:: Pagina iniziale | Autenticati | Registrati | Tutti gli autori | Biografie | Ricerca | Altri siti ::  :: Chi siamo | Contatti ::
:: Poesia | Aforismi | Prosa/Narrativa | Pensieri | Articoli | Saggi | Eventi | Autori proposti | Video proposti | 4 mani  ::
:: Poesia della settimana | Recensioni | Interviste | Libri liberi [eBook] | I libri vagabondi [book crossing] ::  :: Commenti dei lettori ::
 

Ogni lettore, quando legge, legge se stesso. L'opera dello scrittore è soltanto una specie di strumento ottico che egli offre al lettore per permettergli di discernere quello che, senza libro, non avrebbe forse visto in se stesso. (da "Il tempo ritrovato" - Marcel Proust)

Il coraggio di volersi bene 15

di Amelia Parisi
[ biografia | pagina personale | scrivi all'autore ]


[ Raccogli tutti i testi in prosa dell'autore in una sola pagina ]

« indietro | stampa | invia ad un amico »
# 0 commenti: Leggi | Commenta » | commenta con il testo a fronte »




Pubblicato il 29/07/2021 17:14:22

                                      

 

 

 

                                Il coraggio di volersi bene 15

 

 

 

Capitolo XLII

 

Il giorno in cui avevo avuto il primo incontro con un cliente, lo comunicai subito a quel ragazzo che vedevo ogni tanto. All’inizio non poteva nemmeno crederci, poi ne fu molto orgoglioso e soddisfatto. Non pensava che avrei avuto il coraggio di farlo sul serio e mi fece tanti complimenti per la mia audacia, era veramente affascinato e mi considerava la ragazza più straordinaria che avesse mai conosciuto. Restammo d’accordo che ci saremmo sentiti ogni volta che avevo un nuovo incontro e avrei dovuto raccontargli tutto nei minimi particolari. Era sempre molto fiero di me e finalmente ai suoi occhi ero diventata quella persona forte e coraggiosa che lui voleva. Non poteva rimproverarmi più niente, avevo smesso di essere una persona debole e lamentosa ed ero diventata una ragazza in gamba, una che sa cavarsela, che sa il fatto suo, una vera eroina. Naturalmente ero molto soddisfatta nell’aver riguadagnato la sua stima, non mi ero tirata indietro, avevo affrontato la sfida, e l’orgoglio di avercela fatta contribuì in quel primo periodo a sollevare parecchio il mio umore, fin quasi a farmi dimenticare la mia proverbiale depressione. Si parlava anche del mio trasferimento al nord per potergli stare vicino e in quel momento credevo di poterci riuscire anche se invero, dopo alcuni mesi mi convinsi dell’esatto  contrario, cioè del fatto che il progetto era del tutto irrealizzabile. Infatti calcolai che per poterlo concretizzare con le mie sole forze, avrei avuto bisogno di una somma tale che, a metterla da parte con quello che guadagnavo normalmente, mi ci sarebbero voluti almeno quattro anni. Per non parlare di tutte le mie fobie riguardo all’allontanarsi da casa e trovarmi tra persone sconosciute.

 

Proprio per mettermi alla prova, mentre stavo vivendo quel periodo di positiva esaltazione, quando mi sentivo forte e coraggiosa e lui si era già trasferito, feci per esperimento un viaggio di tre giorni nella sua nuova città. Fu veramente una dura prova per me. Sebbene fossi molto contenta di trovarmi in un posto così ricco, evoluto e pieno di possibilità e opportunità, mi scoprii a dover fare i conti con terribili attacchi di panico che mi rovinarono tutto il breve soggiorno e, peggior cosa di tutte, l’ansia raggiunse il punto in cui non riuscivo neanche a mangiare. Andò a finire che per potermi nutrire in qualche modo, invece di andare al ristorante, andavo in farmacia a comprare omogenizzati per neonati.

Ho poi scoperto che l'angoscia dovuta ai viaggi, agli spostamenti o ai trasferimenti, è uno dei sintomi tipici degli autistici. Qualunque cambiamento o interruzione della normale routine, per quanto possa essere piacevole e migliorativa, causa una tempesta emotiva insostenibile.

Non conoscendo pienamente la mia malattia, mi sentivo terribilmente in colpa persino della mia sofferenza, mi biasimavo e mi consideravo come mi avrebbe considerato la maggior parte della gente: una codarda senza alcuna forza di volontà.

Il mio è un vero e proprio handicap, che necessiterebbe di adeguato aiuto e conforto, di condizioni facilitanti che potrebbero consentirmi di sostenere le difficoltà. Ma per ottenere queste cose avrei bisogno di persone che possano capire la mia condizione, e soprattutto che sentano per me affetto, amore e sollecitudine, e io non avevo mai avuto nessuno, non avevo nessuno e non potevo neanche lontanamente osare di chiedere aiuto a quel ragazzo. Anzi, a lui più che a chiunque altro dovevo tenere nascosta la mia situazione, perché al minimo segno di debolezza mi avrebbe rifiutato.

Si crede generalmente che l'amore sia appunto la forza che aiuta a superare ciò che sembra insostenibile, ma in quella faccenda di amore non ce n'era neppure un briciolo: lui mi considerava un semplice gingillo con cui giocare e per me non avrebbe mosso un dito, io ne ero semplicemente plagiata e soffrivo per la sua indifferenza. E questo era tutto.

 

Intanto continuavano le telefonate con i racconti delle mie favolose imprese, lui mi faceva i complimenti per quanto fossi brava e coraggiosa, e io ero molto contenta che fosse soddisfatto di me.

Naturalmente i miei resoconti erano molto lontani dalla realtà. Gli facevo credere di prendere tutto alla leggera e di divertirmi un mondo in quegli incontri, tacendogli tutto dello squallore, dello schifo, della paura, della vergogna. Cercavo di rispecchiare il suo ideale, il tipo di donna che mostrava di gradire e di apprezzare, cioè una sorta di pornostar totalmente disinibita e senza scrupoli che pensava solo a fare soldi scopando a destra a manca con chiunque, collezionando avventure sempre più estreme.

Eppure era proprio la sua ammirazione e il suo apprezzamento a darmi la carica e la spinta per non abbattermi, per non farmi scoraggiare da tutto ciò che di negativo c'era in quel lavoro.

Per la prima volta nella mia vita qualcuno sembrava apprezzare e dare valore al mio impegno e ai miei successi.

Era una circostanza assolutamente magnifica, meravigliosa, esaltante.

I miei genitori non avevano mai mostrato alcuna soddisfazione per il fatto che io mi comportassi bene nè per i miei  risultati scolastici. Quando ero alle elementari mio padre si disinteressava totalmente di me, e se tornavo a casa tutta felice e orgogliosa per aver riportato dei buoni voti mia madre si mostrava seccata dal fatto che la disturbavo con le mie chiacchiere. Si dava infatti per scontato che io dovessi essere brava e  avere dei voti alti, e la cosa era talmente ovvia che la mia sollecitudine nell’eseguire il compito non aveva alcun valore particolare. Io non avevo nessun merito, il mio impegno non valeva niente, nel fare il mio dovere non ricevevo mai nessun premio, ma semplicemente evitavo le punizioni che avrei ricevuto nel non farlo. Tutti i miei sforzi di ubbidire e conformarmi al volere altrui non avevano mai suscitato entusiasmo o ammirazione. La mia esistenza non era fonte di gioia per nessuno, tutt’al più, se facevo quello che si dava per scontato avrei dovuto fare, mi si permetteva di esistere e mi si lasciava in pace. Quando alle superiori mio padre iniziò ad interessarsi a me lo faceva solo perché riteneva naturale considerarmi una sua appendice che aveva il compito di continuare il suo lavoro, e si preoccupava solo che quel compito lo svolgessi bene. Non era soddisfatto di me ma di sé, perché i miei risultati non erano miei, gli appartenevano totalmente, se ne appropriava con la massima naturalezza, come si poteva ben vedere quando se ne vantava con i suoi conoscenti. Io avevo diritto di esistere solo in virtù dell’uso che si poteva fare di me ed infatti quando per qualche motivo non fui più in grado di svolgere quelle funzioni, venni considerata un fastidio inutile, di cui liberarsi al più presto. Dal momento che non gli servivo più per soddisfare la sua vanità, mio padre aspettava solo che finissero gli obblighi legali del mantenimento per potersi finalmente liberare di me.

Dunque nella situazione in cui mi venni a trovare con quel ragazzo avevo almeno fatto un passo avanti, perché le nuove regole erano: se fai quello che dico io, se ti comporti come piace a me, se diventi quello che io voglio che tu sia, allora ti apprezzo, ti ammiro, ti tengo in grande considerazione, ti voglio bene e mi fa piacere stare in tua compagnia e parlare con te.

E questo, considerando i miei precedenti, era una cosa meravigliosa e che mi faceva stare bene. Tuttavia nascondeva una trappola, e cioè il fatto che per poter essere amata e accettata dovevo comunque conformarmi al volere altrui, seguire uno stile di vita e un modo di essere che non era il mio, e che forse nemmeno mi piaceva, ma sembrava essere l’unica condizione mediante la quale la mia esistenza poteva valere qualcosa. E avevo sempre l’ansia e la paura che, nel caso per un motivo qualsiasi non sarei più stata in grado di adeguarmi alle aspettative, e di fornire ciò che mi veniva richiesto, sarei stata rifiutata e abbandonata.

Infatti questo fu proprio ciò che accadde.

Quando gli dissi che stavo chiudendo l’attività lui ci rimase molto male, era profondamente deluso e cercò di convincermi a continuare, poi le telefonate si fecero sempre più rare fino a interrompersi. Oltre ai racconti di quelle avventure sembrava che non gli interessasse sapere più nulla di me, non ero più quel personaggio eroico e forte che gli piaceva tanto, non ero la ragazza in gamba che sa cavarsela nella vita, ma ero tornata ad essere una persona debole e depressa, meschina, sconfitta dalle circostanze, non avevo quindi nessun merito e non ero degna d’attenzione. Quando negli anni successivi gli è capitato di venire in città, a volte passava da me a trovarmi, ma era sempre molto annoiato dalle mie disgrazie e dai miei insuccessi, finchè a un certo punto è sparito nel nulla.

So che questo è il normale funzionamento del mondo e della vita: tutti noi usiamo gli altri e ne veniamo usati, dobbiamo seguire le regole della società e indossare la nostra maschera per essere accettati, e anche se ci pesa farlo non abbiamo altra scelta.

Io però non sono mai riuscita a rispettare queste regole, soprattutto perché, se agli altri viene naturale seguire le normali consuetudini di relazione tra le persone, per me questo è sempre stato uno sforzo enorme, se non impossibile a farsi. A volte mi sembra che il mio fallimento totale sia stato anche una specie di provocazione e ribellione verso questo sistema che non consente il minimo sbaglio o la minima debolezza. Nessuno ha mai accettato o creduto il fatto che io potessi avere delle difficoltà, non ho mai potuto permettermi il lusso di cadere e chiedere aiuto per rialzarmi, ho sempre dovuto cavarmela da sola perché chi mi era accanto riconosceva la mia esistenza solo se ero forte ed efficiente, se non davo problemi ed eseguivo gli ordini, altrimenti di me non sapeva cosa farsene, e questo un po’ alla volta mi ha messo in testa un tarlo, ovvero la domanda fondamentale che ha tolto ogni senso alla mia vita.

 

E’ stato come se nel corso della mia esistenza avessi implicitamente chiesto a tutti quelli che ho incontrato: "Se io sono debole, depressa, cretina, incapace, buona a nulla, senza alcuna qualità, brutta, pigra, fannullona, povera, paurosa, cattiva, inetta e handicappata, c’è qualcuno che può accettarmi e amarmi lo stesso, senza chiedermi di cambiare e prendendomi così come sono?"

Qual è il valore della vita di una persona? Risiede nelle sue qualità fruibili, dalle quali si può ricavare qualcosa, o nel semplice fatto che esiste?

Questa è una domanda terribile che nessuno dovrebbe mai porsi a causa dell’ovvia risposta che può sembrare molto cinica, ma che in realtà è perfettamente coerente con la società umana. Ognuno ha un suo ruolo, e per poter ricevere qualcosa deve anche essere in grado di dare. Si usano gli altri e si viene usati per ciò che può essere reciprocamente utile e la cosa è talmente comune che non c’è nulla da meravigliarsi o da scandalizzarsi in questo.

Cercare o addirittura pretendere un amore incondizionato, fatto di accettazione totale, di comprensione senza limiti è sicuramente una pazzia, a meno che non lo si richieda al proprio compagno o alla propria madre, o, in senso generale, alla propria famiglia.

Infatti è quella l’unica circostanza in cui si viene amati per il semplice fatto di esistere, senza che venga chiesto nulla in cambio e, in virtù di questo prodigio, si può poi tranquillamente accettare il sano cinismo della vita consapevoli che, almeno una volta, il miracolo del vero amore è avvenuto.

Eppure quel miracolo non accade sempre e necessariamente, e chi non ha l’opportunità di sperimentarlo, continuerà a cercarlo per tutta la vita, ignorando volutamente l’evidenza di non poterlo mai più trovare.

 

“E’ uno strano dolore morire di nostalgia per qualcosa che non vivrai mai.”

 

Per quel che mi riguarda, non avendo mai potuto sperimentare tale meravigliosa circostanza, sono diventata prigioniera di una ricerca disperata e interminabile, e, avendo esaurito ogni mia energia in dissennati tentativi di ottenere cose impossibili, non riesco a rispettare la comune usanza del do ut des che normalmente regola le relazioni umane.

Inseguendo i miraggi di una vita che non potrò mai avere mi sono persa nella nostalgia di qualcosa che non ho mai conosciuto.

Si viene al mondo in uno stato di completa e assoluta debolezza, con il bisogno di essere accolti, accettati, amati, accuditi. Nasciamo con il richiamo alla libertà, alla gioia, alla felicità, alla realizzazione di noi stessi e ci aspettiamo di trovare persone che ci aiutino e ci sostengano nella realizzazione dei nostri obiettivi.

Eppure è così difficile incontrare intorno a noi esseri umani adulti, maturi, equilibrati, che hanno acquisito consapevolezza di sé e responsabilità, e allora ci ritroviamo a dover lottare per conquistarci quelle cose che ci spetterebbero di diritto. E non si è mai al sicuro, perché in alcune circostanze impreviste, qualsiasi persona può mostrare la sua debolezza, il suo egoismo, il suo aspetto infantile. Il cammino per diventare dei veri esseri umani è lungo, difficile e sono pochi quello che riescono a portarlo a termine.

E' un pianeta strano questo, io non riesco a trovare il senso di tutte queste contraddizioni, e cosa peggiore, non riesco a non farci caso. E la mia malattia, che sia l'Asperger o qualunque altra cosa, consiste proprio in questo ossessivo desiderio di capire quelle cose che non hanno spiegazione alcuna.

 

 

  

Capitolo XLIII

 

 

Nei primi mesi di lavoro mi ero rimessa in pari con le spese arretrate, avevo messo un po’ di soldi da parte, e cominciai finalmente, a dedicarmi alla fotografia. Comprai un computer portatile, libri, riviste, dispense, monografie, tutto quanto mi occorreva per lo studio, e naturalmente una reflex digitale, che non era niente di più che un apparecchio amatoriale, ma in quegli anni le reflex erano ancora molto care e per cominciare andava più che bene.

Fu un periodo di esaltante entusiasmo. Facevo tante fotografie che mi riuscivano davvero bene e mi davano molta soddisfazione. E non era solo una mia impressione dettata dalla narcisistica sopravvalutazione che ciascuno fa delle proprie capacità. Ne spedii una selezione alla TAU Visual di Milano, che era l’associazione del settore più prestigiosa in Italia e ne ottenni un’ottima valutazione, che andava molto al di là dei modesti mezzi tecnici di cui disponevo. Non potevo essere più felice, avevo dunque la conferma che le mie non erano solo illusioni, possedevo seriamente delle buone capacità di fotografa. Iniziai a farmi pubblicità su internet, spedivo il curriculum ovunque, e cercai lavoro come assistente per i fotografi della mia città, che era sicuramente il primo passo da fare. Ben presto mi accorsi che, nonostante tutto il mio impegno, i risultati non arrivavano. Avevo preparato un progetto grafico carinissimo per un calendario con fotografie di gatti scattate da me e ne inviai il prototipo a tutte quelle aziende che potevano essere in qualche modo interessate. Purtroppo non ottenni alcuna risposta. Tranne che dalla redazione di Gatto Magazine: si complimentavano con me definendo l’opera originale e di ottima fattura ma al tempo stesso si dichiaravano non interessati all’iniziativa. Intanto mi ero iscritta al circolo fotografico locale e, forse lì, a saperci fare, avrei potuto trovare dei buoni agganci o qualche occasione di lavoro; mi ritrovai invece con il mio solito problema di sociofobia. Stesso copione di sempre: mi mettevo zitta in un angolino e non facevo amicizia con nessuno.

A un certo punto la situazione mi fu fin troppo chiara, i fattori a mio svantaggio erano troppi e finivo sempre a scontrarmi con le mie vecchie difficoltà. In un ultimo disperato tentativo, mi diedi un gran da fare nel mettere annunci su internet, ma fu presto evidente che non era sicuramente quello il modo di poter trovare lavoro.

Tutto a un tratto la bolla si sgonfiò e mi sentii improvvisamente vuota, spenta, demotivata. Non riuscivo a vedere davanti a me nessun futuro, nel mondo sembrava proprio non esserci spazio per me.

 

Decisi allora di chiudere con quell'attività che avevo intrapreso con lo scopo preciso di finanziarmi gli studi e poter iniziare a lavorare come fotografa. Certo, ne erano venuti fuori anche altri vantaggi, c'erano motivazioni inconsce che avevano risvegliato dei mostri che mi portavo dentro e, soprattutto, c'era la rabbia per le umiliazioni subìte e il desiderio di vendetta, ma il motivo principale era realizzare il mio sogno e a quel punto tutto mi appariva senza senso.

 

Non avevo altre idee, non avevo altri progetti, e seppure ne avessi avuti altri, di quale somma avrei dovuto disporre per finanziarli? C'era comunque il desiderio di andarsene da questa città per iniziare una nuova vita, ma, a parte il fatto che avevo avuto la prova della mia incapacità ad allontanarmi sia pure per pochi giorni, la somma che mi sarebbe servita era comunque troppo grossa rispetto a quello che guadagnavo. Avrei dovuto continuare ancora a lungo e io non ne potevo più.
 

Ero stanca. E avevo paura. La disavventura che mi era capitata con il signor N mi aveva esasperato: per quanto mi ripromettessi di essere più attenta e diffidente, ero consapevole che poteva capitare di nuovo. Non si può mai sapere cosa passa per la testa delle persone, si tira a indovinare, e a volte ci si può anche sbagliare.

Alla fine pensai che era un'attività troppo rischiosa per una come me, che giocava a fare la dura ma non lo era affatto. Mi sembrava per certi versi di comportarmi come mio fratello, che faceva lo spavaldo cimentandosi in imprese spericolate con l’automobile per poi vantarsi che non gli era successo niente e non si era fatto male.

Io mi sentivo indubbiamente forte e coraggiosa nel fare quello che facevo, sapendo che ci sono molte donne che ci pensano e vorrebbero farlo senza tuttavia riuscire a trovare il coraggio. Per me era appunto un modo per esorcizzare le mie paure e sentirmi forte e spavalda. Eppure, nel profondo di me stessa, sapevo benissimo che, per quanto successo avessi avuto nella mia professione, per quanto avessi potuto vantarmi del fatto di farmi pagare dagli uomini, i miei problemi erano rimasti immutati e continuavo ad essere una persona sola che con gli esseri umani non sapeva neanche parlarci. Non era accaduto nessuno di quei favolosi cambiamenti che mi aspettavo, né in senso lavorativo ed economico, né in senso psicologico ed emotivo. Mi ritrovavo ancora una volta punto e a capo.

E, al di là di ogni ragionevole dubbio, ero chiaramente perseguitata dal famoso sistema di trabocchetti che si ripetono ciclicamente, una maledizione di cui quelli della famiglia Parisi sembravano non riuscire proprio a liberarsi.

 

Mi erano rimasti un po’ di soldi da parte che potevo usare per compensare il mio misero stipendio di famiglia e fare fronte alle emergenze, quindi per un po’ potevo ancora stare tranquilla economicamente. Ripresi a fare la mia vita di sepolta viva e ripiombai nella depressione. Alla fine, non sapendo più cosa fare, pensai di nuovo di chiedere a mia madre di aiutarmi.

Un’altra delle mie solite fesserie.

Nonostante le mie evidenti difficoltà, lei non si preoccupava affatto del mio futuro e di come avrei vissuto quando non ci sarebbe più stato il suo mantenimento, di me non voleva proprio saperne, non mi aveva mai considerato come sua figlia ma solo una seccatura di cui era stata costretta ad occuparsi e voleva  che sparissi una volta per tutte dalla sua vita.

Probabilmente avrei dovuto rassegnarmi a lasciare le cose com'erano, accontentandomi del piccolo mantenimento che mi dava lei e del permesso di vivere gratuitamente in quella sua casa. In fondo, per quanto fosse terribile doverlo ammettere, avevo trovato il modo di rimediare un po’ di denaro extra per le spese straordinarie e da poter mettere da parte per il futuro. In fin dei conti fare la prostituta era l'unica strada percorribile, la migliore soluzione che potessi trovare in quella condizione che appariva immutabile.

Non si può scegliere di avere la vita che vogliamo e spesso dobbiamo accettare il ruolo che ci viene assegnato, semplicemente perché è l'unico possibile.

Non volevo accettare quella realtà che mi sembrava troppo terribile, troppo dura per l'ideale che avevo nella mia mente, e non capivo, come tutti i Parisi del resto, che arriva un momento nella vita in cui bisogna trovare il coraggio di affrontare le cose da soli, e se la strada principale fa paura perché è troppo buia, allora si deve accettare di percorrere quella laterale, che è stretta, sporca, sconnessa, fangosa, ma almeno ha qualche lanterna e conduce da qualche parte. Io mi ostinavo invece a reclamare la mia bella strada asfaltata, con luci al neon, guard rail e cartelli con le indicazioni, senza sapere che quella strada non era mai stata costruita e quindi sarei semplicemente rimasta lì, a morire gridando da sola nel vento parole che nessuno avrebbe mai ascoltato.

 

Mi rivolsi dunque a mia madre e le chiesi aiuto. Avevo le mie idee, i miei progetti, e se solo mi avesse consentito di fare dei cambiamenti, se solo mi avesse dato la libertà di agire, da quello che ne restava della sua proprietà sarei stata capace di tirarne fuori qualcosa che mi avrebbe assicurato una rendita sicura e adeguata.

Ma mi scontravo con una fortezza inespugnabile, un carro armato inarrestabile, un ghiacciaio impossibile da sciogliere, una parete verticale senza appigli, un'equazione con funzione trascendente, un gigante che viveva in un pianeta sconosciuto e inaccessibile.

Da quegli scontri non sarei mai uscita vittoriosa: il suo delirio e l'odio per me che ne derivava era inattaccabile perchè le serviva per restare viva ignorando la realtà di ciò che era successo nella sua vita e nella nostra famiglia.

Io non avevo una madre, non ce l'avevo mai avuta, la vita mi aveva dato le mie carte da giocare, ma nel mazzo mancavano quelle dei genitori e della famiglia, tutto qua.

Qualcuno, prima che venissi al mondo, aveva scelto per me quelle circostanze e poi mi ci aveva fatto nascere pensando: bene, questa è che ti regalo, adesso vediamo come te la cavi.

Non ho saputo accettare le regole, ho rifiutato di giocare a quelle condizioni, e credo che gli altri giocatori, ben più avvezzi di me alla crudeltà della partita, si siano persino diverti dei miei puerili tentativi di cambiare il gioco. Non siamo noi a scegliere le carte, possiamo solo usare al meglio ciò che ci viene dato. D'altra parte, se i giocatori non avessero carte diverse non sarebbe possibile dare inizio alla partita, in fondo è un fatto abbastanza logico e leggittimo. 

Ma io nel mio smarrimento, nella mia confusione, nella mia solitudine, non ero in grado di capire le regole del gioco e mi ostinavo a volerle cambiare come più mi faceva comodo.

 

Così ancora una volta iniziarono furiosi litigi che durarono dei mesi. E io piangevo e mi disperavo, urlavo e sbraitavo, e imploravo e mi avvilivo ma non c'era nulla che potesse toccarla.

A un certo punto ero esausta e stremata e sola, in tutta quella disperazione.

Inaspettatamente mio fratello si intromise nella discussione. Da perfetto opportunista pensò di sfruttare quello stato di tensione a suo vantaggio. L'aveva già fatto altre volte e sapeva che il trucchetto avrebbe funzionato. Si trattava di seguire attentamente lo svolgimento di una guerra, apparentemente appoggiando la parte più forte, poi, quando la guerra giungeva all'apice, entrare con il ruolo di paciere e proporre delle condizioni che andavano tutte a suo favore.

Iniziò dunque a suggerire a mia madre tutt’altra soluzione  che non aveva nulla a che vedere con il problema del mio sostentamento, e mise in campo la questione di assicurare a ciascuno di noi una casa in cui vivere. Infatti degli appartamenti di mia madre, a parte i vecchi ruderi, ne erano rimasti giusto tre in condizioni abitabili, uno dei quali era quello in cui vivevo io, e c’erano molte buone ragioni per temere che li avrebbe venduti tutti prima di morire. Approfittando del fatto che lei, per via dei litigi che faceva con me, era già abbastanza stressata ed esaurita, mio fratello propose che quelle case venissero date in donazione una per ciascuno, cosa che del resto non c’entrava nulla con il problema del mio sostentamento, ma come al solito, visto che dopotutto lui era il maschio della casa, cioè quello che comanda, mia madre obbedì subito e senza obiezioni. Io accettai la donazione perché mi sembrava almeno di poter mettere al sicuro qualcosa, anche se la casa che mi fu assegnata non era quella in cui abitavo ed era la più piccola delle tre. Non avevo certo risolto il mio problema, ma avevo l'impressione di aver ottenuto qualcosa che potesse darmi un minimo di tranquillità.

Invece una settimana dopo ebbi una spiacevole sorpresa: mia madre mi comunicò che, da un momento all’altro, non aveva più soldi per provvedere al mio mantenimento e non mi avrebbe dato più niente. Per giustificarsi disse persino che lo faceva per il mio bene, perché così, spinta dalla necessità, mi sarei finalmente messa a lavorare, come se a trentanove anni il lavoro l’avessi potuto trovare sotto casa, per non parlare delle mie particolari difficoltà, che del resto ufficialmente non erano mai esistite, perché io ero solo una pigra, parassita e fannullona. Si trattava perciò di una vendetta: per una questione legale ed ereditaria era stata costretta a regalare una casa anche a me, ma era una cosa che non avrebbe mai voluto fare nella sua vita perché secondo lei io non meritavo niente. Aveva  ancora in mano un mezzo per punirmi e prendersi una rivalsa, e perciò pensò bene di usarlo.

Per fortuna mi era rimasto qualcosa dei miei risparmi, e riuscii a guadagnare un paio di mesi di sopravvivenza, ma a quel punto dovetti ugualmente vendere la casa in fretta e furia.

 

 

 

Capitolo XLIV

 

Alla fine pensai: "Beh, è andata com' è andata."

 

Non avevo ottenuto quello che volevo, però avevo i soldi della vendita e con quelli si apriva la possibilità di poter sistemare la mia vita una volta per tutte.

Con mia madre interruppi ogni contatto. Era ormai assodato che non aveva neanche un briciolo d'affetto per me, negandomi il mantenimento mi aveva causato non pochi problemi e costretto a vendere la casa che mi aveva donato, mettendomi in una situazione di svantaggio e disparità rispetto ai miei fratelli. A quarant'anni ero ancora senza lavoro, non avevo più una casa di proprietà e con ogni probabilità non sarei mai riuscita a comprarne un'altra. Avevo solo quei soldi e una scommessa da fare con la vita.

Lei non mi cercò più e prese con sollievo il fatto che fossi completamente scomparsa dalla sua vita. Credo che da quando ero nata non avesse aspettato altro.

Tutte queste riflessioni e l'intero modo in cui si era svolta la faccenda mi davano molto dolore, d'altra parte c'erano degli aspetti positivi, ovvero il fatto che per la prima volta nella mia vita ero libera e indipendente, non dovevo più sottostare a minacce o ricatti e potevo disporre di me stessa.

O almeno questo era ciò che credevo.

Sembrava una promessa di felicità, tirai un grosso sospiro di sollievo e pensai che infine potevo rimboccarmi le maniche e prendere le redini del mio destino. In certi momenti non riuscivo neanche a credere che fosse vero e mi ripetevo tra me: "Ce l'ho fatta, sono salva, sono salva, adesso posso vivere, posso avere una vita come tutti gli altri."

Potevo finalmente prendermi cura di me stessa, avevo sicuramente i mezzi materiali per farlo, ma avere i mezzi e la volontà sarebbe bastato a renderlo possibile?

Ero in grado di prendermi cura di me, di volermi bene?

C’era qualcosa a livello profondo, nei sistemi di base dell’esistenza umana, che si era rotto e io non ero in grado di riparare. Facevo finta che non fosse così, ignoravo i problema e credevo che, sistemando tutte le altre cose che non andavano, sarei riuscita lo stesso ad andare avanti, portandomi dentro per sempre quel pezzo rotto, chiuso a chiave nel posto più nascosto che possa esistere, dimenticandomene e facendo finta di niente.

Se fosse possibile mettere in atto un simile trucchetto, le malattie mentali nemmeno esisterebbero, perché ognuno potrebbe facilmente risolvere da sé e in un batter d’occhio qualsiasi disagio che lo rattristi o che gli causi impedimento nel vivere. Niente da fare, il trucchetto non funzionava, e la storia della mia vita ne era la prova lampante.

 

Sin da quando era morto mio padre mi ero sempre illusa che, se certe condizioni esterne si fossero modificate e migliorate, avrei finalmente avuto la possibilità di realizzare quei cambiamenti che desideravo tanto, ma avevo poi constatato che non erano le condizioni esterne il nocciolo della questione. La morte del tiranno non era servita a fare di noi delle persone libere, come avevo sempre sperato, e i guai nella mia famiglia continuavano come prima. Quando ero andata a Leonia credendo che in un ambiente diverso avrei potuto esprimere liberamente me stessa e la mia vera natura, mi resi conto di non esserne affatto capace. Quando mi ritrovai a vivere da sola dopo che mio fratello si era trasferito a Zobeide, vidi che l’essermi liberata dalla sua schiavitù non mi aveva per nulla aiutato a inserirmi nella società e a trovare un lavoro. Scoprire la passione per la fotografia non era bastato a superare le mie paure, così come guadagnare dei soldi autonomamente non aveva realizzato il mio progetto di una fuga altrove.

Ogni volta che la vita mi presentava un'opportunità, io mi ritrovavo tra le mani degli arnesi e degli attrezzi che non sapevo usare. Certo, avrei potuto realizzare cose magnifiche e meravigliose, sfortunatamente però non sapevo come far funzionare il meccanismo, come assemblare le parti, come montare il marchingegno, come azionare il dispositivo d'accensione… Insomma, per me avere in dono delle occasioni positive, o non averne affatto, era la stessa identica cosa, perché mi mancava un indispensabile requisito per far funzionare il tutto.

Io non sapevo vivere.

E finchè non avessi imparato almeno i principali rudimenti di come funziona la vita umana, qualsiasi opportunità sarebbe stata del tutto vana e inutile. La mia vita era immobile, pietrificata, cristallizzata in un'ibernazione senza fine, congelata in un inverno perenne che non aveva mai conosciuto il tepore della primavera.

  

 

Anche in quell’occasione mi illusi che finalmente ce l’avrei fatta, anzi, sinceramente mi sembrava che fosse proprio la migliore di tutte le opportunità che mi erano capitate in tutta la mia vita.  

Invece era un altro di quei trabocchetti, quelle trappole in cui continuavo a cadere con ingenuità disarmante.

Inizialmente non avevo le idee chiare su ciò che avrei potuto fare. Tutto era accaduto troppo in fretta e in uno stato di estrema tensione per cui avevo bisogno di un po’ di calma per orientarmi in quella nuova prospettiva. Pensai di comprare una piccola casetta, che so, tipo un monolocale, per mettere al sicuro una parte del capitale, ma soprattutto volevo andarmene da questa città in cui non avevo nessuna opportunità.

Dovevo guardarmi un po’ intorno, prendere informazioni e valutare le possibilità. Avrei iniziato a fare dei viaggi, dei piccoli soggiorni in qualche città del nord per vedere cosa poteva offrire, magari dei corsi professionali che facevano al caso mio, poi se avessi deciso di traslocare in modo definitivo, potevo sempre fare un'altra vendita e recuperare altra liquidità. Naturalmente avevo ancora il fermo proposito di curare le mie paure e debolezze, in quanto sapevo che avrebbero costituito un grosso ostacolo alla mia realizzazione, perciò mi trovai l'ennesima psicologa con cui iniziare a fare una psicoterapia. Mi ero data un anno di tempo: in quel periodo mi ero proposta di crescere, rafforzarmi, viaggiare, esplorare. Dopodichè, se lo avessi ritenuto opportuno mi sarei trasferita altrove  e probabilmente allora sarebbe iniziata la mia vera nuova vita. Non sarebbe stato facile ma sembrava possibile, e sotto certi aspetti lo era. Cominciai ad andarmene in giro per la città a cercare case in vendita, due volte a settimana andavo in treno in una città vicina per le sedute dalla psicologa, intanto su internet facevo ricerche su ciò che poteva interessarmi e che fosse adatto a me come possibile lavoro. Un corso come erborista o come operatore olistico? O magari come vetrinista? In altre città c'erano tante possibilità che qui da noi sarebbero inimmaginabili.

 

Erano passati circa tre mesi da quando avevo intascato i soldi della vendita, ero entusiasta e fiduciosa, eppure accadde una cosa incredibile.

 

Mi vennero dei forti dolori alle ginocchia e nel giro di qualche settimana potevo a stento camminare. In passato avevo già avuto problemi al ginocchio destro che mi scricchiolava sempre, ma non immaginavo di finire in quelle condizioni proprio in un momento così cruciale. A quanto pare la rotula era in una posizione anomala e grattava la cartilagine per via di un tendine che era troppo teso, ma perché ciò accadesse nessuno dei numerosi ortopedici consultati seppe spiegarmelo.

Solo dopo un paio d’anni riuscii a trovare una spiegazione, e la trovai da sola dopo mesi e mesi passati a studiare su internet. Il mio problema dipendeva in realtà da difetti di postura e lo scoprii prescrivendomi io stessa una banalissima radiografia della colonna, una cosa più che ovvia a cui però nessuno di quei numerosi ed eminenti ortopedici aveva mai pensato. Risultò che avevo perso la curvatura cervicale, avevo una leggera scoliosi e il bacino era inclinato di un centimetro. In pratica pendevo tutta dal lato destro e le mie gambe risultavano di lunghezza asimmetrica. Per fortuna il problema si risolse utilizzando degli speciali plantari che venivano realizzati in una città vicina, ma per via di tutto quel tempo in cui ero rimasta bloccata dall’infiammazione e dal dolore, mi ci volle circa un anno di riabilitazione per riprendere a camminare normalmente. I miei muscoli si erano infatti indeboliti, erano tesi e contratti e in realtà non sono mai più tornata alla completa normalità. Ancora oggi non posso fare attività che stancano troppo le gambe e devo sempre stare particolarmente attenta.

Ad ogni modo, quella disgrazia ebbe degli affetti devastanti sulla mia vita.

All’inizio non credevo si trattasse di una cosa grave, facevo le sedute di fisioterapia e pensavo si sarebbe tutto risolto nel giro di qualche mese, ma quando constatai che tutti i trattamenti e tutte le cure di questo modo non davano nessun beneficio, fui presa dallo sconforto e dalla frustrazione. Per di più gli ortopedici, che non avevano capito nulla del problema, insistevano sulla necessità di operarmi: secondo loro il tendine che “tirava troppo”andava indebolito con un taglio, ce ne fu uno che addirittura proponeva di tagliarlo completamente e di fissarlo con una vite in una nuova posizione. Ora, a parte che non essendo stata fatta una diagnosi corretta l’intervento non sarebbe servito a nulla, come avrei mai potuto affrontarlo se ero completamente sola senza nessuno che mi avrebbe poi assistito e aiutato nella fase di guarigione? Ero disperata, nessuno mi proponeva una soluzione fattibile, le cure non funzionavano, io soffrivo, spendevo soldi, e per di più, come sotto un malvagio incantesimo che si ripeteva ormai da decenni, mi ritrovavo di nuovo chiusa in casa senza poter uscire proprio in un momento in cui era tanto necessario per me muoversi e darsi da fare.

Quei soldi che dovevano essere la mia salvezza, cominciarono ad andar via velocemente, per cose che non mi davano alcun vantaggio, né soddisfazione. Visite mediche, trattamenti, analisi, medicine, fisioterapia, palestra, taxi per farsi accompagnare per le visite fuori città, costosi interventi dal dentista dal momento che anche i denti cominciarono a darmi seri problemi…

Per di più mio fratello, che era diventato il proprietario della casa in cui vivevo, cominciò a chiedermi l’affitto, di cui peraltro non aveva affatto bisogno visto che era solo, aveva il suo stipendio e l’aiuto della mamma per gli extra, ma, essendo, come tutti i Parisi, avido di denaro, non si fece sfuggire l’occasione, e io alla fine pagai, sempre sperando che le cose si sarebbero risolte presto e me ne sarei andata via da lì. E non pagavo neanche poco, avrei potuto capire che mi avesse chiesto una cifra simbolica, un aiutino, che ne so, diciamo 200 euro… ma lui iniziò a minacciarmi, pretese un affitto a prezzo pieno, e così mi ritrovai a spendere solo per la casa 500 euro al mese.

E dopo tre anni, quando finalmente cominciai a rimettermi letteralmente in piedi e a riprendere l’uso delle gambe, quei soldi che avrebbero dovuto salvarmi e portarmi via per sempre da quell’inferno, erano diventati poco più che un misero gruzzoletto. Tutti i miei sogni e le mie speranze erano svaniti in una nuvoletta di polvere. Non avrei mai più avuto l’occasione di salvarmi e mi sembrava di essere precipitata in un pozzo profondissimo da cui non sarei mai uscita. La depressione in cui piombai era senza dubbio sconfinata e drammatica.

Ho passato molto tempo a chiedermi perché mai mi fosse successo quel guaio proprio in quel momento così determinante e decisivo. Era davvero improbabile che quelle  singolarissime circostante fossero semplicemente dovute al caso e ho pensato che poteva esserci un collegamento con tutto l’odio, l’invidia e la gelosia che mia madre ha sempre avuto nei miei confronti. Non mi avrebbe mai permesso né avrebbe accettato che io potessi avere l’occasione di salvarmi ed avere una vita normale e forse persino felice. E’ andata proprio come per il saggio di danza alle elementari: le faceva una tale rabbia che potessi ballare nel mio bellissimo tutù rosa che a me mi venne la febbre e dovetti rinunciare. In quest’altra occasione potrei dire che con il suo odio mi aveva letteralmente spezzato le gambe.

Non avrei mai potuto utilizzare i soldi della vendita a mio vantaggio perché, nel farmi quella donazione senza amore ma costretta dalle circostanze, lei mi aveva maledetto e proibito ogni felicità e ogni speranza di una vita normale e serena. I soldi che mi erano stati dati non erano miei e non potevo usarli per la mia realizzazione, così come la vita che mi era stata data non mi apparteneva e non potevo usufruirne.

Si dà per scontato che ogni essere umano abbia dentro di sé la voglia di vivere, l’aspirazione al successo e alla gioia, a voler realizzare pienamente se stesso e che quindi faccia di tutto per permettere ai suoi sogni di avverarsi, ma la situazione non è semplice come si crede perché per poterlo fare davvero bisogna essere autorizzati. Occorre poter trovare nel profondo di se stessi il permesso di vivere e di avere diritto ad ottenere il meglio dalla propria esistenza, sapere cioè che chi ci ha messo al mondo ci ama profondamente e gioisce dei nostri successi senza provare invidia e gelosia.

Io invece ho sempre saputo che mia madre odiava e condannava in modo totale e assoluto ogni mio sforzo di creare qualcosa di bello e positivo. Ogni mio tentativo di crescere e allontanarmi dalla sofferenza e dalla disperazione nella quale si era rassegnata ad esistere, equivaleva ad un atto di guerra contro di lei, una guerra che non sono mai stata capace di portare a termine.

 

Quando già vivevo da sola nella casa sulla collina e mio fratello era andato a studiare a Zobeide, feci un sogno che descriveva esattamente cosa era successo e la situazione in cui mi trovavo.

 

Ero andata con mia madre a visitare una città. Era la città dei morti.

La città dei morti in apparenza non differiva in nulla da quella dei vivi e le persone che vi si trovavano non erano consapevoli di essere morte, svolgevano normalmente le loro attività senza avere nessun sospetto della loro condizione. Però, a guardar bene, una persona viva poteva accorgersi che si trattava di una finzione scenica e che tutto l’ambiente non era reale, perché le case avevano solo la facciata esterna, era una scenografia dipinta e all’interno non c’era niente, erano completamente vuote, ma dal momento che nessuno vi entrava mai dentro, non c’era alcun modo di capirlo. I morti credevano che la loro vita consistesse tutta nell’affaccendarsi per le strade, girando da una parte all’altra senza uno scopo preciso.

Per i vivi che vi andavano in visita non c’era nessun pericolo, esisteva tuttavia una sola regola da rispettare rigorosamente: prima del tramonto bisognava lasciare la città altrimenti si restava intrappolati lì per sempre e non c’era possibilità di tornare nel mondo reale.

Mentre camminavo nelle strade della città, mi accorgevo a un tratto che stava iniziando il tramonto e dicevo a mia madre che era ora di andare, ma stranamente lei non se ne preoccupava affatto e continuava a gironzolare con un’aria svampita. Cominciavo a preoccuparmi, le dicevo di sbrigarsi, che bisognava andar via, ma diceva di essere stanca e non ce la faceva a muoversi. Mi arrabbiavo, mi disperavo, la strattonavo ma lei non reagiva, diceva solo che era stanca e io non sapevo che fare perché non volevo lasciarla lì sapendo che sarebbe morta, ma se restavo con lei sarei morta anch’io. Infine, nonostante la sofferenza di lasciarla decidevo di salvarmi, iniziavo a correre per le strade ormai buie, deserte e spettrali, e una volta fuori dalla città mi arrampicavo su un’altura per inseguire il sole che stava tramontando ma quando ero in cima vedevo che l’ultimo bagliore era già sparito oltre l’orizzonte. Restavo perplessa perché sapevo di non essere riuscita a guardare l’ultimo raggio, eppure mi sembrava che non fosse successo niente, mi sentivo esattamente come prima e pensavo: "Ma se fossi morta me ne accorgerei, non si può morire e restare uguali a prima."

Mi convincevo che erano tutte sciocchezze, una stupida leggenda di cui non bisognava preoccuparsi. E tuttavia una volta tornata a casa continuavo a chiedermi se ero viva o morta. Poi degli amici venivano a farmi visita, io li facevo entrare nel salone mentre andavo in cucina a prendere del gelato che avevo nel frigo. Tutto a un tratto le loro voci si interrompevano all’improvviso e pensavo che era davvero inverosimile che fossero andati via senza salutarmi, oltretutto non avevo sentito la porta aprirsi, perciò andavo a controllare e vedevo che in effetti non c’era più nessuno. Dicevo tra me e me: "Sembrano essere scomparsi come dei fantasmi."

Mi spaventavo alle mie stesse parole e sentivo un brivido lungo la schiena. Forse erano davvero dei fantasmi, ma se era così significava che mi trovavo nella città dei morti e anch’io ero un fantasma. A quel punto esisteva un solo modo per accertarsene. Mi avvicinavo alla finestra lentamente, sapendo già quello che avrei visto lì fuori eppure continuavo a sperare di sbagliarmi. Arrivata dietro i vetri rivolgevo lo sguardo in basso, verso la città che si trovava ai piedi della collina, e le case avevano solo la facciata dipinta come una scenografia, e dentro erano vuote.

 

Mia madre mi aveva trascinato con sé nel suo mondo di morte, di vuoto e solitudine e non ho avuto il coraggio di lasciarla lì da sola. Credo di esserci rimasta intrappolata sin da quando ero bambina e lei aveva avuto quella crisi schizofrenica con il delirio e le allucinazioni. Allora ho cominciato a vedere il mondo come lo vedeva lei, così come me lo raccontava e descriveva con il suo particolare linguaggio deformato e distorto, ed era un mondo spaventoso e pericoloso, angosciante e opprimente ma io non potevo sapere che quella non era la realtà, era soltanto la città dei morti in cui lei era rimasta imprigionata dalla sua malattia. Quando ho capito l’equivoco era ormai tardi e non sono riuscita a correre abbastanza in fretta. Perché per correre veloce ci vogliono delle gambe forti e abituate a muoversi, io invece ero stata sempre ferma e immobile per la paura di ciò mi stava intorno e che credevo fosse reale.

All'età di quarant'anni ero diventata esattamente come mia madre quando aveva quella stessa età ed io ero una bambina.

Mi sentivo ormai stanca, vuota e tutti i miei sogni erano morti. Di mettermi a correre per scappare dalla trappola in cui ero finita non ne avevo più le forze, così come lei stessa a un certo punto si era arresa e rassegnata ad un'esistenza senza alcuna gioia.

L'unica differenza consisteva nel fatto che lei aveva avuto almeno la scaltrezza di procurarsi la facciata scenografica dietro cui nascondersi e a un certo punto aveva deciso che, se proprio non aveva la forza di tornare in vita, si sarebbe almeno presa la soddisfazione di rendere partecipi della sua morte tutti quelli che le stavano accanto.

 

 


« indietro | stampa | invia ad un amico »
# 0 commenti: Leggi | Commenta » | commenta con il testo a fronte »

I testi, le immagini o i video pubblicati in questa pagina, laddove non facciano parte dei contenuti o del layout grafico gestiti direttamente da LaRecherche.it, sono da considerarsi pubblicati direttamente dall'autore Amelia Parisi, dunque senza un filtro diretto della Redazione, che comunque esercita un controllo, ma qualcosa può sfuggire, pertanto, qualora si ravvisassero attribuzioni non corrette di Opere o violazioni del diritto d'autore si invita a contattare direttamente la Redazione a questa e-mail: redazione@larecherche.it, indicando chiaramente la questione e riportando il collegamento a questa medesima pagina. Si ringrazia per la collaborazione.

 

Di seguito trovi le ultime pubblicazioni dell'autore in questa sezione (max 10)
[se vuoi leggere di più vai alla pagina personale dell'autore »]

Amelia Parisi, nella sezione Narrativa, ha pubblicato anche:

:: Cosa succede ai cuori infranti? parte 3, ultima (Pubblicato il 25/08/2021 22:25:22 - visite: 57) »

:: Cosa succede ai cuori infranti? parte 2 (Pubblicato il 25/08/2021 22:03:47 - visite: 36) »

:: Cosa succede ai cuori infranti?parte 1 (Pubblicato il 25/08/2021 21:54:09 - visite: 44) »

:: Il coraggio di volersi bene 16 (Pubblicato il 30/07/2021 21:15:28 - visite: 44) »

:: Il coraggio di volersi bene 14 (Pubblicato il 29/07/2021 17:11:28 - visite: 52) »

:: Il coraggio di volersi bene 13 (Pubblicato il 29/07/2021 17:09:07 - visite: 86) »

:: Il coraggio di volersi bene 12 (Pubblicato il 28/07/2021 18:11:55 - visite: 113) »

:: Il coraggio di volersi bene 11 (Pubblicato il 28/07/2021 18:08:21 - visite: 35) »

:: Il coraggio di volersi bene 10 (Pubblicato il 28/07/2021 18:04:47 - visite: 62) »

:: Il coraggio di volersi bene 9 (Pubblicato il 26/07/2021 18:03:15 - visite: 144) »