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Ogni lettore, quando legge, legge se stesso. L'opera dello scrittore è soltanto una specie di strumento ottico che egli offre al lettore per permettergli di discernere quello che, senza libro, non avrebbe forse visto in se stesso. (da "Il tempo ritrovato" - Marcel Proust)

Il coraggio di volersi bene 14

di Amelia Parisi
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Pubblicato il 29/07/2021 17:11:28

 

 

 

                              Il coraggio di volersi bene 14

 

 

 

Capitolo XXXIX

  

Prima di cominciare quell'insolita attività lavorativa mi feci scrupolo di mettere al corrente della situazione quel ragazzo che frequentavo, una cosa  molto stupida e di cui non c’era alcun bisogno visto che ci si vedeva davvero poco e lui era spesso fuori città. Non si poteva neanche dire che avessimo una vera relazione e non saprei come definire quello che c’era tra noi se non una sorta di mia assoluta sudditanza e totale dipendenza affettiva, nonché paura immensa di fare qualsiasi cosa che lui avrebbe potuto ipoteticamente disapprovare: necessitavo perciò del suo esplicito consenso. Non capivo che nella vita ci sono situazioni in cui non si può essere del tutto sinceri, né si possono rispettare le regole alla lettera, perché è semplicemente questo il modo in cui funziona il mondo. Peraltro, contrariamente al comune buon senso, ero stata addestrata a non poter prendere decisioni né iniziative autonomamente, erano sempre stati i miei genitori a decidere per me, di conseguenza non osavo neanche pensare di poter fare qualcosa di testa mia. Dovevo in ogni caso chiedere il permesso a chi in quel momento riconoscevo come autorità a cui era dovuta obbedienza.

Naturalmente non sapevo da dove cominciare per mettere in campo l’argomento e mi misi a fare un lungo discorso prendendo la cosa molto alla lontana, solo che lui capì immediatamente di che si trattava, come se mi avesse letto nel pensiero e, con mia grande sorpresa, si mostrò subito entusiasta:

 

“Ma questa è proprio una magnifica idea, ma certo, in questo modo potrai risolvere tutto.”

 

E iniziò a farmi tutto un ragionamento per incoraggiarmi e convincermi che avrei messo su un bel po’ di soldi.

“Guarda che la cosa funzionerà sicuramente perché oltre ad essere bella sei anche brava in queste cose e te lo dico io che di ragazze ne ho avute tante, ma così tante che se all’università avessi passato a studiare le stesse ore che ho passato a scopare mi sarei laureato in sei mesi. Secondo te perché continuo a vederti e perché voglio continuare a vederti anche dopo che mi sarò sposato? Perché con te è una cosa davvero speciale e come lo apprezzo io lo apprezzeranno anche gli altri, fidati.”

 

Rimasi molto sorpresa dal suo discorso ma sembrava che almeno il problema fosse risolto.

Ripensandoci col senno di poi, è incredibile il livello di sottomissione a cui mi ero ridotta nei suoi confronti. Con quel suo atteggiamento superficiale dimostrava di non tenermi in nessuna considerazione, di non preoccuparsi minimamente di tutto ciò a cui sarei andata incontro e dei pericoli che correvo. La cosa gli sembrava persino divertente e questo la dice tutta su quanto poco mi considerasse, tuttavia per me contava solo il fatto che non fosse arrabbiato con me e che approvasse la mia decisione. Gli sembrava tutto un bel gioco allegro, e di lì a poco scoprii che servendosi di me poteva dare libero sfogo a certe sue fantasie perverse in cui l'unica a esporsi a dei rischi ero io, eppure ero semplicemente felice di poter fare qualcosa che suscitava il suo interesse e persino la sua ammirazione. Più mi dimostravo sessualmente disinibita, disinvolta, ninfomane e desiderosa di avere rapporti con chiunque, più lui mi apprezzava e mi ammirava. Naturalmente io non ero affatto così e l'unico scopo di tutto quell'ambaradan  era raggranellare un po' di soldi, ma colsi l'occasione per apparire ai suoi occhi esattamente come lui mi voleva. Per me era semplicemente fantastico poter avere le sue attenzioni.

Cominciai dunque ad organizzarmi sul piano pratico: comprai un’altra scheda telefonica, un altro telefono e una divisa da usare per il lavoro, e cioè un’elegante sottoveste grigia e dei fantastici sandali argentati col tacco a spillo e con delle stringhe che si allacciavano intorno al polpaccio fino al ginocchio e che erano proprio tanto sexy, sebbene io i tacchi non li avessi mai portati perché cascavo a terra dopo dieci passi.

 

Misi degli annunci sui giornali locali e su internet, dove c’erano persino dei siti specializzati con centinaia di escort bellissime, delle vere modelle, ma avrei sfigurato troppo al confronto, e in linea generale ci si riferiva a un livello troppo alto, per il quale nella mia città non c’era assolutamente mercato, cosi mi accontentai dell’apposita sezione di incontri su siti d’annunci generici.

Per qualche settimana non accesi neanche il telefono tanto ero spaventata e quando lo feci non avevo il coraggio di rispondere, infine cominciai a rispondere ma farfugliavo e dicevo cose del tipo che il servizio era momentaneamente sospeso o altre stupidaggini.

Poi accadde che una mattina mia madre mi chiamò a rapporto ed era una di quelle giornate che era proprio molto nervosa e voleva sfogarsi su qualcuno. Ogni tanto organizzava una sorta di psicodramma su questioni assolutamente banali per via del fatto che quando capitava un qualsiasi imprevisto lei non aveva la più pallida idea di come gestirlo, allora si faceva prendere dal panico e io ero costretta ad andare a casa sua per  ascoltare dal vivo i suoi discorsi deliranti. Dovevo in ogni caso stare zitta, non potevo fare osservazioni né osare proporre soluzioni, potevo solo mostrarmi sottomessa e ossequiosa dandole ragione su tutto. Infine concludeva i suoi discorsi con l’unica spiegazione che sapeva trovare e cioè che la causa di ogni sua disgrazia  era il mio comportamento da parassita, la mia pigrizia, il fatto che in famiglia c’era un immane spreco di soldi dovuto al mio mantenimento e che era solo colpa mia se tutto il suo patrimonio stava andando in rovina.

Io dovevo sopportare il suo sproloquio in silenzio e a testa bassa, era impossibile farla rendere conto della realtà, e infatti come si sa i pazzi vanno sempre assecondati e  non  bisogna mai contraddirli. Da ultimo arrivava la soluzione che lei preferiva di più, e valeva a dire che siccome ero io a causare i suoi guai, era più che giusto togliermi dei soldi dalla mia paga mensile per risolverli. Non era la prima volta che mi trovavo in una situazione del genere, ma quel giorno mi si scatenò dentro un odio che avrei potuto anche ammazzarla, e non appena tornai a casa accesi il telefono e pensai: "Adesso ti faccio vedere io, vecchia strega."

Tre ore dopo ero in albergo con il mio primo cliente.

 

Mi meravigliai di quanto la cosa fosse semplice e facile, il trucco infatti stava nell’essere assolutamente fredda e distaccata e mantenere sempre il controllo della situazione, cosa in cui riuscivo benissimo. Bisognava annullare tutte le emozioni, e per me era facilissimo in quanto costituiva il mio stato normale di essere, e semmai l’unico sentimento concesso, anzi direi persino necessario, era una sorta di cinico e spietato disprezzo verso l’altro che veniva da me usato e sfruttato allo stesso modo in cui io venivo usata da lui, così  da raggiungere una sorta di parità.  Mi costruivo attorno un’invisibile barriera di protezione, e mi sembrava addirittura di vedere le cose dall’esterno, come se stessi guardando un film dove c’era una mia sosia e tutto quello che accadeva non mi riguardava affatto, non faceva parte della mia vita. Feci la sorprendente scoperta di essere tagliata alla perfezione per quel mestiere. Mi resi subito conto che quel forte senso di rabbia che mi aveva spinto ad iniziare era proprio lo stato d’animo giusto con cui affrontare la cosa e io di rabbia repressa me ne portavo dentro davvero tanta. Una volta un cliente mi disse, nel salutarci mentre lasciavamo l’albergo: "Sai, prima quando ti ho visto scendere dalla macchina, mi sei sembrata un soldato che sta per affrontare una battaglia."

E’ stato il più bel complimento che abbia mai ricevuto ed era particolarmente esaltante il fatto che qualcuno avesse notato la mia parte maschile e marziale.

Nel giro di un paio di mesi mi ero un po’ ripresa sul piano economico, non dovevo più temere le punizioni di mia madre e non dovevo implorarla se avevo bisogno di fare spese straordinarie. Semplicemente, se dovevo andare dal dentista ci andavo, se la macchina aveva bisogno di riparazioni la riparavo, tutto qui, senza drammi e senza tragedie. All’età di trentasei anni aprii finalmente un conto corrente in banca e ci misi su 500 euro. Non avevo mai posseduto tanti soldi e mi sentivo ricca e felice. In realtà io non ho mai guadagnato quelle cifre favolose che si pensa possa rendere questo mestiere, la mia tariffa era di 100 euro più il costo dell’albergo e siccome mi trovo in una città di poveracci non erano molte le persone che potevano permetterselo. Cercavano sempre di tirare sul prezzo e spesso dovevo rinegoziare le prestazioni, perché dopo un po’ mi ero resa conto che bisognava per forza di cose adattarsi al mercato, altrimenti non avrei guadagnato niente del tutto. I clienti fissi erano davvero pochi e si facevano vedere ogni due o tre mesi, in rari casi una volta al mese e non di più, sempre perché i soldi scarseggiavano per tutti. Per questo motivo i guadagni andavano un po’ a rilento e mediamente raggiungevo i 500/600 euro al mese, ma a volte anche molto meno. Del resto mi sarebbe stato impossibile avere più di un paio di incontri a settimana perché era comunque una situazione molto impegnativa dal punto di vista mentale e psicologico, e questo sia per la mia personale avversione a incontrare persone e a stare fuori casa, sia perché in senso generale bisognava stare sempre molto attenti a tutto, cosa che comportava un forte stato di tensione.

 

Ne risentivo molto anche fisicamente e in genere avevo bisogno di qualche giorno per riprendermi. Accettare di fare sesso per denaro quando non se ne ha voglia e con un uomo per il quale non si prova nessuna attrazione fisica, ma anzi ripugnanza, è un po’ come concordare in anticipo una violenza sessuale per la quale si riceve un risarcimento. Anche se ci si sforza di agevolare la cosa, rimane il fatto che non si ha nessuna voglia di farlo. In ogni caso, per quanto spiacevole, nella mia particolare condizione era l'unica opportunità che avevo per guadagnare una cifra ragionevole nel minimo tempo di contatto con le persone, e perciò era l'unica strada percorribile.

 

Di telefonate ne arrivavano parecchie, ma per lo più erano di curiosi oppure gente che si divertiva a minacciare e a insultare. Io mandavo subito a quel paese, però ne restavo sempre spaventata. Una volta mi chiamò un tale che mi propose la sua protezione e io rifiutai dicendo che era solo una cosa temporanea, che vedevo poche persone, che lo facevo solo per arrotondare, e quello continuò a insistere e a chiamarmi e allora mi presi una pausa e spensi il telefono per un po’, aspettando che si calmassero le acque, ed infatti così fu, ma la paura era stata tanta. Temevo che mi avrebbe mandato come cliente un suo amico che mi avrebbe conciato per le feste, e poi mi avrebbe detto: "Hai visto che avevi bisogno di protezione?"

Perché in realtà non è che in albergo si è sicuri al 100%, Il fatto di dover consegnare i documenti dovrebbe essere un deterrente per i malintenzionati, ma i documenti possono anche essere falsi, e una volta arrivati in camera uno può sentirsi libero di fare quello che vuole. Per non parlare del caso del raptus, quando si perde totalmente il controllo di sé e in quel momento non ci si cura affatto delle conseguenze delle proprie azioni. Certo, è una cosa piuttosto rara ma può sempre capitare.

Ci fu un’occasione in cui un tizio, nel togliersi i vestiti, appoggiò una pistola sul comodino, comunque con me si comportò bene ed era solo questo che mi interessava; non m’importava nulla di chi fossero o cosa facessero i miei clienti, mi interessava solo che le cose si svolgessero secondo le mie regole, di loro come persone ne cancellavo il ricordo entro poche ore. Spesso mi capitavano quelli che mi insultavano dicendo cose del tipo: "Ma non ti vergogni? Sei una ladra, tu rubi i soldi. C’è gente che lavora una settimana per guadagnare quello che tu prendi in un giorno senza fare niente."

 

A me queste cose mi scivolavano addosso e non le tenevo in nessun conto, me ne stavo zitta ed evitavo qualsiasi replica o discussione. In un certo senso venivo pagata anche per questo, so che alla gente piace sfogare le proprie frustrazioni sugli altri e lo consideravo parte del mio lavoro, a me interessava solo  che non mi facessero del male fisicamente, tutto il resto non contava niente. Ad essere umiliata e insultata c'avevo orami fatto il callo, in famiglia mi era capitato tante di quelle volte che avevo perso il conto e alla fine avevo pensato: "Se qualcuno vuole sfogarsi rovesciandomi addosso tutti gli improperi di questo mondo che lo faccia pure, però deve pagarmi, e adesso sono io a decidere il prezzo."

 

  

Capitolo XL

 

Mi capitava talvolta di incontrare delle persone gentili, che avevano delle premure verso di me.

Un paio di volte sono andata a pranzare al ristorante, una volta ho avuto in regalo un enorme mazzo di fiori, poi ci fu un cliente che mi portò una scatola di gelatine di frutta, e un altro che vedevo abbastanza spesso che mi faceva sempre dei piccoli regali tipo un foulard, una collana o una maglietta, piccole cose ma era comunque un pensiero carino. Molto raramente, in verità forse solo tre o quattro volte in tutto, qualcuno mi dava in regalo una mancia di 50 euro. Quelle sono state le uniche volte in cui sono stata invitata a pranzo oppure ho ricevuto regali, per me non ci sono mai stati compleanni o regali, né occasioni speciali, né festeggiamenti di sorta, perciò in un modo o nell'altro mi sentivo coccolata e mi godevo la piacevole novità di quelle carinerie nei miei confronti.

Un paio di volte al mese incontravo un signore anziano, credo fosse intorno alla settantina, per via della sua età non succedeva granchè da un punto di vista pratico e per una tariffa scontata a 40 euro, me ne stavo lì a tenergli compagnia e ad ascoltare i suoi racconti e le sue confidenze. Mi parlava di quando era giovane e viveva in Sicilia e passava le estati in una splendida villa che la sua famiglia possedeva in riva al mare. Ogni mattina faceva delle lunghissime nuotate fino a un isolotto che era di fronte alla spiaggia, lì faceva incetta di cozze che mangiava subito, vive e crude, poi se ne stava per delle ore a prendere il sole e perdeva la cognizione del tempo, finchè veniva dato per disperso e qualcuno lo andava a cercare. Aveva molta nostalgia di quei luoghi e si rammaricava di non poterci più tornare perché gli era stato tutto espropriato per farci un parco naturale.

A un certo punto cominciò a portare con sé delle riviste di viaggi e le sfogliava dicendo che se avesse avuto vent’anni di meno gli sarebbe piaciuto andarsene in giro per il mondo insieme a me, avremmo alloggiato nei migliori alberghi , mi avrebbe portato nei migliori ristoranti, avremmo visitato i posti più belli del mondo e saremmo stati straordinariamente  felici nel goderci la vita come dei principi, ma era ormai troppo vecchio e non si sentiva più le forze, ed inoltre, essendoci una grande differenza d’età tra noi, sarebbe apparso sconveniente e la gente avrebbe pensato male. Era una persona molto gentile ed educata, d’altri tempi direi, e mi faceva anche una certa tenerezza quando si portava dietro quelle riviste e sembrava  felice come un bambino mettendosi a sognare tutti quei posti magnifici che né io né lui avremmo mai visto.

 

Comunque la situazione in senso generale non era delle più facili da gestire, e non erano tutte rose e fiori. Non era certo quella vita splendida e lussuosa che molte ragazze immaginano quando si decide di fare l’escort in un ambiente elegante, soprattutto perché, nella mia zona arretrata, di eleganza e buone maniere ce n’erano ben poche. Bisognava sempre stare con gli occhi bene aperti, c’era la paura, c’era il rischio, c’erano tante circostanze spiacevoli, ma in tutto ciò c’erano anche degli aspetti positivi e, in qualche modo la mia vita ne era stata molto arricchita in senso umano perché avevo la possibilità di entrare in confidenza e incontrare persone in una modalità che per me costituiva una protezione e una sicurezza. Non conoscevo le regole delle relazioni umane, e seppure riuscivo a intuirne qualcosa era per me un grosso sforzo cercare di imitare consapevolmente quei comportamenti che a tutti venivano spontanei. Per questo motivo erano destinati al fallimento tutti i miei tentativi di amicizia, di amore, o anche semplicemente di mantenere un impegno lavorativo, ma in quella situazione avevo trovato il modo di risolvere il problema. Non c’erano legami, non c’erano relazioni, non c’erano impegni e responsabilità, ogni incontro, nel bene e nel male, era effimero e momentaneo, non c’erano promesse, né inganni, né ipocrisie, né sorprese, tutto era chiaro e prestabilito dall’inizio e durava talmente poco che riuscivo a stare in compagnia con degli esseri umani senza esserne eccessivamente angosciata. Con quella stravagante procedura che per me costituiva una protezione, ascoltavo discorsi, esperienze, opinioni, frammenti di vita che potevo assemblare insieme  per farmi un’idea più concreta e reale di come funzionano le persone e come si sta al mondo. Sembrava che in qualche modo quegli estranei potessero fare ciò che nè i miei genitori, e tanto meno altre persone, avevano mai fatto, e cioè insegnarmi qualcosa dell'esistenza umana.

Capitavano però dei periodi nei quali venivo presa dallo sconforto. Mi sembrava di tornare indietro nel tempo a quando avevo dodici o tredici anni e da lì guardavo nella mia vita futura e mi vedevo parlare al telefono sopportando ogni sorta di insulti e volgarità, presentarmi in uno squallido albergo di periferia dove il portiere mi guardava con disprezzo e commiserazione avendo ormai compreso la mia attività, e intrattenermi mio malgrado con individui che la maggior parte delle volte mi facevano semplicemente paura, e allora mi chiedevo : "Com'è possibile che questa sia la mia vita?"

Sprofondavo nell'avvilimento, spegnevo il telefono per due o tre settimane, passavo le mie giornate a dormire e quando ero sveglia pensavo a come potermi suicidare in modo indolore. Poi mi facevo coraggio, accendevo di nuovo il telefono e mi dicevo: " Devo continuare ancora un po’, non durerà per sempre, non posso fermarmi adesso, devo solo fare un altro po’ di soldi poi comincerò a lavorare con la fotografia e me ne andrò da qui, la mia vita cambierà e potrò dimenticare tutto questo."

Accendevo di nuovo il telefono e quando suonava io rispondevo.

In ogni caso, il fatto di poter avere dei soldi miei, che guadagnavo da sola, mi dava un forte senso di sicurezza e fiducia in me stessa. Ne ero fiera e orgogliosa, sentivo finalmente di valere qualcosa, di essere utile ed era una condizione nuova e molto diversa dal mantenimento che mi forniva mia madre. Lei mi dava quei soldi biasimandomi e umiliandomi, facendomi sentire una nullità, rinfacciandomeli di continuo, e mi manteneva in vita con rabbia, disprezzo e ferocia, senza nessun amore o sollecitudine verso di me. Quando invece guadagnavo qualcosa per conto mio mi sentivo meritevole e capace, nessuno poteva rimproverarmi e rinfacciarmi nulla di quel denaro, facevo bene il mio lavoro e me lo meritavo fino all’ultimo centesimo.

 

Per certi aspetti cominciavo persino a sentirmi bella. Nel profondo del mio animo continuavo a portarmi dentro le sofferenze patite negli anni delle elementari, quando passavo le mie giornate con delle bambine bellissime e vestite in modo favoloso che mi disprezzavano e mi facevano sentire inferiore, ed era rimasta indelebile nella mia mente l'immagine di mia madre che faceva tutti i suoi discorsi deliranti su quanto ero debole, imperfetta e mal riuscita con i miei pochi capelli e la pelle bianca. E sentivo ancora dolore per le umiliazioni sopportate al liceo, ed ero solo una poveraccia circondata da favolose ragazze vip, che raccontavano in continuazione la loro splendida vita di divertimenti e corteggiatori, mentre io mi sforzavo invano di attirare l’attenzione con noiose osservazioni sugli atomi di ossigeno. Per non parlare degli anni di torture mentali che avevo subìto nella convivenza con mio fratello, quando i miei ingenui tentativi di farmi bella venivano ridicolizzati e messi alla berlina.

Eppure tutto a un tratto mi trovavo nella situazione in cui qualcuno era persino disposto a pagare per avermi. Per quanto ciò fosse incredibile, costituiva la prova tangibile e inconfutabile che anche io nel mio piccolo avevo le mie attrattive, le mie qualità, che potevo essere ammirata e apprezzata.

Era una magnifica rivalsa e tutto ciò mi rendeva più sicura di me e fiduciosa nel futuro e nella vita. Nonostante tutto, quel periodo è stato l’unico che ho potuto vivere con orgoglio, piena consapevolezza di me e in modo simile a quello degli altri esseri umani, e sono fiera di essere riuscita, almeno per un pò, a superare la tipica codardia dei Parisi e a fare qualcosa di utile per me stessa.

 

 

 Capitolo XLI

 

 

L’avventura peggiore che mi sia capitata in tutta la mia carriera, riguarda il signor N, che diventò il più assiduo cliente fisso e che incontravo una volta a settimana. Invero dovetti contrattare il mio compenso che venne in pratica dimezzato perché il signor N era ricco, ma non abbastanza da potersi permettere di spendere 400 euro al mese. O forse lo era, ma era altrettanto taccagno da non voler pagare una cifra simile. Per me non costituiva propriamente un buon affare, comunque poter contare su 200 euro fisse mi faceva sentire tranquilla ed evitavo di vedere troppe persone nuove che potevano sempre riservare qualche sorpresa. Ci si incontrava di solito a casa sua quando la sua famiglia non c'era, o a casa della madre vedova, quando ne aveva la disponibilità. Notai sin da subito che era un po’ strano, ma la sua sembrava una stranezza innocua: più che altro si dava l’atteggiamento da snob e si vantava di essere una persona appartenente ai ceti superiori, almeno secondo il suo giudizio. Parlava sempre in modo molto ricercato, persino più ricercato dei mio, era forbito, magniloquente, manierato e tronfio, al punto da apparire palesemente falsato e sopra le righe, risultando persino ridicolo e grottesco. Gli piaceva farsi vanto della sua cultura e fu molto meravigliato nel constatare che in quel campo gli stavo davanti di parecchie misure; non si sarebbe mai aspettato, in quel contesto soprattutto, di trovare qualcuno che fosse capace di batterlo. Tuttavia non la prese affatto male, anzi, sembrava felice di poter avere una persona con cui fare conversazione di arte e di cinema che erano i suoi argomenti preferiti. In verità anche a me faceva piacere poter condividere i miei interessi con qualcuno e commisi l’errore di abbassare le difese, dimenticandomi di rispettare le regole principali da seguire nello svolgimento del mestiere: mai dare troppa confidenza, mai essere troppo gentile, mai smettere di recitare la parte. Invece abboccai all’amo e gli parlai per esempio, del mio interesse per la fotografia e di tutti i progetti che c’avevo costruito sopra. Non avrei mai dovuto farlo, soprattutto perché il fatto di confidarmi con lui e di parlargli della mia vita generò degli equivoci che portarono drammatiche conseguenze.

Ammetto di esserci cascata con tutte le scarpe. Ecco, a me capita sempre così, che quando uno si dimostra appena appena un po’ gentile e mi fa delle attenzioni dimostrando interesse, io subito divento disponibile, senza riuscire a pensare ai secondi fini che le persone possono avere in mente. Ho una tale atavica astinenza di cure e attenzioni che quando ne ricevo giusto un briciolo, per me si apre uno scenario meraviglioso di beatitudine e gioia inaspettata e così divento letteralmente rimbecillita dimenticando qualsiasi ragionevole prudenza.

In contrasto con i suoi modi colti e gentili c’era però quell’atteggiamento molto fastidioso di superiorità sugli altri, un’eccessiva sicurezza di sé e il fatto che sembrava aspettarsi ammirazione, riverenza e sottomissione, cose che io non gli concedevo affatto.

Un giorno se ne venne fuori con un’uscita a proposito del suo lavoro che mi suscitò profondo disgusto e disprezzo:

“Guarda che io sono uno importante, posso sapere tutto di tutti e se mi viene il ghiribizzo posso fare passare i guai alla gente.”

Credeva di impressionarmi positivamente invece quel suo modo di fare mi dava sempre più fastidio.

Era anche spaventosamente ipocrita perché cominciò a farmi la predica accusandomi di essere una donna immorale e pervertita senza rendersi conto dell’evidente contraddizione della sua posizione, ma io sopportavo tutto pazientemente e finivo col dargli  ragione su molte cose perché entro certi limiti il cliente va sempre assecondato. Senonchè accadde a un certo punto che si ritrovò tra le mani la disponibilità di una certa somma da investire e gli saltò in mente un’idea che secondo lui avrebbe dovuto aiutarmi a risolvere i miei problemi. Avrebbe comprato un piccolo appartamento e mi avrebbe consentito di viverci gratuitamente, avrebbe provveduto al mio mantenimento, io sarei diventata la sua amante segreta e avrei potuto smettere di lavorare. A me quel suo programmino non piaceva affatto, perché avevo già una casa in cui vivevo gratuitamente e un minimo di mantenimento lo avevo da mia madre, e se era vero che le facevo da schiava, almeno non dovevo sopportare lo schifo di andarci a letto. In sostanza nella mia vita non sarebbe cambiato nulla, non avrei avuto quell'indipendenza che desideravo tanto e per giunta avrei dovuto a quel punto concedergli una vicinanza e un'intimità che non sarei mai riuscita a sopportare.

Gli dissi perciò che preferivo continuare in quel modo e tenermi la mia libertà e lui ne fu molto sorpreso e quasi scandalizzato: non gli sembrava possibile che una donna nella mia posizione rifiutasse un’offerta così allettante. Credeva che facessi quel mestiere in uno stato di estrema povertà, che fosse stata la fame a spingermi a quella decisione e per lui era impossibile pensare che invece lo facevo perché volevo  progredire e guadagnare una posizione migliore nella vita. Aveva perciò immaginato che alle sue parole mi sarei gettata ai suoi piedi ringraziandolo, ma io a quei tempi non volevo semplicemente sopravvivere, volevo avere una vita libera, autonoma e soddisfacente e non ero disposta ad accontentarmi. Avevo i miei sogni, il mio desiderio di guarire dalla depressione e dai miei disturbi per diventare infine una persona indipendente e se facevo quel lavoro era proprio per raggiungere quello scopo.

Le persone ricche credono di poter avere il potere assoluto su quelle che si trovano in disagio, credono che i soldi possono comprare tutto e quando scoprono di non avere quel potere che credevano restano completamente spiazzate e reagiscono con rabbia alla loro impotenza. Lui non aveva capito nulla dei miei progetti e delle mie aspirazioni, nè del mio carattere, e ancor meno poteva credere che avessi dei principi, dei valori di fronte ai quali i soldi non potevano nulla. Mi accusò allora di essere avida e affamata di denaro, perché giustificò il mio rifiuto attribuendolo a un’insufficienza dell’offerta. Credeva che volessi di più, perché secondo i suoi pregiudizi e i suoi schemi mentali limitati, una prostituta non può essere nient’altro che una persona immorale e senza scrupoli che pensa solo al denaro e ne cerca sempre in quantità spropositata. Aveva solo due schemi in cui inquadrare una donna che fa quel mestiere: da una parte c’era la povera disgraziata buona e ingenua, invero alquanto inetta e incapace, che faceva il lavoro per fame e attendeva con gioia il principe azzurro che l’avrebbe sposata, o per lo meno mantenuta; dall’altra c’era la meretrice spietata e cinica, priva di sentimenti e valori morali, che non riusciva mai ad accontentarsi delle enormi somme di denaro che rubava a quei poveri uomini innocenti e sprovveduti che avevano la sventura di incontrarla.

E dal momento che gli avevo dichiarato di non aspettare nessun principe azzurro, allora non potevo che far parte della seconda categoria.

In realtà non accettava per niente il fatto di essere stato rifiutato perché aveva arbitrariamente deciso che noi, cioè io e lui, ci amavamo, eravamo fatti l’uno per l’altra perché avevamo la stessa cultura, gli stessi interessi, la stessa intelligenza superiore e avevamo persino frequentato lo stesso liceo classico. Di fronte all’evidenza di avere tante cose in comune avrei dovuto arrendermi all’inevitabile destino che eravamo nati per stare insieme.

Constatato dunque che non volevo proprio saperne di quella storia, e cominciavo anzi a respingerlo e ad evitarlo, si mise a perseguitarmi e a farmi una serie di minacce e ricatti per costringermi ad accettare la sua proposta, giustificandosi col pretesto che lo faceva per il mio bene, che voleva salvarmi, redimermi, perché se non interveniva lui nella mia vita, io avrei fatto certamente una brutta fine. Mi disse di aver portato avanti certe sue indagini e di sapere tante informazioni che, volendo, avrebbe potuto usare contro di me, e, per farmi sapere che mi controllava, talvolta mi telefonava la sera dicendomi per filo e per segno dove ero stata durante il giorno, ma la cosa peggiore era trovarlo appostato sotto il portone di casa. Spesso riusciva persino ad entrare nelle scale e si metteva dietro la mia porta ad origliare per capire se ero in casa o cosa stessi facendo: fu lui stesso a mettermi al corrente dei fatti e io non potevo credere che fosse arrivato a quel punto. Iniziò quindi il classico stalking, solo che ancora non si chiamava in quel modo, non c’era nessuna legge al riguardo e io sapevo benissimo che anche se fossi andata a denunciarlo non gli avrebbero fatto niente. Passai sei mesi d’inferno, cercavo di farlo ragionare anche se non voleva ascoltarmi, e a volte mi faceva quasi pena perché dalla rabbia e dalle minacce cadeva poi in uno stato di disperazione in cui mi implorava sottomesso di accettare le sue proposte e di restare con lui, ma sapevo che in questi casi non bisogna mai cascare nel tranello e continuare sempre a tenere la linea dura.

In quel suo modo di essere aggressivo e di cercare il controllo e il potere su di me c’era l’eco di una solitudine assoluta, disperata e angosciante, una sofferenza di cui lui non era nemmeno consapevole e che si ostinava a non voler ammettere.

Con sgomento riconobbi nel suo comportamento tanti lati del carattere di mio padre: l’estrema insicurezza mascherata dal senso di superiorità, il disprezzo palese per le classi sociali inferiori, il bisogno ossessivo di avere il controllo sugli altri. Proprio perché conoscevo bene quel tipo di uomo, ne ero terrorizzata.

Per di più, trovarmi a contatto con quella sua disperazione interna, così sconfinata, sebbene accuratamente celata, mi trascinava indietro nel passato, riportandomi alla sensazione di infelicità senza via d’uscita che avevo già sperimentato in famiglia.

Voleva costringermi e impormi di tenergli compagnia in quel suo mondo interiore spaventosamente vuoto, spento, buio, intriso di morte e sofferenza, illudendosi che ciò gli avrebbe dato sollievo, ma io non potevo in alcun modo aiutarlo e il sollievo sarebbe stato solo temporaneo. Rifiutava peraltro con fermezza di ammettere di avere un qualsivoglia problema e dunque, non potendo davvero fare nulla per lui, dovevo solo pensare a difendemi e mettermi in salvo troncando ogni contatto. E le vittime di stalking sanno bene quanto sia difficile riuscire a fare una cosa del genere.

Dovetti cavarmela da sola, non potevo chiedere aiuto a nessuno e credo che un intervento di terze persone sarebbe stato del tutto inutile e controproducente. Solo io potevo convincerlo e cercai di farlo nel miglior modo possibile, essendo risoluta e al tempo stesso stando attenta a non provocare reazioni violente. Mi ci volle una pazienza sovrumana, ma grazie anche a una buona dose di fortuna, infine ci riuscii.

Circa quattro o cinque anni dopo, quando era ormai tutto passato, mi arrivò una telefonata: "Ciao, sono io."

Riconobbi la voce e mi sentii cadere le braccia. Mi disse che aveva capito, che si era reso conto di aver sbagliato tutto.

Io dissi: "Davvero? Mi fa piacere."

E lui precisò: "Ho capito che ho sbagliato a mettere i miei sentimenti in una faccenda che non meritava sentimenti."

Quindi ancora una volta non aveva capito niente, ma come si può bene immaginare, rinunciai a tornare sull’argomento e dissi semplicemente: "Bravo, ora è tutto più chiaro, sono contenta."

E aggiunse: "Comunque se vuoi guadagnare dei soldi domani sono libero e puoi venire da me nel pomeriggio, non ti preoccupare, ora le cose sono cambiate, sono solo affari."

Era evidente che voleva prendersi la rivincita, voleva umiliarmi dicendomi: "Guarda, adesso non sei più niente per me, ti compro per usarti e finisce qua."

Gli risposi allora che una cosa del genere poteva proprio scordarsela.

 

Non mi sono mai pentita di aver rifiutato l’offerta. In quegli anni ero ancora convinta di potermi salvare, che per me c’era la concreta possibilità di cambiare e di avere una vita normale, ma anche se avessi potuto capire la triste realtà delle cose, conoscevo bene la condizione di dipendenza e di controllo in cui mi sarei trovata e non mi sarei mai rassegnata ad accettarla. Tutti i Parisi si erano sempre adattati alle circostanze, avevano chinato il capo davanti ai potenti e sopportato compromessi infelici e umilianti per poter sopravvivere, io volevo essere diversa e, almeno in piccola parte credo di esserci riuscita.

Ciò in cui ho veramente fallito è stato il passo successivo, quello cioè di costruirmi una mia indipendenza, perché chi si rifiuta di sottomettersi e fare lo schiavo deve pur trovare il modo di cavarsela da solo, e il fatto di cavarmela da sola, devo riconoscerlo, è una cosa che non mi è mai venuta bene, anzi, non mi è venuta affatto.

Tuttavia, e ne sarò sempre convinta, il rifiuto di adattarmi a certe condizioni, di accettare certi compromessi, è una cosa di cui non mi sono mai pentita, anche se avrebbe potuto salvarmi la vita. Ma dopotutto cosa significa salvarsi la vita? Non dobbiamo pur sempre morire tutti quanti, prima o poi? E se è così, a cosa serve prolungarla di dieci, quindici o vent’anni, rinunciando a quel po’ di dignità e di stima di noi stessi che può esserci rimasta? E se vogliamo prenderci la briga di dare un minimo di senso a questa breve e meschina esistenza terrena che ci è stata assegnata, talvolta dare un senso può anche significare rifiutare di farsi comprare, rifiutare di recitare un ruolo che, per quanto conveniente, non ci appartiene, anche se questo può significare andare incontro a un destino di miseria o di morte.

Nel linguaggio comune questo è quello che si dice “voler fare l’eroe”.

Bèh, sì, allora devo proprio ammettere che mi è sempre piaciuto fare l’eroe.

Infatti cos’altro è l’eroe se non una persona incapace di fare una vita normale?

 

 

 

 

 


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