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🖋 Premio Il Giardino di Babuk - Proust en Italie - VIII edizione 2022
 

Ogni lettore, quando legge, legge se stesso. L'opera dello scrittore è soltanto una specie di strumento ottico che egli offre al lettore per permettergli di discernere quello che, senza libro, non avrebbe forse visto in se stesso. (da "Il tempo ritrovato" - Marcel Proust)

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Tamerisco VI seconda parte

di Salvatore Solinas
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Pubblicato il 26/04/2022 16:51:11

VI

 

Colloquio con Tango

 

Un mattino mi recai da Michele, fu la prima e unica volta che entrai nel suo ufficio: una stanza tre metri per quattro i cui muri in calce, ingialliti, non conoscevano da almeno venti anni una mano di scialbatura. Il mobilio era costituito da una credenza stipata di cartelle, posta a fianco alla porta, e da una scrivania, di quelle che ancora si trovano negli uffici dei ministeri e nelle aule dei vecchi licei, con tre sedie di legno della stessa epoca e nelle medesime condizioni di sciata trasandatezza. Unica nota positiva era la grande finestra che si affacciava sul parco Duca Alessandro, un piccolo giardino all’italiana, ben curato dall’amministrazione comunale, dove d’estate si tengono i concerti all’aperto. Seduto di fronte alla scrivania, raccontai a Michele dei miei sospetti sempre crescenti, della paura che come marea montante si trasformava in vero e proprio panico. Mi capitava spesso in quei giorni di sentirmi osservato: una sensazione di disagio, come se due occhi mi fissassero intensamente. Mi accadeva soprattutto negli ambienti affollati. A volte mi giravo per sorprendere il proprietario di quegli occhi, senza risultato: attorno a me visi anonimi, distratti, di sconosciuti che passavano per strada, che fissavano lo schermo del cinema, che facevano la fila annoiati alla posta o in banca. Lui passeggiava avanti e indietro con le mani in tasca. Quando giungeva alla finestra sollevava il capo e si fermava, come se avesse riconosciuto qualcuno giù nel viale del parco, poi si girava, mi guardava con occhi assenti e ritornava indietro. Indossava una giacca di lino a quadretti verdi e neri sopra una maglietta e un paio di jeans neri. Gli dissi, per sdrammatizzare, che le scarpe marrone non si abbinavano proprio a quei colori. Mi rispose che erano in tono col colore della fondina della pistola che mostrò a tracolla sotto la giacca. Non so quanto scherzasse in quel momento.

“Ti stai facendo una fissazione. Non credo che qualcuno abbia necessità di spiarti o voglia farti del male. Stiamo indagando a tutto campo e non sembra esserci alcuna banda di malfattori. D'altronde conosciamo bene gli usurai della zona. A modo loro sono brave persone, al massimo qualche minaccia, nessuno arriverebbe a commissionare un delitto”.

“Tuttavia accade che gli usurai ricorrano all’opera di assassini prezzolati per intimidire, per dare una lezione ai debitori che si rifiutano di pagare” continuai io per rinfocolare il discorso nella speranza di trovare quella tranquillità che neppure l’esperienza professionale di Michele poteva darmi.

“Leggi troppi romanzi. Ti ripeto che non è il caso nostro. Se poi si trattasse di uno di fuori, ammesso che Pietro si fosse rivolto a un usuraio di un’altra città, che vantaggi avrebbe questi ad ucciderlo? Essendo Pietro in quella città un perfetto sconosciuto a chi sarebbe servito di esempio? E poi chi gli restituisce i soldi all’usuraio se Pietro muore?”

“Accidenti a me che mi sono immischiato in questo intrigo! Era una precisa regola della mia vita di non impicciarmi negli affari altrui!”

Avevo diffidato sempre di chi mi professava amicizia, di chi apertamente o con fare subdolo tentava di entrare in intimità offrendo confidenze gratuite. A volte mi domandavo se avessi l’aspetto di un prete cattolico, quando venivano a confessarsi ed io, come quello che con grandi smorfie di ribrezzo si tappa le orecchie, mi rifiutavo, fuggivo, mi rendevo irreperibile. Pure le donne mi erano insopportabili quando la relazione diventava seria e cominciavano le confidenze sull’infanzia, sulla gelosia nei confronti delle sorelle, sulla incomprensione dei genitori; tutti argomenti insomma che, come olio sulla strada, rendono il cammino insicuro e scivoloso. La caduta, si sa, è nel baratro di un progetto di convivenza o, peggio ancora, di matrimonio. Alle donne procuravo godimento e pure ne traevo per me stesso, non volevo dare e non chiedevo nulla di più. Non dicevo mai:- Ti amo, ti voglio bene- Dicevo: - mi piaci, ti desidero – Espressioni che appartengono alla sfera fisica del sesso, senza mai sconfinare nel sapore dolciastro del sentimento, in cui due anime vogliono fondersi in un magma amorfo d’estasi infuocata che, maggiore è la temperatura, più si trasforma in dolore cocente, per poi spegnersi nel grigiore della noia e della delusione. Questo io pensavo che fosse giusto, così ero allora. Tuttavia qualcosa era accaduto in quei giorni, che poneva il mondo fuori dal mio controllo: qualcosa di irrazionale come l’amore e la paura era penetrato nella mia esistenza.

“Prima o poi nella vita accade di doversi occupare degli altri. La paura, comunque sia, ogni tanto fa bene, ci ricorda che siamo esseri umani.” Disse serio Tango fissandomi da sopra le lenti rotonde che gli scivolavano sul naso

“E tu hai mai provato la paura?”

“Tutti i giorni. Col mestiere che faccio! Per quanto riguarda poi la vicenda del tuo appartamento, è da escludersi che sia opera di professionisti. Quelli non mettono a soqquadro la casa. Pensa che una signora si accorse che nella villa erano entrati degli estranei dalla scia di profumo che uno di essi aveva imprudentemente lasciato e che fu la traccia che ci portò all’assassino; per il resto, la casa era in perfetto ordine come l’aveva lasciata un paio di ore prima.”

“Perché, la signora poi è morta?”

 “Si, fu uccisa dieci giorni dopo. La torturarono perché era a conoscenza di un segreto che adesso non sto a dirti.”.

“Andiamo bene!”

“Non ti preoccupare, non è il caso tuo. Come ho detto prima, non sono professionisti e nemmeno zingari. Forse drogati, ma di solito quelli sfasciano il mobilio, sporcano le pareti con i prodotti organici, con le urine, per intenderci, o con lo sterco. Ti confesso che nel tuo caso mi sembra opera di un pazzo”

“Chi potrebbe essere?”

 “Per ora non saprei, ma sta pure tranquillo che prima o poi lo prenderemo” Ero completamente frastornato. Tornando a casa pensavo che veramente mi ero fatto coinvolgere in quella storia come un pivello. Mi tornarono in mente con sollievo le parole di Albertini, il suo studio nella penombra di spessi tendoni, il profumo del sigaro mischiato all’odore del pellame delle poltrone. Quella era la vita che mi si addiceva: nella tranquillità di una stanza, tra manoscritti antichi da maneggiare delicatamente con mani esperte. Delicatezza, non quella violenza che adesso era definita pazzia, imprevedibilità, avventura. Nella penombra della sua stanza invece si studiava ciò che non poteva essere imprevedibile, perché era già accaduto tanti secoli fa. Mai avrei pensato soltanto qualche mese prima che un giorno mi sarei preoccupato di Guido, della passione di Susanna, che mi sentissi legato dall’amicizia di Michele, dei Cabrini, e perfino partecipe alle vicende di quella coppia malata di Pietro e Maria fino a rischiare la pelle. Per non parlare della relazione con Adelina che diventava sempre più esigente: non avrei mai creduto di soffrire di gelosia fino alle lacrime, di provare i timori e le impazienze adolescenziali. Sentivo di amarla profondamente e ne provavo sgomento. La possibilità di cambiare aria mi tranquillizzava: era come una buona boccata d’ossigeno. Mi attirava il lavoro di ricercatore all’Università, che ritenevo più interessante e prestigioso di quello da bibliotecario, ma soprattutto pensavo di poter dare un taglio a tutti quei rapporti umani che divenivano sempre più invadenti, che mi tenevano invischiato in storie assurde. Mi domandavo come avrei potuto portare con me Adelina: le avrei trovato un posto nella biblioteca universitaria che sapevo essere molto grande e importante; figuriamoci se prima o poi non avrebbero avuto bisogno di un’impiegata esperta e coscienziosa come veramente lei era sul lavoro. Così infine avrei smesso di pensare a quei misteri che, a detta di Tango, erano frutto della mia fantasia. Insomma, sognavo di rinchiudermi in quel guscio di stoica solitudine che mi proponeva Albertini. Come spesso accade nella vita di cui crediamo essere gli artefici, furono gli eventi, non dico a decidere per me, ma a dare una buona spallata, a spingermi, a costringermi a una decisione che allora rimandavo e che un senso di colpa ricacciava nelle stanze buie dell’inconscio. E fu infine Adelina, con la forza primordiale di una scossa tellurica, a scardinare le porte, ad abbattere le mura della fortezza che io ero, o meglio, dentro la quale mi nascondevo posseduto da timori e  angosce represse.







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