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Premio "Il Giardino di Babuk - Proust en Italie" VII Edizione 2021
 

Ogni lettore, quando legge, legge se stesso. L'opera dello scrittore è soltanto una specie di strumento ottico che egli offre al lettore per permettergli di discernere quello che, senza libro, non avrebbe forse visto in se stesso. (da "Il tempo ritrovato" - Marcel Proust)

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Il viaggio (gli dei)

di Quin
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Pubblicato il 29/11/2020 22:26:50

 

                                  IL VIAGGIO

                                     (gli dei)

 

                                                         A quale gioco bizzarro giochiamo?                                                               Non è un gioco, è solo dove andiamo.

 

Dal niente, un prima di buio infinito

Più lui che noi, ricco e avvolgente,

Umido, caldo, simile a niente

Nel tempo lento che batte rotondo                                   

Da toni ed echi arcani scandito.

 

Poi, come uscendo da un mare profondo

Si spezza il velo dell’acqua in frammenti,

Fradici ancora, sorpresi, dolenti,

Soggetti a nuova forza e a nuova legge,

Eccoci entrati altri al nuovo mondo.

 

Come un cristallo che si infrange in schegge

E ti disvela ciò che stava dietro

Mentre per sempre può ferirti il vetro

Il guscio fragile più non comprime

E ciò ch’è solo ormai da solo regge.

 

Quel vento troppo freddo che ci opprime

E ignoti mali venuti dal niente

Luci accese poi spente, accese e  spente:

Nasce un’attesa che a tratti finisce

In pause che la quiete mai redime.

 

Il dolore provato non sparisce

E il corpo, vulnerabile confine,

Mai più è lo stesso, il prima è alla fine

Dissolto in tracce già labili e scarne

Anche se il tempo quel taglio guarisce.

 

Il corpo, lui, la scatola di carne,

Che non contiene né è contenuto

Pure pare che sia a forza tenuto

Fra la paura in bilico e il coraggio

A prender colpi ed altrettanti darne.

 

E’ iniziato oramai un lungo viaggio

Fatto di mostri osceni divoranti

Forse alle spalle o forse più avanti

I ringhi a sopraffare i guaiti

Sotto un sole di cui siamo l’ostaggio.

 

Intanto solo afasici vagiti

Ma già ci parlano onnipotenti

A noi confusi e ancora balbuzienti

Come un vento caldo, una brezza,

Gli dei, da sempre solo presagiti                             

Nella loro infinita grandezza:

Come sostiene tiepida la notte

L’acqua, la stessa del mare che inghiotte

Là dove speri, le speranze tolte,

Loro, insieme, timore e salvezza.

 

Tremendi Quelli ma a incontrarli, a volte,

Fra faggi a cerchio antichi e nodosi

E pioppi filtro a fasci numinosi

Per ogni dove di colpo diffusi

Dolcissimi. Noi, le membra disciolte.

 

Sono tempi tremendi e confusi

Tutto accade ma tutto è inusuale

Tutto è di fronte, nel bene e nel male

Nel mentre che assoggettati subiamo

Poteri e forze e da cui siamo esclusi.

 

Non siamo soli e tanto più lo siamo

Scoprendo gli altri umani differenti

Come più saldi e completi e presenti,

Integri loro, e forse in agguato

E li cerchiamo ma prima li temiamo,

 

Perché chi mai che la vita ha iniziato

Accosterebbe uno non suo figlio,

Con la paura del morso, dell’artiglio

Pericolosi come sono e siamo

Senza esservi spinto o trascinato?

 

Pure, se fra di noi non ci scontriamo,

Ancora chiusi dentro a un nostro regno

Ma mossi da un odore, un gesto, un segno,

O da sogni tuttora indefiniti

A ogni incontro curiosi ci annusiamo.

 

Suoni sconnessi, ringhi o grugniti,

E grida di rabbia e di pianto

 

(Da quando Eva la mitocondriale

Disse “pericolo” e poi “figlio” e “grotta”,

E’ una catena mai più interrotta,

Forse arricchita ma non più di tanto,

Di bizzarri versi da animale)

 

 Poi inventiamo il sacrificio e il canto

In un gioco che ancora oggi perdura

Per farci spazio fra Loro nei miti.

 

Per ottenere una più assidua cura

Da quei demiurghi dall’ignota prole

Rubiamo loro le prime  parole

Di una lingua mai bene imparata

Contro un mondo che ancora fa paura,

 

Ma quel prima, o quell’ora incantata,

Dimenticato, subito sepolto,

Per sempre resta senza più un volto

Della coscienza relegato al bordo

Come parola mai più pronunciata,

 

Nell ’inspiegabile sognoricordo

Di un tempo indicibilmente felice

Presenza troppo forte, cicatrice

Che, come fossimo poveri o poeti,

Ci risprofonda in un bisogno sordo.

 

Crescono dentro mirabili reti

Come giocano in mare i delfini

Di quegli Dei superiamo i confini

Che mai avremmo osato varcare

E li scopriamo prossimi e consueti.

 

Però al contrario di loro del mare

Cominciamo a vederci speciali

Noi vuoti che non trovano uguali

Esistenze di essenze a brandelli

Mossi a presumere, a rivendicare.

 

Non siamo un poco noi come Quelli

Capaci di fare e di disfare

Di creare, uccidere e annientare

Forse su un’altra sfera, un altro passo,

Ma ugualmente potenti, forti, belli?

 

Com’è altra la scheggia da un sasso

Una spiga da un rovo di more

Un verso che canta da un rumore

Com’è diverso il grano dal loglio

Vediamo noi altrove e il mondo in basso.

 

Non bastano più l’ape e un trifoglio

Né un quadrifoglio, per fare un prato

Delle lucciole il fato è segnato

E del loro caotico bagliore.

Non siamo nudi, il mondo è già più spoglio.

 

Ma pazientiamo per secoli e ore

Le opere durano infiniti giorni

Albe, partenze, tramonti, ritorni

Veloci lampi, effimeri barbagli,

Ognuno nasce, ognuno poi muore.

 

Tutta la scena è fatta di dettagli

Di piccole figure tratteggiate

Dal tempo e da noi dimenticate

Nel quadro complessivo ch’è restato

Come fossero fuggevoli abbagli,

 

Perché è la stoffa che mostra il filato

E tante vite fanno una storia

Che prolungando una stessa memoria

Da fuori a dentro e poi da dentro a fuori

Costruisce al presente il suo passato.

 

Come una spugna d’acqua, di errori

C’impregna il tempo, e ci slancia avanti:

Siamo uguali, siamo unici e tanti

Oramai siamo, questo è certo siamo,

Dei nostri Dei non di troppo inferiori.

 

E anzi ingenuamente ibridiamo

Quei Grandi dalla storia invecchiati

Proliferano i bastardi nati

Da intrecci spuri come usucapioni

In stirpi che via via sostituiamo.

 

Altri miti, altre facce, altri troni

Le gerarchie, chi è di meno e chi tanto

Chi guarda o è visto, il cencio o il manto

E il pane e il sangue e l’acqua e il vino

Grandi sui servi i piccoli padroni.

 

Chi comanda è per sangue divino

La sua parola la chiamiamo legge

Sudditi e servi sterminato gregge

Dove l’uno all’uno è sempre uguale

Voce sottile, negata, al confino.

 

Si spezza in due la finta solidale

Schiera di chi ha conosciuto il terrore

Uno prostrato all’altro vincitore

Senza che l’altro o l’uno ne gioisca

Fra i due malati dello stesso male.

 

È necessario che uno perisca

O almeno ceda sé, dall’altro vinto

Come un colore da un colore è tinto

Come la luce crea l’ombra e la sfiora

Come una voce che un’altra zittisca.

 

Ma non è un gioco a due, c’è sempre ancora

Quella parola che mai più fu detta

E il silenzio che dentro ci getta

Mentre nel vuoto il vivere è immerso

Prende le nostre vite e le scolora.

 

Non ci fa vivi, ci passa attraverso

Nel ricordo di ciò di cui manchiamo

E un nome nuovo apposta inventiamo

E lo cantiamo ancora e ancora

Perché il suo vero rimanga sommerso.

 

Forse è legato al tempo che svapora

Come la fiamma è figlia del fuoco

Che per lui non siamo altro che un gioco

Piccole ombre al suo vivo cospetto

Qualche cosa che c’è soltanto un’ora.

 

Eppur ci muove, quel potere stretto

A risuonare in lotte di eco affini

Ma siamo mai veramente vicini?

(Una risposta un giorno tu l’hai data

Malgrado tutto non lo siamo, hai detto,

 

Tu che il gran vecchio di parola alata

Non tollerava, e in particolare,

La tua viva abitudine di andare

Correndo al mattino, allegro flutto,

A piedi nudi nell’erba bagnata).

 

Gira e rigira tutto intorno a tutto

E ad intervalli il fiume si inarca.

Cade la testa di qualche monarca

Quando una folla risponde a un richiamo.

Un vecchio mondo sembra ormai distrutto.

 

E questo ci fa essere: udiamo

Dei rumori che vengono da fuori

Per noi sono cannoni non rumori

E i cannoni son macchine cantanti

In vista di una morte, lo sappiamo.

 

Guardiamo non più in alto ma più avanti

Un vino rosso imbeve i nostri solchi

A fatica tracciati dai bifolchi

Linee confuse, faticate, estorte

Al sangue non di pochi ma dei tanti.

 

Col solo libero mandato a morte

Profanati, gli Dei sono lontani

Le loro spoglie contese dai cani

Che fanno ressa intorno alla caduta,

Muore una libertà mai stata nostra.

 

Dei vecchi tempi l’ora è venuta

Ma i tempi nuovi non sono cambiati

Cancelliamo confini assodati

Sotto un maglio che batte e ribatte

E il fiume il suo corso non muta.

 

Crescono intanto le parole esatte

Come algoritmi, costruiamo l’astratto

Non ciò che è ma ciò che viene fatto

Replicato in diversi assemblaggi

Ci nutre e sazia come un nuovo latte.

 

Nuove macchine, nuovi ingranaggi

Danno la vita a forze più potenti

Ci scopriamo capaci di portenti

Che con un incredibile clamore

Aprono nuovi infiniti paesaggi.

 

Anche se ancora a lungo si muore

Apre e chiude le porte il bifronte

Già alte svettano sull’ orizzonte,

Come soffici guglie incantate,

Torreggianti colonne di vapore.

 

E sono grattacieli sull’Eufrate

Destinati a portare fino al cielo,

Col nostro nome un nuovo vangelo

Di alti destini che sono già scritti,

Noi e le nostre scatole fatate.

 

Si cresce in fretta, a forza di conflitti,

Di rivolte a decidere chi siamo

Anche se in verità non lo sappiamo

Per quanto nuovi, arditi e forti.

Ma crescono i doveri e i diritti.

 

Nello spazio spalancato dai morti,

Dalla passione, da altrettanto odio,

Liberi il tempo di un episodio

Come avvoltoio che divora e vola,

Ci sentiamo ormai vivi, risorti.

 

La capovolta B di una parola

Sembra uno scherzo a cui ridiamo tutti:

Dimentichiamo presto i troppi lutti

Che a fatica fin qui ci hanno portato

E una nuova ricchezza ci consola.

 

Dio non è morto, è stato catturato

Riadattato su scopi più attenti

Il nuovo sogno che ci fa contenti

È l’esser parte di un grande disegno

Che ci promette un futuro incantato:

 

Siamo ciascuno una parte del regno

Tutto è possibile, tutto è concesso

Certo domani se non proprio adesso

Con sforzi tenaci e indefessi

Volontà, coraggio e assiduo impegno.

 

Siamo noi i padroni di noi stessi

Servi obbedienti perché non costretti

Non soggetti ma singoli progetti

Ognuno al centro di un sogno fecondo

Liberi infine e mai più oppressi.

 

Se non, forse, da un’ansia di fondo

Di aver più cose, più libertà, più noi

E non soffrire, no, né ora né poi,

Ché alla morte e al suo vile assalto

E’ negato per sempre un posto al mondo.

 

Lo sguardo fisso avanti sull’asfalto

Corriamo dietro al nostro miraggio

Per lo più ciechi ai compagni di viaggio

E a noi stessi, a ciò che ci pervade,

Stregati ormai da stelle non più in alto.

 

Ma tutto è scontato, tutto accade

Sanno forse le cavie nella ruota

Che esiste un’altra vita, forse idiota,

Di cui percorrere le ore quieti

Oltre a questa da cui non si evade?

 

“Per la salute di tutti i criceti

E degli animali in generale

Il movimento è fondamentale;

Nella cattività dei roditori

Una ruota o altri giochi discreti

Saranno di certo risolutori.

Tuttavia la sola ruota può farsi

Un alienante modo di sfogarsi;

Per questi animaletti giulivi

Si provvedano quindi altri accessori.”

 

Non siamo soli, siamo complessivi,

Un fluire continuo di parole

Mostrando tutto come pelli al sole

Troppo bruciati in un continuo affanno

Da sguardi che ci fan sentire vivi.

 

Parole in serie che neppure sanno

Cosa sia il silenzio dell’ascolto:

Come un abito che ti viene tolto

Mentre invece è l’altro che svestiamo

E sono uno per parte il corpo e il panno.

 

Ma ancora,  se fra noi non ci ignoriamo

Liberi a volte da ogni disegno

Come angeli volati sopra il segno

Oltre il quale ogni uomo si arresta,

A volte, rare volte, ci ascoltiamo.

 

E quando accade sempre è manifesta

La nostalgia di una qualche presenza

Di un dio di infinita pazienza.

Non quello che senza sosta ha sedotte

Le nostre vite e ancora le calpesta

 

E sostiene e lancia in alto e inghiotte

Così come col naufrago fa il mare

Blu nel profondo e bianco a spumeggiare

Mentre affondiamo sempre ripetendo

La parola che appartiene alla notte.

 

No, tutto un altro dio sarà attendendo

Dopo quello vissuto e infine morto

Senza alcuno a dargli conforto

Celato in lui ogni suo desiderio

Talvolta in pianto però mai ridendo.

 

Sì, venga il tempo di un dio poco serio

Che ci trasporti prima dell’ignoto

E ci insegni a volare sopra il vuoto

Scherzando insieme di ciò che finora

Era taciuto e del suo vituperio.

 

E sarà ridere e ridere ancora,

Di quell’abisso che portiamo dentro

Mettendoci un po’ fuori, non più al centro

Lo patiremo ma non come lo stesso

Come su un fiume un ponte dimora.

 

Verrà, forse verrà ma non adesso.

 

Intanto avanti come sempre andiamo

E continuiamo come sempre siamo

Spiriti persi in cerca di un dio

Come eravamo allora, al nostro ingresso,

Da quando siamo uno sproloquìo

Brusio per voce sola incessante

Parole altrui, parole apprese, tante

Parole dette ma dimenticando,

Parole a cui diamo il nome di io.

 

                                                E tu? Come, non vedi? Sto evolvendo!

                                                Ma no, chiediti se non stai morendo.

 

QuinOtt16

 


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