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Smarrimento

di Eliana Farotto
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Pubblicato il 31/07/2021 20:56:54

Era da anni nella selva oscura ed ancora cercava una via d’uscita.

Figlia unica, Carla aveva trascorso la prima infanzia con la nonna ed i parenti anziani di mamma e papà, per poi scoprire, alle elementari, un mondo di coetanei.

Da principio era stata una sorpresa, poi erano seguiti lo sconforto e il timore. Le insegnanti, vedendola ansiosa, avevano cercato di coinvolgerla nelle attività di classe mettendola in prima fila, accentuando così il panico nel confronto con gli altri bambini.

Adesso, superati i trent’anni, era una giovane donna che viveva con i genitori, senza amici, una persona definita “complicata”.

Anche in ufficio non aveva legato, svolgeva i suoi compiti e poi usciva in fretta, sentendo i colleghi parlare di aperitivi, gite al mare e serate nei locali. Uno struggimento a volte l’assaliva, le sarebbe piaciuto provare a divertirsi come facevano gli altri, ma lei non era come gli altri. Se tutti ti dicono fin da piccola che sei un “mostro”, finisci per diventarlo.

Dopo anni passati in analisi, le avevano diagnosticato un’anomalia dell’amigdala: il malfunzionamento di quella piccola mandorla nel cervello le aveva trasformato la vita in un inferno. Chissà poi se era vero, lei non si era mai fidata dei medici. “Disturbo d'ansia sociale” c’era scritto sulle carte. La sua non era una malattia, era un profondo turbamento: la sua vita, come l’Inferno dantesco, non era che un luogo di dolore, sofferenza, perpetua dannazione. Un luogo buio, con fiamme e demoni.  

Da fine febbraio, con le prime avvisaglie della pandemia, l’ansia di Carla era aumentata, poi con il lockdown tutto era cambiato: non poteva uscire di casa, non doveva affrontare mezzi pubblici affollati perché lavorava da remoto.

Tutti soffrivano, ma lei si sentiva a suo agio nella comune solitudine, finalmente al riparo dal contatto con la gente. Le sue giornate erano quiete, scandite da una nuova routine, con ancora più tempo libero.

Un pomeriggio piovoso, Carla, terminato il lavoro, aveva cominciato a giocare con il telefonino, risolvendo sudoku e solitari, finché non arrivò un messaggio. Dapprincipio non comprese la scritta che era apparsa sullo schermo, poi capì che era un invito di una compagna delle superiori a collegarsi in chat.

Beatrice aveva il suo numero di telefono, e scriveva proprio a lei! Subito fu assalita dal panico, poi si rese conto che un ritrovo di classe non era possibile durante la pandemia, per fortuna era al sicuro.

Ripensava ai tempi della scuola, alle ragazze così disinvolte, sempre pronte a ridere per un nonnulla e ai ragazzi che facevano scherzi crudeli. Non tutti però, c’era anche Marco, piccolo e timido, che a quattordici anni sembrava ancora un bambino delle elementari.

Carla continuava a rileggere il messaggio di invito, fino a che si fece coraggio e inviò una faccina sorridente: poco dopo le arrivò una risposta, era stata aggiunta alla chat.

Un fiume di messaggi apparve sullo schermo, spaventandola. Mollò il telefono rifugiandosi in bagno, non sapendo che da quel giorno le cose sarebbero cambiate per lei. Una volta iniziato a leggere il flusso di parole e immagini, si accorse che anche gli altri provavano paura e smarrimento, in quell’isolamento per loro così inusuale.

Lei timidamente si inserì negli scambi e venne salutata con affetto. Lei era amata, lei era importante: una situazione davvero imprevista, anche se a volte ricadeva nello sconforto e si sentiva patetica.

Ma non fu l’unica novità: fu invitata a partecipare a lezioni di ginnastica online e si ritrovò virtualmente in un gruppo di sconosciuti che la salutavano come se si conoscessero da tempo. Questa particolare socializzazione la investì di un momentaneo benessere.

Nella chat delle medie giravano anche foto: Luca era pelato, Giulia decisamente ingrassata, Elisa aveva una bambina bionda e Massimo un cane dal pelo lungo.

Marco portava gli occhiali, faceva il bibliotecario. Partecipava poco alla chat, anche lui viveva ancora con i genitori. Carla si sorprese a fantasticare di lui, fino a che un giorno osò mandargli un messaggio privato.

“Ciao Marco, sono Carla, stai bene con gli occhiali”

Un leggero bip: “Ciao, anche tu sei cambiata, sei carina”.

“Sono carina? Nessuno me l’aveva mai detto, a parte la mamma e la nonna”, Carla era emozionata e non sapeva come gestire questi nuovi sentimenti. “Mi rifugio ancora in storie con un lieto fine illudendomi che un giorno anche io avrò la mia felicità”, pensava, “sono una povera sciocca”.

Proseguirono i giorni di clausura collettiva, e lo smartphone apriva per Carla una finestra su un mondo decisamente nuovo, fatto di amicizie e di nuove scoperte.

Si avvicinava il tempo di uscire e crescevano le aspettative e le preoccupazioni per tutti ed in particolare per Carla, che aveva paura sia della vecchia che della nuova “normalità”.

Era sera quando il suo telefono squillò, con un suono imperioso via via crescente: era Marco.

Lei dapprima non rispose alla sua chiamata, ma cedette al terzo tentativo: era affannata, fu uno scambio veloce e brusco. Il tono di Marco era incerto, ma non le fece paura, il suono della sua voce maschile le risuonò nelle orecchie per molte ore.

Le chiamate si susseguirono nei giorni a seguire: il telefono era diventato una cosa viva, faceva venire i brividi, riusciva a far ridere e innamorare.

Carla si arrese alle richieste di Marco: l’appuntamento era nei giardini davanti alla scuola.  Forse si sarebbero seduti sulle panchine dove avevano visto, adolescenti, amoreggiare i loro compagni mentre loro abbassavano lo sguardo e scappavano imbarazzati.

Si ritrovarono un pomeriggio con il viso nascosto dalla mascherina: parlarono a lungo mantenendo il distanziamento.

Il virus li teneva discosti, ma permetteva a Carla di affrontare questa nuova situazione.

Passo dopo passo i loro corpi avrebbero trovato il coraggio di “uscire a riveder le stelle”.

 

AA VV, Quando incontrai Dante, Edizioni Pragmata, luglio 2021

 


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