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Pazienza = pensiero non turbato

Argomento: Letteratura

Saggio di Giulia Niccolai 

Proposta di Redazione LaRecherche.it

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Pubblicato il 19/04/2012 20:57:24

- composto nel 2010 e recentemente aggiornato -

 

 

ROVIGATTI

 

A 75, dopo che per anni non ho più avuto niente a che fare col mondo della poesia, in un periodo brevissimo di tempo, senza che muovessi un dito, si sono materializzate una serie di iniziative che mi danno la sensazione di poter chiudere in bellezza, spiegando chiaramente la ragione di certe mie scelte che hanno lasciato molti perplessi, in passato.

È come se mi venisse data la possibilità di pareggiare tutti i conti prima di lasciare questo mondo, e di questo sono grata e divertita.

Eloisa Guarracino, figlia del poeta e critico Vincenzo Guarracino, sta scrivendo una tesi sulla mia opera poetica (poesie lineari, concrete e visive), e mi ha informato un paio di settimane fa, di voler darle il titolo: Dalla poesia sperimentale alla poesia sperimentata. Ne sono rimasta entusiasta perché questa sua scelta riassume telegraficamente un percorso molto intenso, sofferto e importante della mia vita e dunque anche del mio lavoro..

Un’altra amica, Paola Giambelli, che sta lavorando a un video su di me (quale poetessa e monaca buddista), al suo lavoro vorrebbe dare il titolo: La poesia come gioco e la poesia come rivelazione. E anche questa sua scelta – ancora più esplicita di quella di Eloisa, ma molto in sintonia - proprio per questa ragione mi emoziona.

Milli Graffi sta curando per Cortellessa e la sua collana della Nuova Italia, Fuori formato, l’antologia di tutta la mia poesia che dovrebbe uscire nella primavera del 2012.

Ieri ho ricevuto da Franca Rovigatti l’invito di partecipare al convegno PoEtiche che avrà luogo a Roma dall’11 al 17 ottobre.

Anche in questo caso quella E maiuscola rappresenta una pennellata di perfezione. Mi convince a partecipare anche perché evoca un mio testo del 1990: «Ho la quasi certezza di essere stata una foca in un circo in una precedente incarnazione. Andavo matta per il pesce e gli applausi. Andavo matta per il pesce e gli applausi? Bene, in questa vita ho imparato a farne a meno».

Sgomitare ed essere in continua agitazione per ottenere riconoscimenti nell’ambiente letterario è molto poco elegante e soprattutto, fa male alla poesia. Se le cose devono succedere, prima o poi succedono per conto loro.

 

Quando ho visitato la Grecia per la prima volta, avevo sedici anni, andavo al liceo e ci sono andata con i miei. Avevo delle forti aspettative all’idea di vedere le opere del Museo dell’Acropoli, ma quando me le trovai dinnanzi, riuscii solo a considerarle belle e non mi dissero niente di più. Non mi emozionarono. Loro stavano là e io stavo di qua. Ebbi una grossa delusione.

Quasi lo stesso effetto me lo fecero nel 1968, quando tornai ad Atene e avevo 34 anni.

Ma quando le rividi per la terza volta a metà degli anni Novanta, ogni singola scultura sembrava far parte della mia vita come un vecchio amico finalmente ritrovato: il mito non era più solo racconto, la vita l’aveva reso reale, archetipo ed esperienza.

Cercherei di spiegare come tutto ciò possa essere accaduto, secondo ciò che finora sono riuscita a capire.

 

Per quanto riguarda la poesia, alle medie o al liceo non mi sarei mai sognata di dire che Pascoli fosse il mio autore preferito.

Ma, negli anni Novanta, quando per la prima volta sentii il “cuore che rideva”, mi tornò alla mente quel suo verso di Romagna “… mi ride al cuore (o piange) Severino, il paese ove andando ci accompagna/ l’azzurra visïon di San Marino”. Prima di pronunciarlo, non sarei nemmeno stata consapevole di ricordarlo, ma nel dire le parole, esse mi sembrarono di una bellezza sconvolgente e le vissi come una vera e propria rivelazione. Ora, nel raccontare l’episodio, non riesco nemmeno a provare l’ombra del senso di gioia e di completezza che provai in quel momento, ma quella volta deve essere successo qualcosa di molto speciale, ciò che la filosofia buddista definisce la “percezione diretta” della mente di un Buddha che non concettualizza e riesce a cogliere la suprema e infinita freschezza di ogni cosa. Ebbi la certezza che per Pascoli quell’”azzurra vision che l’accompagna” fosse la poesia. Era come se, superando tempo e spazio, fossi riuscita ad avere un attimo di non-dualità nei confronti della sua mente e dei suoi pensieri. La spiegazione razionale di ciò che mi sentirei di fare, è che in quel momento ho avuto la meravigliosa esperienza di comprendere quei versi non solo intellettualmente, ma con tutta me stessa, con tutti i chakra aperti.

Invece, a proposito dell’imparare dei testi a memoria, in inglese e in francese “imparare a memoria” si dice “to learn by heart” e “apprendre par coeur”, privilegiando così la zona del cuore a quella del cervello.

Anche per il Buddismo, la mente è al cuore. Alla testa c’è il corpo – perché lì ci sono quattro delle nostre porte dei cinque sensi – e la parola è alla gola.

Durante i loro trent’anni di studio, i lama tibetani hanno l’obbligo di imparare a memoria centinaia di pagine di insegnamenti. Così – mi disse un giorno un Lama – non abbiamo più bisogno di leggere nei libri, leggiamo della nostra mente (v. anche “leggiamo nell’esperienza che siamo riusciti ad acquisire”), e questo CI INSEGNA A LEGGERE NELLA MENTE DEGLI ALTRI.

Noi tendiamo a essere sempre nella testa, troppo in alto (a causa della nostra presunzione), e inaffidabili, perché possiamo cambiare idea da un momento all’altro. Se riuscissimo a dimorare al cuore, o nell’intestino, saremmo molto più centrati e ”viscerali” come dice la parola.

A questo proposito, c’è un esperimento che ognuno può fare senza alcuna difficoltà. In un momento in cui si prova rabbia, cerchiamo di scendere dalla testa al cuore. Per scendere, basta visualizzare per quanto possiamo esserne capaci, la zona del cuore con le costole e i polmoni ecc., perché la mente “segue sempre i venti”, segue sempre ciò che ci figuriamo. E, non appena la mente sarà scesa al cuore, la nostra collera si dissolverà all’istante.

Se per Pascoli l’”azzurra visïon” rappresenta la poesia, per il poeta inglese Housman, suo contemporaneo potrebbero esserlo stati questi due versi: “What are those blue remembered hills/ What spires, what farms are those?”

Un amico che è stato professore di italiano al liceo, che non pratica il Buddismo, dopo che gli avevo raccontato del senso di rilevazione che mi avevano dato quei versi del Pascoli, con un attimo di gioia e di completezza così totali da rappresentare uno dei momenti in assoluto più felici della mia vita, mi disse di avere avuto la stessa, identica esperienza, scendendo in metropolitana, con i versi di d’Annunzio: “Il sole imbionda sì la viva lana/ che quasi dalla sabbia non divaria” da Pastori d’Abruzzo. Ne fui felice per lui e per me, e grata all’esemplare semplicità dei versi che ci avevano colpiti entrambi così profondamente, perché si trattava allora di un attimo di grazia che potevano sperimentare tutti, qualora ne fosse maturato il momento.

Ecco, sì, C’È UNA VIA D’USCITA PER OGNUNO!!

 

Potrei raccontare di come ebbi la percezione del senso epico della mia esistenza. Quel senso meraviglioso di una grande spazio interiore privo di ingombri e ostacoli che supera il tempo, e ti mette in contatto, ti fa sentire di appartenere, di far parte anche di ciò che sai e che hai amato del passato più lontano. Ero in metropolitana in un’ora di punta, schiacciata come una sardina e d’un tratto, in assoluto contrasto con quella mancanza di spazio fisico, provai un grandioso senso di spazio interiore che dava un senso molto importante, un senso epico a tutta la mia esistenza.

 

Vorrei ora leggere una breve poesia su un tempio Zen che visitai a Kyoto nel 1997, con altri monaci buddisti (provenienti da tutti i continenti), che eravamo stati invitati in Giappone per un convegno sulla Pace.

Il grandissimo salone del tempio Sanjusangen do ospita le statue di 1001 Badhisattva (1000 discepoli molto avanzati sul cammino spirituale e già usciti dalla ruota del Samsara), tutti a grandezza quasi umana, tutti allineati in dieci file di cento statue di legno dorato ciascuna, ognuno con un’espressione diversa sul volto. In mezzo a loro la statua tre volte più grande di Kanon, il Budda della compassione.

Era chiaro che quest’opera fosse la più importante del tempio e in fatti, tutti noi eravamo allineati difronte ad essa per osservarne dettagli e particolari, quando il monaco che ci faceva da guida ci disse in inglese la prima strofa di ciò che io ho poi trascritto in poesia, con un mio commento personale nella seconda strofa:

 

A Kyoto il tempio

dei 1001 Bodhisattva

ha nome Sanjusangen do

che vuol dire "33".

Il salone che ospita le statue

dei 1001 Bodhisattva

è sorretto da 35 colonne.

33 sono gli spazi vuoti

t r a l e c o l o n n e.

 

 

Filosoficamente, il fatto

di dare il nome al tempio

in base al numero degli spazi vuoti,

dunque a ciò che non c'è,

può essere interpretato

come la garanzia più elegante,

squisitamente Zen,

di non escludere mai niente,

e nessuno.

 

E quello fu un altro momento di grande felicità nella mia vita.

 

Ma per passare finalmente alla mia poesia, l’iniziale poesia “come gioco”, quella “sperimentale” per intenderci, farei notare come una sorta di filo sotterraneo attraversi quasi tutti i miei testi, nei quali, tramite il plurilinguismo o il gioco di parole, faccio notare che ciò che noi leggiamo e interpretiamo in un modo, può anche voler dire qualcos’altro di completamente diverso.

Quale esempio, leggerei la E. V. Ballad, la Ballata a Emilio Villa, nonché la “traduzione” che ne ho fatto:

 

E. V. BALLAD

 

Evening and the Everest

ist vers la poetry leaning. Er

isst er rit er tells a tale

des bear’s der splash! mit cul poilu

nell’acqua bassa um la forelle

zu farla saltar fuori

to make the trout jump out.

Puis il se léve la trota nella paw

und isst und rit und ist der dichter

every very big indeed

so froh und bär so rare und weiter.

Ça au National Park.

But all America la calzi

come un guanto

Zeus Rebelais

il t’amusait ce luna-park

you fed computers coded data

coddled eggs cod-fish balls

un causset la fricassee

un potage Dame Edmée des côtes

de porc grand-mère les couilles

du père and out came brunt

H ah quel frisson quel high-toned test

quel high-speed text

tapioca! un bel incest

er mejo the best.

Off Frisco uper the bay

when rose fingere’d dawn

shone forth that day

nach den orkan dem hurrican

su quella piramide di phoques

(es war Phil hip that west coast mentor

qui me l’a dit)

you saw Nausicaa and like a mountain lion

dal fitto groviglio dei rami

you broke a spray

Athena auch war da she touched your hair

in a certain way

shed grace

and combed it col pettinino azzurro.

Ma sul canto sesto there’s nothing more

to say.

Ich wollte ganz for ever

once and for all

à la manière de ev

von ev erzählen et

sinon la v qui est si

véri table eventuell

evidenziar la e.

 

Questa E. V. Ballad (Ballata E. V.), dedicata a Emilio Villa, è la prima di 12 ballate polilinguistiche (scritte tra il 1975 e il 1977), raccolte nella sezione Russky Salad Ballads e apparse in Harry’s Bar e altre poesie (1969-1980), Feltrinelli, 1981. Come dichiaro alla fine del testo: («Ho voluto una volta per tutte/ e per sempre/ raccontare di ev/ alla maniera di ev…»), questa ballata, composta come le successive con un’insalata russa di quattro lingue: (italiano, francese, tedesco, inglese), deriva dai testi plurilinguistici di Emilio Villa, e attraverso di essa cerco di raccontare l’ammirazione, il divertimento, il senso di libertà e di gioia che lui personalmente e la sua opera, fitta di giochi di parole, mi sapevano dare.

Così, le prime due Ev di Evening e di Everest, come le successive, sempre scritte in corsivo, vogliono richiamare l’attenzione sulle sue iniziali: E. V. Questi primi due versi possono essere tradotti così: «È sera e l’Everest inclina alla poesia.» Essendo l’Everest la montagna più alta, la si può leggere come metafora del «poeta più grande» e questo concetto verrebbe rafforzato dalla desinenza inglese «est» che, come in «best» di «good, better, best», indica il superlativo assoluto, trasformandosi allora anche nel gioco di parole: «il più Ev di tutti», «il massimo Ev».

«…vers la poetry leaning» dà anche: «inclina verso la poesia» con quell’avverbio francese, moto a luogo «vers», che come l’italiano «verso» è omofono e olografo di «verso» nell’accezione di «riga di scrittura poetica».

Proseguendo nella traduzione: «Mangia beve racconta una storia/ dell’orso che spalsh! col culo peloso/ nell’acqua bassa per far schizzar fuori/ la trota/ per far saltar fuori la trota».

Si era alla fine degli anni Sessanta. Adriano Spatola e io incontravamo Emilio e Teresa, la sua compagna di allora, sempre a cena, soprattutto in trattoria, ma a volte anche nelle rispettive case. Emilio era tornato da poco dagli Stati Uniti dove era andato a trovare il figlio, fisico nucleare che lavorava per la NASA a Los Alamos. Gli Stati Uniti gli erano piaciuti moltissimo, si era divertito e amava parlarne. Il figlio l’aveva portato a visitare un Parco Nazionale dove Emilio aveva avuto la fortuna di assistere a una scena che l’aveva entusiasmato, per l’intelligenza e l’astuzia dell’animale, tanto è vero che gliel’ ho sentita raccontare più di una volta: un orso di vedetta su una roccia sopra un torrente, scorgendo una trota o un salmone nella vicina pozza d’acqua poco profonda, sotto di lui, ci saltava dentro (col culo peloso), facendo così schizzar fuori sul terreno la trota che avrebbe poi preso senza dispendio di energie.

«Poi si alza la trota nella zampa/ e mangia e ride ed è poeta/ veramente grande/ così felice e orso così raro e così via./ Questo al Parco Nazionale./ Ma tutta l’America la calzi come un guanto/ Zeus Rabelais/ ti divertiva quel Luna-park…».

L’entusiasmo col quale Emilio mimava questa scena, mi indusse a identificarlo con l’orso, ma subito dopo, cercando di spiegare quale sorta di piacere poteva avergli dato quel «Luna-park» degli Stati Uniti, lo definisco Zeus (sempre per associarlo alla grandezza, nonché alla sua traduzione dell’Odissea della quale parlo più avanti nel testo), e Rabelais (per gli eccessi, la sua voracità fisica e mentale per i pasti pantagruelici, i dizionari e tutte le lingue).

Emilio raccontava di avere sempre lavorato alle sue interminabili traduzioni (dell’Odissea e della Bibbia in aramaico), in cucina, intento anche a sorvegliare sughi e intingoli, brasati, spezzatini o minestroni, comunque piatti a lunga cottura, mentre la sua compagna era fuori, al lavoro, a scuola o in ufficio. Egli amava praticare coi cibi associazioni inedite e bizzarre, tipicamente regionali e contadine: nelle minestre versava quasi sempre, a tavola, un bicchiere di vino, commentando che così arrossata, la zuppa diveniva uno «scattone». Non ricordo se questo termine (che non conoscevo e non avrei mai più sentito), fosse una sua invenzione, o l’avesse mediato da qualche dialetto… A una cena di Ferragosto a casa sua, ci servì un tipico piatto parmigiano e natalizio: zampone con una crema spumosa di zabaione. Un ottimo incubo calorico, servito a una temperatura esterna di 35 gradi.

«…hai nutrito i computers di dati in codice/ uova in camicia crocchette di merluzzo/un cassoulet la fricassea/ una zuppa Dame Edmée delle costine/di maiale alla maniera della nonna i testicoli/ del padre e ne è uscito brunt/ H ah che brivido che testo dal tono alto/ che testo ad alta velocità/ tapioca! un bell’incesto/ er mejo il massimo.»

brunt H è il titolo di un suo poema, scritto prevalentemente in inglese (lingua che Emilio non conosceva) e che elaborò su uno dei computer con i quali lavorava il figlio alla NASA, inserendovi i più svariati dati in codice. Da parte mia aggiungo una lista di nomi di grandi piatti soprattutto francesi e che iniziano con la consonante «c», per dare maggiore forza ai quei «testicoli, o coglioni» del padre, pietanza allegorica che vuole simboleggiare in Emilio un suo possibile rapporto edipico con il nutrimento, l’oralità e la parola.

Quel «tapioca!» con l’esclamativo vuole avere un comico valore di bestemmia e «er mejo» è romanesco puro.

«Al largo di S. Francisco sulla baia/ quando l’aurora dalle rosee dita/ fece luce quel giorno/ dopo l’uragano/ su quella piramide di foche/ (è stato Philip quel mentore della costa occidentale/ a dirmelo)/ vedesti Nausicaa e come un leone di montagna/ dal fitto groviglio dei rami/ ne spezzasti uno/ c’era anche Athena ti toccò i capelli/ in un certo modo/ ti inondò di grazia/ e ti pettinò col pettinino azzurro.»

«uper the bay» è scritto in corsivo perché è una citazione dal suo testo brunt H, in un inglese parzialmente inventato (uper non esiste, ma l’ho interpretato come over, sopra). In certe stagioni, è possibile vedere, ammonticchiate sugli scogli della baia di S. Francisco, delle piramidi di foche che abbaiano i loro richiami amorosi. Emilio le vide in quel suo viaggio e ce ne parlò con lo stesso piacere e senso di meraviglia con cui ci aveva raccontato dell’orso. Sempre in quella città egli fece la conoscenza del santone degli Hippies, Philip Lamantia. Nel mio testo separo e scrivo in corsivo phil hip, connotandolo così come il mentore degli hippies.

Le tipiche espressioni omeriche come «l’aurora dalle rosee dita» ecc. si riferiscono alla traduzione dell’Odissea di Emilio (pubblicata da Feltrinelli) nonché alla sua teoria che Ulisse, quando, nudo come un verme, dopo il naufragio, incontrò Nausicaa, non spezzò un ramo fronzuto per coprirsi le vergogne di fronte alla giovane principessa, ma scelse piuttosto un ramo a «Y», per posarci sopra e mettere in mostra gli attributi della sua virilità! Secondo Emilio, la versione del ramo ricoperto di foglie che servisse a nascondere (come una foglia di fico), i genitali di Ulisse, era invenzione bigotta e purgata dei monaci amanuensi che nel Medioevo avevano tradotto il poema dal greco. La presenza di Atena, protettrice di Ulisse, avrebbe poi benedetto quel felice incontro.

Emilio ogni tanto estraeva, anche in pubblico, da un taschino posteriore dei pantaloni, un pettinino di plastica azzurro, non particolarmente pulito, e si dava una velocissima ravviata ai capelli. Poiché quel gesto, anche allora, alla fine degli anni Sessanta, non veniva più fatto da nessuno, ho voluto ricordarlo con affetto e ironia, attribuendolo però alla dea Atena, che diviene così protettrice, non solo di Ulisse, ma anche di Emilio.

«Ma sul canto sesto non c’è altro/ da dire.» Dove il Canto VI° si riferisce ovviamente al Canto dell’incontro di Ulisse con Nausicaa nell’Odissea.

A questo punto mi ricollego ai versi già tradotti all’inizio di questo scritto: «Ho voluto una volta per tutte/ e per sempre/ raccontare di ev/ alla maniera di ev », che così proseguono: «e se non la v che è così/ veritiera eventualmente/ evidenziar la e». Pronunciando in francese «la v», avreno lo stesso suono di «lavé» e potremo leggere la frase anche come «se non lavato», in riferimento alle magliette di Emilio, spesso ricoperte di macchie e patacche che egli si procurava mangiando o cucinando.

Per poterne raccontare il contenuto, la traduzione in italiano che ho fatto della ballata è letterale, ma si sono perse così le rime e la cadenza veloce.

Mi spiacerebbe se qualcuno considerasse irrispettoso ora, dopo la sua morte, questo ritratto di Emilio Villa, ma se ciò avvenisse, me ne scuso. Come ho già detto, il tono della ballata (quando la scrissi quasi trent’anni fa), voleva essere ironico e gioioso, e trasmettere il senso di allegria e divertimento che la sua presenza dava sempre agli amici.

Le persiane dell’appartamento di Emilio erano sempre chiuse, anche di giorno, e in casa sua si vedeva solo grazie alla luce elettrica. Non gli ho mai chiesto se questa sua mania di isolamento avesse a che fare con un suo forte desiderio di privacy, avesse lo scopo di mantenerlo al riparo dai rumori della strada, o servisse ad astrarlo dall’ipocrisia del mondo.

 

Ma anche per quanto riguarda il mio lavoro visivo, ad esempio Facsimile e cioè delle Fotografie concettuali, mi preoccupo sempre di far notare che ciò che noi vediamo, non rappresenta necessariamente la realtà. In questo caso, andrebbero mostrate le diapositive della serie Le tre chiavi, mentre leggo la ballata dedicata a Marie Louise Lentrengre:

 

 

   

M.-L. L. Ballad

 

(a Marie Louise Lentengre)

 

Alla riproduzione fotografica di tre chiavi

in un anello portachiavi

ritagliate da un giornale

e quindi di carta

è stata aggiunta

una chiave di metallo.

Nella prima fotografia della sequenza

sono infatti visibili

quattro chiavi

ma risulta impossibile distinguere

 quella di metallo da quelle di carta.

Nella fotografia la chiave di metallo

è comunque una chiave riprodotta

un facsimile e di carta

come le tre chiavi nell’anello portachiavi.

 

Quattro chiavi musicali se lette o recitate.

 

Nella seconda fotografia

 la chiave di metallo è stata tolta

 vediamo dunque tre chiavi riprodotte

ma solo la terza fotografia ci farà capire

che le tre chiavi in questione

sono la riproduzione di una riproduzione

usando l’espediente di fotografarne il retro

in cui è visibile solo il profilo e la forma

delle chiavi e dell’anello portachiavi

e non più la sostanza del metallo

sostituito dalla stampa e da quei caratteri

impressi sul giornale

dietro la prima riproduzione delle tre

chiavi di metallo.

 

Cosi ho fotografato

la poesia in tre tempi di una fotografia

e ho poi scritto

la poesia di questa fotografia.

 

Giugno 1977

 

 

Allora, nel 1977, non sapevo nulla di filosofia buddista, secondo la quale vi sono due “verità”, una verità relativa, che corrisponde a come le cose (i fenomeni) ci appaiono, e una verità ultima, che corrisponde a come le cose effettivamente sono. Eppure, è come se il mio subconscio continuasse a girare attorno a questi concetti, lavorando su di essi per arrivare a qualche conclusione in proposito.

Per il Buddismo, la “verità ultima” può essere compresa solo da una mente libera e realizzata, una mente che conosce per esperienza il concetto di Vacuità, l’unione di beatitudine e saggezza. La Vacuità è la realizzazione della non-esistenza inerente dei fenomeni. I fenomeni e le persone non sono autonomi e indipendenti, sono bensì sempre interdipendenti. Non è sufficiente però comprendere concettualmente questo principio, se ne deve fare l’esperienza (ed è anche un’esperienza fisica) che diventa una forma mentis diametralmente opposta al nostro solito, istintivo modo di pensare.

In questo caso, è come se la mia mente in questa vita avesse continuato ad avere la vaga percezione di certi insegnamenti buddisti ricevuti in una vita precedente e tentasse di capirli in maniera più profonda e sperimentata di quanto non fossi riuscita a capirli in una vita precedente.

A proposito di ciò che rimane - a nostra insaputa - rinchiuso nella cassaforte del nostro subconscio, racconterei il seguente episodio che rappresenta anche il testo di chiusura della serie Frisbees della vecchiaia:

 

 “In sogno, la voce di una persona che non vedo, mi dice una dopo l’altra, una serie di parole in inglese e pretende che io le traduca in italiano. Questo lavoro va avanti per un bel po’ finché comincio a sentirmi provata e stanca. A questo punto la voce pronuncia il termine “sugar bush” che io non conosco. Confesso la mia ignoranza, convinta di poter così mettere fine all’interrogazione, ma la voce pretende comunque che io dia una risposta. Faccio uno sforzo e, per associazione, mi viene da dire che, se nello slang afro-americano “sugar-daddy” è il nomignolo di “pappone”, “sugar bush” “cespuglio di zucchero” potrebbe essere il nomignolo del triangolo pubico femminile. Detto questo, finalmente mi sveglio, decisamente affaticata ma anche divertita, ripromettendomi di consultare un dizionario di slang afro-americano per verificare la validità della mia intuizione.

 Per la stessa ragione e anche perché – prima d’allora – non mi era mai capitato di dover tradurre anche nel sonno, racconto il sogno a Franco T. che subito assume un’espressione pensierosa. Secondo me – dice – Sugarbush è il titolo di una canzone degli anni Cinquanta…

 Il giorno successivo mi arriva una sua Email, con il testo integrale di Sugarbush (Canta: Nilla Pizzi con Gino Latilla – 1953): “Sugarbush mia Zulù/ tutta zucchero sei tu/ ed hai una magica virtù/ sai ballare il Balabù”…

 Morale: un testo demenziale e ancora colonialista che non ricordavo assolutamente di avere mai sentito ma che il mio subconscio, proprio per disprezzo e solo per disprezzo, aveva tenuto al sicuro, in una sua cassaforte, dalla quale era uscito finalmente, ben 57 anni più tardi!

 Ma ti pare possibile? Se le cose stanno così, bisogna riuscire a portare proprio tutto alla luce!”

 

E, “portare tutto alla luce”, vuol dire “Raggiungere l’illuminazione”…. Ecco la fissazione per le vite future…

 

Per fare un paio di esempi sulla “poesia sperimentata”, leggerei Meditazione 2, Meditazione 3, e Meditazione 5 , spiegandole, mentre la Meditazione 6, vuole essere un “umoristico” e affettuoso omaggio a Balestrini.

 

 Se chiudiamo gli occhi, ciò che vediamo è uno schermo grigio o nero. Quando in meditazione, quel rettangolo scuro iniziò a essere attraversato verticalmente da un taglio di luce argentea e lunare (verso la fine degli anni Ottanta), non potei non associarlo ai “tagli” di Fontana e a ciò che egli dice nel Manifesto dello spazialismo. Così anche, certe radiose fosforescenze di segmenti concentrici identici ai nostri polpastrelli, mi fecero tornare alla mente il fatto che sia Fontana che Wols avessero firmato certi loro quadri con l’impronta del dito pollice, come degli analfabeti.

 Perché l’avrebbero fatto? Forse perché qualcuno potesse riconoscere proprio quel dettaglio “spaziale”, dandogli il suo giusto significato, se l’aveva già vissuto nel proprio occhio della mente? In un suo spazio personale e interiore?

 Col passare del tempo quel taglio verticale e luminoso si accorciò allargandosi, assumendo la forma di un proiettile. Poi il proiettile riapparve leggermente trasformato, con una strozzatura a un terzo dalla cima e due triangolini sopra la sfera superiore. Un gatto o una civetta visti di spalle?

 

 

Un'incisione netta, verticale

un "taglio" di Fontana,

"la non rappresentazione

in favore della creazione

di sensazioni spaziali"

- dice il manifesto -

e anche "il fatto di passare

a un altro piano dietro la tela,

per andare oltre ciò che è percepito".

Inoltre, sia Wols che Fontana

apposero a certi loro quadri

l'impronta del dito pollice

e non il nome scritto, "analfabeti"

che lanciano un segnale comprensibile

a pochi; solo a chi ha già sperimentato

nell'occhio della mente un intermittente

piccolo vortice di luce, una radiosa

fosforescenza di segmenti concentrici

identici a quelli dei nostri polpastrelli.

A volte, tra le sopracciglia

al centro della fronte, un fastidioso

turgore pulsante, come un ascesso,

un'escrescenza da unicorno, oppure,

sempre lì, ma in superficie, sulla pelle,

una vistosa fiammata di rossore.

Poi il taglio si allarga,

assume la forma di un proiettile

e ancora si trasforma, strozzandosi

a un terzo dalla cima. Avremo allora

una testina con due piccole orecchie

sopra un corpo gonfio, arrotondato.

La silhouette di una civetta?

Un gufo, una civetta visti di spalle

o, sempre di spalle, un gatto seduto?

Validi tutti. Infatti, tutti e tre

vedono al buio. Ma direi la civetta,

perché sacra ad Atena e in quanto tale,

non può che essere lei l'archetipo

dell'apertura dell'occhio della mente:

pineale funzionante, in grado di spaziare.

 

Marzo 2000

 

 

Può capitare, per brevissimi attimi, di tornare nel passato, non di ricordarlo, e si sa perfettamente che è un vero e proprio tornare, eliminando “con un colpo di spugna” i sessant’anni e passa che ci separano da quel momento perché la gioia che si prova – dopo - è impensabile e indescrivibile. E poiché così è, non tenterò di farlo. Manganelli l’ha già fatto nel modo più conciso e prefetto: Eternità: essere vicini, vicinissimi.

 

 

MEDITAZIONE 3

 

Il sacco degli scampoli

 

Ci sono il rumore di fondo delle voci

delle donne che si parlano in dialetto,

i ritmici colpi del ferro sul tavolo

da stiro e io seduta per terra, nel cono

di luce della lampada, ai margini del buio

di quel pomeriggio invernale - ah quella

pigna di porcellana bianca del contrappeso

e il cigolio della carrucola quando si alza

o si abbassa la luce sopra il tavolo! -

io in quel cerchio di luce, sul parquet

del guardaroba, con intorno i ritagli

di stoffa. Ci gioco. Li esamino, distinguo

cotone, seta, lino, raion. Riconosco:

quell'abito di mia madre, quella camicia

di mio padre, il mio grembiule bianco,

le stoffe pesanti delle mantovane e

quelle dei velluti e dei rasi che ricoprono

sedie e divani. La consistenza dei tessuti

al tatto, i fili dei disegni damascati

sul dritto e sul rovescio, i colori,

le forme e le dimensioni degli avanzi e

quelli a sorpresa, mai visti o mai notati,

appena estratti dalla federa stipata.

Non è un ricordo. Lì ritorno per un attimo

al termine di un ritiro di meditazione

con la percezione inequivocabile

della mia mente-bambina circondata

da luci, rumori e odori di quel guardaroba

di sessant'anni fa. E comprendo: quei ritagli

di stoffa sono la metafora di tutte le possibilità

che la vita allora mi offriva. Ora mi si apre

il cuore e si espande in gratitudine e stupore.

P.S. Francesca mi dirà poi che quei sacchi

di scampoli vengono usati pedagogicamente

in certe scuole materne: servono a stimolare

la concentrazione nei bambini.

 

Aprile 2001

 

 

Un altro attimo di Vacuità-Immensità durante un ritiro:

 

 

MEDITAZIONE 5

 

Si scende, si scende

mi dico mentalmente

- on descend - aggiungo tra me

e me, per renderlo linguisticamente

ancora più impersonale.

Lì in quel campo coperto di neve

sotto terra, in un buio denso

e neutrale: un chicco di grano.

Sono io quel chicco? Non saprei.

Quello che so è che non c'è

dualità tra lui e me. Ci siamo solo

noi due in questo istante e non c'è

alterità, nessun altro pensiero, solo

un soffuso benessere. Stupore

e un'intensa felicità. Sopra di noi

il vasto rettangolo uniforme

di terra e neve: bianco e nero,

geometrico custode della totalità.

Questione di attimi e l'emozione

si trasforma in timore riverente:

mi sento sopraffatta dalla forza

smisurata di quel seme.

Una forza immane legata

a quella cosmica. In miniatura

- come in un cannocchiale capovolto -

quel seme è l'essenza dell'insieme

di tutti i corpi celesti, possiede

la stessa energia del moto

delle più alte sfere. Esco dall'assorbimento

di questa esperienza primordiale e mi chiedo:

ma tutto questo cosa vorrà dire?

Che la percezione dell'infinito non può

essere un'idea, ma solo conoscenza personale?

La visione non può essere spiegata

a parole, il suo effetto è stato quello

di aver vissuto per un attimo

l'armonia universale, l'interconnessione.

di tutte le cose. L’ enigma divenuto

rilevazione?

 

Dicembre 2002

 

 

MEDITAZIONE 6

 

Saltuariamente, nel vasto spazio silente

della memoria di lunghi anni, in meditazione,

sotto le palpebre abbassate, la percezione

visiva e persino uditiva di un tergicristallo

in movimento, cigolante, avanti-indietro,

indietro-avanti, a ripulire giudiziosamente

due sezioni a forma di ventaglio del vetro

appannato di un mio lento veicolo mentale. Per niente.

Perché comunque quest'auto avanza cieca, a passo di lumaca

nella notte, tra strati su strati di nebbia grigio-nera e compatta

che una mia voce interiore nomina ipnotica, scandendo

le parole come l'annunciatrice - di quell'ormai comica

nenia radiofonica - che ripete: "Banchi di nebbia

in Val Padana. Banchi di nebbia in Val Padana".

L'immaginaria "goccia bianca" situata al centro

della fronte, nel terz'occhio - il concetto di quella goccia

che dovrebbe un giorno sciogliersi, diffondendo

estasi e beatitudine, quella goccia attorno

alla quale gira la ruota percettibile del mio pensiero -

non ha niente di fluido o di emolliente. Fredda

e dura come un ghiacciolo, man mano si trasforma

per camaleontismo in un cilindretto di cristallo,

un sasso, un'agata, un'ambra, un'arachide,

un clitoride, il becco di un polipo tentacolare

e indecente, come la mia mente fatua, abitata

dai cento archetipi proliferanti di un subconscio

irrimediabilmente infantile: orale/anale.

Una festa, un'esperienza liberatoria quando, tra le

tante metamorfosi, per ultima appare una pallina

da ping-pong danzante, in bilico su un getto

d'acqua, come ai tirassegni delle fiere. Non sparo,

non ho un fucile, la guardo con l'occhio della mente,

sorridendo divertita a quell' assurda grazia

in movimento. Quindici anni di meditazioni quotidiane

- almen tre ore al dì - sono durate queste interferenze

alla conquista di una pace interiore, senza più

forme invadenti, pensieri discorsivi, concettualizzazioni,

finché la mia mente finalmente appagata del nulla

non cominciò a riposare nel proprio assorbimento

ondeggiando lieve, come una barchetta nel porto.

Tutto questo per chiedermi: se non lo si è costruito

dentro, come si può pretenderlo da fuori

il conforto della pace?

 

Marzo 2003

 

 Passano altri nove anni e quella goccia bianca inizia finalmente a sciogliersi un po’. È la beatitudine. Quando si scioglierà tutta…



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