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La memoria delle piazze

di Eliana Farotto
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Pubblicato il 05/12/2021 18:51:36

Sono nata e vissuta a Milano fino a vent’anni, ho studiato all’estero e adesso abito a Roma. Era da tanto che non tornavo nella metropoli lombarda: per fortuna l’incontro di lavoro è durato meno del previsto e mi rimane del tempo per fare un giro in centro prima di prendere il treno per casa.
Ha iniziato a piovigginare e mi sto bagnando la giacca e la borsa nuova, vedo arrivare un tram diretto in centro e mi affretto a prenderlo.  Che clima uggioso a fine gennaio! Il sedile di plastica giallo è freddo e il finestrino appannato, non riesco neanche a capire dove sono, meno male che è un tram ultimo modello e una voce registrata annuncia le fermate.
“Next stop: Piazza Fontana”. Piazza Fontana? Quella Piazza Fontana? Mi alzo e scendo facendomi spazio tra le persone in attesa di salire. Alzo lo sguardo e intravedo il Duomo con alcune guglie coperte da impalcature, in cima si intuisce la sagoma della Madonnina dorata. La piazza è piccola e rotonda, con cinque vie che si diramano come raggi e dove si affollano in modo caotico auto, persone, taxi, biciclette, tutti in movimento, a parte la fontana, seminascosta dagli alberi del piccolo giardino circolare.  Uno spazio urbano qualunque, non particolarmente attraente, ma il cui nome è legato alla Storia. Attraverso sulle strisce pedonali con cautela, perché il selciato di cubetti di porfido è scivoloso, e mi avvicino alla fontana: due sirene, in parte annerite dalle alghe, e un pesce di pietra dalla faccia mostruosa mi fissano ostili. Sulla piazza si affaccia un edificio sgraziato, con finestre di diverse forme: su questo palazzo spicca la scritta “Banca Nazionale dell’Agricoltura”, qui è scoppiata la bomba facendo la strage. Nel 1969 la mia famiglia abitava in un condominio alla periferia di Milano, io frequentavo le elementari: era dicembre, mancavano pochi giorni a Natale, ed invece di dissertare sulla prima della Scala, i giornalisti in televisione non facevano che ripetere che i morti erano numerosi ed i feriti erano gravi.
Che impressione quelle foto sui giornali appesi in edicola, quelle lenzuola bianche che risaltavano tra le macerie annerite dall’esplosione. Quegli scatti in bianco e nero ed i racconti sulle vite spezzate mi avevano colpito così tanto che di notte avevo incubi in cui mi apparivano i corpi dilaniati dalla bomba ed i parenti straziati dal dolore. Se ci penso, ancora adesso sto male.
Mamma e papà mi avevano fornito delle spiegazioni frettolose su quelle vittime innocenti, dicendo che poteva capitare a chiunque, anche a loro, anche a me: mi ero sentita in pericolo, in balia di uomini crudeli e senza scrupoli. In quell’occasione avevo sentito per la prima volta quella parola, “terrorismo”, che avrebbe insanguinato la cronaca per molti anni a seguire.
Scuoto la testa, e avanzo lungo il marciapiede che affianca un’aiuola dove spiccano due lapidi affiancate: mi sporgo per leggerle, sono entrambe dedicate a Giuseppe Pinelli. Dalla data mi rendo conto che la morte di Pinelli è avvenuta solo pochi giorni dopo la strage, nel palazzo della questura non lontano da qui.  Non mi ricordo i fatti, ma dalla morte di Pinelli era poi dipesa quella di Calabresi, il giovane commissario di cui parlavano spesso al telegiornale, ammazzato sotto casa. Di quell’omicidio mi sono rimasti impressi la Cinquecento su cui stava per salire, e i due figli piccoli e la moglie incinta che non avrebbe più rivisto: molte volte ho ripensato al bambino che sarebbe nato dopo pochi mesi, senza mai conoscere il padre. Dopo quarant’anni le vedove di Calabresi e di Pinelli si sono incontrate e abbracciate, quello che le accumunava era il dolore patito, non il rancore.
Continuo a camminare di fianco all’aiuola, fino ad arrivare sotto il palazzo della polizia municipale dove si trova uno strano oggetto rotondo, forse una lampada per illuminare la facciata. Scopro invece che è una targa per ricordare Chico Mendes. Il nome mi dice qualcosa, ma non mi ricordo chi è, attivo lo smartphone per soddisfare la mia curiosità. Leggo: sindacalista, politico e ambientalista brasiliano, assassinato nel dicembre dell’88.
La piazza è davvero grondante di sangue, troppi morti innocenti concentrati in questi metri quadri in pieno centro.
“Mi scusi, mi sa dire dov’è l’Apple Store? “, mi chiede una ragazza sfiorandomi il braccio e interrompendo le mie riflessioni. “Mi spiace, non sono pratica della zona”, le rispondo con fare impacciato, la mia conoscenza di Milano risale a molti anni fa.
A sinistra della sede monumentale della polizia si affaccia una piazzetta con una statua, da ragazzi si andava in un’osteria a mangiare i wurstel con i crauti, i panini erano caldi, abbondanti e costavano poco. La statua è dedicata a Cesare Beccaria, che dà il nome alla piazza.
Giro intorno al monumento e alla base noto una scritta in caratteri maiuscoli in memoria del voto parlamentare per l’abolizione della pena di morte.
Il basamento riporta anche una citazione tratta da Dei delitti e delle pene: “……Se dimostrerò non essere la pena di morte né utile né necessaria avrò vinto la causa dell'umanità”. Che coraggio ha dimostrato Beccaria a testimoniare che la morte non è mai giusta, neanche per punire i colpevoli di atti efferati!  Le sue parole hanno un profondo significato in questo luogo in cui si concentrano tante ingiustizie.
Mi avvio verso la metropolitana, si è fatto tardi e devo prendere il treno; mentre cammino rifletto sulla morte, sul dolore e la disperazione che portano al rancore, all’odio, alla vendetta, in un vortice di violenza senza fine. Come si fa ad aver ancora fiducia negli esseri umani? Dagli errori abbiamo però imparato che non esistono solo la rabbia e il suo inferno, la vera forza è il perdono, questa è la storia che le piazze ci raccontano.

AA.VV., Racconti liberi, a cura di Stefano Andrini, Historica, Edizione 2021


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