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Ogni lettore, quando legge, legge se stesso. L'opera dello scrittore è soltanto una specie di strumento ottico che egli offre al lettore per permettergli di discernere quello che, senza libro, non avrebbe forse visto in se stesso. (da "Il tempo ritrovato" - Marcel Proust)

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Intervista ad Alberto Arbasino

Argomento: Società

Articolo di Malcom Pagani 

Proposta di Giuliano Brenna »

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Pubblicato il 03/04/2011 16:07:07

Arbasino: i miei magnifici 81 anni

Il sonno della ragione genera mostre

di Malcom Pagani

(31 marzo 2011)

 

Il passato: Visconti, Calvino, Fellini. Il presente: Saviano, Fabio Fazio, Bondi. Parla il grande scrittore di Voghera. E spiega com’è cambiata la sua celebre ‘casalinga’: che oggi “passa le giornate in boutique a comprare le cose più stronze”

Certe seratine, le chiama Alberto Arbasino. E ricorda. Nomi e musiche, volti e voci. Pretesti per rimpiangere. “Con i Bellonci, Kiki Brandolini, Parise e Gadda ascoltavamo i 45 giri che riportavo dagli Stati Uniti. Frankie Lymon cantava “I’m not a juvenile delinquent” e l’ingegner Carlo Emilio poi mi telefonava angosciato dallo “strazio di quella vocina che si discolpa”. È passato mezzo secolo, forse più”. Ora che gli amici sono diventati “delle edizioni complete o degli indirizzi utili ai tassisti” e la nostalgia una distanza non sanabile dall’ottimismo: “Certo che mi mancano i miei compagni di conversazione. Là dove è seduto lei, un giorno ospitai Edmund Wilson”. Arbasino vive i suoi 81 anni con “quel poco che mi è sempre bastato”. Sorride, copre la bocca con un pudore antico, si preoccupa che il sole non disturbi l’ospite alzandosi tre o quattro volte con vigorìa indifferente all’anagrafe: “Diete, cammino e nessun tabagismo. Le uniche sigarette della mia vita le ho fumate per darmi un tono”. Ambiente monastico, una macchina da scrivere, un disordine domato dalla memoria: “Quel foglietto dovrebbe essere proprio qui”. In questi giorni, con Adelphi, Arbasino è in libreria con “America amore”. Novecento pagine sul suo ‘900 americano. Incontri, interviste, riflessioni, scrittori ubriachi. Pagine da aggiungere ai volumi che assecondando il flusso dell’abitazione-biblioteca riempiono anche il pianerottolo del suo appartamento romano. “In casa non entrano più, presto li regalerò al Vieusseux”.

 

Dice davvero?

“Mi riconosco raramente delle doti ma non ho mai mentito, detesto la vanità e sono assolutamente sincero”.

 

Anche con chi non le piace?

“In quel caso evito di occuparmene. Perché interessarmi di cose sgradevoli?”.

 

Angelo Guglielmi sostiene che lei sia il più grande scrittore italiano vivente.

“Il più grande non so. Uno dei più vecchi sicuramente”.

 

Assicura anche che possa essere molto antipatico.

“È vero. Con chi mi rompe le palle sono antipaticissimo”.

 

Non avrebbe dovuto fare il diplomatico?

“Non potevo girare il mondo senza scrivere una riga e raggiungere un’ambasciata periferica dibattendomi tra ruoli e concorsi, non mi faceva vibrare”.

 

Come ovviò?

“Recensendo cultura tra Parigi, Londra e New York. Da hobby del weekend si trasformò in un lavoro a tempo pieno. Non volevo morire in ufficio”.

 

Sotto il neon, ha detto, la scrittura diventa burocratica.

“Si ingrigisce. L’orario fisso rappresentò una delle ragioni di maggiore sofferenza del mio periodo di deputato”.

 

Tra il 1983 e l’87. Con i repubblicani.

“I colleghi si premuravano: “Potresti mandare avanti questa pratica? Io torno mercoledì”. Natalia Ginzburg era spesso stufa. Si annoiava. Mi delegava tutto”.

 

Proprio tutto?

“Eravamo nelle commissioni preposte alle sovvenzioni di teatri ed enti lirici. La cultura, oggi come allora, non interessava a nessuno. Le incertezze contemporanee sono il prodotto di un’atavica disillusione. Non ho più dimenticato la classifica che girava tra i banchi della Camera”.

 

Quale classifica?

“Nella graduatoria dei dicasteri ambiti dai partiti, il ministero dei Beni culturali giaceva al penultimo posto. Era l’Alcatraz dei trombati. Così ai Beni culturali mettevano chiunque, con spiccata preferenza per i politici in disgrazia”.

 

Si capiscono molte cose ascoltandola.

“Ignoro se l’attuale desolante andazzo sia una filiazione dell’ignavia di allora e se anche adesso, quando si designano i nomi, si ricorra ai trombati. Però è un peccato. Gli unici che in questo trentennio abbiano interpretato degnamente la mansione sono stati Ronchey e Rutelli”.

 

Di chi è la colpa?

“Della mancanza di cultura della classe dirigente. Allora, penso ad Adolfo Sarti, in Parlamento c’erano persone di grande qualità. Nella decadenza attuale, simili gentiluomini non esistono più”.

 

Quindi?

“Vecchie solfe. Il sonno della ragione genera mostre, di preferenza brutte”.

 

Arbasino legge i contemporanei?

“Forse è colpa mia, ma non riesco più. Alla mia età svanisce l’interesse, il piacere, la curiosità per la fiction. Preferisco un libro di memorie, un buon catalogo d’arte”.

 

Scrittori italiani che l’hanno colpita nell’ultimo ventennio?

“Chiedo scusa, ma non li trovo tra le coppie o gli intellettuali in crisi o nelle indagini dei commissari. Magari a Voghera”.

 

Duro.

“Non scorgo illuminazioni, francamente. Oggi conta solo stare in classifica e gli editor eterodirigono gli autori: “Qui deve entrare in scena il personaggio, il finale deve essere così”. Per me sarebbe stato inconcepibile”.

 

I suoi editor erano simili?

“Ho conosciuto editori di talento, una cosa diversa. Giangiacomo Feltrinelli, Livio Garzanti e il mio preferito, con cui non pubblicai mai, Valentino Bompiani. Fui suo inquilino per 30 anni. Rapporto magnifico, non mediato dalla convenienza”.

 

Èstato fortunato, Arbasino?

“Calvino mi scelse per primo. “Ti pubblicherò solo cinque racconti. Ora ti piangerà il cuore, ma in realtà ti faccio un favore. Nessuno recensisce o legge un libro più lungo di 170 pagine”. Aggiunse: “Se l’esordio va bene, ti aspettano all’appello che è spesso un tonfo. Ma il tuo secondo libro è già qui, sono gli altri 10 racconti”.

 

Secondo Raymond Queneau, Calvino era il contrario dell’umorismo.

“Era severo e serioso perché si applicava. Quando sento parlare di leggerezza calviniana, però sorrido”.

 

Con “Fratelli d’Italia”, il viaggio on the road del ‘63, fotografò l’universo letterario.

“L’ho riscritto tre volte, ampliato, curato. Ora arriva a mille pagine e può bastare così. Alcuni conoscenti si riconobbero. Andavano in giro giustificandosi: “È un disastro, ci siamo dentro tutti, ci sono anche io, ma naturalmente non sono così”.

 

Bandire le narrazioni da tinello è stato sempre un suo punto d’onore.

“Non sono specializzato nel ricordare le minestrine della zia o i motti dei nonni, però con la casalinga di Voghera io e Beniamino Placido non ci risparmiammo”.

 

Anche la casalinga si è trasformata.

“E imperversa. Rappresentava quanto di più convenzionale esistesse al mondo, oggi è all’avanguardia. Se si apre una nuova boutique, la neo casalinga è in prima fila a comprare le cose più stronze”.

 

Gli italiani?

“L’antropologia non è un’opinione e comunque, in senso assoluto non sono mai esistiti. Incapaci di dialogare, basta vedere un talk show. Urlano senza costrutto”.

 

La sua televisione era diversa?

“La tv di 40 anni fa era molto più libera del ring odierno animato da risse e tedio”.

 

Discutere le piace?

“Con Parise, Testori, Pasolini, Calvino e gli altri cari amici morti troppo presto ce lo dicevamo: “Quando saremo vecchi litigheremo dicendoci sul muso ogni cosa”. Non abbiamo fatto in tempo”.

 

Con Antonioni e Visconti riuscì nell’intento.

“Anche con Strehler. Vivevano di adorazione riflessa e ragionavano soltanto dal superlativo assoluto in su. Se la critica non era un peana, ti toglievano il saluto”.

 

Si lamentavano con i suoi direttori?

“La polemica fa la felicità del direttore”.

 

Che rapporto aveva con i numi del cinema?

“Visconti e Fellini mi avevano chiesto di fornirgli idee. Si trattava di perdere giornate intere per antiquari o esposti ai venti invernali di Fregene. Vassallaggio puro, subordinazione. Rifiutai, ci fu qualche dissapore”.

 

I maestri sono galassie complicate. Ricorda la sua celebre tripartizione?

“Giovane promessa, solito stronzo, venerato maestro. Non l’ho dimenticata e non faticavo a capire Flaiano. Dopo qualche anno non sopportava più Fellini. Il viaggio in America con Federico in business ed Ennio stretto in economica rappresentò la goccia. Flaiano era deluso, ferito”.

 

Lei si diverte ancora?

“Con qualche cena. In generale, diffido dell’epica giovanilistica e tengo a bada i rari adulatori”.

 

In che modo?

“Basta una segreteria telefonica”.

 

Ricorda il giudizio di Gianni Brera sull’“Anonimo Lombardo”?

“Una sintesi mirabile: “A parte che l’è tutta ‘na storia de culattoni, e’ l scriv ben, l’è brào, e l’è de Voghera”. Mi divertì”.

 

Nei libri lei ha spesso anticipato i tempi.

“In “Super-Eliogabalo” c’è un’inflazione di elenchi. Mi pare siano di gran moda”.

 

In tv li ha lanciati Fabio Fazio.

“Un conduttore educato, gentile”.

 

Conosce anche Roberto Saviano?

“L’ho incontrato. Mi sembra molto soddisfatto di sé, trionfante. Nella performance è bravissimo”.

 

La morte la spaventa?

“Avevo più paura da giovane. Il timore di non riuscire a esprimersi è più invadente della clessidra che scorre. Ho composto qualche sinfonia forse memorabile e molta musica da camera. Mi consola. Da ragazzo disperavo di terminare “Fratelli d’Italia”.

 

Sentir parlare di rievocazione la turba?

“Mi insospettisce. Ricordo bene i trucidi volti degli sloganatori del ‘68 italiano. Certi ghigni prefigurano un’infelicità futura. Omicidi, violenza, terrorismo. Durante le estati in California entrai in contatto con i movimenti. I flower children e gli universitari di Berkeley e Stanford. Aria buona, festosa”.

 

Poi cosa accadde?

“Cambiò il clima. Quando osservo anziani che motteggiano aulici: “Abbiamo fatto il ‘68” provo pena. Parlano di giornate importanti e se scavi, rammentano solo quella di Valle Giulia. È ridicolo”.

Adorno, un suo amico, ne soffrì.

 

“Morì di delusione contestato dai dottorandi ingrati che seguivano le sue lezioni. Aveva creduto di poter guidare le folle e si ritrovò superato a sinistra da Marcuse”.

 

Chi erano secondo lei i leader italiani?

“Modesti studenti che uscivano da scuole pessime, oggi come allora. Carrieristi di professione. Opportunisti. Ho sempre detto che non sono un intellettuale, men che meno marciante. Non urlo io, non scandisco un bel niente”.

 

Cosa pensa dei diritti civili dei gay?

“Che è più saggio scriverne presso un notaio. La mania di metter su una famiglia legalizzata è un riflesso narcisistico”.

 

Cosa avrebbe detto Pasolini?

“La sua passione erano i ragazzini. Minorenni e sottoproletari. Con l’avvento del Telefono azzurro Pier Paolo avrebbe avuto dei gravi problemi legali tutte le sere. Immaginarlo 80enne, magari accusato di pedofilia, mi fa male”.

 

Altri tempi?

“Parole come gay non si usavano”.

 

Non le piace?

“Non particolarmente, ma la accetto. Al politicamente corretto, preferisco l’antica mancanza di categorie con etichette”.

 

Che impressione le fa il sabba di intercettazioni sui giornali?

“La privacy si è ridotta a strumento ottocentesco. E' singolare che in questo fiorire di brani rubati all’intimità non vengano mai fuori politici o escort gay. Cambiano i gusti”.

 

 

Da “L’Espresso” n. 13 – 31 marzo 2011

http://espresso.repubblica.it/



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