliare alla scoperta dell’acqua calda. Cosa me ne facevo dei suoi buoni consigli? Perché mai dovevo pagare 100 mila lire a seduta per sentirmi dire quelle ovvietà?

Dopo quasi un anno non ne potevo più delle sue stupidaggini e soprattutto non riuscivo a sopportare quegli occhietti da topo che ridevano delle mie disgrazie, perciò misi fine alla terapia adducendo il fatto che erano insorti dei sintomi psicosomatici; che poi erano arrivati davvero, vista la delusione e  la rabbia per non essere stata né creduta né tantomeno capita.

Arrivata a quel punto della mia vita, avevo 28 anni, non avevo amici, non avevo un lavoro, non avevo un ragazzo, ero costantemente controllata e ricattata da mia madre e mio fratello e non sapevo proprio come tirarmi fuori da quella situazione.

 

 

Capitolo XXXIII

 

Continuai a fare dei tentativi, cercando di farmi venire qualche nuova idea perché tutto il contesto  stava diventando di drammatica importanza e bisognava pure attaccare il problema da qualche parte. Mia madre mi comandava a bacchetta e io dovevo sempre essere a sua disposizione per ogni cosa decidesse, ma , proprio per questo motivo, potevo almeno avere qualche notizia di quello che combinava. Venni così a sapere, seppure per sommi capi, del modo in cui in gestiva la proprietà e, per quel poco che mi riuscì di saperne, capii comunque che la situazione non era delle migliori.

In quegli anni i tre appartamenti che erano stati acquistati nel parco delle Rose venivano affittati a studenti e io avevo il compito, tra le altre cose, di mettere annunci per trovare inquilini, far visitare la casa, recarmi a controllare sul posto quando c’era qualche problema e cose del genere. Contrariamente a quanto lei sosteneva in continuazione, in realtà io non ero del tutto una fannullona parassita e, seppure in piccolo, svolgevo comunque il mio lavoro per la proprietà, e riuscivo a farlo in virtù del fatto che si trattava di mansioni che richiedevano non più di tre ore alla volta, non c’erano orari fissi e non ero impegnata tutti i giorni. Per quanto fosse sempre difficile per me stare fuori casa e incontrare delle persone, riuscivo a controllare il panico e avevo poi il tempo di riprendermi e riposarmi. In tutto ciò cominciai a notare l’assurdo e controproducente comportamento che lei teneva negli affari e la sua attitudine a sprecare i soldi. Mi resi conto che con ogni probabilità avrebbe finito col vendersi quegli appartamenti prima di morire senza lasciarci niente in eredità.

Lei si guardava bene dal metterci al corrente di come gestiva i beni di famiglia. Pensava che la cosa non ci riguardasse affatto: quelle case erano roba sua e aveva tutto il diritto di farne quello che più le sembrava opportuno. Non sentiva verso i suoi figli la minima responsabilità, il suo compito era stato solo quello di metterli al mondo, tutto ciò che poi ci aveva concesso era già stato un regalo ricevuto immeritatamente e se la nostra vita presentava delle difficoltà non era certo affar suo.

Il mio futuro appariva quindi molto incerto anche dal punto economico e persino nella vita di tutti i giorni avevo le mie difficoltà perché lo stipendio che mi dava bastava giusto a coprire le spese necessarie, non potevo mettere nulla da parte e se avevo un’emergenza dovevo andare a chiederle l’elemosina, con tutti i litigi che ne derivavano.

Nel tentativo di trovare una mia tranquillità economica cominciai a consultare gli annunci dei giornali locali alla ricerca di quei lavori che fanno le ragazze a quell’età: segretaria, barista, baby-sitter e simili.

Andavo ai colloqui sperando che nessuno si sarebbe accorto di niente e di poter apparire una ragazza come  le altre, ma per quanto mi sforzassi di dissimularlo, era ormai più che evidente che non  lo ero affatto. La mia insicurezza si vedeva da un miglio di distanza, non avevo nessuna raccomandazione e nessuna esperienza, non sapevo scrivere a macchina né usare il computer. Per di più la mia età, alla soglia ormai dei trent’anni, cominciava a costituire un ostacolo e c’erano decine di ventenni a disposizione molto più spigliate e disinvolte di me, che sin dalla prima impressione dimostravano di saper fare di meglio.

 

L’intelligenza sembrava essere la mia unica inconfutabile qualità perciò cercavo di puntare su quello, tuttavia ai colloqui davo l’impressione di essere una stupida totale. Ogni volta che mi capitava di parlare con una persona sconosciuta, accadeva sempre la stessa cosa: io cercavo di essere simpatica, disinvolta e naturale ma siccome non mi veniva spontaneo e dovevo forzarmi a fare qualcosa di cui non ero capace, finiva che combinavo un disastro.

Ho poi capito, molti anni dopo che le persone come me, benchè abilissime nella comunicazione verbale per via della loro intelligenza e cultura superiore, risultano del tutto incompetenti e goffe nella comunicazione non verbale, che  costituisce addirittura il 93% di qualsiasi conversazione. Si possono dire le cose più interessanti del mondo, ma se lo si fa a testa bassa, con lo sguardo sul pavimento, tenendo le spalle curve, con un tono di voce sommesso e monotono, l'altra persona ne trarrà una sola conclusione: "Questo è uno scemo."

Anche se individuavo i punti in cui sbagliavo e cercavo di correggerli, non c'era verso di sfuggire, ripetevo sempre gli stessi errori. I miei schemi mentali disfunzionali erano molto più forti di ogni mia buona intenzione.

Ogni volta mi accorgevo con sgomento che il mio interlocutore aveva pensato di trovarsi di fronte una cretina.

Ci fu persino un signore molto scortese che me lo disse proprio in faccia, senza tante cerimonie. Mi guardò con estrema durezza, anche un po’ seccato del fatto di aver perso tempo con me, e cominciò a fare uno strano discorso del tipo: "Tu da quando sei entrata in questa stanza non hai fatto altro che sorridere ma siccome il sorriso abbonda sulla bocca degli stolti, è inutile continuare a perdere tempo, te ne puoi pure andare."

Fu un episodio molto avvilente.

Nonostante ciò io continuavo a provare e di tanto in tanto, per una semplice questione statistica, mi capitava persino di ottenere l'incarico.

E io mi sforzavo, mi impegnavo al massimo, perché tutti dicono che bisogna sforzarsi e metterci la buona volontà per guarire e ottenere dei risultati, ma nonostante facessi una fatica enorme per rispettare gli orari e gli impegni, per comportarmi cioè come tutte le persone normali,  finiva che stavo talmente male da non reggere per più di una settimana. L’ansia e l’angoscia arrivavano a livelli insopportabili, entravo in stato confusionale e, visto che tutte le mie poche energie venivano assorbite dal lavoro, in casa e per me stessa non riuscivo più a fare nulla. Non facevo le pulizie quotidiane, non lavavo i vestiti, non mi preparavo da mangiare e compravo tutto surgelato o in scatola, usavo i piatti di plastica per non doverli lavare e anche andare a fare la spesa diventava un’impresa immane. Non riuscivo proprio a reggere il fatto di stare fuori casa per almeno quattro ore e di trovarmi in compagnia di altre persone e non c’era nessuna via di scampo, era cosi per sei giorni di fila, senza poter avere una tregua. Se almeno fosse stato  un giorno sì e uno no avrei potuto riprendere fiato, ma dove lo trovavo un lavoro da fare solo due o tre giorni a settimana?

Non c'è modo di spiegare ad un osservatore esterno il profondo sconquasso interiore provato da un autistico che viene costretto ad avere relazioni con gli altri, dovendo per giunta dissimulare la propria condizione. A chi ha la fortuna di non soffrire di questo disturbo posso solo dire di immaginarsi chiuso in un sommergibile che sta per sgretolarsi sotto la pressione delle acque dell'oceano più profondo, o di essere su un aereo che sta precipitando a causa di un incendio a bordo. Tutto ciò che sai è che stai per morire della morte peggiore che possa esistere, e tuttavia il momento della morte, quello che ti assolverebbe infine dal tormento, non arriva mai.

Per quanto cercassi di dissimulare il mio profondo stato d’angoscia, finiva comunque che il lavoro ne risentiva: ero goffa e impacciata, silenziosa, triste, me ne stavo con la testa bassa e lo sguardo sul pavimento. Non era certamente lo stato d’animo giusto con cui lavorare, e di sicuro non davo una bella impressione. Lo stress a cui venivo sottoposta ogni giorno era molto più di quanto potessi sopportare e prosciugava ogni mia energia vitale.

Se osavo raccontare a qualcuno il disagio provato in quelle occasioni, venivo sempre accusata di essere una gran pigrona che faceva dei capricci per non andare al lavoro e che il mio scopo ultimo era quello di vivere facendomi mantenere da mia madre. Alla fine mi sono arresa al fatto che i miei disturbi sono del tutto incomprensibili per le persone normali e questo comporta il disagio di non poter affatto spiegare i miei problemi lavorativi.

Nel campo del lavoro mi ritrovavo perciò ad avere una serie di problemi irrisolvibili che si sovrapponevano l'uno all'altro.

Il problema di riuscire a farmi assumere, il problema di sopportare l'enorme stress costituito dal contatto con gli altri e dalla lontananza da casa, il problema di non poter spiegare i miei problemi e non poter ricevere aiuto o comprensione.

Era decisamente troppo per qualsiasi essere umano.

Perciò, per quanto mi sforzassi di resistere, alla fine venivo assalita da drammatici sintomi psicosomatici che mi costringevano ad arrendermi: non potevo più  dormire né  mangiare, mi si formava il classico nodo in gola e se anche cercavo di aggirare l'ostacolo comprandomi pappine ed omogenizzati, potersi alimentare diventava qualcosa di impossibile. Una volta arrivai al punto di non riuscire neanche a bere l’acqua e pensai di andare al pronto soccorso per farmi fare una flebo di fisiologica ma mi resi conto che avrei dovuto dare delle spiegazioni del mio stato e allora rinunciai per paura che mi facessero il TSO.

Quando arrivavo a stare così male ero dunque costretta a licenziarmi per una semplice e ovvia questione di sopravvivenza.

Un'altra complicazione inevitabile era che, per via del controllo serrato a cui mi sottoponeva mia madre, quando mi capitava di trovare lavoro dovevo per forza metterla al corrente. Non avrei potuto giustificare in alcun modo le ripetute e regolari assenze da casa delle quali sarebbe venuta a sapere per via delle numerose telefonate a sorpresa, fatte in qualsiasi momento del giorno e della notte. Una volta venuta a conoscenza della cosa, per quanto poco potesse durare l’impiego, lei in quel mese mi riduceva lo stipendio di 50,100, o anche 150 mila lire adducendo il solito pretesto che erano arrivate tasse inaspettate e bisognava fare tutti dei sacrifici per poter conservare la proprietà, che poi non aveva alcun valore reale. Con questo trucchetto riusciva a boicottare i miei tentativi di indipendenza e annullava completamente il vantaggio che cercavo di prendermi su di lei.

Si trattava a tutti gli effetti di una punizione: comportandosi in quel modo mi faceva capire di non essere affatto contenta di vedermi crescere e fare dei passi avanti per diventare indipendente. Mi diceva tacitamente che interpretava la circostanza come una specie di sfida, di dichiarazione di guerra nei suoi confronti, e perciò mi avvertiva di avere delle armi contro di me e le avrebbe certamente usate se continuavo a provocarla. Se anche per miracolo fossi riuscita a mantenere stabilmente il lavoro, mi avrebbe del tutto negato il mantenimento, e io mi sarei trovata nella stessa precaria situazione di prima, perché con un lavoro di segretaria o baby sitter non avrei mai potuto guadagnare più di quanto mi dava lei; senza contare il fatto che, come si sa, questi lavoretti durano poco, e allora, quando infine l’avrei perso per un motivo qualsiasi, avrei dovuto implorarla di aiutarmi e accettare ogni sua condizione. Come se non bastasse, quando le comunicavo di aver perso un lavoro che avevo provato a fare, dovevo stare molto attenta ad attribuire la causa a motivi esterni, del tipo che al mio posto era subentrata una ragazza molto raccomandata, e non potevo in nessun caso parlare delle mie difficoltà e dei miei drammi per evitare i suoi rimproveri. E persino quando riuscivo a trovare degli alibi credibili lei non perdeva occasione di sgridarmi e cominciava a farmi una predica di biasimo e disapprovazione:

"Lo vedi che sei un’incapace? Non sei buona neanche a tenerti un lavoretto da niente. Ti sei fatta licenziare! Sei una stupida totale e senza di me non potresti nemmeno sopravvivere. E hai pure il coraggio di lamentarti, quando invece dovresti baciare la terra su cui cammino per il fatto che ti mantengo. Lo vedi che sei una fallita?"

Tutto questo faceva parte del suo piano per convincermi, a volte subdolamente, a volte con aperte minacce, che non avrei mai avuto modo di sfuggire alla sua schiavitù e che l’unica possibilità di vivere era di rassegnarmi ai suoi comandi per sempre, come lei stessa era stata costretta a fare nei confronti dei suoi genitori e di suo marito.

Infatti per quanto potesse lamentarsi di mantenermi e di spendere soldi per me, d’altra parte non faceva nulla per aiutarmi ad inserirmi nella società e nel mondo del lavoro, perchè quella mia situazione di difficoltà e di dipendenza era il mezzo con cui si assicurava il totale controllo e potere su di me, e per lei sarebbe stato uno smacco insopportabile se fossi riuscita a svincolarmi e liberami dalla sua sudditanza.

Si dava quindi per scontato che non ce l’avrei mai  fatta ad uscire da quella trappola, che non ne sarei mai stata capace e se venivo trattata come ero trattata era proprio per questo.

Alla fine, visti i miei evidenti fallimenti, ne ero convinta anch’io.

 

 

Capitolo XXXIV

 

 

Un giorno comprai per caso in edicola delle dispense di un’enciclopedia sulla fotografia, poi in libreria trovai dei libri d’arte e delle monografie sui pittori del primo ‘900, come Magritte, Klimt, Munch, e movimenti artistici come il surrealismo, l’espressionismo, il cubismo… Scoprii tutto un mondo che fino allora avevo ignorato e ne fui letteralmente affascinata.

Era la prima volta che mi sentivo così coinvolta in qualcosa e mi sembrò perfino che si stesse risvegliando quella mia parte emotiva di affetti ed emozioni che credevo di aver perso. Mi piaceva in particolar modo la fotografia e decisi finalmente che nella vita volevo fare la fotografa. Dentro di me stava nascendo una vera passione per l’arte e, per quanto fosse incredibile, sentivo un vero e genuino interesse per qualcosa, scoprivo improvvisamente che nel mondo esistevano delle cose belle, interessanti e coinvolgenti, delle cose per cui valeva la pena vivere e svegliarsi la mattina. Avevo l’impressione che quei miei nuovi interessi mi stessero risvegliando dallo stato di torpore e paralisi in cui ero caduta da tempo, mi sembrava letteralmente di resuscitare e questo per me era una cosa grandiosa.

Mi sembrava che quel tipo di lavoro poteva aggirare abilmente quegli ostacoli che fino allora mi avevano bloccata, infatti non avrei avuto degli orari fissi e degli impegni quotidiani, per me impossibili da rispettare, non avrei dovuto seguire delle regole o degli ordini imposti da qualcuno ma potevo gestire da sola il mio lavoro. Non dovevo stare troppo a contatto con la gente e immaginavo che avrei speso la maggior parte del tempo a fare tutta sola le mie riprese per poi mettermi al computer ad elaborare le fotografie. E come se non bastasse mi dava la meravigliosa possibilità di esprimermi e creare qualcosa di originale, che rappresentasse il mio modo di essere.

Senza saperlo mi era venuta l'idea di fare proprio ciò che viene solitamente consigliato a chi ha un disturbo di tipo Asperger, cioè coltivare i propri talenti e interessi e trasformarli in un lavoro. In un certo senso ero sulla strada giusta, tuttavia nel formulare quel progetto mancavano delle informazioni fondamentali di cui sarei venuta a conoscenza solo con l’esperienza e la pratica.

L'idea era arrivata troppo tardi, la gavetta in questo campo comincia a quindici anni per arrivare a poter lavorare sul serio solo a trenta/trentacinque, e io cominciando a trent’anni ero in enorme ritardo. In una piccola città disagiata come la mia c’erano sì e no due o tre fotografi di matrimonio e nient’altro, quindi le possibilità di farsi assumere come apprendista erano pari a zero. E infine, cosa più importante e terribile di tutte, mi accorsi che in ogni tipo di lavoro, c’è sempre bisogno, almeno all’inizio, di stabilire relazioni, conoscenze e contatti con gli esseri umani. Non importa se poi quel lavoro ti porta a startene chiuso in un monastero o a passare dieci mesi all’anno su di un’isola deserta a filmare la vita di una colonia di formiche in via d’estinzione: per ottenere un qualsiasi tipo di lavoro bisogna necessariamente, inderogabilmente, inappellabilmente, saperci fare con la gente.

Io quell’ostacolo non sarei mai riuscita a superarlo, non contava quanto potesse piacermi la fotografia, nè quanto fossi brava e capace: tutto il resto non aveva alcun valore se non ero neppure in grado di uscire di casa e convincere qualcuno ad assegnarmi un incarico.

Ignorando queste importanti condizioni e tutta presa dall’entusiasmo iniziale, comunicai la decisione a mia madre e le chiesi un aiuto per finanziare i miei studi. Seppure per ovvi motivi non avrei potuto seguire un corso di fotografia, mi occorrevano comunque libri, riviste, una reflex con relativi accessori e naturalmente un computer, che io, alle soglie del 2000, ancora non avevo.

Come c’era d’aspettarsi la mia richiesta venne respinta perché considerata solo una delle mie tante fissazioni. Una cretina come me del resto non poteva che avere idee sciocche e insensate. Da quel momento, ogni volta che accennavo all’argomento, lei iniziava a canzonarmi e a mettermi in ridicolo dicendo:

"Aaahhh, ecco, è arrivata la grande fotografa! Che c’è, vuoi diventare famosa? Vuoi fare le riviste di moda? Vuoi andare a Milano? Ma cosa ti sei messa in testa? Tu al massimo andrai a fare le foto della prima comunione ai bambini!"

 

Altre volte invece mi faceva illudere dicendo che avrebbe  voluto certamente aiutarmi ma c’era ancora mio fratello che pesava sulla famiglia con i suoi studi a Zobeide, quando poi lui avrebbe finito, entro uno o due anni al massimo, allora ci sarebbe stato spazio anche per me. Ma stranamente lui aveva già passato da un pezzo i tre anni previsti per prendere il suo diploma secondo le regole, e in verità ne sarebbero passati ancora molti altri prima che si decidesse a finire. E io da perfetta allocca credevo a quello che mi si diceva, e me ne stavo lì ad aspettare, anche perché non avevo altra scelta dal momento che i miei tentativi di procurami dei soldi extra erano finiti male.

E’ vero, l’idea della fotografia sarebbe fallita comunque, ma se si deve fallire è meglio farlo subito piuttosto che perdere anni a inseguire un sogno irrealizzabile, e in tutte quelle intricate vicende io continuavo a perdere anni preziosi della mia vita senza capire che non avrei più potuto recuperarli.

 

Mi venne allora in mente l’idea di chiedere a qualcuno di intercedere per me allo scopo di convincere mia madre che il mio bisogno di essere finanziata negli studi era del tutto legittimo e sensato e avevo diritto ad essere trattata alla pari di mio fratello, le cui richieste erano state integralmente accettate.

Non avevo peraltro nessuno a cui rivolgermi, con i nostri parenti avevamo tagliato i ponti da tempo, e a dire il vero erano dei gran menefreghisti, non volevano impicci e non avrebbero capito nulla della situazione.

Pensai allora di contattare quell’insegnante d’italiano che al ginnasio mi aveva dato nove al compito in classe. Sicuramente si ricordava di me, quell’evento era rimasto memorabile e all’epoca sembrava davvero tenermi in grande considerazione; mi ero persino convinta che mi volesse un po’ di bene. Non era facile per me trovare il coraggio di parlare con qualcuno delle mie difficoltà, e mi ci vollero almeno due mesi per decidermi ma alla fine le scrissi una lunga lettera, poi ci sentimmo al telefono e cominciammo ad incontrarci. Sembrava molto dispiaciuta e preoccupata per la situazione, anche se all’inizio dovetti sudare sette camicie per convincerla che la mia condizione familiare, così anomala e intricata, era reale e non frutto della mia immaginazione. Comunque mi diceva: "Non preoccuparti, ora ci sono io, ti aiuto io, conta pure su di me, vedrai che ora le cose andranno meglio."

Decidemmo infine che sarebbe stato opportuno organizzare un incontro con mia madre per farle capire la necessità di occuparsi anche della mia sistemazione e lei, per quanto seccata e infastidita, accettò comunque il colloquio. Infatti in queste occasioni sapeva difendersi bene e non aveva dunque niente da temere. In seguito mi disse: "Ma cosa ti è saltato in testa di andare a raccontare i fatti nostri a degli estranei, e per che cosa poi? Che pensavi di ottenere con questa bravata? Ci hai fatto solo la figura della pazza, lo vedi che non ti crede nessuno? La vuoi finire una buona volta con queste fisime?"

Tanto è vero che dopo quell’incontro la mia insegnante cambiò completamente opinione su di me: mia madre l’aveva abilmente manipolata e portata dalla sua parte.

Il suo atteggiamento verso di me cambiò in modo tangibile e io mi sentii smarrita e impotente; cominciò persino a guardarmi con uno sguardo di rimprovero, disprezzo, invidia.

Una volta mi fece un discorso di questo tipo:

“Beh, ma sai in fondo la tua situazione non è così grave. Tua madre ti fa vivere da sola in una bella casa, ti mantiene, ti ha comprato l’auto, hai tutto quello che ti serve e non hai nulla di che lamentarti. Cosa pretendi di più? Lascia perdere questa storia della fotografia, tu non hai affatto bisogno di lavorare, ti basta aiutare tua madre con la proprietà e un giorno potrai campare di rendita. Hai dei vantaggi che io alla tua età potevo solo sognarmeli, e ancora oggi vivo in una casa talmente piccola che non so mai come sistemare la roba, la macchina che uso è quella di mio marito e faccio tanti sacrifici per mandare i miei figli all’università… tu non ti rendi conto di come sei fortunata, se proprio ti piace tanto la fotografia nessuno ti impedisce di farlo come hobby.”

Non mi aveva creduto. Non aveva creduto ad una sola parola di quello che le avevo detto ed era stata in tutto e per tutto convertita alla versione ufficiale della famiglia Parisi. Capii che con mia madre era inutile combattere, era innegabilmente più forte di me ed avrebbe sempre vinto lei.

Allora persi ogni interesse a continuare quella frequentazione e cominciai ad allontanarmi. Non sopportavo di essere considerata una ragazzina pigra e viziata che inventa pretesti per scroccare soldi alla madre, e invero se non ero io a cercarla lei non si preoccupava affatto di chiamarmi.

Decisi però di giocarmi un’ultima carta. Avevo pensato di dare lezioni private d’italiano per raggranellare un po’ di soldi, e mi sembrava un lavoro con il quale potevo aggirare le mie solite difficoltà. Non c’era necessità di uscire di casa, quindi non c’era il problema dell’agorafobia, avrei incontrato solo un alunno alla volta, solo per un paio d’ore e magari neanche tutti i giorni, in modo che la fobia sociale sarebbe stata minima e avrei potuto controllarla; per di più se mia madre mi chiamava al telefono mi avrebbe trovato in casa e se proprio dovevo urgentemente andare da lei avrei potuto facilmente interrompere la lezione senza perdere il lavoro. Purtroppo nella mia piccola città le lezioni private si trovavano solo per conoscenze e raccomandazioni, pertanto chiesi alla mia insegnante se poteva trovarmi un alunno, e, in effetti, chi altri meglio di lei avrebbe potuto farlo?  Lei mi disse: “Ma certo, stai tranquilla.”

Cominciarono a passare i giorni, le settimane e non succedeva nulla. A un certo punto le telefonai per chiedere spiegazioni e la sua risposta mi lasciò di stucco: "… Ma sai, Amelia, io mi trovo in difficoltà… cosa posso dire di te alle madri dei ragazzi? In fondo tu non sei laureata, non hai una qualifica, non è che posso mandare gli alunni da qualcuno che non può dare garanzie… dovresti capire come stanno le cose… "

 

Ma che stava dicendo? Una qualifica, la laurea? E da quando per dare lezioni private ci vuole la laurea? Le danno persino i liceali che ancora non si sono diplomati. Aveva bisogno di una laurea per conoscere il mio valore? Non ricordava di avermi dato nove in italiano?

Mi ero sbagliata sul suo conto e avevo sopravvalutato la considerazione che aveva di me. Dopotutto io ero una perfetta estranea che le era piombata all'improvviso tra capo e collo chiedendo questo e quest'altro quando lei aveva già il suo bel da fare. Cosa ci avrebbe ricavato ad aiutarmi? Come avrei mai potuto ricambiare il favore, io che non ero nessuno?

E poi, dopo aver parlato con mia madre mi guardava ormai in una nuova luce e non credeva più alla mia versione dei fatti.

In realtà anch’io la vedevo in una diversa prospettiva: quella che a quindici anni mi era sembrata una donna sensibile, colta, intelligente, di mentalità aperta e libera da pregiudizi, mi appariva ormai come una persona del tutto ordinaria, una donnetta con la tipica mentalità chiusa e limitata di chi vive in una cittadina arretrata, infarcita  dei più comuni clichè.

Il clichè della figlia viziata che pretende dalla madre cose non indispensabili, il clichè che sia il titolo di studi a qualificare una persona, il clichè che i figli abbiano il dovere di amare i genitori a prescindere dal loro comportamento, e quindi non avevo alcun diritto di lamentarmi di come mi trattava mia madre…

E poi c'era quel maledetto problema dell'invidia...

Mia madre sa benissimo come mentire e come manipolare gli altri per suscitare in loro i pensieri e le emozioni che più le fanno comodo. Le aveva raccontato della mia esistenza come di una vita beata, dorata, oziosa, sprofondata nel dolce far niente, sapendo in questo modo di far leva sulla comune frustrazione e insoddisfazione che tutti si portano dentro di sè.  Nel momento in cui riusciva a convincere gli altri della mia vita piacevole e viziata, me li aizzava contro fomentando l'invidia verso di me e allora io ero completamente bruciata, senza alcuna possibilità di potermi riscattare. Sappiamo quanto sia comune il sentimento dell'invidia, nessuno ne è immune, e quanto possa essere distruttivo e spietato. Si costruisce un muro insormontabile, si cancella qualsiasi pietà verso l'altro.

Mia madre sapeva benissimo come manipolare gli altri, plagiarli e aizzarmeli contro.

Io la mia insegnante l'avevo persa. Per sempre. Mia madre me l'aveva tolta. Nel suo odio totale verso di me distruggeva ogni cosa bella che io cercavo di costruire, e stava bene attenta a distruggere anche ogni relazione d'affetto che cercavo, molto maldestramente, di stabilire. Sapeva che finchè ero sola, debole e infelice le mie possibilità di scappare erano ridotte a zero.

Non mi avrebbe mai permesso di vivere autonomamente una vita normale e serena, quella vita cioè che lei non aveva mai potuto avere. Per uccidere qualcuno non è necessario assassinarlo materialmente, basta spezzarne l'anima, togliergli ogni gioia, ogni speranza, svuotarlo fino a renderlo una marionetta incapace di muoversi da sola.

Può sembrare incredibile che una madre possa arrivare a tanto e io stessa, ostinatamente, non volevo crederci. Mi aggrappavo con tutte le mie forze alla speranza di un amore che non era mai esistito ed è stato questo a rendermi debole e vulnerabile.

Per tutta la vita sono rimasta sola, come voleva lei, e ho esaudito così il suo desiderio. La mia solitudine aveva lo scopo di non farle sentire la sua, e, mio malgrado, ho sacrificato la mia vita per lei. Si dice che una madre è pronta a dare tutto per il bene di un figlio, ma in questo caso è successo l'esatto contrario. Naturalmente l'ho fatto senza neanche rendermene conto, ma quante cose facciamo, a nostro danno, senza rendercene conto? 

 

 


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