L'identità non è un luogo, ma lo sguardo di chi quel luogo ce l'ha consegnato
Costantina, 1 novembre 1954
La radio gracchia. Il Professore Haddad chiude per l'ultima volta la porta di casa. Guarda le pareti bianche, l'ombra del gelso nel cortile, la polvere che danza in un raggio di sole; sente il silenzio farsi pesante come un macigno, un nodo alla gola che sa di addio.
Non ha più una cattedra, ha con sé solo il peso ignoto del futuro.
A Costantina l'aria è ancora ferma, ignara del fumo che di lì a poco scenderà dalle sue rupi, delle esplosioni che illumineranno il buio, del fumo acre degli incendi che riempirà le città invase dal fragore della guerriglia.
Il professore, assieme alla moglie Layla e al figlio Farid, mescolandosi a decine e decine di persone in fuga, raggiunge il porto di Algeri e imbocca la passerella.
Layla e Farid lo seguono in silenzio.
Con sé ha solamente quattro valigie pesanti, legate con lo spago.
Dentro non ci sono vestiti, ma secoli di parole.
Il molo è un grande ammasso di ferro: soltanto salmastro e grida. L'acqua è nera come l'inchiostro, le navi gemono contro le banchine mentre le ciminiere offuscano il cielo. Con lo sguardo perso di chi ha deciso di abbandonare tutto, il professore sa bene che adesso l'unica salvezza possibile è cercare un approdo verso l'Europa, prima che la guerra divori ogni cosa.
Torino, autunno 1968
L'aria sa di nebbia e fumo di fabbrica, anche di quello della fabbrica nella quale ora lavora come operaia Layla.
Farid ha quattordici anni e il passo di chi non vuole disturbare il mondo.
Se c'è una cosa che ha sempre detestato è il rumore insopportabile che solo gli esseri umani sanno fare.
Suo padre è morto un anno prima, lasciando un vuoto che divora il cuore e le viscere.
Come un automa, Farid cammina lungo Corso San Maurizio, si china sotto un grande platano e raccoglie una foglia gialla. Gialla come il deserto della sua terra. La tiene tra le dita come fosse un sottile segnalibro di seta.
Una volta a casa, nell'ingresso poco illuminato e stretto, Layla lo guarda con occhi interlocutori e preoccupati:
"Ancora, Farid? Le tasche piene di foglie secche. E' un'ossessione, figlio mio. Smettila, sembri uscito di testa. Si' pessi di ciriveddu come tuo nonno Calogero quando sognava di tornare in Sicilia e immaginava di vederla galleggiare nel mare d'Algeria."
Lui non risponde. Va dritto verso l'angolo della stanza di suo padre dove riposano le quattro valigie. Sono ancora lì, aperte, con quel loro profumo di mare lontano e quel sentore di cuoio vecchio, come se qualcuno le avesse posate lì in quel momento.
Farid ne accarezza una. Sopra a uno dei tanti libri c'è una piccola chiave arrugginita. L'unica cosa capace di aprire un mondo che non esiste più. Da una delle valigie estrae un volume di poesia araba, le pagine fini come veli. Inserisce una foglia tra i versi che il padre gli leggeva da piccolo per farlo addormentare:
"Il luogo più nobile al mondo è in sella a un cavallo in corsa,
e il miglior compagno nel tempo è un libro."
(Al- Mutanabbi)
La madre resta sulla soglia, spaventata da quel silenzio. Teme che per Farid non ci sia più speranza e che ormai suo figlio viva in un mondo che solo lui conosce e dentro il quale nessuno è autorizzato a entrare.
Farid sa che quel suo comportamento può apparire strano, ma per lui ogni foglia raccolta è una sorta di ringraziamento, il ponte che lo unisce al padre, a quel padre a cui deve tutto, perché gli ha insegnato quello che più conta nella vita:
"Figlio mio, impara ad amare i libri: sono l'unico modo per abitare mille mondi ogni qualvolta il tuo ti viene tolto."
Premendo delicatamente sul libro, Farid sente il fruscio della carta, della foglia raccolta, e l'odore del padre.
E' l'unico modo che conosce per non lasciarlo andar via un'altra volta.
Poesia ispirata alla lirica algerina degli anni '50
Il suono dei gelsi
Il cuore si è fatto stretto, ma la casa è grande.
Non piangere, Farid, il suono dei gelsi:
le radici fanno germogliare anche i silenzi,
e il domani fiorisce anche se ti fermi.
A.P.
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