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Teatrin de vozhi e sienzhi


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Pubblicato il 24/05/2021 12:00:00

 

A òlte

 

Iè raro, ma no’ posso dir

de non sentirme mai solo

o orbo. Sì, a òlte vorìa

che te vegnissi fóra

da ’na vecia fotografia,

cofà pa’ liberarme de le robe

picinine del tenpo de ancuò

e de la vita che se strassina

co’l soito tran tran.

Forse no’ digo gnente

che no’ te sapi zà.

Comuncue, gò bisogno

de ‘ndare drento ’na pagina,

de tentare a spiegarme

parché no’ podarò pì vedare

’na imagine de ti

che no’ gabia zà visto e rivisto.

 

Iè raro, credame, ma a òlte

gò bisogno de scrivare

cofà on carbon ardente.

 

 

A volte

 

È raro, ma non posso dire

di non sentirmi mai solo

o accecato.

Sì, a volte vorrei che uscissi

da una vecchia fotografia,

così da liberarmi delle cose

piccole del presente

e della vita che si trascina

con il solito tran tran.

Forse non dico niente

che tu non sappia già.

Comunque, ho bisogno

di entrare in un foglio,

di tentare a spiegarmi perché

non potrò più vedere

un’immagine di te

che non abbia già visto e rivisto.

 

È raro, credimi, ma a volte

ho bisogno di scrivere

come un carbone ardente.

 

 

’Ncora sì

 

Digo ti a chi? Cue’i che ciamo

no’i respira pi sta aria.

So chi porto in-te ’l cuore,

ma chi ciamo lo sa? Gà

poca importanzha, del resto.

No’ me ‘speto gnente da le parole,

ma spero che ogni parola

no’ la rinforzhi e anzhi

che l’adolcissa l’ignoranzha

‘traverso le lagreme. No’ scrivo

pa’ sepeire el me tesoro,

né pa’ serare i oci. Scrivo

pa’ dire ’ncora sì, pa’ sentire

de esistere da cualche parte

e parché xe el modo pì senplice

de ricordare, in-tel ’l senso

che basta poco. Xe suficente

on foijo e ’na matita. Eco, Solo:

da tegnere a portata de man,

anca e specialmente pa’ canceare.

Oramai xe ’na roba

che fasso pa’ abitudine.

Alo steso modo de Emilio Isgrò,

canceo pa’ ricordare de no’ ricordare.

Zà, proprio cussi:

oblio e memoria i iè i me roghi.

 

 

Ancora sì

 

Dico tu a chi? Quelli che chiamo

non respirano più quest’aria.

Io so chi porto nel cuore,

ma chi chiamo lo sa? Ha poca

importanza, del resto. Non mi aspetto

niente dalle parole, ma spero

che ogni parola non rinforzi

e anzi addolcisca l’ignoranza

attraverso le lacrime. Non scrivo

per seppellire il mio tesoro,

né per chiudere gli occhi. Scrivo

per dire ancora sì, per sentire

che esisto da qualche parte

e perché è il modo più semplice

per ricordare, nel senso

che basta poco. È sufficiente

un foglio e una matita. Ecco.

Soltanto: da tenere a portata di mano,

anche e specialmente per cancellare.

Ormai è una cosa che faccio per abitudine.

Alla stessa stregua di Emilio Isgrò,

cancello per ricordare di non ricordare.

Già, proprio così:

oblio e memoria sono i miei roghi.

 

 

Fasso la pónta

 

Torno al foijo e a la matita.

Altrimenti devento mato.

Tuto canbia. O gnente.

Xe come se, colpìo in-te ’l profondo

da le parole de Thierry, fusse

precipità da on incubo a nantro.

Simie, ma diferente.

Gnente canbia. O tuto.

Forse morire ’na seconda òlta

zhonta calcossa.

La testa me s’ciopa.

Fasso la pónta a la matita.

No’ scrivo, ma disegno:

dó lapidi su le cua’i riporto

lo stesso nome e dó

date de morte che no’ le conbacia.

Sospiro.

Dopo giro el foijo.

Scrivo;

«Ovuncue te coli a pico,

l’abisso no’ esiste pì».

 

 

Appunto la matita

 

Torno al foglio e alla matita.

Altrimenti impazzisco.

Tutto cambia. O niente.

È come se, colpito nel profondo

dalle parole di Thierry, fossi

precipitato da un incubo a un altro.

Simile, ma differente.

Niente cambia. O tutto.

Forse morire una seconda volta

aggiunge qualcosa.

La testa mi scoppia.

Appunto la matita.

Non scrivo, ma disegno:

due lapidi su cui riporto

lo stesso nome e due

date di morte che non combaciano.

Sospiro.

Poi giro il foglio.

Scrivo:

«Ovunque t’immergi,

l’abisso non esiste più».

 

 

[ da Teatrin de vozhi e sienzhi - Teatrino di voci e silenzi, Renzo Favaron, Ronzani Editore ]

 

 


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