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Ogni lettore, quando legge, legge se stesso. L'opera dello scrittore è soltanto una specie di strumento ottico che egli offre al lettore per permettergli di discernere quello che, senza libro, non avrebbe forse visto in se stesso. (da "Il tempo ritrovato" - Marcel Proust)

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Sa strangia

di Maria Rosa Giannalia
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Pubblicato il 17/01/2022 16:53:00

Venne nell’isola ma non fu per sua volontà. Per matrimonio, mi disse.
Sì, doveva sposarsi. Ma non era con uno di noi. Disse che era con uno della sua stessa isola che lavorava qui. E fu per questo che venne.
Quando arrivò a Cagliari era il dodici giugno del millenovecentosettanta. Era di pomeriggio ed era arrivata con suo padre. Mi raccontò che quando l’aereo, - un fokker a elica che sembrava un pullman del cielo con la sola differenza che aveva le ali - atterrò sulla pista di Elmas, aveva pensato di essere atterrata in un posto strano, un posto dove un vento fortissimo e caldo le aveva scompigliato quei suoi capelli biondi che cominciarono a sparpagliarsi di qua e di là come fiamme senza torcia e che lei non riuscì a fermare né a sistemare in alcun modo. Le altre poche donne scese dall’aereo non ci facevano proprio caso, anzi sembravano non accorgersi di quello scompiglio sulla loro testa e avanzavano sicure e dritte sulla pista, tenendo le valigie sospese a filo sul cemento.
Margherita si sentì avvolta in un silenzio che non aveva mai sentito prima: un silenzio colorato del giallo bruciato di tutta la vegetazione alta che cresceva lussureggiante e disordinata ai bordi della pista. Fu presa da una specie di ubriacatura, la stessa che continuò ad accoglierla ad ogni suo successivo sbarco sull’isola, quando, tornando dalle strade vocianti e affollate della sua città, si ritrovava, solo dopo un’ora, depositata in una culla ovattata e primordiale, in cui ogni suono cessava.
Margherita non aveva mai conosciuto quel silenzio. Aveva conosciuto musica, strilli di bambini, urla di adulti, strepiti di venditori ambulanti che andavano e venivano per le stradine strette dei quartieri della sua città di quell’altra grande isola da cui proveniva, la Sicilia, a vendere la frutta e la verdura, il pesce e le uova, i gelati, le olive, le pentole, le scope, le cianfrusaglie di casa a tutte le donne. Perciò, quella nuova atmosfera, intrisa di silenzio, quasi la smarrì.
Non era abituata. E nei giorni e negli anni della sua vita di sposa disperata, quando usciva di casa nella speranza di incontrare qualcuno che avrebbe raccolto la sua parola per restituirla accresciuta di altre parole, anche sconosciute, dovette rimanere sempre delusa. Nessuno le si rivolse mai direttamente e pochi ricambiarono il suo saluto. Prigioniera di quei silenzi, Margherita intesseva , nella sua casa, fili di discorsi articolati, arricchiti da tanti che pensi? e come stai? e da improbabili che ne pensi? e vieni da me!
Tuttavia attendeva sempre con un filo di speranza. Un giorno o l’altro, si diceva, avrò un’amica anche qui. E ogni mattina provava ad uscire: per le strade cittadine incrociava sguardi, ma solo di uomini che sembravano bambini nella loro piccola statura e quasi timorosi e tuttavia sfacciati ché lei i
loro sguardi li sentiva sulla pelle appena l’incontro dei corpi lasciava la mano all’assenza.
Decise che il silenzio della sua casa, privo di voci, quando il marito non c’era, dovesse diventare sonoro. E allora iniziò a cantare le nenie della sua fanciullezza con la voce di sua madre che gliele suggeriva sottotono alle orecchie.
E si faceva compagnia così. E dal silenzio della casa, la sua voce traboccava fuori, e scorreva nei marciapiedi e nella strada, e lei cantava e cantava e le vicine non si affacciavano mai neppure per dire buongiorno.
E allora lei usciva in strada, strisciava rasente i muri , nell’ombra, per giovarsi della frescura e per respirare il vento di maestrale e berlo e gonfiare i suoi polmoni uniformando il suo respiro a questo. La voce del vento, si diceva Margherita, è sempre una voce. Meglio del silenzio è questo respiro dell’isola che mi batte dentro. E non ricordava, Margherita, di avere mai avuto i capelli scompigliati con quella forza, i suoi capelli colore del grano di solito intrecciati per non infastidire lo sguardo ma questa volta disciolti per sentire la compagnia di una carezza. E allora la solitudine sembrava meno solitudine se la pelle del suo volto era attraversata da tutti quei fili sottili mossi dal vento come mille dita a toccare il suo volto, ad asciugare le sue lacrime, a consolarla dell’assenza di voci e di amiche.
-Itta si boli nai custa strangia? - cosa vuole dire questa straniera?- sentì per caso dire ad una vicina una di quelle mattine della sua solitudine, in cui la disperazione l’aveva afferrata più forte e l’aveva gettata fuori dalla porta. Quella domanda non era per lei ma riguardava lei senza coinvolgerla. Aveva però ben capito, ché, nei silenzi che l’avvolgevano, qualche frase riusciva a coglierla con l’angoscia di farla anche sua ma senza riuscirci: quella lingua era stata a lungo per lei come pioggia di diversa acqua di un altro pianeta. Anche senza confronto, però, la ripetizione dei suoni le aveva portato infine anche i significati. Ma .non osava rispondere per paura. Sapeva di essere una strangia , come sentiva vagamente che la chiamavano tra loro le donne del vicinato, ammiccando con il mento e lo sguardo verso di lei. Imparò così ad ascoltare. E quando Bonaria, la sua vicina piccola e magra, un giorno la vide passare per caso, Margherita ripagò il suo sguardo con un grande sorriso. Bonaria non parlò né sorrise, solo allungò il suo braccio e nella mano aveva un piccolo pane con la crosta dura e tagliuzzata a cresta di gallo: -Coccoeddu si zerriara, Margherita, coccoeddu - coccoeddu si chiama, Margherita, coccoeddu-.Margherita allungò la sua mano e sorrise.

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