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La ferita che cura la ferita: una donna ferita può diventare

di Annalisa Scialpi
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Pubblicato il 05/02/2019 17:36:54

La ferita che cura la ferita: una donna ferita può diventare migliore

In un mondo ancora pesantemente patriarcale, dove molti  mariti ‘fanno i bravi’ quando recitano il loro ruolo di consorti o considerano la moglie una proprietà (‘perché è indifesa, la poveretta, non sa cavarsela da sola!’) solo per concedersi, privatamente, scambi tra amici di  donne nude sui telefonini o condivisione di materiale pornografico sul web.  O dove canaglie sentimentali sempre ‘a caccia’ di stimolanti erotici in carne ed ossa si barcamenano tra menzogne varie tra un trastullo e l’altro, la domanda legittima è: cosa può fare una donna tradita che scopra di aver ‘investito’ anni a ‘curare le ferite’ del  povero marito incompreso dall’infanzia difficile? Lasciarlo, naturalmente. Ma questo non è sempre semplice. Subentrano sensi di colpa, spesso l’istrione è anche un codardo che ha allacciato vari rapporti sentimentali, senza mai impegnarsi in nessuno e non ha alcun desiderio di lasciare ‘il nido domestico’ fonte di sicurezza e di quella porzione di prestigio e di rispettabilità che ne deriva.

     Una donna ferita, in questi casi, soprattutto se possiede l’attitudine a ‘consacrare tutto all’amore coniugale’ o per predisposizione naturale  o per l’influsso di stereotipi culturali, deve ‘darsi una bella mossa’ per sviluppare capacità latenti come: intraprendenza, capacità di definire obiettivi precisi, pianificazione strategica, acquisizione di competenze e abilità di vita, utili nella vita personale e sociale. Potrebbe, per esempio, iscriversi all’università, cercare un lavoro, dedicarsi a una manualità artistica, scrivere, dipingere. La ‘ferita’ può essere occasione per passare in rassegna la propria vita e sviluppare quei talenti nascosti che le daranno la possibilità di allargare lo spettro delle proprie potenzialità. Le vendette sono sterili e dannose, soprattutto per chi le mette in atto. L’umiliazione e la rabbia possono così trasformarsi in risorsa se incanalate in obiettivi specifici e stimolanti. E’ importante riscoprire i propri talenti per ‘riprendersi la propria vita’ e con essa, la possibilità di decidere se vivere in solitudine, con maggiore presenza nella dimensione sociale o assistenziale, con un ritrovato spirito di condivisione femminile, dedicando del tempo ad un lavoro gratificante o aprendosi alla possibilità di un rapporto. Perdonare il ‘farabutto’, in questo caso, è importante per non coltivare inutili rancori che distruggerebbero l’eventualità futura di un rapporto felice, pieno di intimità, condivisione e supporto affettivo con un uomo degno.

Il rapporto fallito e la ‘ferita’ sentimentale derivante da esso ha, inoltre, un ruolo: quello di farci comprendere la vulnerabilità che ha fatto in modo che attirassimo un simile uomo nella nostra vita. Quel rapporto ‘sbagliato’ è entrato nella nostra vita per curare, paradossalmente, la ferita di un genitore assente o violento o che, comunque, ha lasciato un senso di vuoto e di insoddisfazione durante la nostra crescita. Quindi il farabutto ha avuto il merito di aiutarci a guarire quella ferita dell’anima, per ritrovare la nostra integrità e la nostra autostima. In ogni caso, è meglio liberarsi della convinzione, tipica della donna ferita nel ruolo di vittima, che il ‘poverino’ ha delle problematiche che spetta alla sua donna di guarire. In effetti, il ‘poverino’ ha delle problematiche, ma la condiscendenza non fa che aumentarle, oltre ad enfatizzare tutti gli aspetti negativi del carattere che ad essa sono connessi. Ma una moglie o una compagna non è un’assistente sociale o una psicologa e anche se lo fosse, non potrebbe esserlo per ‘il suo uomo’, perché non ha il distacco professionale necessario alla terapia. Quindi è bene che il dongiovanni, messo alle strette, decida cosa farne della sua (penosa, se solo lo sapesse!) vita. La responsabilità della donna è quello di riaffermare il suo destino, perché talvolta è necessaria la ferita per curare la ferita.

Annalisa Scialpi, pedagogista.   


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