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Della terza lettera a chi, o meglio

di Robert Wasp Pirsig
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Pubblicato il 16/07/2017 13:00:45

 

 

Da qui in avanti giro come un’ombra

tra rigo e rigo, da parola a parola, persino

sulle sillabe mi allungo. Tu non lo vedi, nè

io sottolineo dove l’ombra poco si impegna

alla diffusione della forma. Constata come

segno i miei confini. Vengo da un punto infinito

ma non sono il solo. Vengo quindi da una lucina

in carne ed ossa. Sono l’ombra che scurisce i toni;

le palpebre, le palpebre delle vocali dovrebbero

stringersi un poco e la voce acquistare ombra,

che è poi l’eco quando rimbalza in chi ti ascolta,

permettendo di apparire in un punto del discorso

in cui la tua passione accoglie lo iota che nascondo

o quel grafema inusuale non asservito a qualche

comunicazione. Sì, è così, giacché mi entusiasma

si propaghi questo gioco e, da amante che gioca

all’amore, prediligo la strategia dell’ombra

- la mia propria, la tua portata, forse tremolanti

per questa ragione.

Riesci, adesso, a scorgere come ammasso

lemmi? Non dove capita, ma sotto la tua luce

che getta ulteriori ombre più nette delle mie

sfumature. Le accentuo mentre godono di te,

anzi, mi aiuta che si raccolgano in un profilo: il tuo.

Danno statura da punto a punto, benché mi riducano

a cosa. Io che torno a cosa, mi stendo e tu

che dici? Niente. Il silenzio, dove c’è l’origine

di un deserto. Capisci? Questa è un’oasi, come la

chiamiamo, è una distesa di voce, non farebbe per me

scoprire la fisiognomica di tante dune. Così

è il deserto che si mostra al tuo vento, oppure

tu viaggi con la tua carovana di pensieri. Potresti

avere capelli grigi, o un berretto da baseball,

una kefiah o un basco, addirittura un elmetto:

io ho consonanti sacre, della fede nel verbo. Tu

incespichi nella selva di virgole: io davvero

sono caduto a questo punto. Puoi cogliere

la mia ombra in questo spazio, la sua pressione

che non curva la pietra di un qualche muro secco,

ruderi di intenzioni che pesano da sole.

Mi stendo con il preciso scopo delle parole

mimetiche: celare, non tanto il senso, quanto

proiezioni intrattabili altrimenti. Anche tu

cerchi una luce che ci sopravviva: se c’è,

nessuna sofferenza. Comunque, non sarò io

a darne, o addirittura accenderla, ma tu

dopo avermi spento. Fallo subito: mi piace

apparire a volte, a volte non dritto.

 

 

 


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