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Tamerisco XI

di Salvatore Solinas
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Pubblicato il 20/12/2021 14:50:32

XI

 

Una sera venne a trovarci Gina col suo uomo. Non era mai successo che Gina venisse a casa mia in visita formalmente annunciata. Di solito capitava improvvisamente tra capo e collo col pretesto di vedere se le piante erano ancora vive, se le sue sculture erano integre e così via. Si tratteneva in chiacchiere fino a notte tarda, finché non vedeva i miei occhi diventare due fessure sottili e il capo ciondolare sul collo. Allora si accomiatava con un sottinteso rimprovero, come dire: “Ma guarda che uomo sei, che ti addormenti in piedi!”.

Beata lei che si alzava a mezzogiorno e dormiva persino al pomeriggio e poteva permettersi di lavorare la creta fino a notte tarda. Io, piccolo travet, balzavo giù dal letto alle sette in punto: di corsa in ufficio a lavorare per tutta la giornata. Chi non ha talento vive in balia degli orari, delle imposizioni   dall’alto, di urti e spintoni da tutte le parti, da quella folla di mediocri suoi pari che l’attornia, lo prevarica, in un certo senso lo sostiene per giunta. Perché se è vero che tra nullità ci becchiamo, come i polli di Renzo, tuttavia ci facciamo compagnia, con una certa solidarietà, incuranti del mondo Super Uranio, dove vive il popolo degli eletti, così liberi dalle necessità quotidiane da essere loro pure infelici. Ci sono poi quelli della mia specie che preferiscono vivere lontano dalla mischia, dalla competizione, per una specie di “cupio dissolvi” che li rende schivi e in qualche modo fobici. Probabilmente la presenza di Adelina aveva fatto diventare Gina più cauta. Le donne tra loro non si danno facilmente confidenza, si studiano, si spiano, se nasce un’antipatia si guardano in cagnesco, pur scambiando sorrisi e gentilezze di ogni genere. Ma tra Gina e Adelina nacque una repentina e inaspettata simpatia. Appena si impadronirono del divano iniziarono a discorrere dei più svariati, futili argomenti, non ultimo quello dei negozi d’abbigliamento e delle oreficerie. Terreno quello su cui pure due eserciti agguerriti di amazzoni troverebbero occasione per familiarizzare e instaurare una pace duratura. Io mi trascinavo con Diego, senza alcun interesse, nel campionato di calcio, ponendo attenzione con un orecchio, cercando di captare da spezzoni di conversazione quello che si dicevano le due donne. Sentii a un tratto con compiacimento che Gina faceva le lodi del viso di Adelina, che in verità era molto fine e delicato. Indubbiamente Adelina era carina, senza essere una bellezza appariscente. Dopo, con una certa apprensione, udii che le lodi scendevano al collo, ai seni, alle cosce.  A questo punto non potei fare a meno di abbandonare Diego sul terreno di gioco per rivolgermi a loro.

“Complimenti Piero, questa volta hai avuto proprio buon gusto! Mi presteresti Adelina per qualche giorno? Voglio farle un ritratto.”

Aggiunse che difficilmente si prestava a ritrarre chicchessia, ma Adelina era così interessante che ne era ispirata. Colto di sorpresa, non potei far altro che assentire confessando di essere stato attirato dalla bellezza di Adelina, ma di non sottovalutare la sua intelligenza. Adelina, in quel tiro incrociato di complimenti, ascoltava come se si parlasse di un'altra persona, oppure come se fosse proprio scontato che non si potesse parlare di lei in modo differente. Quando ritornai alle strategie del campionato di calcio di Diego, mi bruciavano gli occhi. Sentivo che in qualche parte del cervello si distillava un sottile veleno, in dosi minime, eppure capaci di procurarmi un oscuro malessere. Due giorni dopo Adelina mi disse che sarebbe arrivata tardi perché andava da Gina a posare per il ritratto. Quel pomeriggio rimasi in casa a leggere il giornale dalla A alla Z. Le problematiche economiche delle grandi Holding si alternavano con i battibecchi della Destra e della Sinistra. Sapienti economisti, astrologi, politologi davano consigli per un improbabile futuro. Omicidi, stupri, tradimenti imbrattavano le pagine cittadine. E’ incredibile che una città così quieta nasconda nel seno, come un cesto di serpi, una tale quantità di criminali, pazzi, maniaci. Le pagine d’arte e di letteratura erano sbiadite. Tutto sommato preferivo le commosse iperboli di Guido. Quando suonò il campanello ero in uno stato di profonda nevrosi. Ormai non riuscivo più a concentrarmi sulla pagina. Immaginavo Gina accarezzare il viso di Adelina con le mani sporche di mastice, seguire le linee del collo, scivolare dentro la camicetta… 

Dopo tre scampanellate realizzai che qualcuno era alla porta: era Adelina.

Sebbene avesse le chiavi, volle annunciarmi il suo arrivo.

Come entrò in casa, si diresse verso la camera da letto e si tolse le scarpe senza dire una parola. Pensavo che volesse dimostrarmi che non era successo niente fingendo di avere voglia di andare a letto, oppure le carezze di Gina le avevano fatto venir voglia di fare l’amore e voleva essere soddisfatta da me.

Dissi che ero stato tutto il pomeriggio in casa e che ora volevo uscire: proposi di andare a cena dal Riccio.

Il Riccio Marino aveva appena aperto. I camerieri sfaccendati, a braccia conserte attendevano i clienti sull’uscio. Ci sedemmo in un tavolo a ridosso della parete di fronte all’entrata. Il muro era tappezzato da ciottoli levigati; grigie reti da pescatore incrostate di finto muschio e di conchiglie penzolavano dal soffitto. Un cameriere accese una lampada proprio sopra di noi allungandoci  la carta del menù. Prendemmo spaghetti al granchio, che era il nostro piatto preferito. Adelina leccava e succhiava le chele con ingordigia. La punta della lingua esplorava ogni possibile anfratto uscendone colorata d’olio giallo e dell’essenza rosa dell’artropode. I suoi occhi avevano quella lucentezza post orgasmica che le conoscevo bene e di cui provavo un virile compiacimento dopo l’amore, ma che in quell’occasione guardavo con disappunto. Quella luce, sapevo bene, sarebbe durata per parecchie ore nei suoi occhi, perché Adelina era capace di rivivere tante volte il godimento nel pensiero e nella carne. Ritrovare sul suo viso quell’espressione mi procurava un intenso dolore, trasformando in filo spinato la pastasciutta che avevo appena mangiato. 

Quando ci lasciammo, mi diede un casto bacio. La notte mi agitai nel letto madido di sudore. Non so quante volte accesi la luce, quanti bicchieri d’acqua trangugiai. Se chiudevo gli occhi per tentare di dormire mi appariva il Riccio Marino, in penombra la lampada oscillava sulla mia testa con le reti del soffitto agitate da non so quale vento. Vedevo Adelina con le labbra macchiate da un rossetto troppo rosso. Nel tavolo accanto un uomo di piccola statura, dai capelli ricci e folti, che somigliava in modo inquietante a Gina, la fissava con sfacciata intensità, incurante della presenza dei camerieri che bisbigliavano e si facevano gesti d’intesa. Sentivo che Adelina avrebbe voluto sedersi al suo tavolo. Raramente in vita mia benedissi le luci dell’alba e il rumore degli spazzini che svuotavano i cassonetti dei rifiuti.

La volta seguente Adelina mi disse che doveva andare ancora a posare da Gina. In quei giorni mi ero rasserenato spiando in ufficio il suo comportamento con le colleghe. Mi dicevo che Adelina era troppo femminile per consentire un rapporto con Gina, la quale in verità non avevo mai sospettato fino allora di devianze sessuali. Per la prima volta godevo degli scherzi che Guido e Adelina si scambiavano, dichiarando un’attrazione che senza dubbio in Guido aveva un fondo di verità. Non so se avrei preferito che Adelina mi tradisse con un maschio o con una femmina. Quando venne in casa si tolse le scarpe e dichiarò perentoriamente che era troppo stanca per uscire, quasi a prevenire una proposta che invece non avevo alcuna intenzione di fare. Mi disse che Gina pretendeva che rimanesse immobile per un tempo lunghissimo e se prima si divertiva a vedere le sue mani lavorare la creta, quel giorno si era molto annoiata e affaticata, e non sapeva se sarebbe tornata a posare. Ascoltai con sollievo quelle parole, ma poi il veleno cominciò a circolare nel sangue e con le sue sottigliezze di loico mi suggeriva che forse quella volta non era stata soddisfatta, che Gina non era stata all’altezza.

“Ma no, abbi pazienza! Devi posare ancora, vedrai che all’inizio è faticoso, ma dopo, quando il ritratto è completato, si tratterà di rifinire i particolari e sarà divertente.”

 Con queste parole risospingevo Adelina tra le braccia di Gina, pensando che se tutto fosse finito, non avrei potuto procurarmi le prove di quella tresca incredibile.




 

 


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