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Tamerisco XIV parte seconda

di Salvatore Solinas
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Pubblicato il 27/06/2022 17:13:09

XIV

 

Pietro racconta



Uscito dalla biblioteca andai dal dentista. Ero d’accordo con Adelina che  per quella sera ognuno sarebbe andato per i fatti suoi. Da tre giorni ero tormentato da un fastidioso e subdolo mal di denti. Nella sala d’aspetto c’erano una suora e un signore anziano. Cercai in mezzo alle riviste un annuario che riportava le immagini della città come era dall’inizio del Novecento. Ogni volta che andavo dal dentista, raramente per fortuna, mi deliziavo a contemplare quelle foto e le didascalie sotto che spiegavano di quale angolo della città si trattasse, ma più mi affascinava vedere la gente intenta alle sue solite occupazioni. Constatare che in fin dei conti poco o nulla era cambiato in un secolo mi donava un bel sollievo, un senso di stabilità; ero felice di sapere che la gente comune, operosa e onesta abitava quei palazzi che erano sopravvissuti alle intemperie e ai bombardamenti delle guerre; le persone stavano oziose oppure affaccendate per le strade che non erano popolate da misteriosi occhi, da individui che andavano a curiosare dentro le case senza una chiara ragione. Insomma, il mondo a quel tempo era semplice e forse lo era ancora.  Attesi almeno tre quarti d’ora. Riccardo, il dentista, bardato di camice e mascherina di carta, come un vero chirurgo, mi salutò affacciandosi alla sala d’aspetto. Detestavo quella mascherata. Preferivo i dentisti di una volta che indossavano sempre lo stesso camice, spesso popolato di equivoche macchie di sangue e di altri liquidi organici, i loro bicchieri di carta dove campeggiavano ai bordi le impronte delle labbra del paziente che ti aveva preceduto. Sarà stato meno igienico, era tuttavia carico di un calore umano che la Medicina stava lentamente perdendo per ridursi a mera tecnologia. L’infermiera sorridente mi fece adagiare sulla poltrona reclinando lo schienale. Si iniziò con la pulizia dei denti. Sciacquare la bocca con un liquido verdognolo che virava al blu per la presenza del sangue delle mie gengive. Lei sorrideva e mi invitava ad aprire la bocca. Poi arrivava Riccardo, giovialone come sempre.

Spostava le labbra con uno strumento smusso e scuoteva la testa.

“Se non curi la pulizia, la parodontite ti porterà via tutti i denti.” Altra cosa che detestavo era essere sgridato come un ragazzino. Io protestavo che avevo dedicato alla pulizia dei denti almeno mezz’ora al giorno. Non bastava mai.

Fu allora che udii provenire dalla soglia della sala d’aspetto una voce ben nota che avvertiva della sua presenza. “Signor Coito” disse l’infermiera “Ancora qualche minuto e saremo da lei”. Avrei voluto alzarmi dalla poltrona, ma avevo il tubicino dell’aspirazione della saliva che mi premeva sul labbro inferiore fino a provocarmi dolore e lei continuava ad armeggiare nella mia bocca con strumenti per nulla rassicuranti. La lampada scialitica mi accecava. Rimasi inerte, rassegnato, aspettando che tutto fosse finito. Mi proposi di fermare Coito nella sala d’aspetto e di domandargli le ragioni del suo comportamento... Stavo sciacquando per l’ultima volta la bocca mentre l’infermiera lo chiamava ripetutamente senza ottenere risposta: Coito era andato, direi meglio scappato via. Uscito dal dentista, s’era fatta notte. Non mi rimaneva che tornare a casa. Mi fermai in un bar e presi un cappuccino; sarebbe stata la mia cena per quella sera. A un isolato da casa ebbi la sensazione di essere seguito. A un tratto vidi con la coda dell’occhio un’ombra staccarsi dal buio di un portone. 

“Ciao!” 

“Ciao” risposi voltandomi senza fretta. 

 “E’ un po’ che ti aspetto, temevo che non arrivassi mai più” 

Davanti a me stava Pietro che mi guardava sorridendo. Mi è rimasto impresso quel sorriso mite, avvolgente, carico d’affetto, il silenzio delle lunghe pause , mentre studiava con discrezione una qualche reazione da parte mia. Salimmo in casa; quando arrivammo sul pianerottolo ansimava ed era squassato da una tosse così violenta che temetti potesse morire per le scale.

“Stai tranquillo” disse leggendomi nel pensiero “Ne ho ancora per un po’, non per molto” Entrati in casa si sedette o meglio si lasciò cadere sulla poltrona. Aveva la fronte imperlata di sudore; le labbra violacee tremavano convulsamente. 

“Adesso mi metto calmo. Questa febbre non da tregua. Non vedo l’ora di riposare. Fa uno strano effetto sentirsi dire questo da un uomo che sta per morire! Non è vero?”

“Senti, in che specie di storia mi hai coinvolto?” attaccai per interrompere quel discorso che mi riusciva insopportabilmente penoso “Ho sentito dire che hanno tentato di ucciderti e Susanna è terrorizzata e vive nascosta chissà dove” 

“Scusami se ti ho coinvolto in questo affare, Maria mi ha sgridato, a volte mi tratta come un bambino. Cos'è mai un uomo debilitato e impotente, se non un bambino? E’ vero, hanno tentato d’uccidermi più di una volta: un mattino, stavo rientrando a casa, nella strada che abbiamo fatto insieme, ti ricordi? Un’auto ha tentato d’investirmi, mi sono scansato per miracolo, e lui ha invertito la marcia ed è tornato indietro. Ho fatto appena in tempo a buttarmi dentro il portone”

“Hai visto chi guidava? Certamente lo hai visto. Tu sai chi era.”

Sorrideva dell’ingenuità della domanda, con dolcezza, senza la minima ombra di ironia o disprezzo. I suoi occhi erano accesi e lucidi di febbre.

“Credi in Dio? Non pensi che nelle mie condizioni dovrei occuparmi seriamente del problema di Dio? Tra qualche giorno non ci sarò e ogni cosa non avrà importanza. Fino a poco tempo fa credevo che tutto sarebbe finito nel nulla, ora non ne sono più così sicuro. Non perché abbia paura o perché voglia costruirmi una speranza di sopravvivere. E’ vero che il pensiero della morte, quando mi prende, mi fa tremare dentro, come potrei fartelo capire? Ecco, è una vertigine, è un precipitare in un pozzo di cui non vedi il fondo. Tuttavia immaginare un Dio, un’altra vita, un aldilà, non ti fa stare più tranquillo, è per nulla consolante. Anzi, anzi!” Fece una di quelle lunghe pause indagatrici che mi mettevano a disagio al punto da renderlo insopportabile.  

Che proprio lui, che ne aveva fatto di tutti i colori, venisse a farmi la predica, a me che a momenti neppure lo conoscevo, mi sembrava inconcepibile; che per giunta pensasse di andare in paradiso, mi lasciava basito.

 “Eppure, per quanto mi sforzi, il pensiero di Dio mi lascia freddo. Un giorno ho parlato di questo con un monaco. Lui afferma che la fede è un dono divino. Se a me questo dono non è stato dato, me ne faranno una colpa, ne avrò colpa io?”

“Chi te ne farà una colpa?” domandai per metterlo all’angolo con le sue stesse parole. 

“Tu hai tanto da vivere. Questo argomento ti può apparire ozioso. Eppure l’unica certezza che abbiamo io e te è che un giorno moriremo. Quando ero bambino dormivo con mia nonna, lei russava e per questo prendevo sonno tardi. Avevo tempo di sognare ad occhi aperti, ma il pensiero ricorrente era: come farò quando lei sarà morta, quando non ci saranno mia madre e mio padre? A quel pensiero una sottile sofferenza s’impadroniva di me fino a strapparmi le lacrime. Non ragionavo che sarebbero passati parecchi anni prima che quegli eventi si avverassero e che pure io sarei diventato adulto, come mio padre. No, ero convinto di rimanere bambino per sempre. Era una convinzione viscerale, come quella di sentirsi immortali, sebbene la ragione ci dimostri che la vita deve inevitabilmente finire, che tutto ha un termine, e dopo… dopo non si sa. 

E pure adesso che l’AIDS mi divora, non posso convincermi intimamente che prestissimo, forse domani, sarò morto. Per questo non riesco a pensare seriamente a Dio”

Queste e altre cose mi disse in quella notte. Mi raccontò che appena comparvero i primi sintomi si rivolse a un amico medico che, visti gli esami del sangue, proclamò la sentenza, che equivaleva allora a una condanna a morte. 

“ Quando ti dicono che hai una malattia incurabile e che tra due o tre anni, alla meglio cinque, dovrai morire, pensi che in fin dei conti la vita è una lunga, insanabile malattia,  che molti non sanno che dovranno  morire tra un mese, un giorno, un’ora, e perciò non si disperano. Che differenza c’è tra me e loro? Nient’altro che il fatto che io conosco la scadenza approssimativa. Perché disperarsi allora? Ecco facevo questi ragionamenti, ma non ne traevo alcun conforto.”

Decise di lasciare Susanna. Fu questa su di sé una violenza dolorosissima. Eppure la sofferenza e l’emarginazione che si era imposto, per cui visse per  più di un anno da eremita, gli procurarono un fuggevole refrigerio, una pausa, un argine al panico che si stava impossessando di lui. Il dolore di Susanna, le sue scenate, la pena per lei, la tentazione di confessarsi, di dirle tutto, erano dolorosissime staffilate che lo avevano condotto tante volte sull’orlo del suicidio.

“Non domandarmi perché non l’ho fatto! Avrei liberato Susanna, le avrei fatto del bene. Sono stato egoista, codardo. Ci vuole coraggio a sopprimersi, anzi non saprei, forse ci vuole un cervello adatto, non il mio. Qualche tempo dopo ho incontrato Maria. Lei pure era malata e così decidemmo di metterci insieme, per farci compagnia. Ci lega tanta tenerezza. Lei è più forte, più coraggiosa di me. Se non avessi lei… Ecco ricado nei pensieri di quando ero bambino. Tutti pensano che sia stata Maria la responsabile del mio dissesto finanziario. In verità esso è cominciato molto prima che la incontrassi, e la malattia lo ha portato a compimento” 

E gli usurai, e i tentativi di ucciderlo? Aveva chiesto soldi agli amici, per lo meno a persone che credeva amiche. Ma quando la barca affonda tutti la abbandonano, e qualcuno ne approfitta per giunta. E i Cabrini? Mi guardava con infinita stanchezza. L’ora era tarda, credo che fossero le tre. Continuavo a porgli domande: cosa volevano da me quei malfattori, cosa volevano da Susanna, come aveva contratto la malattia?

Quest’ultima domanda la formulai tutta d'un fiato, sembrandomi di non avere alcun diritto di entrare nell’intimità della sua vita. Lui non rispose; col capo posato su un braccio, fissava il pavimento. Mi accorsi che dormiva. Gli toccai una mano: era gelida, madida di sudore. Il suo corpo emanava quel fetore che hanno i vecchi quando stanno per morire e sembra che la putrefazione sia già iniziata nelle viscere, prima che smettano di respirare, il cuore di battere e il cervello di sognare. Quando si destò gli domandai se voleva andare a letto, mi fece cenno di no col capo.

“Mi hai domandato come ho preso l’AIDS. Nella mia vita ho avuto molte donne, di alcune fui pure innamorato. Come capita a tutti. Con Susanna ero felice, molto, molto felice. Eppure a una festa in casa d’amici, in campagna, conobbi un tale: girava per le stanze con aria smarrita, quasi si fosse perso. Forse è nuovo, forse non conosce nessuno, pensai. A volte sorprendevo i suoi occhi su di me. Solitamente quando due sconosciuti incrociano gli sguardi salutano o sorridono; lui invece distoglieva gli occhi pudicamente e mi pareva, ma forse mi sbagliavo, che arrossisse. Si era instaurato tra noi, capisci, quel gioco degli occhi che appartiene ad esseri di sesso diverso, quando ha inizio la danza del corteggiamento. Quel gioco da prima mi divertì, poi ne fui infastidito. Pensai che fosse un mentecatto, un ritardato mentale. Per curiosità mi avvicinai e lo salutai. Lui rispose con cortesia, facemmo conoscenza.

Parlammo per più di un’ora. Mi sentivo meravigliosamente attratto dalla sua intelligenza, da quella finissima sensibilità, al punto di temere che una parola non appropriata, un gesto errato potesse ferirla.

Nonostante avessi subodorato a quale specie di persone appartenesse, anzi proprio perché sentivo quella devianza, mi intrattenni con lui per tutta la serata. Era passata una settimana e mi ero scordato completamente di lui, quando un mattino ricevetti la sua telefonata. Da allora mi chiamò tutti i giorni. Tu penseresti che fossi infastidito: proprio per niente.

Al contrario, aspettavo che mi chiamasse e se tardava ero preoccupato e ansioso, come un dolescente alle prime esperienze.

Un fine settimana m’invitò a casa sua. Se ti dicessi che la faccenda mi ripugnava, non mi crederesti. Eppure era proprio così. Allora, mi chiederesti,  perché hai acconsentito? Mi sono posto anch’io questa domanda. Non so risponderti con esattezza. Aveva un casolare in riva al fiume costituito dalla stanza da letto, da un tinello-cucina e da un bagno, arredato con quel gusto equivoco che mischia il carattere femminile a quello maschile. Forse era questo che mi attirava: era la curiosità di vedere, di sperimentare, di capire. Il mio amico monaco afferma che la perdizione dell’umanità non fu causata dal desiderio, dall’istinto, ma dalla curiosità dell’intelletto, dalla superbia dell’intelligenza che crede di essere sopra ogni cosa, perfino al di sopra dell’amicizia con Dio. Credo che abbia ragione: fu il voler capire sacrificando il mio sano istinto sessuale a condurmi in quella casa, su quel letto, dove il fragore della piena del torrente a stento copriva i suoi gemiti e la mia nausea.

Alcuni giorni dopo seppi da amici comuni che era malato. Il panico e l’ira mi travolsero: una sera andai a casa sua armato di un coltello a serramanico, per mutilarlo, per ucciderlo. Ma credo che a questo punto fosse penetrata nella mia esistenza qualcosa di diabolicamente sottile, un gusto insano del rischio, un disprezzo di quella salute che mi impediva di essere me stesso, di palpare le radici del mio essere. Mi pareva che il male vissuto a occhi aperti, sotto il vigile sguardo della coscienza, mi permettesse la discesa in quell’inferno personale che ciascuno di noi si porta dentro, facendo fragile, dissolvendo l’impalcatura di inutile e vile perbenismo che l’educazione e la morale ci costruiscono intorno.

Accadde così che tornassi su quel letto parecchie volte a consumare un rapporto ancora più nauseante e indecente, perché condito perfidamente dalla coscienza dell’autodistruzione. In quel periodo, a causa di grossi insuccessi finanziari, di attese deluse, si era impossessata di me una smania di annientamento…" Parlò a lungo di altre cose che non ricordo perché a un tratto mi addormentai sul divano e pure lui forse si addormentò. 

Quando mi svegliai, le prime luci del giorno penetravano dalla finestra. Pietro era in piedi “ Devo andare prima che Maria si svegli e non mi trovi in casa. Si preoccuperebbe moltissimo ed è così malata che ogni emozione potrebbe esserle fatale. Ecco che ritorno bambino! Una delle più grandi sofferenze della mia infanzia era la preoccupazione che mia nonna, svegliandosi dal sonno del pomeriggio, non mi trovasse in casa e fosse in pensiero per me che ero uscito a giocare in strada. La stessa preoccupazione che mi prende ora per Maria. Come vedi, quando si è vicini alla fine si ritorna bambini. Per questo, se c’è un Dio, non può essere che un padre buono, proprio un padre buono”. Mi guardò a lungo con un sorriso tra ebete e canzonatorio: “E’ questo che volevo dirti. Per questo forse sono venuto fin qui”.

Tante altre cose mi disse oltre queste che riferisco in modo approssimativo. Ricordo che mi parlò a lungo del significato della vita, problema comprensibilmente urgente in uno che sa di avere poco tempo da vivere.

Mi disse che grazie al monaco aveva capito che il senso della vita era in Dio, così pure il senso di ogni cosa e dell’intero universo.

Non feci obiezioni ma mi domandai per quale motivo dovevamo cercare il senso della vita in un Ente fuori di essa e non nella vita stessa. Pensai che probabilmente non conosciamo il senso dell’universo perché non ne sappiamo abbastanza. Quando saremo capaci di buttare gli occhi in quell’attimo in cui tutto ebbe inizio, allora capiremo il senso di questo espandersi, di questa corsa forsennata delle galassie. Sapremo allora l’inizio e la fine di ogni cosa. E mi tornò in mente il cerchio magico di Cosimo dove l’inizio e la fine si fondono e tutto diviene immutabile per l’eternità.

Chiamai un taxi e accompagnai Pietro in fondo alle scale. A stento si reggeva in piedi e in quelle condizioni, da solo, non sarebbe arrivato da nessuna parte.    




XV

 

Non dissi a nessuno di quella notte con Pietro, nemmeno a Adelina e a Michele. Ora ne scrivo perché quando si racconta una storia non è lecito tacere dei più intimi meccanismi che l’hanno determinata, tanto più che ormai alcuni dei protagonisti sono morti e altri sono dispersi chissà dove, o sono io perduto chissà dove. Per molto tempo, a proposito di quella notte, mi sono domandato come mai Pietro non rispose alla domanda di chi aveva voluto ucciderlo; eppure era evidente che aveva riconosciuto il suo mancato assassino, che anzi, avevo sospettato, gli fosse familiare. 

Mi domandavo che ruolo avessero i Cabrini in tutta quella vicenda; se prima di morire avesse egli trovato quella fede che credeva non gli fosse data; ma se è vero quanto afferma Nietzsche, che chi cerca Dio lo ha già trovato, ora di sicuro Pietro riposa tra le braccia del suo Dio buono. Sentivo in quei giorni la necessità di confidarmi con qualcuno d’assoluta fiducia. Incredibile! Io che ero assolutamente contrario alle confidenze, che consideravo le confessioni una forma insopportabile di autocommiserazione, avevo la necessità ora di parlare con un estraneo, uno psicologo forse, che avrebbe tenuto il massimo riserbo per il segreto professionale cui era legato. Tuttavia questi non poteva darmi interamente quello di cui avevo bisogno: non stavo cercando un metodo per rilassarmi, per convincermi che la vita poteva essere giusta così com’era. In realtà non capivo bene di cosa avessi bisogno: forse soltanto di parlare del vuoto in cui ero vissuto, per cui mi sentivo assolutamente impreparato nei confronti dei problemi che in quei giorni mi si ponevano dinanzi, senza possibilità da parte mia, senza il coraggio o la viltà di fuggire. Se da una parte avevo paura della vita e della sofferenza che essa porta in dote, non ero d’altra parte più capace di rifiutarla; per quanto provassi una sgradevolissima sensazione di ribrezzo al solo pensiero di immergermi in essa, non potevo più evitare d’insozzarmi nelle sue miserie. Pensai che poteva essere simile al fango  termale, che sprigionava un calore benefico, salutare al corpo e allo spirito. Fu quello un pensiero fuggitivo, la debolezza di un attimo. Questo discorso che pure ora non appare del tutto chiaro, figuriamoci come era confuso non appena affiorato alla coscienza e immediatamente ricacciato dall’orgoglio di un malinteso razionalismo in  quella parte di me più buia, più irrazionale e nascosta. 

Sentivo istintivamente che quel religioso con cui Pietro si era confidato faceva al caso mio. Sebbene non fossi alla ricerca di Dio, ma semplicemente alla ricerca di quella parte di me stesso che si era smarrita, di quell’io che era divenuto debole e pauroso, molle e informe, che domandava di ritrovare l’aspetto gagliardo, la durezza di un tempo. Se avessi capito allora che questo poteva accadere a patto che affrontassi la vita senza chiusure, senza paura, mi sarebbe stato risparmiato parecchio dolore negli anni che seguirono. Si sa che il senno del poi ha poco o nessun valore. Invano cercai di scoprire chi fosse quel monaco: né Susanna, né Maria Pergamena ne erano a conoscenza. Eppure quest’ultima era stata vicino a Pietro condividendo con lui l’angoscia e il dolore di quei giorni. Maria era fatta di un’altra pasta: lei viveva la decadenza fisica con contenuto distacco. Il sangue aristocratico le conferiva quella forza: i nobili sono abituati a convivere con la morte, a considerare la propria vita, come quella dei propri antenati, un fatto accidentale, un anello della catena interminabile che costituisce la famiglia. Così lei contemplava la propria malattia con la stessa rassegnata indifferenza con cui lo storico considera la decadenza e la fine di un regno.




XVI




Tu m’ hai amato. Nei begli occhi fermi

Rideva una blandizie femminina,

tu civettavi con sottili scher

 


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