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Ogni lettore, quando legge, legge se stesso. L'opera dello scrittore è soltanto una specie di strumento ottico che egli offre al lettore per permettergli di discernere quello che, senza libro, non avrebbe forse visto in se stesso. (da "Il tempo ritrovato" - Marcel Proust)

Il coraggio di volersi bene 13

di Amelia Parisi
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Pubblicato il 29/07/2021 17:09:07

 

 

 

                                    Il coraggio di volersi bene    13

 

 

Capitolo XXXV

 

 

Nonostante avessi dunque fallito nel cercare una persona che stesse dalla mia parte, di lì a poco feci un altro tentativo,  perché ero ancora troppo giovane per arrendermi a quella vita che mi si prospettava davanti e mi illudevo  di poter trovare una soluzione, un modo di venirne fuori.

C’era stata al liceo una compagna di classe che ammiravo molto. Anche lei faceva parte di quelle ragazze vip sempre molto impegnate in attività mondane e divertenti, però aveva qualcosa di diverso dalle altre. Non era solo una testolina vuota che si trastullava in stupidi pettegolezzi, aveva anche una straordinaria cultura e intelligenza, e un suo modo di fare e di porsi molto maschile che mi piaceva particolarmente, perché io ho sempre detestato i tipici atteggiamenti femminili, quello starnazzare da ochette su cose di nessuna importanza, accapigliarsi invidiandosi a vicenda, mettersi in competizione e fare a gara a chi è più bella… Lei non aveva niente di tutto questo, aveva un carattere e degli interessi diversi, insoliti per così dire, e in questo la sentivo molto simile a me, al punto che avevo spesso avuto l’impressione che ci fosse una sorta di tacita, reciproca ammirazione tra noi. Tuttavia, per tante ragioni tra le quali ci fu certamente la mia crisi di estraniazione, negli anni del liceo non avevamo mai approfondito la nostra conoscenza al di là della scuola.

Dando credito alla teoria della reincarnazione potrei credere che in qualche vita passata siamo stati inseparabili amici, magari due fratelli, o due commilitoni, o marinai, compagni di viaggio o d'avventure, o soci in qualche attività.

In qualche modo sentivo che non le sarebbe dispiaciuto riallacciare i rapporti con me e, proprio a ridosso del periodo in cui mi ero messa in contatto con la mia insegnante, la ritrovai e ci incontrammo a casa sua. Aveva preso la laurea a Roma, ed era quasi alla fine della specializzazione, viveva in una bella villa a tre piani molto vicino a dove abitavo io ed era ovviamente rimasta una ragazza vip, sempre indaffarata in viaggi, convegni, seminari, mostre d’arte, ricevimenti importanti. Le parlai con tutta sincerità delle mie difficoltà e ancora una volta non fui creduta, soprattutto quando dicevo di soffrire molto per la mia condizione psicologica. Lei diceva che non le sembrava affatto grave, perché dopotutto ero lucida, non avevo strani comportamenti, né delirio o atteggiamenti bizzarri, ma la gente non sa che la mente razionale può restare perfettamente integra anche quando la parte emotiva è ridotta a pezzi: è nel pensare comune il fatto che un paziente psichiatrico è quello che sragiona e si agita, che fa il pazzo insomma, e al di fuori di questo non sono ammesse altre condizioni da poter considerare come malattia o sofferenza.  Paradossalmente una delle cose peggiori dell' Asperger è che per molti aspetti si dà l'impressione di essere una persona assolutamente normale, anche perché viene automatico fingere di esserlo per evitare il giudizio altrui. Purtroppo le stranezze nel comportamento prima o poi vengono fuori ma agli osservatori esterni appaiono come semplici capricci, maleducazione, o addirittura atteggiamenti snob e di superiorità.

Anche quando le dissi della mia precaria condizione all’interno della famiglia, non fui presa sul serio. Era un fatto risaputo che mia madre aveva un invidiabile patrimonio immobiliare e nessuno poteva credere che lo stesse così allegramente sperperando. Infatti la sua forza consisteva proprio in questo: ciò che faceva era talmente incredibile, che se lo raccontavo in giro non ci credeva nessuno.

Tuttavia avevo veramente molto bisogno di avere un’amica e mi rassegnai a sopportare il suo scetticismo sperando che presto o tardi sarei riuscita a convincerla della sincerità delle mie affermazioni.

A causa dei suoi tanti impegni mondani e di quelli che ancora aveva con l’università, l’unico modo di poterla incontrare era andare a casa sua la sera dopo cena, all’incirca dalle 21,30 alle 23. Quando andavo a trovarla, si facevano quei discorsi intellettuali che a me piacevano tanto, si parlava di cinema, di letteratura, di politica, di filosofia… le dissi della mia recente passione per la fotografia e scoprii una cosa meravigliosa: nella sua casa c’era una ricchissima biblioteca con molti libri d’arte, io spesso ne prendevo in prestito qualcuno e letteralmente lo divoravo in pochi giorni. A volte si tratteneva a parlare con noi anche suo padre, c’era una piacevole atmosfera di casa, di famiglia, di  focolare domestico, di protezione e sicurezza che nella mia vita non avevo mai conosciuto e forse per la prima volta riuscivo persino a parlare con disinvoltura e spontaneità. Questo in qualche modo mi faceva stare leggermente meglio e attenuava il mio senso di solitudine, anche se mi sentivo comunque messa ai margini e trascurata, ma senza dubbio la sua vita era talmente piena e impegnata che le riusciva davvero difficile trovare più tempo da dedicarmi.

Ci frequentammo in quel modo per due anni, e invero a un certo punto il senso di frustrazione cominciava a pesarmi, soprattutto perché, nonostante le avessi chiesto di darmi una mano, dal punto di vista pratico non vedevo nessun risultato. C’era stato un periodo in cui lei aveva messo su tutta un’idea per un progetto fotografico nella cui realizzazione sarei forse stata aiutata da suo padre, una specie di biografia, con foto allegate, su un noto artista locale, ma poi non se ne fece niente e sfumò tutto nel vago; le chiesi allora se con tutte le sue conoscenze poteva trovarmi qualche alunno per le lezioni private ma anche in questo non ci furono risultati. Non riuscivo a scrollarmi di dosso quella maledetta credenza sulle straordinarie ricchezze di mia madre, per cui si riteneva che in realtà io non avessi affatto bisogno di lavorare, e non riuscivo a liberarmi dell’invidia infondata di cui mi si faceva oggetto. Secondo il comune modo di pensare un genitore si preoccupa sempre per i suoi figli e non farebbe mai niente per danneggiarli: in base a questa premessa nessuno prestava fede alle mie parole quando dicevo che mia madre stava portando al fallimento la sua favolosa proprietà infischiandosene del mio futuro.

Ma ci fu un particolare evento che mise fine alla nostra amicizia.

Accadde che per un motivo che sarebbe troppo complicato spiegare, mia madre e mio fratello si coalizzarono contro di me per obbligarmi a fare alcune cose che volevano loro e si arrivò ai ferri corti, con tanto di minaccia di un TSO. Capitava spesso che quando io proprio non volevo ubbidire,  mi si faceva questa minaccia per costringermi e allora ne parlai con la mia amica che in un primo momento mi incitò ad oppormi promettendomi il suo appoggio e dicendomi anche che, nel caso, mi avrebbe fatto assistere gratuitamente da un suo amico avvocato. Salvo ritrattare tutto di lì a poco e fare velocemente marcia indietro, in sostanza perché, ripensandoci, non voleva avere impicci ad entrare in una situazione fastidiosa e complicata. Dal suo punto di vista si trattava di un banale litigio familiare, come capitano periodicamente a tutti, probabilmente io avevo esagerato le cose e non c'era nessuna necessità di intervenire, avrei potuto benissimo risolvere la faccenda da sola, con un pò di pazienza e buona volontà. In quanto alla minaccia del TSO, bèh quella era una parola grossa, ma naturalmente mia madre non faceva sul serio, io avevo frainteso, nessuna madre farebbe una cosa del genere alla figlia, era solo una cosa detta in un momento di rabbia, come quando si dice: io ti ammazzo. Ma poi non lo fa nessuno.

Ancora una volta, come sempre, mi scontravo con gli stereotipi della famiglia "normale", una famiglia in cui certe cose non accadono mai, non possono accadere, pertanto io ero un'esagerata, un'ipersensibile, un'isterica. Lei aveva i suoi problemi a cui pensare, problemi veri, problemi reali, di quelli che hanno le persone adulte e responsabili, non poteva certo farsi coinvolgere in banali scaramucce familiari, sicuramente rese drammatiche solo dalla mia infantile immaginazione e dal mio atteggiamento di bambina viziata.

Nessuno ha mai potuto credere alla realtà della violenza della nostra famiglia, tanto abili erano stati i miei genitori a costruirsi una facciata di persone dabbene e irreprensibili. Purtroppo soltanto io sapevo di cosa potevano essere capaci mia madre e mio fratello, come ho raccontato di ciò che già mi era successo e come, altri episodi, in futuro avrebbero confermato.

Il mio dramma era appunto questo: non potevo chiedere aiuto perchè nel raccontare la verità sarei passata per pazza o per una bambina immatura e pretenziosa. Nei miei drammi mi conveniva perciò tacere e subire. Così mi ritrovai da sola ad affrontare quelle bestie dei miei familiari e andò a finire che, come al solito, dovetti cedere.

Quell’ultimo episodio mi fece sentire profondamente tradita e amareggiata e un po’ alla volta cercai sempre meno quell'amica, finchè smisi del tutto. Anche lei, come nel caso della mia insegnante, non mi ha più chiamato senza preoccuparsi del perché non mi facevo viva, nonostante conoscesse bene i problemi che mi portavo dietro. Quando io mi comporto in quel modo, cioè che sparisco senza spiegazioni, lo faccio anche per vedere se l’altra persona si preoccupa e mi cerca, ma ciò non è mai accaduto, non c’è mai stato nessuno che ha sentito la mia mancanza o che si è preoccupato per me al punto di cercarmi di sua spontanea iniziativa. E come mai non mi riusciva di creare quelle condizioni in cui una persona si sentiva legata a me al punto di cercarmi e chiedere la mia compagnia? Perché non ne ero capace?

Mi è capitato spesso negli anni seguenti di pensare a lei con nostalgia, ne ho sentito la mancanza al di là di quell'episodio che mi aveva deluso, perché lei era una persona speciale e dopotutto in ogni rapporto umano capitano baruffe e piccole delusioni, le relazioni passano anche attraverso momenti difficili, ma erano proprio queste circostanze che mi lasciavano sempre profondamente disorientata. Per me esiste solo il bianco e nero, senza modulazioni, senza sfumature. Sono capace di una dedizione assoluta così come posso cancellare del tutto la stessa dedizione nel momento in cui il mio ideale viene a incrinarsi. Non ho i mezzi psicologici per tollerare le inevitabili frustrazioni della vita, non so adattarmi, non so mediare. Quando uno è fatto in questo modo deve avere delle caratteristiche davvero uniche per compensare quelle spigolosità che lo allontanano dagli altri, per creare quell'ammirazione incondizionata che fa accettare anche i difetti più singolari e io, in fondo, quelle straordinarie qualità non le avevo. Così, non sapendo creare nelle persone il bisogno della mia presenza, e non essendo in grado di comprendere le ragioni e i sentimenti altrui, in circostanze come quella finisco col chiudere del tutto la partita.

Facevamo parte di due mondi diversi e anche per lei sarebbe stato difficile comprendere davvero il mio modo di essere e la vita che conducevo. Gli autistici possono fare amicizia solo tra di loro, con i normali c’è un abisso incolmabile e, per quanto ci si sforzi, inevitabilmente si incappa in equivoci e incomprensioni che rovinano tutto, senza che nessuna delle due parti possa capirne il perchè. Non avrei mai potuto essere sua amica, come non potevo essere l’amica di nessuno.

In quel momento non potevo saperlo, non avevo la più pallida idea del senso dei miei problemi e delle mie difficoltà, mi sentivo rifiutata e ne soffrivo. Oggi so che "ci sono persone che vivono in diversi mondi mentali, e quindi, in diversi mondi spaziali."

La distanza che mi separa dai normali è astronomica, forse persino dimensionale. Secondo la moderna astrofisica ci sono almeno undici dimensioni nel nostro universo ma noi ne percepiamo soltanto quattro. E' possibile che le altre siano vicinissime o addirittura compenetrate alle nostre, ma se in quelle dimensioni ci sono dei mondi abitati, non potremo mai saperlo. Tra me e il mondo degli umani c'è la stessa barriera dimensionale, un' incomprensione insuperabile che fa di me un'esclusa, per quanti sforzi possa fare di avvicinarmi.

In un certo senso ho sempre saputo di non far parte di questo pianeta e ignoro per quale disgrazia mi è capitato di nascere in una forma umana, tra persone che non riesco a comprendere e a cui non so avvicinarmi. Se non è una punizione deve essere una sorta di temerario esperimento riuscito male.

Avrei dunque dovuto accontentarmi di quelle briciole d’affetto, dal momento che non avrei mai potuto chiedere altro? Non riuscivo ad accettare che il percorso della mia vita non mi avrebbe mai permesso di potermi sedere a tavola e mangiare un pasto completo cucinato apposta per me, invece di racimolare le briciole degli avanzi. E questo sarebbe accaduto in tutti i campi, dalla famiglia, alle amicizie, al lavoro, all’amore. Non potevo credere che la mia esistenza sarebbe sempre stata un passo indietro rispetto agli altri, non riuscivo a farmene una ragione, e se in quel momento avessi capito, se mi fossi rassegnata ad essere quello che effettivamente ero, chissà, avrei anche potuto ritagliarmi un mio angolino di sopravvivenza e avere un minimo di sicurezza e soddisfazioni. D'altra parte chi non si rassegna e decide di sfidare la sorte deve poi avere il coraggio, la forza e la determinazione di combattere da solo contro gli ostacoli che troverà sul cammino.

Ma anch’io facevo parte dei Parisi e noi il coraggio e la determinazione non sappiamo proprio cosa siano.

Forse quello psicologo da 100 mila lire a seduta e con gli occhietti furbi da topo in fondo aveva ragione, e mi aveva inquadrato perfettamente. Mi lamentavo invano per la mancanza di una vita che era molto al di là delle mie reali capacità, avevo delle aspettative esagerate e facevo dei sogni impossibili, avevo l’arroganza di pretendere una guarigione completa e totale dai miei disturbi, essendo stata probabilmente contagiata dalla mania di perfezionismo e dalle aspettative esagerate di mio padre. Lui almeno la sua idea di perfezione l'aveva raggiunta ed era stato in grado di pagarne il prezzo.

Non tutti possono essere felici nella vita, anzi, per lo più molte persone non lo sono mai, neanche per un attimo della loro disgraziata esistenza, lo psicologo occhi-di-topo cercava di avvertirmi spingendomi a venire a patti col mio destino, ma io mi rifiutavo di accettare la cosa e mi ostinavo a cercare una felicità che non avrei mai avuto. Credevo di non riuscire ad affermarmi per via di un complesso di inferiorità, e non avevo capito che il mio problema non era il fatto di avere un complesso di inferiorità, ma di essere davvero inferiore.

A volte ci vuole un tempo incommensurabile per riuscire ad accettare i propri limiti: non sarei mai guarita e non sarei mai diventata come tutte le altre persone. E questo era tutto.

Riuscire ad accettare il proprio handicap, se vogliamo chiamarlo così, è il primo indispensabile passo per poter costruire qualcosa di concreto, e forse, persino qualcosa di bello.

Ma le vicende della mia vita non mi avevano preparato ad affrontare le sconfitte con sufficiente fermezza.

Troppo presto ero stata delusa, troppo presto ero stata lasciata da sola con i miei dispiaceri e non ho avuto modo di imparare a guardare le cose piacevoli che si celano dietro la cortina del buio che cala quando il dolore entra di prepotenza nella tua vita.

 

E quando sono riuscita a capirlo, era già troppo tardi.

 

 

  

 Capitolo XXXVI

 

 

Era appena iniziato il tanto atteso anno 2000 e io ero riuscita finalmente a farmi comprare un computer e a farmi finanziare un corsicino di grafica. Era davvero poca roba e soprattutto mi mancava la reflex per le fotografie ma cominciai almeno a fare un po’ di pratica al pc, continuando a credere alle promesse secondo cui mio fratello da lì a poco avrebbe finito gli studi e allora ci sarebbe stato spazio anche per me. Nonostante l’entusiasmo per il computer, mi sentivo comunque molto triste e depressa per come andavano le cose nella mia vita, per tutti i fallimenti accumulati e perché, a trentadue anni ero ormai terribilmente indietro rispetto alle altre persone e non sarei mai riuscita a rimettermi in pari.

In un freddo e grigio giorno d’Aprile ero andata a Leonia per un controllo dal dentista, controlli che dovevo fare spesso per via del fatto che dieci anni prima mi era andata in blocco la mandibola e da allora i miei denti hanno sempre bisogno di una speciale manutenzione. Quando il treno per il ritorno partì, mi misi a leggere un libro sulla storia del cinema francese e dopo un po’ un ragazzo che era seduto di fronte fece un commento qualsiasi sull’argomento, giusto per iniziare la conversazione. Andare in treno a Leonia di tanto in tanto era l’unica occasione che mi era rimasta per stare un po’ in mezzo alla gente.

Facemmo conoscenza e iniziammo a frequentarci. Io avevo paura che sarebbe finita come l’altra volta, cioè che non sarei stata capace di gestire la situazione e avrei  fatto un errore dopo l’altro, ma cercai di farmi coraggio pensando che in fondo erano passati tanti anni, che ero cresciuta, che mi sarei comportata diversamente, che sarebbe andata meglio…

Mi ripetevo in testa gli stessi buoni propositi che mi facevo sempre quando mi mettevo a cercare lavoro o provavo ad inserirmi in qualche gruppo di persone, tentando di convincermi che in fondo era tutta questione di impegno e buona volontà, e se fossi stata abbastanza determinata ce l’avrei fatta a cambiare il mio comportamento, eppure finivo inevitabilmente col ritrovarmi invischiata in automatismi mentali che andavano al di là di qualsiasi mia capacità di controllo.

Mi sforzavo di comportarmi e apparire come una persona normale, di non tirar fuori quelle difficoltà che sapevo non sarebbero state capite, e riuscii persino a farlo per parecchio tempo visto che la relazione, almeno nel suo aspetto iniziale, durò per ben tre anni, ma ciò fu dovuto soprattutto a particolari e incredibili circostanze che sembravano copiare esattamente quelle che si erano verificate diversi anni prima con l’altro ragazzo. Ci vedevamo pochissimo, solo una volta a settimana e rispetto all’altra situazione cambiava solo il giorno: invece che il lunedì stavolta era il giovedì. Anche in questo caso durante tutti gli altri giorni tra noi non c’era nessun contatto, sebbene all’epoca avevo comprato finalmente il mio primo cellulare, ma l’unico messaggio che lui mi inviava era quello che, poche ore prima, confermava l’appuntamento. Invero neanche io lo chiamavo né lo cercavo, ma solo perché avevo intuito che la cosa lo avrebbe infastidito quindi non volevo disturbare, però non c’è mai stata neanche l’occasione di uscire insieme, di andare a fare una gita, di festeggiare qualcosa, o di passare una serata in pizzeria. In pratica la nostra relazione si riduceva ad andare a letto insieme e a fare quattro chiacchiere su argomenti banali e convenzionali. In seguito mi disse che ciò era dovuto al fatto che era ufficialmente fidanzato con un’altra, ma io non osavo fare domande né chiedevo spiegazioni del suo strano comportamento, e semplicemente lo accettavo per quello che era. Mi accontentavo di quel poco che mi veniva dato, perché mi ritenevo di gran lunga inferiore alle altre ragazze e gli davo dunque l'implicito consenso a concedermi sole le briciole della sua attenzione, che per me erano un grandissimo onore. Non avrei mai osato contestargli niente e tanto meno rimproverarlo, per me persino prendere la semplice iniziativa di cominciare una conversazione era materialmente impossibile. Venivo bloccata dal panico e mi ritrovavo nella situazione di paura paralizzante che mi prendeva da piccola quando per esempio avevo l'assoluta necessità di chiedere qualcosa ai miei genitori. Dunque tra noi non c’era dialogo, io parlavo pochissimo di me e lui pochissimo di sé e sembrava che ci fosse un tacito, reciproco accordo per il quale nessuno dei due avrebbe dovuto impicciarsi più di tanto dei fatti dell’altro. Tutto questo, da una parte mi dava molta frustrazione perché mi sentivo tenuta a distanza e capivo che non c’era affetto o sollecitudine da parte sua nei miei confronti, d’altro canto mi consentiva di poter dissimulare i miei problemi ed evitava quindi le spiacevoli conseguenze che ne sarebbero derivate. Ero ormai convinta che mi sarebbe stato impossibile realizzare una normale relazione in cui si potevano condividere tutti gli aspetti della vita, mi ero rassegnata alla mia inferiorità ed ero disposta ad accettare quelle condizioni, per quanto fossero avvilenti e dolorose. In tutto ciò non c'era comunque neanche da parte mia nessun sentimento d'amore, almeno non di quell'amore che generalmente si intende possa esserci tra un uomo e una donna. Avevo da tempo rinunciato ai miei sentimenti: erano  troppo complessi e indecifrabili e non riuscivo assolutamente a gestirli. Anche solo l'idea di sentire un intenso legame d'affetto per qualcuno mi scatenava un senso di terrore che definirei apocalittico. Per me le emozioni erano come l'apocalisse biblica, vale a dire la totale devastazione dell'intero universo conosciuto.

Tutto ciò che in realtà mi aspettavo da quella relazione era solo di il fatto di procurami, per me e per il mondo esterno, una parvenza di rassicurante normalità. La mia vita era uno scatafascio totale, un evidente fallimento, ma se almeno avessi avuto un compagno al mio fianco, avrei potuto consolarmi col pensiero che dopotutto, in quel naufragio, ero riuscita a salvare qualcosa.

Talvolta provavo a parlargli delle mie difficoltà in famiglia e del mio carattere chiuso che mi dava problemi a trovare un lavoro, forse per cercare di introdurre l'argomento e tastare il terreno, cioè valutare se fosse il caso di parlargli sinceramente di me piuttosto che continuare a recitare la mia parte di persona normale. Ne parlavo in modo molto sfumato, senza dare a intendere la reale gravità della situazione, ma lui non sembrava interessato a queste cose, oppure mi assecondava solo per sbrigare la questione il più in fretta possibile e chiudere il discorso senza tanti fastidi.

In alcune occasioni peraltro, aveva apertamente criticato il mio modo di fare dicendo che ero un’esagerata, un’ipersensibile e invece che lamentarmi avrei dovuto semplicemente adattarmi a quelli che dopotutto erano i normali problemi della vita. Concludeva infine il discorso con il solito giudizio che davano di me tutte le persone con le quali provavo a confidarmi:

“Ma in fondo tua madre ti mantiene e non hai poi tutti questi problemi, se davvero ti mancasse il pane non potresti neanche permetterti di passare il tempo a pensare a queste cose, dovresti lavorare e basta, e magari ti farebbe anche bene, così impareresti cosa vuol dire lavorare sul serio che è ben altra cosa di quella idea bislacca della fotografia, che alla fine è solo una fantasia campata in aria.”

Quando sentivo che mi parlava in quel modo avrei voluto sprofondare sottoterra per quanto ero stata cretina nell’esporre i miei pensieri e i miei sentimenti e mi dicevo tra me: "Come hai potuto pensare che avrebbe capito? Te la sei proprio andata a cercare, non devi mai dire a nessuno quello che pensi, devi fare finta di essere come gli altri, comportarti come gli altri, dire solo quello che gli altri si aspettano di sentire da te, in fondo lo sai benissimo che sei tu quella sbagliata, quella che non funziona bene e non aspettarti che qualcuno possa comprenderti o aiutarti. Devi solo stare zitta e fare quello che c’è da fare, tutto il resto non ha importanza e devi tenertelo per te."

 

Ogni volta che avevo mostrato la mia sofferenza cosa ne avevo ricavato? Avevo forse avuto una parola di conforto o di comprensione? Certo che no, piuttosto ero stata attaccata e rimproverata, era ancora così e così sarebbe sempre stato. Qualsiasi cosa succeda bisogna andare avanti e continuare a fare quello che c’è da fare, non importa cosa senti o quello che ti porti dentro. Sono queste le regole del mondo e non c’è scampo, o si è dentro o si è fuori, e se non si ha la forza di accettarle, se si resta indietro, allora vae victis, non c’è da aspettarsi nessuna pietà e nessun aiuto.

E dunque, in quello stato d’animo, portavo avanti la mia esistenza e quella relazione in cui non mi restava che adeguarmi alle aspettative che l’altro aveva su di me.

Tuttavia il fallimento della mia vita era ormai evidente come un’insegna al neon, me ne stavo lì a gironzolare intorno a quell’idea della fotografia restando dipendente da mia madre e dalle sue regole, incapace di trovare la mia strada e di svincolarmi.

Ero debole e non sapevo affrontare la vita, come tutti i Parisi venivo sopraffatta dalle mie paure mi bloccavo in una situazione insoddisfacente pur di non dover affrontare il rischio di cavarmela da sola.

Ma i deboli non piacciono a nessuno e inevitabilmente anche lui finì con lo stancarsi di me.

 

 

Capitolo XXXVII

 

 

All’inizio del 2003 il suo comportamento nei miei confronti divenne più strano di quanto già non fosse: rinviava gli appuntamenti all’ultimo momento, oppure faceva un’ora di ritardo senza avvisare e giustificava il tutto dicendo semplicemente che era un periodo un po’ difficile. Credo che si aspettasse una mia reazione di rabbia e un conseguente litigio che avrebbe messo fine alla cosa, ma io da brava masochista me ne stavo lì a subire senza lamentarmi. A un certo punto non si fece vivo del tutto per circa 15/20 giorni. Capii che non sarebbe più tornato e come prima cosa ebbi la saggia idea di non cercarlo più lasciando che finisse in quel modo, d’altra parte mi sembrava giusto chiedere almeno una spiegazione di quel comportamento. In realtà non m’importava niente delle spiegazioni, il fatto è che stavo malissimo, non sopportavo di essere abbandonata sapendo che era colpa mia, perché non mi ero abbastanza impegnata nel fare quello che avrei dovuto fare, perché non riuscivo ad essere come si aspettava che fossi, perché l’avevo deluso, perché non ero all’altezza delle altre ragazze, perché ero un’incapace, perché ero debole.

Ero divorata dai sensi di colpa perciò avrei fatto di tutto per rimediare, avrei accettato qualsiasi condizione che potesse far perdonare tutti i miei insopportabili fallimenti. Ovviamente la mia paura di perderlo non aveva niente a che vedere con l'amore, piuttosto il solo pensiero che lui fosse arrabbiato con me mi era intollerabile. Il mio particolare modo di provare affetto per qualcuno rispecchiava l'attaccamento che avevo avuto per mia madre: uno stato di totale sottomissione e dipendenza emotiva, la paura costante d'essere abbandonata, e solo un piccolo sollievo nell'illusione che dopotutto sembrava ci fosse almeno una persona che forse mi voleva un po' di bene. E più di questo nella mia vita non c'è mai stato nulla.

Gli feci qualche telefonata e all’inizio non rispose nemmeno, poi credo che si decise a farlo solo per evitare di essere ulteriormente infastidito. Era molto seccato e mi disse che i fatti erano talmente evidenti che non c’era proprio nulla da spiegare. Supplicando e implorando riuscii alla fine a convincerlo a vederci un’ultima volta. Accettò, ma mi avvertì con estrema durezza: "Non ti permettere di alzare la voce con me, non ho nessuna voglia di litigare, se cominci ad agitarti e a fare l’isterica me ne vado immediatamente."

Non ci sarebbe neanche stato bisogno di dirlo, mi sentivo talmente in colpa che di sicuro non gli avrei rimproverato alcunchè. Riconobbi il fatto che aveva perfettamente ragione ad essere deluso di me, tutti avevano perfettamente ragione ad incolparmi perché non facevo niente, mi lamentavo di fastidi inesistenti e, in sostanza, nella vita non ci mettevo l’impegno dovuto. Come unica attenuante provai a parlare della depressione e delle mie difficoltà psicologiche, al che lui iniziò un discorso di questo tipo:

 

"Ma è proprio questo il punto. La depressione è un segno di debolezza, le persone forti non vanno in depressione, quando hanno delle difficoltà le affrontano e le superano. Tu sei debole, se ti deprimi vuol dire che sei debole. A me non piacciono le persone deboli, io sono forte e reagisco ai problemi, non me ne sto a piagnucolare come fai tu. Io non la voglio accanto a me una persona debole, io voglio una persona forte come me."

E continuò su questa strada, attaccando anche il mio aspetto fisico, perché ovviamente in quel periodo ero stata male e non avevo certo un bell’aspetto, ero smagrita, avevo le occhiaie, l’espressione sofferente, e in quell’occasione non mi ero nemmeno truccata come facevo di solito, non essendo ovviamente in vena di vanità, e lui se ne mostrò risentito:

"E poi guarda come ti sei ridotta, sei anche diventata brutta. Tra le altre cose, le ragazze depresse sono brutte, con quel muso lungo e l’aspetto triste e trascurato non sono mica belle a vedersi. Sappi che non mi piaci quando sei così. A me piacciono le ragazze serene, sorridenti, dinamiche, positive, che hanno cura di sé e sono sempre a posto. Sai, tempo fa avevo una ragazza che dopo un po’ che stavamo insieme cominciò a trascurarsi, a non truccarsi più, a non sistemarsi i capelli e io l’ho lasciata proprio per questo, perché era una mancanza di rispetto verso di me, se non si faceva bella per me significava che non le importava."

Lo implorai di darmi un’altra possibilità, gli dissi che sarei cambiata, sarei stata forte, non mi sarei lamentata di niente, mi sarei impegnata, e questa volta ce l’avrei fatta, doveva solo dirmi con precisione cosa dovevo fare e l’avrei fatta.

Lui ci pensò un po’ su, non era molto convinto, d’altra parte l’idea lo allettava a sufficienza. Alla fine elaborò un piano. Mi disse che da allora in poi sarebbe stato difficile vedersi perché voleva trasferirsi al nord e stava facendo dei viaggi frequenti per trovare un lavoro e una sistemazione. Mi disse inoltre che era fidanzato e, secondo i suoi programmi al massimo entro un anno si sarebbero trasferiti insieme e si sarebbero sposati. Nel frattempo noi ci potevamo ancora vedere quando possibile, in seguito mi sarei trasferita anch’io e l’avrei raggiunto nella sua stessa città. Lì mi sarei fatta la mia vita, avrei trovato un lavoro e mi sarei sposata, ma noi saremmo rimasti amanti e avremmo continuato a vederci esattamente nello stesso identico modo, però su come realizzare tutto ciò dovevo cavarmela da sola e lui non mi avrebbe dato alcun aiuto.

Accettai immediatamente le condizioni senza fare alcuna richiesta, e del resto non avevo alternative. Mi convinsi che aveva ragione e, qualsiasi cosa fosse successa sarebbe sempre stato meglio che restare a vita la schiava di mia madre.

Mi illudevo, come al solito, che quella sarebbe stata la volta buona, quella in cui ce l’avrei fatta definitivamente a tirarmi fuori da lì.

Restava ancora da capire come avrei potuto, con tutti i miei problemi, realizzare un piano che era tanto lontano dalle mie possibilità.

 

 

 

 

Capitolo XXXVIII

 

Nell'anno 2004 mio fratello aveva infine preso il diploma e trovò un lavoro andando a vivere stabilmente a Sofronia. Il risultato stupendamente positivo di ciò fu che ero ormai del tutto libera da qualsiasi controllo e riuscii persino a cambiare le serratura della porta di casa in modo che nessuno potesse entrare a parte me. Infatti per tutti i dieci anni in cui era stato a Zobeide per studiare, lui andava e veniva da casa mia a piacimento, e naturalmente quando tornava si ricominciava con gli ordini, gli insulti, i controlli e i litigi ed era perciò un gran sollievo avere la certezza che quella carogna non sarebbe più piombato in casa quando meno me l’aspettavo. Ero comunque riuscita a cavarmela e a non fargli scoprire gli incontri che avevo con quel ragazzo perché ci si vedeva poco ero molto prudente e avevo avuto fortuna. A quel punto, come mi era stato promesso, era arrivato il mio turno di essere aiutata negli studi, ma mia madre mi si rivoltò contro adducendo delle scuse incredibili. Disse che con tutto quello che aveva speso per mio fratello di soldi non ce n’erano più e non poteva darmene perché, come ripeteva sempre, bisognava fare dei sacrifici per mantenere la proprietà. Invero di soldi in quei dieci anni mio fratello ne aveva avuti parecchi. Basandomi su certi registri dei conti che avevo intercettato e consultato di nascosto, calcolai che in tutto si era succhiato la bellezza di circa 180.000 euro.

In seguito lui stesso ammise che quel periodo era stata una vera pacchia, aveva fatto la bella vita e si era divertito un mondo. L’unico motivo per il quale si era infine deciso a diplomarsi e a lavorare era il fatto che tutti i suoi amici ormai si erano diplomati e avevano cominciato a lavorare, quindi se non si adeguava  e non faceva come gli altri  c'avrebbe fatto la figura del cretino. Non aveva il minimo scrupolo per aver scialacquato tutti quei soldi. Disse semplicemente: "Beh, e che c’è di male? La vita bisogna godersela, se mamma mi dava dei soldi io me li prendevo, tutto qua. E mica sono scemo."

La cosa più assurda fu che anche se ormai lavorava ed aveva un suo stipendio, nel giro di qualche mese ricominciò a chiedere denaro con una serie di pretesti e, naturalmente gli veniva sempre concesso, ma ciò che mi preoccupava di più era che per questo e altri motivi sempre legati ad una cattiva amministrazione, mia madre cominciò a vendere le sue case. Ben tre appartamenti andarono via nel giro di pochi anni, senza che fosse dato un rendiconto su come venivano spesi quei soldi. Ovviamente se si vendevano le case affittate a studenti, se ne perdeva anche la relativa rendita e si entrò in quella spirale che ben presto avrebbe portato al fallimento.

La situazione mi fece infuriare, ero letteralmente imbestialita e per di più dovevo stare col capo chino e zittirmi perché ad ogni mia recriminazione mi veniva rinfacciato il fatto di non lavorare e di non aver studiato, e secondo la versione ufficiale ero soltanto io, con il mio comportamento da parassita, ad aver causato la rovina della famiglia.

Ma ero arrabbiata sopratutto con me stessa, per aver ingenuamente creduto a ciò che mi veniva promesso. Con me era facile approfittarsi, è sempre stato facile perché non riesco mai a capire cosa ha davvero in mente la gente quando mi dice qualcosa.

 

Mi sentivo presa in trappola. Negli ultimi anni avevo pensato che se avessi avuto la possibilità di cominciare a lavorare come fotografa, la situazione si sarebbe sbloccata e avrei raggiunto una mia indipendenza, ma naturalmente non avendo un minimo d’attrezzatura era impossibile avviare il progetto.

La situazione a casa diventava sempre più difficile. Mia madre ormai non riusciva più a far quadrare i conti, e a causa di ciò, non appena andava sotto di brutto aveva preso l’abitudine di prendersela con me e allora mi faceva delle riduzioni sullo stipendio, dicendomi che il mio sacrificio sarebbe stato ripagato dall’eredità e ovviamente era giusto punire la mia pigrizia e persino educativo spingermi con la forza a trovare un lavoro. Ma io con il lavoro continuavo ad avere i miei terribili problemi ai quali nessuno ha mai creduto e che mi rendevano a tutti gli effetti una handicappata. Così mi ritrovavo a stare in inverno senza riscaldamento perché la caldaia era rotta e mancavano i soldi per ripararla, oppure mi staccavano la luce o il telefono, o restavo indietro con le rate del condominio, insomma stavo effettivamente scivolando nella povertà.

 

Come se non bastasse avevo promesso a quel ragazzo che mi sarei data da fare per mettere da parte dei soldi e raggiungerlo quando sarebbe andato via e non erano ammessi fallimenti. Però, una volta sfumata la possibilità di lavorare con la fotografia, non sapevo proprio più dove sbattere la testa.

E mi ci arrovellavo il cervello ma la soluzione non arrivava: del resto conoscevo bene le mie difficoltà, negli anni scorsi avevo provato tante volte senza riuscire e sapevo anche di non poter chiedere aiuto a nessuno e seppure avessi potuto farlo nessuno mi avrebbe creduto, né capito. Ero chiusa in un circolo vizioso senza soluzione.

Una sera mi ritrovai per caso a guardare in televisione un’ inchiesta su come la prostituzione si stesse diffondendo tra ceti sociali piuttosto elevati, dove la questione non era più la semplice sopravvivenza, ma il desiderio di avere una vita migliore. C’erano donne che si erano licenziate dal loro piccolo e squallido lavoro di segretaria per poter avere la possibilità di viaggiare e istruirsi oppure quelle che così avevano trovato il solo modo di potersi allontanare da un marito prepotente che le controllava e le umiliava. Per molte era stato l’inizio di un periodo di libertà, di benessere e di indipendenza.

Improvvisamente mi si accese una lampadina in testa. Riflettendoci bene la cosa sembrava combaciare a pennello con la possibile soluzione dei miei problemi. Potevo tranquillamente aggirare il panico della fobia sociale e dell’agorafobia, dal momento che sarei stata impegnata solo poche ore al giorno e nemmeno tutti i giorni, e se capitava un periodo che proprio non me la sentivo potevo restarmene a casa senza dover dare spiegazioni a nessuno. Solo io avrei deciso quando lavorare e quando no, non c’era un capo a cui dover dare conto, non c’erano permessi da chiedere e giustificazioni da dare, non c’erano angoscianti responsabilità, non dovevo dimostrare di essere capace, né di essere sveglia e spigliata, né dovevo avere esperienza o raccomandazioni. Potevo presentarmi in tutta la mia stupidità e in tutta la mia goffaggine, potevo fare tutti gli errori che volevo senza timore di essere licenziata perché non c’era nulla da dimostrare e nessuna qualità da far valere: l’unico requisito richiesto era la bellezza e al di là di questo non era necessario nient’altro.

 

Le mie difficoltà e il mio non saperci fare con le persone non avrebbero avuto alcun peso, dovevo solo starmene lì ed eseguire meccanicamente un compito che qualsiasi ritardata sarebbe stata in grado di fare.

Infatti io ero appunto una ritardata, un’incapace, e se ciò mi impediva di fare un qualsivoglia lavoro normale, non era certo un ostacolo per un incarico in cui si presupponeva proprio il fatto che fosse riservato a donne fallite, stupide, incapaci e del tutto emarginate dalla società.

Certo, bisognava essere belle e in verità non è che io fossi tutta questa gran bellezza ed avevo già i miei trentasei anni, ma per fortuna ne avevo sempre dimostrato di meno e se ne avessi dichiarato trenta c’avrebbero creduto tutti, non è che andavano a controllare i documenti. Per di più non mi sembrava che nella mia piccola città ci fosse molto movimento in quel settore, e, per quello che ne potevo sapere, avevo ipotizzato che avrei avuto poca o nulla concorrenza, perciò bella o meno bella alla fine i clienti si sarebbero accontentati. Il maggior vantaggio era però di poter nascondere a mia madre che guadagnavo dei soldi autonomamente in modo che non ci sarebbero state ritorsioni sul mantenimento; prevedevo che sarei stata impegnata in poche occasioni a settimana, e nel caso ci fosse stato bisogno di andare subito da lei, avevo elaborato un mio stratagemma. Infatti quando è realmente capitato che mi telefonava  mentre ero al lavoro, io le dicevo: "Sì mamma, vengo subito, ma ora sto al supermercato, devo finire di fare la spesa, poi c’è la fila alla cassa e devo andare a casa a mettere la roba nel frigo, ma entro 30, 40 minuti sono da te."

Allora mi scusavo con il cliente, dicevo che purtroppo bisognava sbrigarsi perché avevo la mamma anziana e molto malata e nessuno protestava perché si sa che la mamma è sempre la mamma ed ero pienamente giustificata.

Per come la vedevo io, quella spiacevole ma necessaria faccenda non sarebbe durata a lungo, giusto il tempo di poter comprare l’attrezzatura, poi ero sicurissima che con la fotografia avrei cominciato ad ingranare e allora non ci sarebbe più stato bisogno. Certo, c’erano dei rischi da tenere in conto, era pericoloso, faceva schifo, era una cosa brutta, ma sarebbe bastato fare attenzione, usare prudenza, incontrare solo in albergo, prendere le dovute precauzioni, limitare al massimo i contatti, per il resto sarebbe stato un po’ come andare dal ginecologo e dopotutto, a conti fatti non mi potevo permettere di fare la schizzinosa. Se volevo togliermi da quell’impiccio bisognava pur sopportare qualche sacrificio.

Molti pensano che sia una cosa difficile e imbarazzante fare del sesso con un estraneo appena conosciuto, ma in realtà la situazione non implica nessun contatto emotivo con la persona e non crea nessuna relazione. Proprio per questo per me era molto meno angosciante che dover semplicemente passare un’ora a parlare con un qualsiasi essere umano.

 

Si trattava di un contatto puramente meccanico, emotivamente asettico, automatizzato, robotico, un lavoro da manichino, da marionetta, da robot, appunto, e non a caso la fantascienza cinematografica è piena di donne robot costruite appositamente per questo scopo, da Blade Runner a ex Machina e Automata. E io che avevo  vissuto tanto tempo da sola, senza poter esprimere le mie emozioni e con il divieto addirittura di provarle, ero arrivata al punto di non riuscire a comportarmi da essere umano, cosa che costituiva generalmente un problema; tuttavia come automa me la cavavo benissimo quindi la situazione per me era perfetta.

L’unica differenza con un vero robot consisteva nel fatto di non osservare la seconda legge del protocollo asimoviano: non obbedivo agli ordini degli umani e decidevo io cosa fare.

 

L’idea cominciava a girarmi in testa in modo ossessivo e più ci pensavo, più mi sembrava che fosse ormai l’unica soluzione. Mi misi seriamente a studiare l'argomento, cercai informazioni su internet per capire come funzionava il sistema, come dovevo muovermi e regolarmi, e un po’ alla volta il piano diventava sempre più chiaro e preciso. Mi ci vollero comunque molti mesi per decidermi a passare all’azione, perché non è certo una cosa che si fa dalla sera alla mattina e alla fine mi convinsi ad agire quando  ero ormai ridotta allo stremo e non ne potevo proprio più della mia condizione.

 

 


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