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Cosa succede ai cuori infranti?parte 1

di Amelia Parisi
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Pubblicato il 25/08/2021 21:54:09

Cosa succede ai cuori infranti?  parte 1

 

Diario semiserio e tragicomico di un'anima persa e non più (o non ancora) ritrovata.

 

"What becomes of the broken hearted?" è il nome di un brutto film realizzato come sequel di un altro film, al contrario bellissimo, intitolato "Una volta erano guerrieri" ('Once were warriors').  "Cosa succede ai cuori infranti?" comunque suona bene e così ho deciso di riprenderlo come titolo del mio sequel a "Il coraggio di volersi bene", e spero non sia pessimo come l'omonima opera cinematografica. La suggestione della frase sta nel fatto che generalmente delle persone col cuore infranto a un certo punto non se ne sa più nulla. Forse perché nessuno le cerca. Forse basterebbe andarle a cercare per saperne qualcosa. D'altra parte è anche possibile che andare a cercarle non interessa a nessuno.

 

Ora, devo ammettere di avere una certa riluttanza nel continuare a raccontare di questa storia, ovvero la mia storia.

Un po’ perché mi è venuto meno l'entusiasmo, la capacità pratica, la pazienza di mettermi a scrivere …e cose simili, ma soprattutto perché mi sembrerebbe di ripetere cose già dette. Nel senso che la narrazione continuerebbe a svolgersi in un ulteriore elenco di disgrazie nelle quali io interpreto il ruolo della vittima incapace di tirarsi fuori dai guai. Bisognerebbe a questo punto chiedersi il perché, cercare una spiegazione.

Io ancora non l'ho trovata. Ho considerato tra le varie possibilità il karma personale e familiare, la sindrome degli antenati e le costellazioni familiari, il destino che l'anima stessa si sceglie prima di nascere per evolversi, mettersi alla prova, acquisire maggiore consapevolezza… ma finora non sono convinta di nulla e sto ancora brancolando nel buio .

Un dato di fatto innegabile è che tutte le mie vicende si svolgono nell'ambito di una sorta di prigionia familiare da cui non riesco ad uscire e tutto il resto del mondo sembra avere un peso minimo, o addirittura nullo, nel susseguirsi dei vari episodi.

Comunque, se a qualcuno può interessare, magari per pura curiosità, conoscere gli sviluppi degli ultimi 3 /4 anni, proverò a continuare il racconto finché ci riesco e senza fare troppo sul serio,  quindi prendetelo un po’ così come mi viene. 

 

   

 

LA DOMANDA FONDAMENTALE

 

Nella primavera 2017  i soldi che avevo da parte per vivere stavano dunque finendo, e sapevo dall'esperienza passata che, come non ero mai riuscita a trovare un lavoro fino allora, mai ci sarei riuscita in futuro.

Non ricordo a quel punto se avevo già capito di essere un Asperger, ma con tutti i miei fallimenti la situazione mi era comunque fin troppo chiara.

Completamente isolata dal consorzio umano e non avendo praticamente più contatti con chicchessia, poteva benissimo capitare che sarei morta di fame e nessuno se ne sarebbe accorto. Tuttavia capii ben presto che non era certo una morte facile e peraltro niente affatto indolore. Se non insorgono complicazioni o infezioni di sorta si può restare vivi dall'ultimo pasto anche per uno o due mesi. Gli organi interni cominciano a danneggiarsi, l'intestino, lo stomaco, i reni, il fegato, lavorano sempre di meno e un po’ alla volta l'organismo si ammala di una lenta e dolorosa agonia. Non ce l'avrei fatta a sopportarlo, occorreva farsi coraggio e trovare una via d'uscita rapida e  meno straziante.

Come si fa a morire in modo non cruento, indolore e rapido? Dopotutto per causare la morte di un organismo sano bisogna in qualche modo creargli un danno grave e irreparabile, su questo non c'è dubbio.

Dopo essermi tanto scervellata optai infine per un metodo di cui avevo sentito essere stato usato anche da persone illustri e famose, ovvero il soffocamento con un sacchetto di plastica. Tuttavia, non crediate  sia una morte indolore, niente affatto. Magari non cruenta, non violenta, ma non indolore. Avevo fatto innumerevoli prove con un grande sacco trasparente, gonfiato d'aria e fissato al collo con un elastico. Mi aspettavo a un certo punto di svenire, invece non succedeva e il senso di soffocamento era insopportabile. Pensavo: non ce la farò mai. Eppure sapevo di non avere alcuna speranza e la morte sarebbe arrivata comunque, anche in modo peggiore, quindi si trattava di essere forti e risoluti, e che diamine, mica potevo aspettarmi che venisse la fata turchina a salvarmi con la bacchetta magica! Tanto più che, volenti o nolenti prima o poi dobbiamo morire tutti perciò era inutile piagnucolare e lamentare pietà per un destino avverso.

 

Così, era una sera di maggio serena e tiepida, con un bel tramonto limpido, quando il cielo si stratifica in bande colorate con un rosso intenso lungo l'orizzonte e, salendo verso l'alto, una successiva striscia arancio che sfuma in verde pallido per poi tingersi di un azzurro sempre più intenso.

Una sera tranquilla e silenziosa, delicata e gentile, che ritenni perfetta per accompagnarmi nel passaggio all'altra dimensione. Mandai giù tutto d'un fiato un bicchierone amarissimo dove avevo mischiato mezza boccetta di lexotan e del liquore al caffè abbastanza forte. In  pochi minuti cominciai a sentirmi frastornata e dopo aver bloccato con l'elastico il sacco di plastica riempito d'aria andai a stendermi sul letto. Il trucco di stordirsi aveva funzionato bene perché non ricordo nessuna angosciante sensazione di soffocamento. Improvvisamente fui trascinata nel buio da un sonno inarrestabile e l'ultima cosa che pensai fu che stavo per avere la risposta alla DOMANDA FONDAMENTALE, quella cioè su cui gli esseri umani si rompono la testa da millenni e mai nessuno ha potuto trovare la soluzione. Qualsiasi cosa ci fosse stata dopo sarebbe andata bene, qualsiasi "spiegone finale", anche quello più assurdo, doloroso, punitivo, crudele o beffardo sarebbe stato meglio dell'ipotesi che mi spaventava di più: il nulla.

 

Il nulla. Ovvero dopo la morte si spegne tutto e si finisce in un interminabile sonno senza sogni, cosa di gran lunga peggiore di qualsiasi tortura o punizione; come dire che la vita è una fregatura totale persino quando è bella e piacevole perché poi a un certo punto semplicemente non ci sei più e non ti ricordi niente e allora tutto quello che hai fatto o che ti è successo è una beffarda presa in giro, uno scherzetto ideato da chissà chi tanto per passare il tempo e se io scopro una cosa del genere sono capace di buttare all'aria l'intero universo e far passare quel burlone per la tortura dell'appeso, carta numero 12 degli arcani maggiori dei tarocchi.

Eh già, ma cosa parlo a fare? Tanto dopo che sono morta non posso fare più niente.

Invece no, nessuna risposta, nessuno spiegone, e mi svegliai dopo un tempo indefinito ( che poi capii essere stato di circa un paio d'ore) come ci si sveglia normalmente da qualunque sonno cioè aprendo gli occhi. Con molta meraviglia notai che non avevo più, ovviamente, il sacchetto in testa, ma lo stesso giaceva a terra accanto al letto. Non ricordavo assolutamente nulla e non sapevo spiegarmi come fosse successo, ma in seguito appresi da alcune ricerche che in casi del genere, pur essendo incosciente, per un insopprimibile istinto di sopravvivenza, una persona può rimuovere in modo automatico il sacchetto per riprendere a respirare e  per prevenire "l'inconveniente" alcuni  aspiranti suicidi dopo essersi avvolti nella plastica, si legano da soli le mani dietro la schiena. Il che rende la procedura molto più complicata e difficile da attuare soprattutto quando uno deve farla stando già sul punto di svenire.

 

Dunque mi svegliai e, rendendomi conto di essere ancora nella dimensione terrena , mi arrabbiai di brutto. Ma come, non dovevo essere morta? Non mi riesce proprio di fare nulla? E adesso come risolvo la cosa? Per di più stavo molto male fisicamente, un'intossicazione acuta da alcool e farmaci non è roba da poco, c'è gente che in questi casi  ci rimette il fegato ma non pensai nemmeno per un istante di chiamare il 118 perché avrei avuto di sicuro un ricovero in psichiatria, e non c'è bisogno di raccontare cosa succede quando si ha la sventura di finire in un reparto psichiatrico. Perciò decisi che in ogni caso me la sarei cavata da sola,  mi trascinai in bagno a vomitare e tornai a letto a dormire. Del resto in quel momento la mia salute fisica era sicuramente l'ultima delle mie preoccupazioni.

 

Nei giorni seguenti ero ossessionata dal doloroso pensiero di dover ritentare, tuttavia la seconda volta mi risultava molto più difficile della prima : avevo paura di fallire ancora, e, comunque , tutta la faccenda mi aveva molto provato. Avvicinarsi alla morte è un'esperienza che bisognerebbe fare una sola volta nella vita.

Infine, se le cose erano andate così quello era senz'altro un segno che la mia ora non era ancora arrivata e in qualche modo dovevo affrontare la situazione. Per quanto consapevole dei miei limiti e dei passati fallimenti, iniziai a cercare un lavoro come badante o cameriera e, siccome non conoscevo nessuno e vivevo in isolamento totale, inondai il web con un diluvio di annunci e preparai a mano dei bigliettini che poi andai ad infilare nelle cassette della posta delle abitazioni del ceto medio- alto della città . Realizzai e distribuii personalmente ben 800 bigliettini.

 

Nonostante tutta questa pubblicità mi arrivarono appena una ventina di telefonate. Di queste solo la metà produssero un colloquio reale. Di questi colloqui solo la metà mi portarono a realizzare qualche giorno di lavoro di prova. Di questi giorni di prova nessuno mi fu confermato a lungo termine.

La causa?

Punto primo: sono un'Asperger. Pertanto ho difficoltà nel parlare e comunicare con la gente, e, nonostante tutta mia intelligenza e la mia cultura, in qualche modo inspiegabile ma che puntualmente non manca di verificarsi, dò l'impressione di essere una cretina o comunque una persona strana,  non meritevole di fiducia.

Punto secondo: nelle faccende della vita quotidiana sono estremamente lenta e mi stanco molto facilmente. Questi sintomi ce li ho da quando sono iniziati i miei problemi psicologici e ancora non ho capito se dipendono dall'autismo, dalla depressione, o chissà da quale altra causa. Anche in quello che faccio per me stessa sono estremamente lenta, mi stanco persino per uscire a fare la spesa al supermercato sotto casa. Pertanto, quando andavo a lavorare da quelle signore che mi concedevano una prova, loro mi dicevano di fare cinque servizi  in una mattinata e io a malapena ne concludevo due, eppure mica mi sdraiavo sul divano a guardare le mosche. Io effettivamente lavoravo come tutte le altre cameriere (almeno credo), però ci mettevo il doppio del tempo, e non per pigrizia, è solo che sono fatta così. Ovviamente non potevo spiegare a degli estranei i miei problemi così su due piedi, e del resto neanche gliene sarebbe importato un accidente, di conseguenza venivo subito licenziata in malo modo e qualcuna di loro, essendosi indispettita, non mi ha nemmeno pagato il giorno di prova. Del mio ancor più clamoroso fallimento nelle prove come badante ( un lavoro effettivamente molto facile da trovare) è meglio sorvolare, sarebbe troppo umiliante.  

In quel periodo iniziai i miei digiuni per mancanza di soldi. A volte non mangiavo nulla per 3/5 giorni di seguito, con un record di 10 giorni. Stranamente non ho mai avuto svenimenti o malesseri di sorta e, se non altro , potevo vantare una linea invidiabile.

 Gentili lettrici che lottate invano con la bilancia, sto per rivelarvi il segreto su come dimagrire in modo infallibile, senza faticare e senza spendere una fortuna.

Il miglior metodo per perdere peso è… ta-da! …non avere abbastanza soldi per comprarsi da mangiare.

Funziona innegabilmente, indubitabilmente, sicuramente, favolosamente, stupendamente. Potete credermi. Garantito al 100%.

In verità ho anche provato ad andare a mangiare alla Caritas, ma spesso quello che passava il convento non era per me commestibile, in quanto a causa di numerosi problemi ai denti e alla mandibola, ho molte difficoltà a masticare il cibo normalmente usato da chi tali problemi non ce li ha. Per di più spesso non avevo soldi per pagare la benzina per andarci, alla Caritas, e magari anche l'assicurazione dell'auto era  scaduta.

 

Cominciai a cavarmela male pure con le bollette. La prima cosa che ho perso è stato il collegamento ad internet, poi è stata la volta del gas, ma sono riuscita a conservare acqua e luce fino allo sfratto . Già, lo sfratto.

 

Ad agosto arrivò la lettera di morosità per l'affitto. Cercai di guadagnare qualche mese ma a dicembre dovetti lasciare la casa. Per evitare strascichi giudiziari irrisolvibili, concordai col proprietario che gli avrei lasciato tutto l'arredamento per compensare le spese legali e gli affitti arretrati. Quando venne in casa per la consegna delle chiavi lo vidi leccarsi i baffi per la contentezza. Cioè…mi aveva consegnato un appartamento vuoto e dopo due anni se lo ritrovava totalmente arredato, con mobili praticamente nuovi e di ottimo gusto, elettrodomestici, decorazioni varie alle pareti, specchi, tende, materassi, accessori, biancheria da letto e da bagno, soprammobili, zanzariere, stoviglie, persino le piante sui balconi…

Il valore di quello che gli lasciavo sopravanzava di gran lunga i miei debiti, ma io tutta quella roba dove me la portavo? Dove la mettevo?

Tenni con me un po’ di vestiti, scarpe,biancheria, tre o quattro libri, il pc, un pupazzetto di pelouche "gatto tigrato", due sfere di vetro fermacarte di quelle con le bolle dentro, accessori per toilette personale, pettine, mollette per capelli e altre piccole cose così, tutto quello che riuscivo a far entrare nella mia macchinina kia picanto.

E la mia "famiglia" dov'era? Se avete letto la prima parte della storia sapete che non avevo più contatti da tempo né con mia sorella né con mio fratello che, anzi, con tutto quello che mi aveva fatto…

Non avrei voluto dire nulla nemmeno a mia madre, ma in un certo senso, data la gravità del caso, mi sentii in dovere di farlo. Com'era prevedibile rifiutò categoricamente di aiutarmi ad evitare lo sfratto, mi riempì di improperi voltandomi le spalle e si rifugiò nel suo solito delirio paranoico.

Vabbè, io il mio dovere di figlia l'avevo fatto e l'avevo informata, poi se succedeva qualcosa di peggio erano cazzi suoi. O piuttosto nemmeno, in quanto uno dei magnifici effetti del delirio è quello di proteggere il soggetto da qualsiasi senso di colpa o empatia nei confronti degli altri. Mica male 'sto delirio paranoico, eh! Proprio una bella soluzione per infischiarsene di tutto e di tutti.

 

 

 UNA ROVINOSA CONVIVENZA

 

Nel frattempo era accaduto un piccolo miracolo, cioè avevo inaspettatamente trovato un tipo di lavoro che forse sarei riuscita a sostenere più a lungo di due o tre giorni. Mi fu proposto di assistere nello studio una ragazza che iniziava il primo anno di università in scienze delle comunicazione e in pratica si trattava di studiare con lei per tre ore al giorno aiutandola a capire i libri di testo e soprattutto  sorvegliare che non si distraesse mettendosi a cazzeggiare col cellulare. Mi davano 300 euro al mese.

Riuscii a prendere una stanza in affitto, in condivisione con delle studentesse. Era l'unica alternativa a finire in strada ma conoscevo per esperienza le difficoltà a cui andavo incontro. In passato, quando ancora pensavo di poter seguire gli studi universitari, avevo fatto lo stesso tentativo trasferendomi in un'altra città, tentativo poi fallito rovinosamente per motivi rimasti a quel tempo inspiegabili. Ora so che le difficoltà che trovo in qualsiasi tipo di convivenza fanno parte del mio repertorio di disturbi autistici. Detto in poche parole io ho bisogno di stare da sola con me stessa nel silenzio più assoluto, sono infastidita da qualsiasi rumore che possa esserci in una casa, anche per esempio da un ventilatore, dal ronzio del neon, dal motore del  frigorifero, dal traffico che scorre sotto casa. Ancora peggio se sento voci umane, passi nel corridoio, porte che sbattono, il chiacchiericcio del televisore in sottofondo, acqua che scorre, rumori di pentole e stoviglie, squillo del cellulare, campanello della porta e del citofono. La tortura raggiunge il massimo se fisicamente incontro  gente che gira in casa, in cucina, nel corridoio, nel bagno.

 

Ho scoperto da varie ricerche fatte per conto mio che si tratta di un problema essenzialmente neurologico. Alla nascita e nei primi mesi di vita tutti gli esseri umani presentano un eccesso di collegamenti neurali che normalmente vengono "potati", cioè riassorbiti nel corso del tempo. Per cause genetiche e ambientali negli autistici questo non accade, quindi noi siamo costantemente inondati da informazioni sensoriali pressoché inutili che causano però un sovraccarico mentale difficile da sopportare, a volte definibile come un vero e proprio dolore fisico. Nel mondo c'è troppa luce, troppi suoni, troppo caldo, troppo freddo, troppe parole, troppo vento, troppe nuvole, troppo sole, troppe automobili, troppo traffico, troppe strade, troppi palazzi, troppe case, troppe persone, troppi negozi, troppi prodotti nello scaffale del supermercato…l'intera vita sembra un eccesso di cose, situazioni, circostanze, ambienti comunque artificiali e innaturali che non rientrano nei consueti schemi mentali con cui gli umani si sono evoluti e richiedono di continuo di essere interpretati e catalogati.

 

Per un po’ ci si può sforzare di tollerarlo ma se diventa la normale quotidianità, si finisce con lo "sbroccare", ovvero avere delle crisi nervose che possono manifestarsi nei modi più disparati.

L'unica soluzione per avere un po’ di pace è ridurre il più possibile tutte le stimolazioni e vivere in un minimalismo sociale e ambientale che assomiglia a un eremitaggio.

…con tutti gli inevitabili svantaggi che la cosa comporta…

Perciò, non avendo altra scelta, dovetti adattarmi alla situazione, sperando di sopportare finché potevo.

In effetti già la frequentazione con la mia alunna mi metteva a disagio, ma almeno lì c'erano i libri e lo studio a fare da barriera nella difficile relazione personale. Invece con le ragazze che c'erano in casa non avevo scudi dietro cui difendermi e mi dimostrai subito come una persona "strana". Cercavo di evitare ogni contatto o confidenza, me ne stavo sempre chiusa in camera senza partecipare ai loro discorsi, escogitai dei trucchi e degli stratagemmi per evitare di incontrarle nel bagno o in cucina, e perciò, ad esempio, andavo a letto alle nove di sera, mi alzavo al mattino alle 5 per usare liberamente il bagno e prepararmi da mangiare, pranzavo alle 11 del mattino per stare da sola in cucina e cenavo alle 6,30 di sera per lo stesso motivo. In ogni caso vivevo costantemente col terrore della loro presenza che si manifestava se non altro con quei terribili rumori casalinghi che ho appena descritto.

Ho resistito fino al mese di giugno, poi, inevitabilmente, sono crollata. Una sofferenza mentale indescrivibile. Di nuovo fortissimi pensieri suicidari. Dovevo andarmene da lì ad ogni costo. Senza alcun preavviso diedi le dimissioni dal mio lavoro di assistente scolastica. Mi comportai malissimo, mandai appena un sms. Nella successiva telefonata che mi fece il padre della ragazza, farfugliai spiegazioni sconnesse e confuse. Mi presero per matta.

Contattai le assistenti sociali. Sebbene avessi cercato di evitarlo il più possibile e di cavarmela da sola (cosa peraltro impossibile) mi decisi a chiedere il mantenimento con mezzi giuridici, tanto più che nel frattempo mi ero sottoposta ad altre visite psichiatriche e neurologiche ottenendo il riconoscimento della diagnosi di autismo e una percentuale di invalidità del 46% per motivi psicologici. Le signorine assegnate al mio caso presero però la cosa molto sottogamba, concedendomi rari colloqui di due, dico due, minuti ciascuno e considerando la vicenda come un banale litigio tra madre e figlia. Piuttosto che procedere con una richiesta al giudice, mi consigliarono di riconciliarmi con lei, e magari adattarmi alle circostanze tornando a vivere nella casa materna, sebbene io gridassi a gran voce che andarmene da quella casa 25 anni prima era stata l'unica cosa a permettermi di essere ancora in vita, 25 anni dopo.

Siccome in quel periodo lo stato aveva stanziato un contributo di 200 euro al mese per sei mesi alle persone indigenti, inoltrarono la richiesta per farmelo avere, e questo è tutto ciò che fecero.

 

A fine estate dell'anno 2018 iniziò dunque la mia avventura di vita da barbona e la mia nuova casa fu una piccola utilitaria rossa, vecchia ormai di 15 anni, parcheggiata in un largo stradone periferico accanto all'ospedale principale della mia città, posto scelto per poter almeno avere un bagno pubblico nelle vicinanze.

Dalla casa condivisa scappai via letteralmente di nascosto, senza dire nulla alle mie coinquiline. In un giorno che non c'era nessuno portai con me ancora una volta quelle solite poche cose  e mi dileguai nel nulla misteriosamente, lasciando sul tavolo di cucina giusto le chiavi e un po’ di soldi per le ultime bollette. Nessun biglietto, nessun messaggio. Immagino comunque non abbia sorpreso più di tanto quella strana scomparsa. Da una matta come me una cosa del genere ce la si poteva aspettare.

 

Ora, potrei scrivere un lungo, davvero lunghissimo capitolo sulla mia esperienza da barbona, potrei anche ricavarne un intero libro a parte, e in realtà mi risulta che un certo scrittore abbia fatto volontariamente quest'esperimento per poterci poi scrivere sopra un libro, appunto. Metodo tra l'altro non valido perché quando sai di avere una casa e una vita normale a cui tornerai con certezza, la prospettiva con cui vivi l'esperienza cambia parecchio.  E secondo me equivale a barare.

Dunque potrei scriverne, ma non lo farò, l'idea non mi passa nemmeno per l'anticamera del cervello. Non voglio ricordare quel periodo ancora e ancora e ancora una volta nella mia mente. Ricordare fa in modo di  rivivere e a rafforzare tutti i circuiti neuronali connessi al ricordo rendendolo sempre più forte, e io al contrario voglio sbiadirlo, sfumarlo, renderlo estraneo ed evanescente. Tanto più che nell'insieme totale delle vicende della mia vita, credo non possa togliere né aggiungere niente.

Dirò soltanto che ho avuto manifestazioni di solidarietà e vicinanza da persone totalmente estranee, come pure esternazioni di inammissibile intolleranza( un tizio che abitava nel quartiere voleva chiamare la polizia e farmi mandare via in quanto persona "pericolosa"?!?). Qualcuno  appartenente a un mio lontano passato e allertato tramite complicati passaggi è venuto un giorno  a promettere aiuti di ogni sorta, per poi lavarsene le mani e sparire così com'era improvvisamente riapparso. Attenzione: aiutare una persona in gravi difficoltà come ero io non è uno scherzo, quindi pensateci bene prima di farvi prendere da improbabili attacchi di santità promettendo miracoli e invece darsela a gambe in fretta e furia una volta rinsaviti. E' proprio una gran brutta azione da fare e non è lecito dare illusioni a chi sta così male. Piuttosto tirate dritto per la vostra strada e fate finta di non sapere, non sentire, non vedere.

 

Circa a metà novembre le assistenti sociali si erano infine decise ad avviare un procedimento giuridico contro mia madre e andarono a casa sua a parlarle personalmente per un ultimo tentativo pacifico di convincerla ad aiutarmi. La stessa cosa fece qualche giorno dopo un padre cappuccino che, andando giornalmente dal convento all'ospedale e avendo notato la mia presenza, si era interessato alla vicenda.

Io non le avevo detto niente della condizione in cui mi ero venuta a trovare; del resto l'avevo avvertita per tempo del pericolo dello sfratto ma lei non aveva dato alcun peso alle mie parole accusandomi di mentire per ottenere soldi indebitamente. Dopodiché non c'era stato più alcun contatto tra noi. Dunque quelle visite la misero al corrente della situazione e, in entrambi i casi, dichiarò pubblicamente di essere molto dispiaciuta della cosa, tuttavia non aveva alcuna intenzione di passarmi alcun mantenimento, da lei ritenuto un capriccio infondato e inaccettabile. Piuttosto, mi offriva gentilmente di tornare a vivere con lei.

Il che equivaleva a proporre ad un ebreo fuggito da un campo di concentramento di tornare nel medesimo luogo di tortura, per subire le stesse angherie dallo stesso aguzzino. Risposi quindi alle assistenti che ormai bisognava procedere anche se poi l'azione legale non venne mai attuata a causa dei successivi, imprevedibili, eventi.

 

 

DIVENTO UNA DELINQUENTE E ORGANIZZO COMPLOTTI

 

Poco dopo quelle visite si verificarono invero circostanze a dir poco surreali.

Una notte stavo dormendo tutta rattrappita sul sedile posteriore dell'auto, al freddo, al buio e nel silenzio spettrale di una strada ormai già deserta quando, del tutto a sorpresa, mia madre mi chiama al cellulare. Era infuriata e strillava come una pazza, non aveva affatto creduto a quanto detto da quelle persone, pensava piuttosto che avessi organizzato un complotto ai suoi danni e le avessi mandato a casa dei miei complici, cioè delle persone "travestite" da prete e assistenti sociali che erano andate a ricattarla per estorcerle dei soldi. Era tutta una truffa che io avevo ideato per derubarla e minacciava di chiamare i carabinieri per denunciare quella masnada di malfattori e soprattutto il "finto" prete, ovvero il personaggio più irritante di tutto il teatrino, e anzi li avrebbe subito allertati di mettersi a cercarmi per arrestarmi immediatamente vista la gravità del mio ricatto.

Mi chiesi se ero sveglia o se stavo ancora dormendo. In simili frangenti c'è davvero da dubitare di trovarsi ancora sul piano della realtà o di essere magari finiti misteriosamente in un'altra dimensione dove dominano le fantasie più bizzarre. Dopo lo shock iniziale riuscii a recuperare il sangue freddo e le dissi in modo assolutamente distaccato, automatico, robotico e controllato pressappoco queste parole: 'tu invece non farai proprio niente perché io ora vado alla stazione e prendo il primo treno per chissà dove, spengo il telefono e non mi troverai mai più, non saprai più niente di me e se chiami la polizia ti prenderanno per matta perché verrà fuori la verità e finirai i tuoi giorni chiusa in un manicomio quindi pensaci bene prima di fare fesserie e vedi che ti conviene stare zitta e fare il tuo dovere, cosa che non hai mai fatto in vita tua, perché sarò io a denunciare  il male che mi stai facendo'.

Come in altre circostanze in cui veniva messa alle strette, mia madre si era puntualmente rifugiata nel delirio. Tutta quella storia del complotto, del complice travestito da prete, le finte assistenti sociali, l'estorsione ecc. era l'ultimo epilogo di avvenimenti antecedenti persino alla mia nascita.

 

Figlia indesiderata dai suoi genitori, continuamente rimproverata, umiliata, trascurata, sottoposta a tirannico controllo per tutta la vita, aveva fatto la "pensata geniale" di risolvere le cose facendosi sposare dal primo uomo che le capitava a tiro. In teoria costui avrebbe dovuto difenderla a spada tratta da tutti i soprusi subiti nonché riempirla di quell'amore che le era tanto mancato. Ma ahimè, mio padre l'aveva sposata solo per viltà e interesse economico e ben presto cominciò a trattarla nello stesso modo. A quel punto non c'era più nessuna via d'uscita, almeno questo era quello che pensava lei, perché io, piuttosto, mi sarei consolata con un amante o quanto meno mi sarei dedicata ad interessi costruttivi, a fare qualcosa di creativo e positivo. Credo che non ci sia stata la voglia più che la possibilità di trovare delle alternative , voleva che la realtà e il mondo andasse come voleva lei , in caso contrario proteste a oltranza. Quindi si impuntava, faceva i capricci, cominciò a litigare all'infinito con quell'uomo che l'aveva tanto delusa, poi la rabbia si estese al mondo intero, che era pieno di gente cattiva, di nemici da combattere, gente che voleva il suo male e contro cui era più che lecito vendicarsi.  In seguito venne il delirio, il comportamento bizzarro e isterico, talvolta le allucinazioni. Non fu cercata nessuna cura seria, forse  nemmeno ce n'erano, e, in ogni caso curarsi significava ammettere di essere malati. Impensabile.

La mia nascita accadde in sfortunate circostanze temporali, familiari, psicologiche e io diventai il suo nemico numero uno, da combattere a oltranza, fino alla distruzione. Per portare avanti questa sua convinzione cancellava sistematicamente tutti gli indizi della realtà che negavano la stato di cose a cui voleva credere. Io non ero depressa, non ero autistica, non avevo difficoltà sociali, non avevo disturbi psicosomatici. Era tutto un bluff. Io fingevo perché ero pigra, non volevo studiare né lavorare, volevo fare la bella vita a sue spese, ero un parassita che la sfruttava, una furbetta, una ladra, una donnaccia, una perversa sotto ogni aspetto. Il male fatto persona. Dovevo essere combattuta e distrutta, e sarebbe stata pure cosa buona e giusta.

In effetti mia madre aveva saputo la realtà del mio dramma molto prima di me. Le era stato detto almeno da vent'anni che non sarei mai guarita dai miei disturbi e non sarei mai stata in grado di lavorare, ma aveva volutamente ignorato la cosa nascondendo le prove. Spesso chiedeva dei colloqui privati ai vari psicologi e psichiatri presso i quali ho cercato invano di curarmi per più di trent'anni, fingendo interesse e preoccupazione per le mie condizioni, ma invero sperando che qualcuno di loro mi dichiarasse schizofrenica acconsentendo ad un ricovero forzato. Così il fastidio di quella figlia inutile  poteva essere eliminato una volta per tutte. Ovviamente nessuno ha mai potuto fare una simile diagnosi, ma c'è stata una volta in cui fu messa nero su bianco la conclusione che io ero affetta da un disturbo schizoide di personalità che mi rendeva inabile al lavoro in quanto "totalmente incapace di sostenere qualsiasi confronto relazionale con chicchessia".  Firmato e datato anno 1998, cioè almeno vent'anni prima, quando ancora non si parlava di Asperger e disturbi dello spettro autistico.

Delusa dalla diagnosi ricevuta perché sperava qualcosa di peggio, mia madre  nascose il documento in fondo a un cassetto, pensando che quel medico si era certamente sbagliato perché secondo lei io o fingevo oppure ero da rinchiudere e non ammetteva alternative.

 

Personalmente sono stata tenuta all'oscuro di tutto, ho trovato il certificato solo dopo la sua morte, e a me  quello psichiatra non aveva mai comunicato alcuna diagnosi.  Ritengo mi sia stata fatta una cosa gravissima. Se avessi saputo della mia reale condizione non avrei continuato invano a cercare cure impossibili sprecando tempo e denaro, ma anche non mi sarei sottoposta ad inutili umiliazioni cercando un qualsiasi lavoro che ero poi incapace di sostenere.

Ma, soprattutto, mia madre aveva volutamente ignorato la realtà nascondendomi importanti informazioni circa la mia salute e non prendendo adeguati provvedimenti su quanto sarebbe successo dopo la sua morte, cioè che io sarei rimasta senza risorse per vivere. Eh già, tanto quelle risorse lei me le stava negando persino prima della morte, figuriamoci se me le lasciava per dopo.

 

Quest'episodio incredibile delle minacce e del delirio dopo la visita delle assistenti sociali non era ancora finito: qualche notte dopo ci fu la replica, con rinforzo. Nelle stesse condizioni di buio fitto, nebbia, silenzio e freddo mentre dormivo nella scatola metallica della mia auto, a tarda sera, mi chiama mio fratello, a cui evidentemente mia madre si era rivolta per avvallare i suoi vaneggiamenti.  Con un tono di voce terrificante, imperativo, pieno di rabbia e odio mi scaricò addosso un'ira feroce. " Pazza, ladra, delinquente !!! Ma che stai facendo ! Come ti permetti di minacciare e ricattare nostra madre ? Il finto prete, gli estranei che hai mandato a casa sua per derubarla ! Ti devi solamente vergognare di fare queste cose ! Sei in un giro di delinquenza, ti sei pure trovata dei complici, hai passato ogni limite, guarda che con me non la passi liscia, questa te la faccio pagare, adesso l'aiuto io mamma a difendersi da te, ti giuro che non la spunterai con i tuoi complotti e i tuoi ricatti!" . E tronca la telefonata senza darmi nemmeno il tempo di rispondere.

 

A questo punto possiamo anche comprendere che, per le cause di cui sopra, mia madre abbia completamente perduto il senso della realtà, considerandone l'età avanzata e la presenza accanto a lei di persone che l'aizzavano contro di me per prendersi quei soldi che invece dovevano essermi destinati…cioè, si può capire, comprendere, giustificare… certo non permettere e tollerare, vista la mia gravissima situazione.

Ma…che un fratello con cui ho condiviso il tempo dell'infanzia, i giochi, gli animali da compagnia, i fumetti di Topolino, le puntate di Spazio 1999, come pure la sofferenza di avere dei genitori folli e urlanti , la solitudine d'affetti, la paura dei fantasmi in una casa squallida e spettrale…un fratello che ormai è un uomo di 50 anni con una vita apparentemente normale, un lavoro, una moglie e una figlia, un uomo che ascolta un tale delirio di complotti di finti preti, di assistenti sociali con documenti falsi e ci crede al punto di ripeterlo pari pari, parola per parola…è una cosa totalmente inaccettabile.

Potevo fare solo due ipotesi, una più spaventosa dell'altra.

 

Prima teoria: mio fratello sapeva da tempo che mia madre era pazza ma la assecondava perché fingendosi suo amico poteva contare sui ricchi regalini in denaro che lei gli inviava regolarmente. In pratica anche quella volta si era fatto comprare e di certo non intendeva rinunciare alle sue entrate extra per prendere le mie difese. Seconda teoria: anche mio fratello era caduto nel delirio "Amelia pazza delinquente origine di ogni male da distruggere e combattere per sempre". E guarda caso si trattava comunque di un delirio piacevole, molto comodo e vantaggioso, che  gli consentiva di sfogare su qualcuno  frustrazione, invidia, rabbia, gelosia e averne persino dei vantaggi economici senza alcun rimorso o senso di colpa.

Ho avuto la risposta al mio dubbio alcuni mesi più tardi, quando abbiamo iniziato a litigare per l'eredità, ma in quel momento, quella sera, da sola, al buio, al freddo, senza una casa, un letto in cui dormire, esposta a ogni pericolo in una strada deserta, sentire un fratello che ti grida addosso quelle accuse assurde, con una madre totalmente pazza che rifiuta ogni aiuto, ecco, io mi sono sentita come svanire, come se mi fossi dissolta nella nebbia di novembre, come se nulla fosse mai stato reale e la Matrix universale stesse rivelando la sua natura di illusione olografica, disgregandosi in miliardi di pixel evanescenti.

E mi chiesi: " Ma allora io non sono mai esistita? E' stato tutto un sogno? Ho sognato di avere una vita e invece era tutto solo nella mia mente?".

 

...continua...

 

 


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